Numeri

Quando non si è dentro gli eventi, quando non si ha la possibilità di conoscere, quando la memoria si perde nel tempo o per mancanza di curiosità rimarranno solo i freddi numeri a raccontarci parzialmente qualcosa sulle battaglie sportive tra differenti realtà che si contendono la gloria e i giocatori che vogliono primeggiare, essere i migliori nel loro settore.

Ho scritto questo pezzo senza eccessivo entusiasmo perché parliamo solo di numeri che saranno sì il sale per vincere una partita, una serie, un titolo ed essere riconosciuti come una realtà vincente ma da soli e per lo più slegati dal contesto e mal interpretati senza conoscere le differenti realtà diventano faziosità e non oggettività, ecco perché in fondo al pezzo vi è anche un passaggio veloce a volo basso sulla storia delle altre franchigie e su come si leghino a noi a livello storico o semplicemente nelle partite disputate contro.

Per stabilire quali siano i parametri per considerare un team vincente potremmo relazionarci a dati oggettivi come la vittoria di uno o più titoli nella storia della franchigia oppure controllare i record storici delle varie squadre, talune delle quali sono state spesso su livelli importanti grazie alle varie dinastie, all’oculatezza gestionale della società oppure perché storicamente sono riuscite a crearsi un appeal o altre condizioni favorevoli.

Prima di entrare nel vivo del pezzo mi è venuto da chiedermi se poi sia così importante vincere e ne è uscita una risposta articolata, forse un po’ filosofica ma realista.

Ovviamente tutto sta a vedere quanto interesse una persona abbia per la cosa, un fan potrà prenderla in maniera viscerale o come passatempo, un giocatore potrà vederlo solo come un lavoro o essere mosso dal sacro fuoco della passione, quella volontà di potenza nietzschiana che spinge a competere nello sport.

Da una parte direi che se il motto attribuito al padre dei giochi olimpici Pierre de Coubertain, ”L’importante non è vincere ma partecipare” la frenesia della società odierna nella quale conta solo la vittoria, anche quella ottenuta con i mezzi più sleali che fa gioire chi non sa che sia l’etica direi che vincere non sempre lo è, nelle accezioni per le quali nello sport, gioco a somma zero, se qualcuno vince, altri devono necessariamente perdere e in quella dello stereotipato di machismo e della virilità che vorrebbe sempre vedere non un uomo con i suoi limiti in gara ma un essere sovrannaturale, un marziano o un robot, affermarsi immancabilmente sugli altri.

Su questa tipologia di giocatori onnipotenti inesistenti, alcuni si sono avvicinati ad esserlo (i soliti noti per restare in epoca abbastanza moderna: Magic Johnson, Larry Bird, MJ, Bryant, Duncan, James, O’Neal, Curry, Durant e aggiungeteci chi volete, ecc.) e da punti di riferimento per qualcun altro sono diventati oggetto del culto della personalità.

Vincere ad ogni costo nella nostra società occidentale è divenuto l’imperativo, talvolta pretesto per astio e sfottò, abbandonata la sportività, l’incapacità del tifoso medio di fermarsi a ciò che potrebbe essere la faziosità su una decisione arbitrale o magari anche l’oggettività della stessa, oppure di lamentarsi a torto o ragione per la disparità di trattamento tra due squadre ha sconfinato in uno squilibrato e marcio fanatismo aldilà dell’ironia o del piacere di tifare i propri colori.

D’altro canto a nessun fan piace perdere, è irritante a volte o demoralizzante in altri casi ed entrando nel cuore della questione, a nessuno sportivo che si rispetti verrebbe in mente di perdere appositamente, nemmeno ai giocatori più distratti che paiono essere magari i più disinteressati dalla partita perché raggiungendo lo status di professionista sono pagati profumatamente.

D’altra parte e le prestazioni di questi dovessero scendere, sono sempre a rischio taglio, va da sé che il fine ultimo per un atleta e per una società (qui la faccenda si complica nel mondo modero del business) dovrebbe essere quello di protendere alla vittoria.

Molto filosofica è l’interpretazione di Gichin Funakoshi, maestro che ha contribuito a diffondere il karate nel mondo che asseriva che nell’arte della mano vuota l’idea non è quella di vincere ma è necessario non perdere.

Ora, la pur breve e recente storia degli Charlotte Hornets è stata piuttosto travagliata tanto che potremmo scrivere che esistano più identità in circolo dei Calabroni (Charlotte + Hornets).

La franchigia del North Carolina nata nel 1988 ha avuto una storia lineare sino al 2002 poi a causa del trasferimento a New Orleans voluto dalla proprietà ha perso la casa madre ma ha mantenuto in vita lo spirito del Calabrone (solamente un po’ modificato) a NOLA.

Nel 2004 l’identità si è sdoppiata, come promesso dall’allora Commissioner David Stern è risorta una franchigia nella Queen City ma essendo ancora in possesso di loghi e record la vecchia proprietà, quelli della Buzz City si sono dovuti accontentare di avere i Bobcats, l’ultima franchigia di fatto nata nella NBA ormai 16 anni fa.

Nel 2013 arriva il colpo di scena con la nuova proprietà dei New Orleans Hornets (in mano all’oggi defunto Benson) decisa a cambiar nome.

I Pelicans aprono la strada a un gruppo di fan Charlottean che riportano a casa il nome e ufficialmente anche i record della prima gestione a Charlotte.

I Bobcats giocano la loro ultima stagione nel 2013/14 e l’anno seguente fanno la ricomparsa gli Hornets nella Fly City.

Certo, lo chassis della squadra è molto simile a quello dei Bobcats, la linea di continuità è innegabile vi sia ma ora Charlotte ha un’altra identità, quella che hanno perso per molti tifosi internazionali i nuovi Pelicans.

C’è chi ha deciso di rimaner con loro legittimamente, io credo che sia più corretto, una volta persa la città d’origine e il logo/spirito del team, visto che sono tornati a esistere, tornare a tifare per loro, oltretutto il colpo di spugna della NBA che ha diviso i record degli Hornets tra quelli tornati a Charlotte e quelli rimasti a New Orleans è una palese decisione presa poiché la nuova proprietà di MJ ha deciso di riprendere i record storici ma per logica tali record non dovrebbero essere divisi.

La NBA, insomma, pare aver scherzato, ci ha detto che chi ha seguito da Charlotte a New Orleans la squadra è come se avesse tifato per due entità differenti ma così non è.

Un pasticcio che nasce dal fatto che la NBA all’epoca diede il permesso alla squadra di continuare a chiamarsi Hornets mentre con i Seattle Supersonics non è successa la medesima cosa avendo avuto un cambio di città e di nome, il che favorirebbe eventualmente, se mai vi riuscissero, a riprendersi i vecchi record i possibili nuovi Sonics.

Ecco perché le statistiche che andremo a vedere sono divise seguendo le logiche sopra descritte che dal mio punto di vista sono quelle più sensate.

Sinceramente, dal mio punto di vista, anche se la franchigia si trova tra i team più in difficoltà e tra quelle squadre che non hanno mai vinto nulla, anche se dovesse scemare la mia passione per il basket NBA per via delle questioni politico-finanziarie poco trasparenti, il mio affetto e il mio tifo finché saranno in vita sarà legato agli Hornets.

Prima di partire con il dettaglio, franchigia per franchigia, ecco alcune tabelle.

