Basket e DintHornets

 

A sinistra in piccolo; il Fleur de Bee, utilizzato a New Orleans dagli Hornets, al centro (in grande) l’attuale logo dei Calabroni a Charlotte. All’interno del pezzo si parlerà anche del trasformismo nella NBA.

A parte i grandi scopritori, inventori, scienziati, ecc. che hanno lasciato un tangibile segno del loro genio, poi utilizzato dalle generazioni future, spesso a beneficio di molti ma non per tutti (se non godi d’accesso al credito rimani tagliato fuori) se lo Stato “non è in grado di provvedere”, diciamo che la storia è piena anche di filosofi, pensatori, politici, ecc. con le quali idee probabilmente hanno contribuito a modificare la nostra iniziale pagina bianca, in altre parole la mente.
Predisposizione mentale e caso servono per creare.
Io mi sono imbattuto per caso una domenica mattina con un Signore (con la S maiuscola, al secolo Alberto Figliolia) con il quale ci si trovava per caso sui vari campetti di periferia del sud/ovest dell’hinterland milanese.
 
Sapevo scrivesse, facesse il giornalista e parlando scoprì anche che era stato compagno di liceo del noto storyteller (raccontastorie) Federico Buffa, ancor prima che esplodesse nei suoi ricamati, dettagliati ed epocali racconti, quindi chiesi all’ex compagno del noto raccontastorie, se avesse tempo per un’intervista (gentilmente concessa, senza frenesie moderne tipiche dell’oggi, moltiplicate all’ennesima potenza se pensiamo a una città come Milano).
Ebbene, anche dopo questo incontro, mi sono sempre più convinto che la nostra eredità, il nostro patrimonio con il quale arricchire e da tramandare (ne parlo qui anche in formula presente), sia riuscire in maniera naturale a regalare un pezzo di voi al vostro interlocutore (evitando frasi banali e ipocrite di rito che oggi scandiscono tempi inesistenti), cercando di lasciare qualcosa di vostro che diverrà anche proprietà intellettiva per chi vi ascolta o vi segue.
Penso a una canzone, a pezzi che si possono definire opere che includono l’emozione del suono e l’unione con le parole, ma penso anche a un’idea del mondo, una filosofia per rendere migliore questo strambo pianetino roteante nel Braccio di Orione e chissà mai un giorno, red shift permettendo, non si debba aspettare l’atterraggio di alieni in stile Space Jam per allargare i nostri orizzonti mentali confinati al vissuto quotidiano.
 
Personalmente, a parte la competenza in materia, il Figliolia poeta, ha trasmesso soprattutto la passione per la poesia sul basket (non è escluso che presto possa aprire una cartella e scriver qualcosa del genere su Phills, Mason, Traylor che ci hanno lasciato, ma anche su altri Hornets che lasciarono il segno in North Carolina) e lo ringrazio per avermi regalato due libri interessanti, uno scritto in solitaria (Giganti e Pallonesse, poesie sul basket) e un altro (La leggenda dell’Ingegnere Volante) insieme al figlio Alessio Figliolia e a Mattia Guastafierro, due giovani simpatici e competenti in materia.
Premetto che nel lavoro di taglio e cucito ho cancellato poco, perché, dal mio punto di vista, molto era meritevole di non esser cancellato, anche a discapito del modus operandi di oggi dell’informazione, cioè: veloce, essenziale.
Questo però la rende anche molto superficiale e fa sì che non ci si fermi però più ad analizzare e a riflettere.
 
Intervista
 
1D) Buongiorno Sig. Figliolia, per chi non la conoscesse, partiamo parlando un po’ di lei.
Un’autodefinizione per chi non la conoscesse… io la sapevo giornalista, scrittore, poeta e amante del basket.
Altro ancora?
Parliamo anche un attimo di lei attraverso i suoi libri compresa l’appena accennata raccolta di poesie del basket che sto iniziando a leggere e trovo splendida.
Sembrerà magari in epoca moderna un’idea vintage e bizzarra, invece leggendo queste odi ai vari campioni presentati, traggo entusiasmo dalla formula, trovando personalmente quest’abbinamento originale e geniale.
 
