Il Vangelo secondo “Matteo”.

Mentre il mercato sta per tornare nel vivo e si rincorrono le sirene di eventuali trade da sogno o da incubo (Walker, Lamb eventualmente), abbiamo avuto un po’ di giorni di stacco dal basket giocato per gli Hornets, tanto da preparare un pezzo per fare il punto (dopo una serie di quattro trasferte e tre vittorie in trasferta che hanno rivitalizzato i Calabroni, ancora imbattuti in questo 2018 – domani notte torneremo a giocar contro Dallas -) della situazione con l’amico Matteo.
Sperando che i nuovi Hornets ribaltino completamente il record del 2017, la classifica attuale langue, i guerrieri si sono (io spero “ si erano”) persi sulla pista del bisonte, per citare “Faber”…
Vorrei fare quindi far sentire anche “la voce” dell’amico Matteo (qualcosa che non sia il mio monostorytelling, insomma), persona genuina, diretta, sincera e divertente.
Parlando di basket la trovo persona competente, allena per diletto, suppongo (dirà lui), in tandem una squadra di ragazzi dalle sue parti.
Per me il basket, oltre all’Olimpo dei professionisti (in particolare della NBA) è fatto da una moltitudine di sfaccettature che a più miti livelli compongono il substrato passionale e incarnano il più puro spirito del gioco, anche nel playground o nello sterrato più sperso sul pianeta con un simil anello di fortuna vive l’essenza di uno sport che va dal rilassante tiro in solitudine all’ereditato spirito di antiche battaglie campali.
Laddove qualcuno potrebbe trovare nel professionismo un compromesso tra soldi e ardore sportivo (chi segue Charlotte avrà in mente giusto un paio di nomi nello scorso anno che ricalcano il modello descritto), nel basket senza percepir denaro questa tara scompare.
Terzo allenatore intervistato (se non erro) con il quale parleremo della situazione di Charlotte.
Il Vangelo secondo Matteo, insomma…
 
1D) Più che una domanda, la prima sarà necessariamente un discorso di presentazione.
Anni (circa, se posso, di solito non si chiedono alle donne), zona, hobby e quant’altro vorrà dirci per fasci conoscere meglio, ma soprattutto… come passa il tempo e perché il basket come compagno di viaggio?
 
1R) “Mi chiamo Matteo, ho 34 anni e sono di Modena.
Tralasciando il lavoro (che “occupa” gran parte del mio tempo giornaliero/settimanale), il – poco – tempo restante lo dedico alla pallacanestro, vera e propria passione che coltivo fin da quando ero bambino.”
 
 
2D) Come mai, parlando di basket NBA, la scelta di Charlotte?
Un tempo era anche una moda… negli anni ’90 personalmente ricordo bene tra P.zza Duomo e San Babila (parlo di Milano), nugoli di giovani coetanei con cappellini dall’inconfondibile color teal accompagnati da tese a volte viola, a volte nere.
Oggi per un ragazzo giovane interessato al basket è difficile accostarsi a una squadra, che, nonostante abbia il presidente più iconico del basket, fa veramente troppa fatica.
Oltre alla scelta, che potrebbe esser stata determinata da questioni anagrafiche, perché è rimasto legato a questi colori?
 
2R) “Perché Charlotte?
Un pomeriggio del 1993 (ricordo ancora distintamente quel giorno), accompagnai mio padre a fare compere.
Ammaliato dalla vetrina di un noto negozio di articoli sportivi di Modena, entrai per dare un’occhiata mentre fantasticavo su quando anch’io avrei sfondato un giorno nel basket professionistico (chi non l’ha fatto?), tra scarpe, canotte, fascette, ecc., all’improvviso il mio sguardo cadde in un angolino dove vi erano appesi dei cappellini…
Ve ne erano una moltitudine:
Lakers, Celtics, Bulls, NY, ecc. e poi uno strano, mai visto…
Azzurro con in mezzo un calabrone che palleggiava ghignando”…

Uno dei tanti modeli dei cappellini con il logo degli Hornets che invadevano la metà degli anni ’90.

E’ stato amore a prima vista.
Da quel giorno ho iniziato a seguire le vicissitudini degli Charlotte Hornets, cosa che faccio tuttora con ancora più foga.”
 