In questa possiamo osservare nella colonna W/L against le vittorie e le sconfitte degli Hornets contro ogni singolo team negli ultimi 6 anni (dal rebrand) con il primo numero che si riferisce ovviamente alle vittorie di Charlotte e il secondo a quelle avversarie.

Una tabella a scalare divisa tra Est e Ovest con Magic e Pistons come due squadre contro le quali abbiamo ottenuto migliori percentuali (.681, vedi la seconda colonna) e i Clippers con un 1-10 (.090) come bestia nera del periodo.

Nella terza colonna troverete i record di tutte le franchigie negli ultimi 6 anni in Regular Season contro tutte le altre squadre e relativa percentuale e come si vede i Warriors con il .709 sono in testa a questa statistica, riportata qui sotto anche nella seconda tabella.

In essa, troviamo nella seconda colonna le ultime 5 partite di Charlotte contro i vari team e il relativo record mentre in terza colonna vi sono le apparizioni playoffs dei vari team con l’asterisco sulle squadre invitate a Orlando al di fuori dalle migliori 8, ecco perché quel “+1”.

Nella penultima tabella possiamo notare i testa a testa degli Hornets contro le altre squadre; nella colonna 1 c’è la differenza (vantaggio, parità o svantaggio) nei confronti delle altre squadre che va da quella più alta alla negatività maggiore da recuperare, nella colonna 2 il record all-time tra le due squadre e nella terza colonna il totale delle partite disputate tra i team.

Qui sotto abbiamo i titoli vinti dalle varie squadre e le loro stagioni totali in NBA.

A ben vedere lo spacciato equilibrio della NBA è un’utopia, 33 anelli sono andati nelle mani di due squadre (Lakers e Celtics) e soli altri 39 alle altre squadre.

A guardare queste statistiche Charlotte non è nemmeno la peggior squadra degli ultimi anni come molti pensano (potremmo fare un discorso sui Bobcats e alla seconda partenza a Charlotte se si tenesse in considerazione ciò) ma poi non è nemmeno così importante anche se dal punto di vista sportivo ci si augura di cambiare presto e in meglio questo trend negativo e diventare una contender, se possibile, finalmente.

Le tabelle mostrano come ciò sia possibile ma alle spalle servono delle condizioni base olte alle scelte perché ciò avvenga.

Il divario tra alcune squadre permane aldilà dell’incapacità gestionale di alcuni team perché questioni di tasse o di mercati piccoli meno attraenti non stimolano giocatori top player ad andar lì, così non si formano aggregati di due/tre stelle e se lo fanno durano da Natale a S. Stefano.

Le politiche per combattere il tanking poi potrebbero aver definitivamente affossato anche quelle squadre che il tanking non lo praticano.

Non ho mai nascosto inoltre che le prime due scelte a New Orleans (una come Hornets, all’ultimo anno Anthony Davis) e le tre a Cleveland in quattro anni, siano un po’ sospette a livello di lottery guardando le percentuali possibili in gioco.

Fortuna?

Personalmente non credo.

Tenendo conto che nelle mie statistiche sono incluse quelle sei New Orleans Hornets e non quelle dei Bobcats, partiamo con gli head to head o testa a testa tra gli Hornets e le altre squadre andando a vedere a grandi linee che è successo e che sta accadendo:

1) Philadelphia 76ers

  1. Partiamo con le squadre in ordine alfabetico tenendo fede al “nickname attuale”…

Nati come Syracuse Nationals (vedi lovo soprastante) con la guida di coach Al Cervi partono con un 51-13 nella loro prima stagione perdendo la finale, nella NBA mantengono per 14 anni questa denominazione (dal 1949 al 1963) poi da Syracuse nello stato di New York, in seguito alla cessione del team del vecchio proprietario italo-americano Danny Biasone e all’avvenuta partenza dei Warriors che si trovavano proprio a Philadelphia, la nuova proprietà decide di trasferirsi in Pennsylvania poiché una città media come Syracuse non garantiva buoni profitti.

Cambiato anche il nome di battaglia e con in cassaforte un titolo (1954/55) i 76ers aggiungeranno quelli come Philadelphia 76ers nel 1966/67 e nel 1982/83.

Attualmente il record all-time di Phila/Syracuse è stimabile al .516.

Charlotte nasce nel 1988 e gli scontri con Philadelphia si fanno subito interessanti poiché i nostri avversari hanno in squadra un certo Sir Charles Barkley che per tre anni garantisce ai 76ers un record vincente.

Charlotte però riesce ugualmente a vincere qualche scontro come quello del primo dicembre 1988, poi, spostatosi Barkley a Phoenix, il castello di carte di Phila crolla e gli Hornets iniziano ad avere la meglio spesso dopo i primi anni di sofferenza.

L’arrivo di Iverson nelle fila di Phila mescola le carte con scontri equilibrati in Regular Season mentre i Sixers riusciranno ad avere la meglio sugli Hornets (una volta contro Charlotte e una contro New Orleans) ai playoffs grazie al piccolo play.

Il bilancio è a nostro favore (53-44) ma non vinciamo dal 2 novembre 2016, poi sono arrivate ben 11 sconfitte consecutive, due delle quali all’OT, la più lunga striscia perdente pendente per i nostri colori.

Probabilmente il rilancio di Phila, dopo anni di tanking (cosa che sarà più difficile da fare ora per le altre squadre con la modifica delle percentuali nella lottery), ha coinciso da parte nostra con una mancanza di un centro degno da opporre in molte partite favorendo così il peso maggiore della qualità complessiva di Phila.

L’anno successivo, Covid-19 permettendo, sperando in un implemento della qualità nelle fila teal & purple, sarebbe ora di interrompere questa lunghissima e noiosa striscia negativa poiché, con tutto il rispetto, nel roster dei Sixers non gioca più questo signore qui sotto…

Julius Erving con (di spalle) Dawkins, le due colonne portanti dei Sixers che giunsero in finale nel 1980 perdendo contro i Lakers (foto tratta dalla serie da Giganti del Basket).

2) Charlotte Bobcats

Una specie di Kramer contro Kramer, più che un vero head to head è una statistica in famiglia anche se qualche segnale di inimicizia tra Charlotte e New Orleans da parte dei tifosi locali vi era stato.

Chiaro che per chi è di Charlotte, vedersi “scippare” la squadra (dalla proprietà in accordo con la NBA) non dev’essere stato piacevole come nemmeno lo dev’essere stato per i tifosi a NOLA quando la franchigia si trasferì a fine anni settanta a Salt Lake City.

Il divorzio tra la città di Charlotte e gli Hornets si consuma nel 2002 e i suoi figli sono protagonisti della diaspora.

Nel 2004 torna in scena Charlotte ma come Bobcats, franchigia promessa dalla NBA a Charlotte dopo la partenza dei Calabroni.

Le cose non vanno bene alle Linci tanto che alcune annate sono proprio drammatiche tanto che la percentuale All-Time è di .364 (293 vittorie e 5111 sconfitte).

La Charlotte arancio, proprietà di Robert L. Johnson, prima di passare nelle mani di MJ come socio di maggioranza riesce in totale a partecipare solo due volte ai playoffs venendo eliminata seccamente dalle squadre della Florida (prima i Magic, poi gli Heat) nonostante un giovane Kemba Walker inizi a far coppia con l’ottimo e tecnico centro Al Jefferson nella serie contro James all’ultimo anno da Bobcats.