1R) “Definirsi è sempre un’impresa impossibile.
Mi potrei definire un autore, una persona interessata in primis alla scrittura (prosa giornalistica), almeno nel mio caso, poesia, esperimenti continui, un navigare per rotte attraverso le quali giungere a porti sconosciuti.
Tracce a volte… itinerari ai quali non pensavi. Il mio terreno privilegiato per la verità, in quest’ambito è soprattutto la poesia e poi anche tanta prosa giornalistica.
Per quanto riguarda lo sport, ha fatto parte della mia vita e lo è ancora in una certa misura.
Tutta questa versatilità l’ho manifestata scrivendo in varie modalità; da Giganti e Pallonesse (una storia del basket in poesia) a “Una Curva nel Cielo”, raccolta di 20 poesie sportive, schede tecniche esistenziali… sino al prossimo nuovo libro con 41 poesie sportive (ancora senza titolo, forse Peter Norman e gli altri), a tutti i vari libri sul calcio scritti a quattro o a sei mani partendo dal 2005 con “Centonovantesimo”, storia del calcio italiano in 100 racconti, scritto con Mauro Raimondi e Davide Grassi coi quali ho poi scritto “Eravamo in centomila” (storia del derby Inter-Milan nel suo centenario), uscito nel 2008 e ripreso poi, implementato e arricchito con ulteriori prefazioni e partite nel 2014 con il titolo de: “Il Derby della Madonnina”.
Tra gli altri vi sono una biografia di Casartelli, il ciclista morto al Tour tanti anni fa, ho scritto la biografia di Pier Luigi Marzorati, il recordman di presenze in nazionale, nonché anima della Pallacanestro Cantù, la più piccola città del basket nemmeno capoluogo di provincia ad aver vinto la Coppa dei Campioni/Eurolega.
Il libro s’intitola “La leggenda dell’ingegnere volante”.
Continuo a scrivere di sport, poesie o articoli in forma di mini saggio.
Ci sono anche tante collaborazioni giornalistiche da Superbasket a Tuttosport per tredici anni, di sport ho scritto anche per Il Giorno e per Avvenire, senza voler fare il mio curriculum vitae, in ogni caso come si può costatare una storia piuttosto articolata e antica alla quale aggiungiamo l’esperienza di 38 anni come allenatore di basket e sindacalista per l’Unione Sindacale Allenatori Pallacanestro, coinvolto dall’amico Gianni Corsolini (che saluta), quindi una storia d’amore mai cessata questa, anche se con il tempo, invecchiando, assume forme, modi e tempi diversi ma prosegue parallelamente ad altre attività.
Da tanti anni seguo un laboratorio di scrittura nel carcere di Opera (MI) che aiuto a condurre, del quale curo i progetti editoriali.
Fra i tanti libri, nel 2014 ho completato con due racconti un libro di Gianni Brera e questo è stato un grande onore concesso dall’editore Gerardo Mastrullo che ha tutti i diritti attualmente, dell’inventore del “Vecchio Balordo” (ovvero il Genoa, squadra per la quale tifava)”.

La poesia dedicata a MJ (attuale presidente degli Hornets) da Alberto Figliolia ne “Giganti e Pallonesse”, basket e poesia, edito da Libreria Dello Sport.

 
2D) Essendo un blog che parla specificatamente di una squadra NBA le chiedo il suo team preferito e perché.
 
