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LendingTree sarà il primo e nuovo partner commerciale che si legherà agli Charlotte Hornets per tre anni.

La squadra di Jordan è la diciannovesima franchigia ad applicare una patch sulla canotta e teoricamente altre undici franchigie potrebbero essere libere di scegliere la stessa via.

 

Howard con la patch dello sponsor.

 

La sponsorizzazione scelta è di casa, LendingTree, infatti, è una società mediatrice di base a Charlotte che si occupa di prestiti online e collega i consumatori con più istituti di credito, partner creditizi e banche che si occupano d’imprese.

Dalla sua fondazione nel 1998, questa società ha “facilitato” più di trentadue milioni di richieste di finanziamento. LendingTree fornisce strumenti di finanziamento, ricerche comparative di prestiti e informazioni sui prestiti.

Questo è il dato oggettivo, scisso dalla mia idiosincrasia per la sponsorizzazione, specialmente sulle divise NBA. Orbene, il logo non incide molto a dire il vero. E’ piccolo e discreto, kata metron, ma siamo di fronte a una svolta epocale.

I profitti della NBA si sono moltiplicati all’infinito negli ultimi anni, specialmente grazie alle TV che ne riverberano le fantasmagoriche e affascinanti immagini anche qui, oltreoceano, anche se amerei avere più succo e meno patinato incartamento.

Un prodotto ben confezionato che tuttavia, al passo con la modernità, forse dimentica qualche fondamentale concretezza.

Le sponsorizzazioni, comunque, pomperanno altro liquido liquame nel business NBA, mai arrivato a simili vette, rappresentabili in numeri.

Le cifre della sponsorizzazione non si conoscono, ma fonti rivelano che l’affare potrebbe essersi chiuso tra i cinque e i sette milioni di dollari.

Pete Guelli, Chief Marketing Officer di Charlotte ha detto che la compagnia è la partner prestiti ufficiale degli Hornets e sarà titolare della nuova applicazione mobile degli Hornets, inoltre allo Spectrum avrà pubblicità privilegiata, così come vi saranno annunci radio e televisivi legati ai Calabroni.

La pensata del Chief Marketing Officer di L.T., Brad Wilson è stata semplicemente di raggiungere un pubblico giovane che non fruisce più della TV come un tempo (sostituita da internet), ma che guarda un evento sportivo in diretta.

 

Uno screenshot dalla conferenza congiunta tra Hornets e partner commerciale, nella quale si sono presentate le quattro maglie conosciute fino a oggi.
Manca una quinta, ancora non rivelata.

 

L’unione tra le due forze dovrebbe produrre anche in favore della popolazione, alcune borse di studio e donazione di scarpe.

Le aziende con le loro patch sulle uniformi NBA finora includono marchi nazionali (americani) come GE (Boston Celtics), Goodyear (Cleveland Cavaliers) e StubHub (Philadelphia 76ers), oltre a brand iconici delle città che ospitano una franchigia:

La Disney per gli Orlando Magic e la Harley-Davidson per i Milwaukee Bucks. I campioni di Golden State invece portano un brand giapponese: Rakuten.

Secondo quanto riferito, l’accordo di Rakuten con i Warriors, sarebbe il più vantaggioso nella NBA finora, infatti, sembrerebbe che ai Warriors vadano circa 20 milioni di dollari l’anno.

 

La divisa dei Warriors con lo sponsor Rakuten.

 

In Italia le sponsorizzazioni (calcistiche) hanno origini frammentarie e vanno sotto la forma di escamotage prima di fine anni ’70.

Si passa da un Torino targato FIAT del 1943/44, unitamente alla Juventus Cisitalia (1942) che fecero passare i loro calciatori nelle fila di queste due aziende fusesi con la società sportiva.

 

Il Torino FIAT durante la guerra.

 

Questo per incorporare in azienda i calciatori ed evitare loro la chiamata alle armi o la deportazione eventuale.

Nel 1953 arrivò il Lanerossi Vicenza con la classica R sul petto, la quale tuttavia consisteva in un “abbinamento” e non sponsorizzazione, ovvero era il logo della società che aveva acquisito la società di calcio.

 

Paolo Rossi a Vicenza con la R annodata come simbolo.

 

In B, nella stagione 1978/79, il presidente dell’Udinese (Teofilo Sanson), interpretando una norma vaga (strano in Italia, eh?) la quale diceva che non si potessero inserire sponsorizzazioni sulle maglie, inserì il logo Sanson sui pantaloncini.

Il titolare dell’azienda dovette abbandonare poco dopo l’autosponsorizzazione perché l’interpretazione della norma e soprattutto del termine “maglia” da parte del giudice sportivo fu intesa come estensibile e totalizzante su tutta la divisa.

 

L’Udinese con lo sponsor Sanson.
Foto prese da Soccerstyle24.

 

Il pastificio Ponte (Buitoni/Perugina) comparve sulle maglie del Perugia che per esibirlo s’inventò un fornitore tecnico (unici sponsor liberalizzati) con lo stesso nome, ma la federazione stoppò l’iniziativa, salvo concedere sul fine campionato (marzo 1980) la sponsorizzazione.