MJ con uno dei giocatori più rappresentativi dei Bobcats, Gerald Wallace.

Sta di fatto, tornando indietro nel tempo, che la prima partita tra la franchigia nata sulle ceneri degli Charlotte Hornets (due anni più tardi) e i Calabroni eredi di Charlotte la vinsero le Linci arancio all’OT, poi gli allora New Orleans Hornets presero il sopravvento guidate da CP3 portando sul 13-5 un record che sembra ormai esser fossilizzato e storia di un passato intrecciato che ci racconta comunque una linea di continuità tra quei Bobcats e l’attuale roster di Charlotte con la proprietà e ad esempio Zeller a esser rimasto nel roster di quel che furono i felini del North Carolina.

3) Milwaukee Bucks

Buona la settima.

Le prime sei partite della serie le vince Milwaukee (presente in NBA dal 1968/69 come Bucks con una parentesi negli anni cinquanta come Hawks che non fa parte della storia del team ma che invece appartiene ad Atlanta), quando Charlotte però inizia ad acquisire giocatori, spesso vince e Milwaukee finisce sotto nella serie, tanto che a oggi è una delle squadre contro le quali manteniamo un cuscinetto con un buon divario.

Un margine che serve ad avere qualche anno a disposizione per “limitare” i danni adesso che Antetokounmpo gioca nella squadra della città di Fonzie…

Ma… “hey”, nonostante le ultime cinque sfide e una drammatica serie di playoffs vinta dai Cervi a gara 7 (con le due rispettive squadre più forti nel complesso degli ultimi 20 anni avute dalle due franchigie se penso a Ray Allen, Sam Cassell e Glenn Robinson) se Charlotte riuscisse ad aggiungere un paio di giocatori validi da opporre al greco sono certo che qualche W riusciremmo a strapparla visto che nonostante tutto siamo quasi sempre, a parte evidenti tracolli, riusciti a impensierire la squadra del Wisconsin.

Per ora è 59-45 in Regular Season.

Curiosità; Lew Alcindor gioca sei anni con i Bucks poi fa tempo a cambiare nome in Kareem-Abdul Jabbar e sfiderà gli Hornets due volte (avendo la meglio) come parte dei Lakers l’ultimo anno della sua carriera nel 1988-89, stagione inaugurale dei Calabroni.

Proprio lui guidò nel 1971 i Bucks all’unico titolo, dopo soli tre anni dalla nascita (1968 grazie a Wesley Pavalon e Marvin Fishman) della squadra del Wisconsin i Cervi fecero centro.

Il loro record complessivo All-Time contro le altre squadre è di .520.

Glenn Robinson e Vin Baker (a dx con la 42) con una delle più belle divise viste a oggi nella NBA.

4) Chicago Bulls

I Bulls compaiono in NBA nel 1966/67.

Chicago ha dato origine o ha ospitato altri team che adesso sono emigrati altrove (vedi i Wizards in origine furono i Packers/Zephyrs o i Chicago Stags) che non sono però parenti dei Tori.

I Bulls sono la terza squadra di una major league di pallacanestro sorta nella Wind City.

La storia degli scontri tra le due franchigie invece si intreccia con quella dell’attuale proprietario Michael Jordan e naturalmente nasce sul finire degli anni ottanta.

In genere i Bulls si dimostrano dagli albori una buona squadra ma non raggiungono vette eccelse, quindi subiscono un calo e nei primi anni ottanta la franchigia non è proprio tra quelle più gustose da veder giocare.

Le vere fortune della squadra del proprietario Reinsdorf cominciano nel 1984 quando alla terza scelta pescano appunto MJ con i Trail Blazers a scegliere Sam Bowie alla posizione numero due (alla uno un Olajuwon era plausibile)…

Di casa al college a North Carolina, MJ torna all’antivigilia di Natale nel suo Stato dopo il passaggio da professionista nella NBA.

La gente lo attende, il tifo è per gli Hornets ma anche per MJ, quasi un ossimoro perché nessuno si aspetta però che possano prevalere i Calabroni; è un buzzer beater di Kurt Rambis a decider la partita che si trovava in parità.

MJ non la prende bene e grazie alla disparità di forze in campo (senza bisogno di presentazioni i vari Pippen, Kerr, ecc.) trascina i rossi a vincere ben 17 gare di fila.

Charlotte ha a che fare con i Bulls più forti di sempre (aggiunta di Rodman) grazie alla costruzione del vecchio GM Krause oggi tanto discusso e per di più se li ritrovano anche nella stessa Division (la Central) con quattro partite l’anno in Regular Season da giocare.

Charlotte riesce a strapparne qualcuna come alcune gare punto a punto (una nella quale Curry recupera un possibile pallone della vittoria) ma MJ e la terna arbitrale fanno fuori i Calabroni al primo turno Playoffs nel 1994/95 con ben due falli non visti sull’azione decisiva allo scadere che avrebbe portato gara 5 a Charlotte (al meglio delle 3).

Gli Hornets si rifanno l’anno seguente battendo in trasferta 98-97 i Tori rompendo il muro d’imbattibilità casalinga dello United Center, ben 44 partite.

Si continua così, Charlotte vince qualche gara epica al fotofinish (un’altra con un tiro armonico di Curry dalla media) ma i Bulls accumulano vantaggio (più un’altra serie di playoffs vinta nettamente da Chicago) fino all’abbandono di MJ che porta gli Hornets a vincere 17 su una serie di 20 gare.

Il trasferimento a New Orleans rimescola le carte e si assistono a battaglie tra CP3 e Rose mentre oggi, grazie al fatto che le due franchigie negli ultimi anni siano cadute in basso, i Bulls mantengono il vantaggio quasi inalterato nella serie anche se gli Hornets 2.0 hanno un leggero vantaggio (12-10), totalmente insufficiente per recuperare le gare perse a inizio storia, nel 43-62 si paga ancora quella sofferenza che ha prodotto il gap.

MJ e la storia con Utah in gara 5.

L’obiettivo è se possibile ridurre lo scarto contro una squadre che si affronterà, salvo cambi strutturali in NBA, tre o quattro volte all’anno…

5) Cleveland Cavaliers

Cleveland nasce nel 1970/71 come Cavaliers nella NBA e il nome viene dato per onorare i cavalieri settecenteschi.

C’è un precedente come Rebels nel 1946/47 ma nulla ha a che fare con i Cavalieri.

I Ribelli falliranno dopo una sola stagione (1946/47) con un record di 30-30, eliminati 1-2 dai Knicks al primo turno dei playoffs.

Tornando ai Cavaliers, dalla stagione 1988/89 partono gli scontri con Charlotte e Cleveland nei futuri 10 anni sarà per ben nove volte sopra quota .500 a dimostrazione che in quel periodo di tratta di una buona squadra a partire da Daugherty, passando a Price, Ehlo, Phills, ecc. ma a fare la differenza a conti fatti è stato LeBron James, bestia nera degli Hornets con il 13-1 che ha rifilato ai Calabroni negli ultimi anni.

Questo fa pendere decisamente l’ago della bilancia a favore dei Cavs e pensare che da piccolo LeBron giocava con i colori di Charlotte in una squadretta chiamata proprio Hornets.

Destino che MJ e LeBron che hanno queste due particolarità o aneddoti legati ai Calabroni siano proprio coloro i quali stanno decidendo le serie negativamente per Charlotte.