2R) “Allora… la NBA o l’Enne Bi A come dice anche qualche allenatore di grido italianizzandola simpaticamente…
E’ un antico amore, anche se al momento c’è un piccolo disinnamoramento per quanto riguarda gli ultimi anni, non per essere nostalgico, passatista, ma sono convinto che si giocasse meglio una volta.
Contestabile… questa è un’opinione, è il mio pensiero.
Rimane sicuramente il punto più alto della piramide. Io, alla “mia veneranda età”, vado per i 59 anni, con una memoria cestistica retroattiva al 1966, ho più di 50 anni di ricordi sportivi. Certo… negli anni meno recenti non si vedeva la pallacanestro NBA, però da adolescente, primi anni ‘70, si sognava, si vagheggiava, si leggeva sui giganti del basket…
Questi assi inarrivabili d’oltre oceano che accendevano la fantasia, la quale galoppava, correva, e la fantasia vuol dire molto. Oggi, la sbornia televisiva potrebbe anche aver un pochino eroso questa montagna di fantasticherie. Qualche volta è anche importante immaginare.
Come diceva un gigante come Giacinto Facchetti (avrebbe potuto far il cestista viste le sue virtù atletiche), negli anni ’50 nella sua Treviglio non vedeva la televisione, però poteva immaginare. Immaginare era importantissimo. In ogni caso, i primi filmati che noi abbiam visto della NBA, passarono per il mitico Aldo Giordani, la vera voce del basket che ha fatto innamorare alla pallacanestro generazioni di ragazzi come me.
Mi ricordo uno dei primi video ed era dei Boston Celtics con John “Hondo” Havlicek, quindi non roba da poco…
Poi per quanto mi riguarda, ho subito sposato la causa di Philadelphia, anche perché Julius Erving è stato il mio giocatore preferito, modello inarrivabile di eleganza e stile inimitabile.
Tuttora non esiste a mio parere un giocatore che riesca ad abbinare quell’atletismo e quello stile sublime. Dopo di che, passati questi anni ’70, cosiddetti di piombo, ma in realtà con tante virtuosità, almeno dal punto di vista sportivo, sono arrivati gli anni ’80 che con gli anni ’90 sono stati secondo me gli anni d’oro della NBA perché in quel periodo calcavano il parquet un tale insieme di campioni, il cui ricordo fa ancora scintillare gli occhi. Parliamo di Larry Bird, che è stato il massimo in rapporto ai mezzi fisici, pur essendo “solo” 206 cm il più grande giocatore di tutti i tempi secondo me.
C’era Magic Johnson, il più grande playmaker di tutti i tempi, giocatore di cui ho più nostalgia per certi versi. Il mio preferito rimane Julius Erving, però, uno come Magic Johnson mi manca. Michael Jordan… che sta veramente nell’Empireo, credo difficilmente si potrà arrivare a vedere qualcuno al suo livello per quanto LeBron James gli si avvicini moltissimo, avvantaggiato però da più cm e kg. Insomma… quegli anni ’90 sono stati meravigliosi, con un Charles Barkley in un Dream Team la cui superiorità era addirittura imbarazzante.

Bird, Jordan e Magic Johnson insieme al Postino, Barkley, Mullin, Drexler, D. Robinson e altri campioni formeranno il Dream Team del 1992.

Abbiam vissuto degli anni meravigliosi e nella Squadra dei Sogni mancava Isiah Thomas per un presunto ostracismo da parte di MJ.
Sono stati anni bellissimi, poi forse si è arrivati a un aspetto più smaccatamente da show business e anche a un’involuzione del gioco per cui le squadre hanno cominciato a puntare forse maggiormente sulle prodezze dei singoli, oppure sul pick and roll, sull’isolamento, rendendo un pochino più stucchevole il gioco… anche questa è un’opinione.
Ci sono tuttavia i San Antonio Spurs a smentirmi ampiamente, anzi, questo forse è il miglior modello proposto negli ultimi decenni di pallacanestro collettiva con dei grandissimi interpreti e un coach intelligentissimo, quindi anche ora che guardo meno NBA, meno pallacanestro, la passione intimamente è rimasta intatta si potrebbe dire, potrei parlarne per ore con godimento intellettuale e sentimentale…
Non ho ancora citato ad esempio un giocatore come Pete “Pistol” Maravich, un giocatore degli anni ’70, avanti 20 anni a tutti.