 

La Ponti del Perugia fu proprio un vero ponte tra maglie “pulite” e le sponsorizzazioni volute dai team per introitare e/o far mercato.

 

Sull’onda del Perugia, nel 1981/82 vi fu una liberalizzazione di massa nella quale ben 28 squadre esibirono sponsorizzazioni, tra le quali citerò la inno Hit dell’Inter, la Pooh del Milan, la Barilla della Roma, la curiosa F.lli Dieci del Cesena, la Febal cucine del Bologna, l’Ariostea del Cagliari, l’Ariston della Juventus, la Snaidero del Napoli, la Barbero del Torino, la Pop 84 dell’Ascoli, mentre sulle maglie dell’Udinese compariva una Z modello Zorro che in realtà indicava l’iniziale della nuova proprietà Zanussi…

Il Genoa, che aveva già preso accordi precedenti con la Seiko, azienda giapponese il cui significato è “Successo” inserirà inizialmente un logo sul quarto blu del tronco piuttosto discreto, per passar presto alla sponsorizzazione su tutto il fronte maglia.

 

E’ il 1981.
Mario Faccenda (a dx) con la maglia del Genoa sponsorizzato Seiko, affronta Vignola dell’Avellino (sponsorizzato Iveco) in Irpinia, in una partita terminata a reti inviolate.

 

La Fiorentina, che arriverà seconda in quel campionato, inserirà uno sponsor ben visibile, il “giglio alabardato”, una visione/fusione tra la F della Fiorentina (non molto amata dai propri tifosi) e lo sponsor (anche sponsor tecnico) della J.D. Farrow’s.

 

La maglia viola della fiorentina con il cerchio bianco centrale a contenere la grande F.

 

A una buona parte dei tifosi non piacque molto, ma la scelta era stata presa.
A parte l’evidente marketing, devo dire che personalmente taglio, scelta dei colori non erano affato “stonati”.
Forse qualcuno negli anni l’avrà rivalutata.

 

Anche Maradona e Platinì a metà anni ’80 sono sponsorizzati.

 

A oggi le sponsorizzazioni sono diventate multiple, occupano talvolta ogni lembo della divisa o ricalcano le brutture di un paesaggio rovinato come lo sfondo della Valle dei Templi.

Quella della Faber Lotto Service (società che si occupa di Lotto) utilizzate dal Bochum nel 1997/98, nonostante l’arcobaleno, sono decisamente accostate male…

 

La maglia incriminata del Bochum.

 

Rimango legato affettivamente ai primi sponsor degli anni ’80 del calcio italiano, ma quelli di oggi nella NBA, come allora, potrebbero essere il preludio ad altre mostruosità fuori misura.

Tornando al basket giocato, riguardo gli Hornets che non stanno attraversando un buon momento, anzi, direi che si trovano nella crisi più nera della loro storia recente… ecco alcune motivazioni espresse in dati.

A ieri eravamo 20° per punti segnati con 103,4 a partita, 26° negli assist (anche se talvolta rovinati dalle difese avversarie che spendono falli sui nostri sotto canestro), quindi per passare dalla parentesi ai FT, scendiamo all’ultimo posto, complice Howard, ma non solo, stiamo tirando con il 60,8% che ci catapulta dal primo posto dello scorso anno, all’ultimo. Rimaniamo fermi all’ultimo posto anche nella statistica dei palloni rubati con soli 5,8 a partita, complice una difesa troppo statica, poco propensa a trappole e raddoppi come si usava fare qualche tempo fa.

Le buone notizie vengono dalla percentuale di rimbalzi difensivi conquistati (80,8%) che ci assegnano il primo posto, mentre nei rimbalzi totali siamo secondi, dietro solo a Portland, con i nostri 47,9 a partita.

Non concediamo molti canestri agli avversari sui nostri turnover, siamo quinti con 15,2 di media…

Giovedì notte affronteremo Cleveland con un Batum pronto al rientro, anche se non a pieni giri, useremo la nostra nuova maglia che ha pinstripes (più grandi delle originali) per rievocare un passato, se non glorioso, almeno vincente (in termini di rapporto W/L) e costellato da giocatori rimasti nella memoria, ma per vincere bisognerà fare come alcuni di essi: gettare il cuore oltre l’ostacolo.

 

Kemba con la maglia che useremo contro Cleveland giovedì notte.

 

Dopo i due ultimi disastrosi crolli, le sfide contro le altre due C (Cleveland e Chicago) diventano fondamentali per ridare ossigeno ed entusiasmo a un ambiente che lo sta perdendo, complici aspettative e risultati.

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Informazioni su igor

La mia Hornetsmania comincia nel 1994, quando sui campi della NBA esisteva la squadra più strana e simpatica della Lega, capace di andare a vincere anche su campi ritenuti impossibili. Il simbolo, il piccolo “Muggsy” Bogues, il giocatore più minuscolo di sempre nella NBA (che è anche quello con più “cuore”), la potenza di Grandmama, alias Larry Johnson, le facce di Alonzo Mourning e l’armonia presente nella balistica di Dell Curry, sono gli ingredienti che determinano la mia immutabile scelta.

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