Eliminando virtualmente queste 14 partite saremmo sul 42-45 per Cleveland, molto più vicini ma ovviamente è solo un “pour parler”…

Insomma, diciamo che James, come Jordan è l’ennesima star che sta facendo la differenza nella serie Hornets-Cavaliers sul 44-58 attualmente.

La prima partita in Regular Season degli Hornets in NBA fu una gara casalinga contro i Cavs che batterono facilmente i nostri, restando probabilmente stupiti però della standing ovation che il pubblico riservò alla squadra locale che perse 99-133…

I Cavs sono sul .463 a livello di record All-Time contro le altre squadre.

Mark Price (a sx), icona Cavaliers per anni.

6) Boston Celtics

La squadra che simpatizzavo da piccolo quando non esistevano i Charlotte Hornets gioca dal 1946 nella BAA, considerata l’attuale NBA.

Ci vollero cinque anni perché “gli irlandesi” riuscissero ad aver un record positivo ma poi divenirono la squadra più vincente della NBA.

Oggi conta ben 17 titoli vinti e un record All-Time di .591 contro le altre squadre.

Contro i Leprecauni, la prima Charlotte non ha vita facile poiché Bird, McHale e Parish sono ancora dei giocatori di tutto rispetto in NBA mentre la squadra di Shinn deve accontentarsi di migliorare il proprio roster anno dopo anno da matricola.

Charlotte perde le prime dieci sfide, una all’OT, poi il primo febbraio 1991, all’Alveare, vince 92-91 e nei playoffs del 1993 sciocca il mondo tra OT e una vittoria (sarà un vizio?) ancora di un punto con un tiro perfetto e mitico di Mourning a fil di sirena che chiude la serie (una serie che avrà i prodromi della morte di Reggie Lewis, astro nascente dei Trifogli, caduto sul parquet in gara 1) sul 3-1 Hornets.

Caduta la dinastia dei verdi gli Hornets iniziano a prendere il sopravvento e anche il vantaggio nella serie, un vantaggio mantenuto fino alle prime partite del ritorno a Charlotte (2.0), sfumato in questi anni per il divario tra i due team, con Boston tra i team più forti e Charlotte tra quelli di medio-bassa classifica.

Al ritorno da New Orleans si era sul 41-37 (senza considerare i playoffs) ma il 5-16 di questi anni ha rovesciato la situazione portando la serie sul 46-53…

Per tornare a mangiar terreno o almeno a non perderne altro, MJ dovrà a breve portare Charlotte a essere una delle squadre più forti a Est.

Da Blackjesus, ecco Larry Bird.

7) Los Angeles Clippers

Per certi versi la storia della serie contro la franchigia preferita da Federico Buffa è simile a quella contro i 76ers.

I Clippers nascono ed entrano nella NBA nel 1970/71 come team d’espansione denominato Buffalo Braves.

Buffalo, nello Stato di New York, fa si che i Braves giochino nella Atlantic Division.

Nel 1978/79 però la squadra cambia costa e diviene Clippers ma non a Los Angeles, bensì a San Diego (tra l’altro con un logo dal mio punto di vista molto poetico e carino).

Lo stemma dei San Diego Clippers.

A San Diego la società resiste sei anni, il proprietario Levin vende la squadra e tre anni più tardi il nuovo proprietario Sterling se la porta vicino casa mandando su tutte le furie gli appassionati della città del surf.

San Diego è anche la città sulla quale ripiegarono marina americana e marines dopo l’attacco dei Giapponesi a Pearl Harbour il 7 dicembre 1941.

Gli Hornets affondano i Velieri nelle prime due uscite poi la serie inizia ad equilibrarsi ma con l’ascesa degli Hornets la serie prende decisamente il sopravvento a favore della squadra proveniente dalla Queen City, oltretutto i Clippers ormai iniziano a farsi conoscere come “i più grandi perdenti della NBA”.

Ancora alla ricerca di un titolo, beneficiano del trasferimento di Chris Paul nelle loro fila vista la situazione particolare creatasi a New Orleans con gli Hornets nelle mani della NBA (degli altri 29 proprietari) dopo la vendita di Shinn alla stessa non avendo trovato accordi con potenziali acquirenti.

Si aggiungono Griffin, D. Jordan e altri giocatori, i Velieri iniziano a sentire il vento nelle vele e da nove anni i Clippers hanno un record vincente anche se nel complesso il loro dato di sempre è un basso, .410, tuttavia nelle ultime undici sfide tra Charlotte e Los Angeles sponda rossoblu, i secondi hanno avuto la meglio ben 10 volte.

Per Charlotte è stato difficile arginare questa marea che sta riportando sotto i Clippers nelle statistiche All-Time ma al momento i Calabroni rimangono avanti 41-34.

I Clippers nell’estate del 1991 descritti da Superbasket.

8) Memphis Grizzlies

Una squadra che ho visto nascere.

Insieme ai Raptors nel 1995/96 nell’autunno delle canadesi debuttano i Grizzlies, originari di Vancouver.

Il logo di Vancouver.

Pare però che nella città pacifica canadese non ci sia tutto questo entusiasmo, nemmeno per i giocatori ad andar lì e alla fine, tra risultati deludenti, il freddo polare e vari problemi (anche per gli spostamenti) si opta per una ricollocazione a Memphis, dove questi plantigradi probabilmente avranno caldo anche con una parrucca di Elvis e un ghiacciolo in bocca…

La serie parte subito con otto vittorie Hornets e anche dopo il trasferimento dei Calabroni, avvenuto l’anno successivo a quello dei Grizzlies (con la franchigia dai colori simili a quelli dei Calabroni che scippa una papabile città a Shinn per stabilizzarsi), la squadra della Louisiana spesso riesce a vincere la maggior parte delle sfide come le due particolari nel 2007 vinte consecutivamente all’OT, entrambe di due punti.

Particolarità: Cinque le W all’OT e una sconfitta in un doppio OT avvenuta a Memphis come Charlotte Hornets nel 2014.

Inserite in una Divisione di ferro insieme a Mavericks, Rockets e Spurs la vita non è facile e i due team devono alzare il target per sopravvivere fino a divenire per alcune stagioni davvero buoni team con i Grizzlies che vedono i Gasol, Randolph e altre facce passare per Memphis.

Attualmente la serie è sul 40-24 mentre il record complessivo tra Grizzlies e altre squadre ha una percentuale di .415, inoltre vi sono 10 partecipazioni ai playoffs con la stagione 2012/13 a vedere la loro avanzata fino alle finali di Conference, miglior risultato raggiunto a oggi.

9) Atlanta Hawks

Atlanta è un’altra di quelle squadre che non hanno avuto una storia lineare.

Nati come Buffalo Bisons, nel 1946, dopo sole 13 partite si spostano a Moline, nell’Illinosis, alla Wharton Field House rinominati Tri-Cities Blackhawks intendendo comprese anche le città di Rock Island (sempre nell’Illinois) e di Davenport nell’Iowa.

Il logo dei Tri-Cities Blackhawks.

Black-Hawk come il nome di un capo di tre tribù indiane (conosciute come “British Band”) che si opposero all’esercito degli Stati Uniti.

La guerra la vinsero gli immigrati bianchi, più numerosi e meglio armati e organizzati nonostante alcuni raid indiani andassero a segno in forti sguarniti.