Quando scrissi il libro Giganti e Pallonesse, menzionai gli Harlem Globetrotters, James Naismith, l’inventore del basket (un canadese e non statunitense), per ricordare ai più giovani che la pallacanestro esisteva prima di MJ, prima di LeBron James, prima di Steph Curry… insomma, prima dei vip di turno e dei big attuali, perché la memoria va coltivata.
In Italia c’è poca memoria, in America credo esista meno, lì quasi nessuno si dimenticherà mai di un giocatore anni ’60 o ’70.
Qui non ti ricordi quello di 10 anni prima, questa “ignoranza” storica secondo me è un problema della nostra nazione, come quando bisogna spiegare a un giovane Piazza Fontana, Salvador Allende o altri casi storici.
L’ignoranza storica è un gran brutto male, va combattuta con la diffusione della cultura, della conoscenza, questo vale anche per lo sport, perché se non conosci il tuo passato, hai meno strumenti per interpretare il presente e costruire il futuro.
Il libro su Marzorati lo scrissi quando al mitico Pianella di Cantù un mio giocatore non riconobbe Marzorati, non sapeva chi fosse. Io pensai… c’è qualcosa che non va; uno che ha giocato 278 partite in nazionale, ha giocato fino a 39 anni, ha vinto campionati, Coppe Korac, Coppe delle Coppe, Coppe dei Campioni, campione europeo con l’Italia, medaglia d’argento olimpica non era stato riconosciuto.
Forse pensai, è giunto il momento di cominciare a scrivere questo libro.
Un libro dove misi tutte le mie passioni cestistiche spaziando, potendo raccontare la storia di uno sport meraviglioso celeste, verticale, dove però conta anche sapersi guardare intorno, quindi uno sport altruistico e in questo contesto esalta tutte le attività individuali a servizio della collettività.
Qui si parla di Harlem ma anche di Jesse Owens, il quale vinse quattro ori olimpici in faccia a Hitler, così come nella poesia di Julius Irving posso parlare della tratta degli schiavi dall’Africa alle Americhe.
Anche lo sport è uno strumento dell’affermazione della personalità e di utile conoscenza.
Non è mai avulso, non è mai decontestualizzato e questa è una delle chiavi con cui secondo me bisogna viverlo e diffonderlo”.

James Naismith con la sua primordiale invenzione. Il 21 dicembre 1891 si disputò la prima partita a Springfield in Massachusetts.

 
3D) Parlando di differenze, cultura, sesso, razza e religione, c’è da rimarcare quella di altezza nella NBA.
Una volta la federazione filippina propose di non far giocare gente più alta di 185 cm, la proposta fu ovviamente respinta.
Per introdurre l’argomento Charlotte… si ricorda di Muggsy Bogues?
158 cm, con le scarpe superava i 160 (così lo misurava la NBA), un piccolo nero cresciuto a New York che voleva avere sempre ragione.
Per tanti, un metro di misura che provava il fatto che pur essendo piccoli (ma determinati) si poteva giocare a basket a livelli eccelsi.
 