 
3D) Domanda fiume sul progetto…
Passiamo alle note dolenti rappresentate dalla passione comune, ovvero la Charlotte 2.0.
Siamo, dopo quattro anni dal progetto di Jordan, “ereditato” dall’ultima buona stagione dei Bobcats, arrivati forse a uno dei punti più neri della nostra storia attuale (togliendo le ultime quattro partite).
Trattando l’argomento ad ampio respiro, risalendo alla stagione 2014/15, nelle nostre fila militavano già; Walker, Kidd-Gilchrist e Marvin Williams, tra i titolari, oltre a Zeller che è uno dei giocatori più utilizzati da Clifford dalla panchina ed ex titolare (oggi infortunato).
Tre sono state scelte alte ai Draft degli Hornets e M. Williams è ancora tra noi per una sorta d’intoccabilità dovuta alla sua professionalità, tuttavia, dopo il crollo avvenuto tra gennaio e febbraio dello scorso anno che ci ha fatto scivolare fuori dai playoffs, quest’anno l’arrivo di Howard avrebbe dovuto garantirci almeno la partecipazione alla postseason senza troppo soffrire, invece navighiamo pericolosamente tra le acque bassissime del fondo classifica a Est.
Mentre scrivo, solo i Nets che arrivano da una disastrata stagione, i Bulls, i Magic e gli Hawks che in estate hanno smobilitato per ricostruir domani, occupano posizioni inferiori in classifica.
Abbiamo, è vero, giocato contro signore squadre come San Antonio, Minnesota, Golden State e squadre che stavano facendo bene nel momento nel quale sono state affrontate (vedi Orlando, Memphis e Detroit).
In alcune gare, dopo aver accumulato molti punti di vantaggio, siamo crollati (New York, Boston senza Hayward, Horford e Irving che ha giocato quasi due minuti solamente, L.A. Clippers).
Con Chicago poi sono arrivati due stop pesanti al fotofinish. Quali, secondo lei, fermandoci a squadra e allenatore, le cause di queste sconfitte e più in generale del momento no coinciso con i primi di gennaio dello scorso anno?
Per completare il quadro, girando su internet, nei giorni precedenti all’uscita di scena di Clifford (problemi di salute per il coach) ho letto tante critiche verso di lui.
Non ha avuto Batum per esser a pieno organico, poi è rientrato e ha perso Walker, infine Zeller…
Come giudica l’operato di GM e presidente?
E’ adeguato il roster messogli a disposizione?
Jordan è stata la persona meno vicina al suolo come giocatore, onusto di gloria, ma come presidente sfortunatamente al momento sta barcamenandosi.
Ha concesso in estate un’altra possibilità al GM Cho, il quale ha fallito per due anni su tre l’approdo ai playoffs e ora sembra la situazione sia oscurata ancora una volta, sebbene l’energia delle ultime sfide…
Abbiamo preso Howard come primo grande colpo del mercato ma, dopo di ciò, Cho si è fermato.
Ha rimediato all’errore del mega contratto di Miles Plumlee, ma poi siamo stati vittime del suo immobilismo.
“Trader Cho” sarebbe il suo soprannome, ma da un po’ non scambia più molto, almeno… pezzi pesanti.
Con tutta la simpatia per l’uomo, se non erro, il fratello lavorava di notte per sostenere la famiglia, mi sembra che Cho si sia mangiato grossa parte della sua attendibilità. Dopo l’avvio con Seattle/OKC e la parentesi a Portland, nemmeno conclusa l’annata, anche se ingenerosamente, si fissa a Charlotte nell’estate 2011.
Logico che Cho sia ormai confidente con Jordan ma l’entusiasmo che c’era per la nuova avventura di Charlotte svanirà presto se non arriveranno anche dei risultati a dirci che se non una dinastia.
Almeno esiste anche un progetto sportivo.
Quali sono secondo lei le colpe di uno e dell’altro?
 
3R) “Il discorso è parecchio ampio e mi sembra ingiusto e del tutto errato cercare un solo responsabile.
Diciamo che tra società e squadra le colpe sono da dividere fifty fifty.
Mi spiego meglio…
Il più grosso “j’accuse” che muovo alla società è l’immobilismo.
Negli ultimi anni Cho ha chiuso 3/4 trade, troppo poco dato che movimenti così “sporadici” possono essere concessi a squadre bisognose di ritocchi minimi o d’innesti precisi.
Nel nostro caso c’era (e c’è) bisogno di un refresh quasi totale tenendo ben focalizzato ciò che si vuole raggiungere. Restando con la stessa ossatura (mediocre) per più anni si rischia di arrivare a uno stallo (classica situazione limbo) che non porta a nulla se non a denotare una totale mancanza di progetto.
L’arrivo di Howard è stato tanta roba, ma il resto?
Perché con una free agency importante appena passata non si è provato a fare qualcosa di deciso puntando al “bersaglio” grosso come hanno fatto e stanno facendo squadre come Toronto, Milwaukee, Boston ecc.?
Sembra quasi che la società si accontenti di “partecipare” e questo non è giusto nei confronti dei tifosi che ogni anno dimostrano sempre più attaccamento e amore verso questa franchigia.
Poi la parte tecnica.
Allenatore mediocre che non riesce a dare un’identità e un gioco a un gruppo ormai arrivato alla fine di un ciclo che non merita certi stipendi (Batum su tutti) e forse non merita nemmeno di stare in NBA.
Se si somma il tutto il quadro che si materializza è la situazione attuale.”
 