Può sembrare un controsenso ma una volta catturati questi capi erano portati a Est, lontani dalle none degli scontri dove godevano di simpatie maggiori e questi giri facevano sentire i bianchi meglio mentre al contempo offrivano il cioccolatino ai vinti che si sarebbero dovuti scoraggiare vedendo il progresso degli avversari.

Di fatto la guerra del falco nero segnò la fine della resistenza armata dei nativi all’espansione degli Stati Uniti nel vecchio nord-ovest così i nativi americani cominciarono a vendere le loro terre ad est del fiume Mississippi e a trasferirsi in occidente.

Entrano a far parte della NBA nel 1949/50 ma sono anni deludenti, pieni di sconfitte nonostante un terzo trasferimento a Milwaukee come Hawks.

Ecco quindi arrivare un altro trasferimento, questa volta a St. Louis nel 1955-56 con un Bob Petitt in più che finalmente da risultati soddisfacenti alla franchigia.

Nel 1968 si trasferiscono ad Atlanta in Georgia e finalmente trovano una casa fissa (nonostante qualche sporadica partita a New Orleans) dove giocherà anche Pete Maravich che era stato già agli Hawks e poi negli anni ottanta Spud Webb, Dominique Wilkins saranno due icone.

Atlanta mantiene un buon livello di squadra anche negli anni novanta con Mutombo, Blaylock e Augmon per crollare verso fine decennio.

I Falchi vantano 46 apparizioni ai playoffs ma il record All-Time è di .492.

Dopo i playoffs del 1998 nei quali Mason e soci spazzano via 3-1 i Falchi gli Hawks chiudono le ali per qualche anno.

Nel 2014/15 toccano quota 60 vittorie con una buona squadra senza stelle di primissimo livello grazie al lavoro di coach Budenholzer e la prima partita tra le due squadre di quella stagione sarà probabilmente l’unico lampo vero di Lance Stephenson in maglia Hornets che allo scadere del secondo supplementare lascia partire una smisurata preghiera che prima si infrange sul plexiglass e poi accarezza la retina per la vittoria dei Calabroni 122-119 in una partita memorabile.

Negli ultimi anni gli Hornets hanno recuperato lo svantaggio e sono passati avanti ma lo 0-2 dell’ultima stagione ha riportato il bilancio in parità (52-52, sempre senza il 3-1 dei Playoffs) con ben due gare mancanti annullate che avrebbero potuto spostare dall’equilibrio la serie.

10) Miami Heat

Miami è la “franchigia gemella” di Charlotte, nel senso che è nata dallo stesso Expansion Draft nel 1988.

E’ l’unica dal biennio 1988/89 che è riuscita a vincere più titoli (Toronto che è del 1995 lo scorso anno ne ha appena vinto uno mentre Hornets, Timberwolves, Magic, Grizzlies e Pelicans sono fermi a quota zero), ben tre.

Franchigia di successo (.522) l’All-Time Vs the other team), forse per la gestione, forse per la placidità e il benessere che si respira dalle parti di Miami Beach (quando non è colpita da tifoni e uragani) o perché è Stato “Free Tax”, sicuramente per essere riuscita a portare un raro, per l’epoca, big 3 (James, Bosh e Wade) in Florida, non ha avuto comunque una partenza così brillante dovendo pagare lo scotto di matricola.

Miami riesce ad approdare ai playoffs un anno prima di Charlotte ma viene eliminata dai Bulls per 3-0 (1991-92).

La storia delle due franchigie si è incrociata, non solo sui parquet, con gli scambi tra Rice e Mourning, l’arrivo di Mashburn a Charlotte, l’approdo di Jones a Miami…

Alla fine dell’epoca di Charlotte, la prima Charlotte, comunque gli Hornets in 49 partite comandavano 25-24 oltre un 3-0 ai playoffs.

Dopo l’esperienza a New Orleans gli Hornets mantenevano un vantaggio di due partite (tra l’altro ottima vittoria in quel di NOLA con una tripla di Ariza decisiva con un Belinelli in maglia NOLA sul parquet quel giorno) ma il 9-13 rimediato dai Calabroni 2.0 ha portato avanti il Calore di Miami per 47-49.

La serie rimane comunque “inspiegabilmente” (visti i giocatori avuti dagli Heat del calibro di O’Neal, Allen e altre stelle magari un po’ in là con gli anni che davano esperienza, vedi Gary Payton) equilibrata (se non si guarda quella Bobcats-Heat fuori discussione qui) nonostante la squadra di Spolestra sia stata nella seconda metà degli anni ’90 e in tempi recenti un’ottima squadra.

Ovviamente è difficile a causa del momento di ricostruzione nel quale si trova Charlotte ma l’obiettivo è limitare i danni nel prossimo futuro e cercar di pareggiare la serie.

Dan Majerle sfida MJ in una partita degli anni novanta tra Heat e Bulls.

11) Utah Jazz

I Jazz sono stati fondati a New Orleans nel 1974, lì dove sono rimasti sino al 1979.

Problemi logistici e finanziari (il campo di gioco era più alto delle prime file degli spalti e l’associazione dei giocatori fece installare una rete intorno al campo per non avere giocatori tumulabili nel fossato intorno al parquet) minarono la stabilità della sede della franchigia nonostante un Pete Maravich acquisito dagli Hawks che divertiva il pubblico ma non riusciva da solo a dare alla squadra un record vincente.

I problemi finanziari perdureranno fino all’arrivo negli anni ’80 di un nuovo socio per il presidente Battistone che con l’arrivo di Malone e Stockton inizierà anche a costruire una squadra da titolo, stoppata in finale due volte (nel 1997 e nel 1998) dai Bulls di Michael Jordan.

La squadra spesso si è espressa anche più tardi a buoni livelli ma non ha mai più toccato quelle vette, quando furono a un passo dal titolo.

.541 il loro All-Time complessivo con 28 partecipazioni ai playoffs.

Per quel che riguarda la serie tra Hornets e Jazz si potrebbe scrivere che il trend ha preso decisamente la via dello Utah negli ultimi 13 anni.

Tante le vittorie Jazz contro i New Orleans Hornets ma anche l’1-11 iniziale contro i primi Charlotte Hornets diventato un 10-20 alla fine della prima esperienza di Charlotte e la striscia attuale di 0-5 aperta pro Jazz fa si che ci sia poca storia.

Anche ad avere una squadra forte, cercare di recuperare con soli due scontri all’anno, sull’attuale 28-51, significherebbe, vincendole tutte, metterci 12 anni…

La particolarità è che Charlotte al secondo anno di vita venne spedita nella Midwest Conference per adattare la NBA alle nuove entrate di Timberwolves e Magic.

Quell’anno vennero disputate ben cinque partite ed andarono tutte nelle mani dei Jazz.

Nel marzo 1999 Charlotte riesce a vincere all’Alveare al supplementare per 83-82 mentre vince 100-75 New Orleans la prima partita della sua storia come Hornets contro i Jazz il 30/10/2002.

Il ragionier Stockton.

12) Sacramento Kings

Il Sacramento Bee, giornale locale, asseriva che, l’unica franchigia che potesse giocare a Charlotte avesse l’arco dorato, alludendo ironicamente al McDonald’s.

Ebbene, si sbagliavano di grosso, la prima versione degli Hornets andò piuttosto bene pur non vincendo nulla.