3R) Bella domanda… Muggsy Bogues me lo ricordo bene, bel giocatore, bel giocatorino (ride, in senso buono), non è dispregiativo ma ammirativo, “giocatorone” per le qualità.
Se non ricordo male, vinse anche un mondiale (*vero, esattamente a Spagna 1986).
Mi ricordo il binomio con Manute Bol (a Washington pre-Charlotte) che è stato a sua volta un giocatore straordinario, con quell’altezza spropositata, della tribù dei Dinca.
Si diceva che avesse abbattuto anche un leone quand’era in Africa.
Manute è morto, era un uomo dedito alla beneficienza, gran personaggio Manute Bol.
Bol si era preso anche il vizio di tirar da tre a un certo punto della sua carriera.
Bogues invece sapeva giocare e molto bene, son convinto che giocasse un po’ anche l’aspetto promozionale legato alla squadra riguardo “Muggsy”.
Prender un giocatore così piccolo, proporlo all’attenzione mediatica, c’era anche un calcolo, come dire… economico. Tuttavia lui era anche più forte di questi calcoli economici.
Da parte mia, ho sempre pensato in relazione a questo caso, ma anche ad altri, che nella pallacanestro l’importane non sia l’altezza ma la bravura, quanto cuore e quanta intelligenza tu abbia da mettere sul parquet.
E’ vero che si può anche impostare un giocatore di due metri come playmaker, ma i giocatori di 1,70 possono trovare tutto il loro spazio.
Possiamo parlare di una miriade di giocatori meno alti di 185 cm che hanno fatto la storia della NBA.
Ad esempio Nate Archibald (185 cm), l’unico a vincere la classifica degli assist e la classifica dei marcatori in una stagione NBA.
Un giocatore meraviglioso che vinse un titolo con i Celtics in tarda età.
Oggi avrà quasi 70 anni credo (*esatto, siamo alla soglia dei 69), ma abbiamo anche Calvin Murphy (175 cm), lo stesso Isiah Thomas credo che viaggiava sui 185 cm.
In Italia abbiamo avuto uno come Pozzecco, 180 cm.
Non è detto che avere il baricentro basso sia uno svantaggio, sei più veloce, sei più compatto, io penso a un giocatore che non era un playmaker ma una guardia tiratrice come Nikos Galīs. Quanto era alto Nikos? 180/183 cm? (*esattamente 183), io sfido chiunque a marcare uno come il greco, infatti, era immarcabile.
Ricordando la finale degli europei del 1987 vinti dalla Grecia, una delle più grandi sorprese cestistiche di tutti i tempi, ben mi ricordo di quella partita in cui mi pare ne infilò 40 dalla sua piccolezza, uno scartato tra l’altro dagli americani, anche se aveva fatto l’università coi Pirati di Seton Hall.
Lui era un greco-americano che scese la via europea.
Diciamo quindi che non è mai la statura il discrimine.
Quello che conta sono queste tre caratteristiche: capacità/abilità, cuore e intelligenza.
Queste tre qualità messe insieme sono miracolose.
Ricordo un playmaker italiano come “Charlie” Caglieris che davano come 177 cm, due cosce mostruose, uno che dominava il gioco.
Uno dei tre playmaker con l’Italia del 1983: Brunamonti, Marzorati e Caglieris.
Charlie era di gran lunga il più piccolo dei tre, però fu lui a determinare la partita con la Spagna alzando ritmi e la sfera al cielo, un’immagine epica come quella di Tardelli ai mondiali del 1982.
Anch’io come coach, nella mia modesta attività ma lunga, con molti giocatori allenati, ho sempre pensato che non contasse averli altissimi (sebbene averne di alti comporti il vantaggio di poterli far giocare ovunque), non ho mai scartato quindi i piccoli, ciascuno poteva ambire al suo massimo livello a prescindere dalla statura, è una questione di volontà”.

Il piccolissimo Tyrone Curtis “Muggsy” Bogues a Parigi con Larry Johnson.

 

Un mio video dedica realizzato in onore di “Muggsy” Bogues.

 
4D) Potendo contare su una memoria storica le chiedo: “Essendo la NBA un ricco business e Charlotte oggi una “piccola piazza”, cosa può fare MJ per far di una contender i teal & purple?”
Inoltre… io iniziai a seguire gli Hornets assiduamente credo nel 1994, il team si trovava a Charlotte, poi nell’estate del 2002 il trasferimento a New Orleans, il ritorno o la resurrezione nel 2014 dopo esser scomparsi un anno per decisione di Tom Benson, presidente dei Saints e dei Pels a New Orleans.
Un disastro con record riacquisiti e divisi con NOLA, Maglie ritirate che tornavano indietro…
Che cos’è questa NBA?
 
4R) Beh… penso che si possa essere abbastanza spaesati considerando situazioni del genere.
Ricordiamo che gli Utah Jazz, un tempo erano la squadra di New Orleans (1974-1979), la mormonica Salt Lake City non ha molte attinenze con il Jazz a pensarci, gli stessi Lakers in realtà provengono da Minneapolis.

Il logo dei New Orleans Jazz.