4D) “Il secondo album è sempre il più difficile” è una strofa di una canzone di Caparezza che s’intitola “Il secondo secondo me” nel quale si parla di luoghi comuni e malcostume.
La riedizione di Charlotte di quest’anno sta ricalcando quella dello scorso anno.
Via un centro, dentro un altro, Monk avrebbe dovuto sopperire alla cessione di Belinelli e le due guardie dietro Kemba sono state cambiate con altrettante scommesse.
Pochi ritocchi su una macchina che non funzionava perfettamente.
Ora l’auto di Charlotte sta scivolando pericolosamente su una mota che potrebbe portarci fuori strada.
Quali potrebbero essere le misure da adottare?
Qui siamo vicini al Fantabasket ma alcune occasioni come quella di Bledsoe o altri potrebbero presentarsi rimanendo vigli.
Squadre i quali giocatori per vari motivi non fanno più parte del progetto e potrebbero essere funzionali a Charlotte ve ne sono secondo lei?
 
4R) “Purtroppo dopo tre anni di alti (pochi) e bassi (tanti), bisogna che la società si guardi in faccia e ammetta che questo progetto (se cosi si vuole chiamare) è stato un sonoro fallimento.
Tralasciando il primo anno con i PO raggiunti, la stagione passata e quella corrente sono decisamente negative.
La squadra ha subito un’involuzione paurosa in termini di gioco a parte pochi elementi (Walker, Lamb e Howard), tutti gli altri sarebbero da scambiare/tradare perché sopravvalutati, a fine carriera o inadeguati per questo livello. Questo avrebbe senso, ma bisogna avere la voglia di farlo (il coraggio aggiungerei io come intervistatore), cosa che a ora sembra mancare.”
 
5D) Ultima domanda.
Tutti hanno idoli.
Anch’io ne ho di sportivi, anche se personalmente, per fortuna, non ho il culto della personalità.
Il mio baskettaro preferito era ed è (anche se non gioca più) Dell Curry, colui che è tornato alla ribalta in questi anni sotto la voce “papà di Steph”.
Comunque sia, quali sono i suoi tre giocatori preferiti degli Hornets All-Time e perché?
 
5R) “3^ posizione: “Zo” Alonzo Mourning (1992-1995)

Mourning (a terra) ha appena scagliato il FT jumper che a pochi decimi dalla fine porterà al trionfo (3-1) sui Celtics nella prima serie playoffs (1993) disputata dai Calabroni. Verrà sommerso da Curry (30), Gill, dal resto dei compagni e se non ricordo male anche da tutto il restante…

Un fenomeno.
Centro che univa tecnica con pura potenza.
Sotto le plance era letale.
Il trio con Larry e Muggsy ha permesso di centrare i PO in poco tempo e per la prima volta nella storia.
L’abbiamo visto giocare troppo poco tempo al Charlotte Coliseum da amico.
Poco dopo divenne un avversario…

 
2^ posizione: Glen Rice (1995-1998)

Coach Cowens lo convinse a buttarsi dentro. Già tiratore dalla tecnica eccezionale, divenne un’arma letale… Fu lui ad arrivare per Mourning proveniente da Miami nel novembre 1995.

Ho ancora la sua canotta n° 41 in casa.
Giocatore pazzesco.
Leader clamoroso e go to guy incredibile.
Il suo tiro era qualcosa di letale.
Primo e unico Hornet a vincere il premio di MVP di un All-Star Game.

 
1^ posizione: Baron Davis(1999-2005)

Attraverseà le due epoche degli Hornets passando da Charlotte a New Orleans mantenendo il suzumebachi no kami (lo spirito del calabrone). Genio polifunzionale, le molle ai piedi, la dinamite nelle braccia. Il barone teal & purple, dopo il primo anno difficile, iniziò fisicamente a volare…

Signore e Signori, il Barone…
Una PG in un corpo di un animale.
Con la palla faceva quello che voleva.
Le serie di PO contro Orlando e Milwaukee sono ancora nitide nella mia testa.
Onnipotenza in 191 cm di uomo.
Ho pianto quando lo hanno ceduto”…

Questo articolo è stato pubblicato in Inside The Hornets da igor . Aggiungi il permalink ai segnalibri.

Informazioni su igor

La mia Hornetsmania comincia nel 1994, quando sui campi della NBA esisteva la squadra più strana e simpatica della Lega, capace di andare a vincere anche su campi ritenuti impossibili. Il simbolo, il piccolo "Muggsy" Bogues, il giocatore più minuscolo di sempre nella NBA (che è anche quello con più "cuore"), la potenza di Grandmama, alias Larry Johnson, le facce di Alonzo Mourning e l'armonia presente nella balistica di Dell Curry, sono gli ingredienti che determinano la mia immutabile scelta.

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