Anche la storia degli attuali Kings, come quella di altre franchigie, ha inizio nello Stato di New York, precisamente a Rochester nel 1948/49.

Nel 1950/51, i Royals (così erano denominati) centrano il loro unico titolo vinto in NBA, lontano dalla California quindi.

A Cincinnati (trasferimento nel 1957 per questioni legate allo scarso guadagno nonostante il titolo vinto in finale 4-3 sui Knicks) vedono la luce stelle come Oscar Robertson e Jerry Lucas ma c’è poco di splendente nella storia dei Royals che divengono Kings nel 1972 al loro trasferimento a Kansas City quando la squadra di baseball locale era già nominata Royals.

La squadra gioca anche per tre anni in Nebraska a Omaha, ecco perché si può parlare di Kansas City/Omaha ma nel 1985 la cessione della società porta i Kings a Sacramento.

I Re vincono il 60% delle partite casalinghe tra il 1991 e il 1996 ma in trasferta vanno malissimo terminando nel 1990/91 con una stagione da 1 vittoria esterna e 40 sconfitte con un sonoro 101-59 inflittogli da Charlotte che vincerà in trasferta anche per 96-90.

Insomma, a parte alcuni momenti, anche recenti, vedi “White Chocolate” Jayson Williams e i Kings degli ex Divac, Stojakovic più Webber, non se la passano bene tanto che sono 14 anni che terminano con un record inferiore (in genere nettamente inferiore) ai .500 nel ricordo di quella finale di Conference rubata dalla terna arbitrale in gara 6 con l’arbitro Tim Donaghy al centro dello scandalo con ben 27 fischi nell’ultimo quarto a favore dei gialloviola.

Questa non competitività attuale (nonostante avessero avuto per le mani Cousins, ottimo giocatore ma testa da sistemare per non dar problemi nello spogliatoio) più altri problemi hanno portato a paventare un ritorno dei Seattle Supersonics e la morte dei Kings ma i Re non hanno ancora abdicato.

La serie tra Hornets e Kings è sul 41-36 mentre quella tra Charlotte e Sacramento è sul 22-19 mentre i Kings, in generale, hanno un record di .456 e vantano 29 partecipazioni alla post season.

I Kings nel 1991.

13) New York Knicks

New York è praticamente una fondatrice della NBA.

Nasce nel 1946 e gioca nella Basketball Association of America (BAA) che si trasformerà a breve nella NBA. Perse tre finali, il primo titolo arriva nel 1970 ed è un titolo descritto nel libro di Pete Axthelm “City Game”, edito in Italia dalla Libreria dello Sport, non so quanto sia trovabile oggi ma sarebbe un libro da avere per i tifosi dei Knicks che vaga dall’aura dei playground ai racconti personali dei giocatori professionisti di New York che si intrecciano con i momenti della stagione.

New York aggiunge il secondo e ultimo titolo nel 1973 con Willis Reed ancora sugli scudi.

New York vive un ottimo periodo grazie a Patrick Ewing, John Starks, Charles Oakley, Anthony Mason, ecc. negli anni ’90 quando partono le sfide con Charlotte.

Arriva in finale nel 1994 ma esce sconfitta da Houston per 3-4 dopo aver sfiorato la possibile vittoria.

Lo scambio che a metà anni ’90 porta Mason a Charlotte e Johnson a New York è prolifico per entrambe le squadre ma nei playoffs le due formazioni si incontrano e per la seconda volta sono i newyorchesi a prevalere.

Il 14-7 degli Charlotte Hornets contro una New York in crisi profonda da anni che non sembra nemmeno riuscire a mettere insieme un progetto serio, una pista da seguire, ha fatto sì che il riavvicinamento degli Hornets nei testa a testa di ogni tempo in Regular Season sia stato deciso.

48-51 nell’attuale statistica e se i Knicks l’anno prossimo non dovessero fare un colpaccio, probabilmente l’ulteriore avvicinamento tra le due compagini sarebbe possibile.

Il record dei Knicks generale oggi è sceso sotto quota .500, a .484 con ben 42 partecipazioni ai playoffs però.

Da un American Superbasket dell’anno 2000 ecco uno schema che vedeva coinvolto Ewing finchè fu coinvolto come punto di forza al centro del progetto arancioblu.

14) Los Angeles Lakers

I Lacustri come penso quasi tutti sappiano nascono a Minneapolis nel 1948.

Sì… insomma, non proprio… in realtà quando ancora giocavano in NBL una coppia di proprietari li trasferisce nel Minnesota comprando i Detroit Gems.

Nello Stato del nord vincono immediatamente cinque titoli in sei anni…

La culla dove passano l’infanzia è quindi dolce ma la crisi adolescenziale del dodicesimo anno li porta in California nel 1960, tuttavia fino al 1971/72 non riusciranno ad aggiungere il sesto titolo.

Negli anni ottanta i Lakers vanno in finale otto volte vincendone cinque.

Ha inizio lo show-time, giocatori del calibro di Abdul-Jabbar e Magic Johnson vestono la maglia gialloviola rendendola popolarissima tra i possibili fan internazionali.

Dal 2000 al 2010 assistiamo a un’altra dinastia pressoché nello stesso spazio-temporale visto con quella precedente.

Dieci anni, sette finali, cinque vinte con Kobe Bryant e altri giocatori che si alternano, vedi Shaq nel 2000.

.596 il record in percentuale di sempre riguardo le partite vinte contro le altre squadre con 61 annate buone per la partecipazione alla post season.

Gli Hornets nella serie sono ampiamente sotto (un 23-53 virtualmente irrecuperabile) anche se con la crisi recente della squadra della Città degli Angeli prima dell’arrivo di James sono riusciti a portare sul 6-5 il parziale degli Hornets 2.0 contro la L.A. recente.

I Lakers, grazie ai loro cm e a Kobe, vinceranno anche per 4-2 una serie che vedeva gli analisti predire una vittoria agevole sui New Orleans Hornets.

I Calabroni invece, perso David West e con Gray a mezzo servizio, trovarono un super CP3 in due partite che venne coadiuvato decentemente anche da Belinelli come SG nell’ultima stagione a buon livello degli imenotteri in Louisiana.

Tra le innumerevoli stelle dei Lakers ecco Magic Johnson in entrata (foto tratta da Giganti del Basket) durante le finali del 1980 contro i Sixers.

15) Orlando Magic

I Magic nascono l’anno successivo agli Hornets (1989) e nei primi 45 scontri tra franchigie vanno sotto 24-21, oltre a registrare la sconfitta ai playoffs per 3-1 contro Baron Davis.

I Magici legano i loro successi a centri dominanti; prima Shaquille O’Neal prima del suo passaggio ai Lakers, ben coadiuvato da un Penny Hardaway che si perderà troppo presto e poi Dwight Howard.

Un Superman dalla potenza mostruosa che da giovane ricordava un po’ O’Neal.

Nel 1995 i Magic di O’Neal, Hardaway, Bowie, Royal, ecc. perdono 0-4 contro i Rockets le loro prime Finals, nell’estate del 1996, nonostante una campagna da 60 vittorie in Regular Season che sembrava poter portare al titolo la franchigia, i Magic cedono ai Lakers O’Neal quasi disfandosi…

Più avanti arriverà Tracy McGrady ma la maledizione di T-Mac, con qualche problema fisico, lo porterà a non superare mai il primo turno con Orlando.