I Minneapolis Lakers hanno vinto vari titoli negli anni ’50 con George Mikan, una sorta di Clark Kent/Superman ante litteram del basket.
Fu per lui che si cambiò anche il disegno dell’area dei tre secondi.
I Lakers divennero Los Angeles e in realtà a Los Angeles non ci sono tutti questi laghi.
I Golden State Warriors hanno a che fare con Philadelphia e così via.
Il mondo americano è molto mobile, può portare a identificazioni del genere.
I Clippers di Los Angeles un tempo erano di San Diego se non erro (prima ancora Buffalo Braves), i Kings erano di Kansas City (in origine Rochester Royals) e così via.
Certo, i Celtics sono solo Boston e basta, immutabili in eterno, quindi credo che sia molto più semplice, più facile l’identificazione con questo “Irish Pride” rispetto a un tifoso degli Hornets che invece può andare incontro a una sorta di pericolosa dissociazione sportiva.
MJ è un uomo molto intelligente, non solo il più gran giocatore di tutti i tempi, ma uno che sa il fatto suo.
Questo potrebbe deporre perché si coltivino ancora delle speranze.
Io credo che tuttavia bisogni tener conto di quello che è diventato il fattore business, non saprei quanto sia appetibile una piazza come Charlotte, anche dal punto di vista del mercato televisivo.
Certo, il tifo ha la sua bella componente irrazionale, per cui se una persona sposa una squadra, si lega all’immagine, all’icona. Penso ad esempio tutte le sofferenze negli ultimi anni inflitte a noi tifosi di Philadelphia.
Sempre in fondo alla classifica, però, non per questo si cambia squadra.
Cosa si può dire?
Il buon Michael Jeffrey con il suo carisma potrebbe fare l’ennesimo miracolo, ma sarebbe stato più facile realizzarlo in pantaloncini e canottiera.
Bisogna accettare quest’aspetto del basket NBA dove oggi sei qui e domani là, ci sono oltre a queste criticità anche delle virtuosità.
Se una franchigia non può reggersi economicamente sparisce, mentre da noi una società con i bilanci truccati, magari più nel calcio che nel basket, succede ugualmente riesca a sopravvivere con moratorie, sanatorie, doping amministrativi fiscali…
In America almeno da questo punto di vista, c’è un po’ più d’onestà.
Il sistema del salary cap è intelligente, certo… i guadagni sono decisamente spropositati, forse anche immorali se vogliamo sposare l’etica a ogni costo, quindi è difficile rispondere a questa domanda…
Potresti cambiare squadra (ride, ma giammai io lo farei), io ho ad esempio delle seconde squadre.
Tifo per Philadelphia, comunque per loro e stop, la Città dell’Amore Fraterno capace di cappottare i Lakers 4-0.
Giocatori come Julius Erving, Moses Malone, Andrew Toney, Maurice Cheeks, Iavaroni…
Squadra spettacolare.

Elegante e potente Doctor J (Julius Erving) nacque a East Meadow il 22 Febbraio 1950 ha giocato con i Nets e i 76ers. Questi due team hanno ritirato il numero da lui portato (6 per Phila e 32 per i Nets) durante la sua militanza nei due team. Curiosità… nello stesso giorno e mese nasceva Rajon Rondo 36 anni più tardi.

Tra l’altro Iavaroni giocò prima anche a Brescia e Forlì.
Come seconde squadre tifo New York, altra squadra immarcescibile nonostante tutto, più che un brand, più che un marchio…
A New York, la Grande Mela.
I Boston Celtics, altra squadra che non sparirà mai a meno di un’ecatombe nucleare e poi i Godlen State perché essendo stato a San Francisco, considerandola una città meravigliosa, è difficile non innamorarsi di quella visione, quindi per trascinamento, anche la squadra, sebbene per San Francisco io parli di Bay Area, Oakland compresa, e al momento comunque è una squadra con dei giocatori fenomenali.

Stephen e Dell Curry, NBA per tradizione. Da padre in figlio.

 
5D) C’è qualcosa che le sta a cuore o qualche aneddoto sul basket che vorrebbe raccontare ai lettori?
 
5R) Come allenatore di base è stata aver allenato un giocatore di Serie A come Andrea Amato che gioca a Cremona.
L’allenai da preadolescente, un ragazzo che con il ball-handling lasciava stupefatti, anche se in una palestrina minuscola e oscura s’intravedevano comunque lampi di classe cristallina, ancora probabilmente ne ha tanto da dire, sentiremo parlare di lui.
Come giornalista mi ricordo con gran divertimento quella volta che seguii uno dei tanti arrivi della NBA a Milano, avrebbe giocato al Forum New York e al seguito di tutta quella compagine composita vi era anche Chris Mullin, uno dei miei ex giocatori preferiti, giocatore che si muoveva senza palla in una maniera divina, tiro di uno stile e perfezione estetica inarrivabile (*beh, io preferivo Dell Curry ma ammetto che Mullin era “bravino”, lol).
Beh… lui in giacca e cravatta al campetto di Quarto Oggiaro (*una zona di Milano non molto da Milano da bere se così vogliamo dire), dove si era tenuta la conferenza stampa, perché si voleva legare tutto con il sociale, si era costruito quel campetto e lui era lì come testimonial.
Si mise da dietro l’arco del tiro da tre e infilò subito una tripla che non toccò neanche la retina.
Come se non avesse mai smesso di giocare l’ex anche Dream Team, un po’ ingrassato, con qualche capello in meno, ma con una gran simpatia intatta, questo me lo ricordo indefessamente.