In una di queste serie saranno proprio gli Hornets a spuntarla (la già citata serie del 3-1) con gara 1 decisa da uno scippo di Davis all’ultimo secondo con T-Mac avente in mano il pallone della vittoria.

In gara 3 a Orlando gli Hornets dovettero ricorrere agli straordinari per un buzzer beater buono annullato a Davis.

La partita fu poi comunque vinta all’OT.

Nel 2009 i Magic con Howard tornano in finale ma l’-4 rifilato dai Lakers è laconico.

Recentemente gli Hornets, sotto la guida del coach Steve Clifford (recentemente passato ai Magic) hanno vinto una striscia di 13 partite consecutive ma nelle ultime quattro sfide, proprio con l’ex coach alla guida della squadra di Disneyland si sono avute 4 affermazioni dei blu gessati.

La serie in Regular Season vede il vantaggio di Charlotte per 53-39.

I Magic hanno un record di .480 globale e una quindicina di apparizioni playoffs.

Horace Grant e Shaquille O’Neal con i Magic che rischiarono di vincere l’anello.

16) Dallas Mavericks

I Calabroni a fine millennio sono avanti nella serie 12-11 ma i Mavericks otterranno quello che era (non so se lo sia ancora, poiché oltre alla possibilità del record superato c’è la divisione degli Hornets che considera staccati per la NBA questi risultati), la più lunga striscia vincente di una squadra contro un’altra quella ottenuta dai Mavs contro gli Hornets a cavallo della partenza dei Calabroni a New Orleans.

Ben 21 vittorie dei texani rotte in extremis da una tripla di Stojakovic che il primo dicembre del 2007 portava la gara al supplementare poi vinto dagli Hornets.

L’attuale squadra di Mark Cuban nasce dalla volontà di Don Carter e Norm Sonju di avere una squadra NBA.

Non riuscendo a comprare un team da Milwaukee o da Kansas City per via del preciso intento di ricollocarlo e anche per via del fatto che gli altri proprietari inizialmente non vogliano altri team in Texas con i Rockets e gli Spurs già presenti vincono le resistenze a suon di dollari.

Nel 1980 quindi possono fare il loro debutto i Dallas Mavericks (nome scelto da una serie TV) che sono la seconda grossa squadra professionistica sorta a Dallas dopo i Chaparrals (squadra della ABA) che divennero gli attuali San Antonio Spurs.

Senza l’assurda serie di 21 sconfitte il totale sarebbe più equilibrato, su un 28-30, invece, così siamo nettamente indietro su un “drammatico” 28-51…

.501 è il record All-Time dei Mavs contro tutti gli altri team più 21 apparizioni ai playoffs.

Il tedesco Dirk Nowitzki, un grande acquisto per i Mavs e un anello per lui.

17) Brooklyn Nets

I New York Americans erano l’idea originale del team ma la difficoltà nel trovare un campo a New York fecero propendere la proprietà per la denominazione in New Jersey Americans con il palazzetto trovato a Teaneck, appunto, nel New Jersey nel 1967.

Nel 1968 si trasferiscono a New York e diventano i New York Nets.

Le Retine fanno parte però del’ABA e dopo una finale persa battono prima i Pacers e poi i Nuggets, altre due squadre che confluiranno nella NBA.

Ovviamente nella NBA i due titoli ABA non contano ma la maggior perdita per la proprietà sarà il “pedaggio” dovuto pagare alla NBA per essere inseriti nel circuito.

Doctor J, grande artefice dei due titoli è ceduto per permettersi l’ingresso.

Julius Erving farà ottime cose con i Sixers vincendo l’anello nel 1983.

I Nets (ormai New Jersey Nets) avranno spesso risultati scadenti fino alla stagione 2001/02 quando Jason Kidd guiderà le Retine in finale (eliminando anche gli Hornets al secondo turno 4-1) ma i Lakers di O’Neal saranno troppo anche per loro.

Nel settembre 2009 il miliardario russo Prokhorov diviene il primo proprietario non statunitense di una franchigia NBA ma la stagione si chiude sul 12-70.

Nel 2012 il cantante Jay-Z, comproprietario della franchigia, decide che sia ora di trasferirsi a New York ed ecco cambiare ancora il nome, da New Jersey si passa a Brooklyn.

Le rivoluzioni attuali non portano buoni risultati anche se negli ultimi due anni Brooklyn a Est diviene una squadra media.

Gli Hornets guidano le statistiche in Regular Season 53-46 dopo aver chiuso in vantaggio l’esperienza degli Charlotte Hornets 1.0 per 29-24 (escluso l’1-4 ai Playoffs).

Drazen Petrovic giocò ai Nets.

18) Denver Nuggets

Denver è una franchigia che nasce nel 1967 e permane per nove anni nella ABA e nel 1976/77 entra nella NBA con il nome di Nuggets da quello di Rockets.

Trindle, il proprietario, cerca una sistemazione consona dalle sue parti a Kansas City ma non la trova quindi pensa di spostare la società a Denver e di chiamarla Larks.

Le Allodole della cordata di Trindle però sono carenti di fondi e tocca cedere i 2/3 delle quote a Bill Ringsby, un facoltoso imprenditore che si occupa di autotrasporti che cancella il nome più naturalistico e piazza il suo Rockets in onore dei suoi camion che evidentemente andavano a razzo nella sua visione egocentrica…

Uno degli stemmi dei Rockets.

Frank Goldberg e Bud Fisher acquistano la squadra nel 1973 e nel 1974 le cambiano nome in Nuggets e con questo nickname nel 1976 entrano in NBA.

Uno degli stemmi dei Nuggets.

Fino al 1989/90 le stagioni non sono malvagie ma purtroppo senza acuti, poi arriva il crollo dal quale si riprendono un po’ con l’acquisizione di Dikembe Mutombo nel 1991 che sfiora il titolo di Rookie Of The Year che andrà invece al nostro Larry Johnson.

Nel 1993/94 la testa di serie numero 1 (Seattle) viene eliminata per la prima volta da una squadra che era arrivata ottava (proprio Denver)…

Le Pepite tornano ben presto nell’anonimato fino al 2003/04 quando Carmelo Anthony e qualche altro giocatore in questi anni riusciranno a metter su una squadra dal record vincente che chiuderà il proprio ciclo nel 2012/13 sotto la guida del coach George Karl, comandante in pectore nella maggior parte di queste annate escluse l’iniziale ma nella quale subentra portando un record di 32-8 alla franchigia.

Dopo 4 anni con un record perdente da tre sono nuovamente sopra e lo scorso anno si fermarono alle semifinale di Conference mentre in passato sotto Karl erano spesso eliminati al primo turno con l’eccezione del 2008/09 dove arrivarono alle Finali di Conference lasciando anche dei New Orleans Hornets, ormai al capolinea al primo turno prima di battere Dallas, sempre 4-1 e di cedere 2-4 ai Lakers.

I nuovi Nuggets sono una squadra di medio alta classifica, dureranno con Jokic e soci?

L’head to head registra il sorpasso dei Nuggets quest’anno in Regular Season.

Le due vittorie della squadra del Colorado portano avanti 38-39 La Mile-High City.

Siamo lì e più che altro patiamo un po’ il bilancio a New Orleans con un 16-13 come Charlotte Hornets 1.0 e un 6-6 degli Charlotte Hornets 2.0…

I Nuggets nel 1991.