Chris Mullin nasce a New York il 30 luglio 1963. Golden State Warriors e Indiana Pacers le sue squadre in NBA. Il 5 volte NBA All-Star nel 2011 è entrato nella Naismith Hall of Fame.

Fra le tante cose della mia vita cestistica ricordo con piacere l’amicizia con Gianni Corsolini che è stata una mente nel basket italiano, uno degli artefici del miracolo canturino, di cui ho curato due volumi autobiografici, uomo di fantasia, intelligenza e umanità senza pari, tutta la famiglia è così.
Molti gli aneddoti da allenatore, da quelli cui torni a casa quasi piangendo perché ti sei giocato una finale provinciale e per un quoziente canestri sfavorevoli risicatissimo sei andato fuori o quella volta che vinci il campionato provinciale con una pattuglia di giocatori quasi presi dal fondo delle palestre con episodi fortunosi, quella volta che riuscimmo a eliminare ai regionali Andrea Trinchieri (attuale allenatore del Bamberg), uno da Eurolega, che incontrai su campi di basket quando anch’esso navigava nelle serie minori.
Con lui ho un bilancio di 1-1, il che non è male, detto con un po’ d’ironia.
Incontri… con Dino Meneghin, piacevole e divertente, Aldo Ossola, il piacere d’aver conosciuto e intervistato Bob Morse che mi ha rilasciato un’intervista in italiano dantesco, le storie sono tante, infinite.
Vagheggio sempre tra me e me che un giorno scriverò un libro intitolato: “Diario di un Coach di Campagna”, dove navigare fra tutte queste microstorie, questi incontri, questi aneddoti sin dai tempi del mio primo corso allenatori, alle magnifiche giornate seguendo la pallacanestro Cantù per Tuttosport.
Magari un giorno riuscirò anche a realizzare questo progetto di cui ho in mente e ho messo giù un piano di scrittura, tempo permettendo insomma”.
 
Già… il tempo è anche il mio problema, un gran problema, se voi ne avete preso per leggervi quest’intervista spero vi sia piaciuta e ne abbiate assimilato qualcosa, ne usciate arricchiti (sono un po’ pretenzioso forse?) nonostante tempi relativamente difficili per Charlotte (economicamente e attrattivamente) e in generale per la nostra società.
Chiudo quindi con una frase di Dickens dal suo libro “Tempi Difficili”.
E’ un augurio per Charlotte (chissà se qualcuno sta leggendo e traducendo a Jordan), ma anche in generale per una società migliore:
“Caro lettore! Sta in te e sta in me, se nei nostri diversi campi di azione cose simili accadranno oppure no. Adoperiamoci perché accadano!”
 
P.S. Permettetemi, visto che all’interno del pezzo si parlava per altri versi d’altruismo, un excursus, un pensiero e un plauso va quindi in questo particolare momento agli eroi anacronistici dell’Hotel Rigopiano che hanno sottratto agli inferi e restituito alla vita a numerose persone, convinto che sia per loro (ma anche per noi) un’emozione impagabile, come una musica, un tempo, un film o una partita di basket che scateni un’emozione dentro di noi.
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Informazioni su igor

La mia Hornetsmania comincia nel 1994, quando sui campi della NBA esisteva la squadra più strana e simpatica della Lega, capace di andare a vincere anche su campi ritenuti impossibili. Il simbolo, il piccolo "Muggsy" Bogues, il giocatore più minuscolo di sempre nella NBA (che è anche quello con più "cuore"), la potenza di Grandmama, alias Larry Johnson, le facce di Alonzo Mourning e l'armonia presente nella balistica di Dell Curry, sono gli ingredienti che determinano la mia immutabile scelta.

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