19) Indiana Pacers

Altra squadra che proveniente dalla ABA che da essa avrà la gloria di tre titoli in nove anni.

Terra di tradizione cestistica l’Indiana non avrà bisogno di pellegrinaggi vari dovuti a problemi di soldi o altro.

Nel 1976/77 la franchigia di base a Indianapolis fa il suo ingresso nella NBA.

Sempre sotto quota .550 tranne nella stagione 1980-81 devono aspettare il 1989-90 prima di iniziare a essere una squadra medio-forte.

Con Reggie Miller sul parquet i Pacers vivono grandi annate e scontri epici ai playoffs fino ad arrivare nel 1999/00 sotto l’egida del ragazzo di casa, Larry Bird, alla finale dopo aver fatto cadere nell’ordine: Milwaukee, Philadelphia e New York.

Ancora una volta ci sono i Lakers, osso troppo duro e il 2-4 finale rappresenta il massimo che i Pacers potessero realmente fare.

La serie risente un po’ come quella contro i Bulls e altre franchigie della disparità tra le forze in campo ai travagliati albori teal & purple con i gialloblu di Miller, Smits (l’olandese volante) sugli scudi.

Recentemente gli Hornets hanno limitato i danni ma il 45-60 all-time dice che al momento i Pacers possono dormire sonni tranquilli per quel che riguarda la leadership nella serie.

Reggie Miller, giocatore dal fisico esile, un ante-litteram della tripla diffusa che negli anni novanta e a inizio 2000 dava linfa ai Pacers con un tiro pericolosissimo.

20) New Orleans Pelicans

Una serie che comincia dal mio punto di vista nel 2014.

La squadra arriva nel 2002 in Louisiana come Hornets.

Ovviamente posso calcolare gli scontri tra gli attuali Calabroni e i Pellicani dal momento in cui i due team hanno fatto la loro comparsa.

Dopo due anni la serie (una sorta di derby) si trovava sul 2-2 ma gli Hornets non sono più riusciti a vincere in casa e nella Big Easy solo alla quinte partita (l’ultima disputata in trasferta) sono riusciti a ottenere quel successo che ha portato la serie sul 3-8 attuale.

La percentuale di vittorie di New Orleans in questi ultimi anni è “solamente” del .459 contro quella da .452 di Charlotte ma a Ovest la vita è più dura e fino la penultima stagione i Pelicans hanno avuto oltre a Jrue Holiday, ai passaggi di Cousins e Rondo un uomo franchigia come Anthony Davis che ora ha tradito ma i fan si sono rifatti grazie alla scelta numero uno allo scorso Draft e uno Zion Williamson che sperano possa andare a sostituire l’ex idolo monociglio.

La serie è giovane ma la dirigenza di New Orleans, pur criticata e in un piccolo mercato, dal mio punto di vista si è mossa molto meglio di quella atavicamente immobile degli Hornets negli ultimi anni e siccome a Est è più facile oggi, si spera che Kupchak riesca a prendere esempio e a far diventare i Calabroni una buona squadra in grado di andare a rimettere la serie in discussione.

In questi 7 anni i Pelicans sono andati due volte ai playoffs raggiungendo le semifinali di Conference contro i Warriors nel 2017/18 dopo aver eliminato per 4-0 i Trail Blazers al primo turno nella lor miglior stagione da Pellicani (48 vittorie).

L’altra stagione nella quale salgono sopra quota .500 è la 2014/15 quando ottengono 45 vittorie.

L’uomo franchigia, il volto dei Pelicans nei primi anni della società ha preferito accasarsi altrove.

21) Detroit Pistons

Nati a Fort Wayne nell’Indiana per volere di Fred Zollner, un imprenditore che produceva Pistoni per la General Motors.

I Fort Wayne Zollner Pistons sono attivi dal 1941 e anche durante la guerra ma è nel 1948 che entrano nella BAA con risultati altalenanti e due finali perse.

A Detroit si spostano nel 1957 mantenendo (of course) il nome.

Zollner spera di avere più pubblico ma i risultati sul campo e nella vendita dei biglietti sono deludenti per lungo tempo.

Comincia a inizio anni ottanta l’era dei Bad Boys, quelli descritti come sporchi, brutti e cattivi.

Isaiah Thomas e Bill Laimbeer (aggiungiamoci un giovane Rodman) piano piano fanno riemergere dalle paludi Detroit che nel 1989 e nel 1990 va a vincere due titoli.

Maccheronizzandolo un po’, togliendo la prima S i Detroit Pitons avvinghiano i Calabroni nelle proprie spire per ben 13 volte nei primi 14 scontri.

Charlotte ha a che fare con il periodo più felice dei Pistoni, con dei Bad Boys non disposti a regalar nulla.

La serie però prende una piega diversa al tramonto delle stelle della squadra del Michigan.

Dal novembre 1992 al novembre 1995 gli Hornets piazzano un contro-parziale di 14-1.

Detroit si riporta avanti 46-48 ma nelle ultime 10 sfide arriva un parziale, ancora da rompere, di 10-0 a favore di Charlotte che porta attualmente la sfida sul 56-48 con due team che sono stati piuttosto simili in questi anni, per risultati e concezioni di gioco.

Il record All-Time contro le altre squadre è di .485 con 42 apparizioni ai playoffs.

La leggenda di Thomas.

22) Toronto Raptors

I Raptors sono franchigia giovane.

Negli anni novanta pagano dazio come matricola ma piano piano prendono confidenza con la breve era T-Mac & Vince Carter, poi negli ultimi anni stabilizzandosi (dal 2013/14) come squadra di alta classifica.

IL primo logo dei Raptors.

In questi 7 anni i “Predatori” hanno combattuto con i Calabroni avendo ottimi giocatori anche se non sempre pescati al primo giro, tanto da sembrare una squadra operaia con moltissimo talento.

Sfide finite con largo margine a favore della compagine proveniente dalla Terra della foglia d’acero oppure incredibili partite al fotofinish.

L’anno scorso, l’anno della vittoria del titolo per i Raptors con Leonard e Lowry), Jeremy Lamb affondò due volte i Raptors e in un’occasione con un memorabile buzzer beater da oltre metà campo per ripetersi con un tiro da tre più normale durante l’ultima partita in stagione programmata a Charlotte.

Quest’anno un game ci sfugge al supplementare ma a Toronto Rozier subisce un fallo con la palla da rimettere ancora in gioco e va a pochi secondi dalla fine a battere il libero decisivo per un 8-13 che contiene la rimonta All-Time di Toronto.

Gli Hornets nonostante tutto riescono a tenere strenuamente un 38-35 a proprio vantaggio.

Il record All-Time contro altre squadre è di .478 più 12 apparizioni ai Playoffs.

Damon Stoudamire in maglia Raptors.

23) Houston Rockets

Robert Breitbard fa sorgere i San Diego Rockets nel 1967 ma nel 1971 la squadra è già a Houston dopo 4 stagioni perdenti.

E’ solo nel 1976/77 che i Rockets, nome preso dai missili intercontinentali Atlas del programma aerospaziale.

Nel 1981 arrivano le prime finali con i Celtics che escono vincitori per 4-2.

Dopo un’altra finale persa contro la medesima squadra e con lo stesso risultato, i Rockets devono rimandare i loro titoli negli anni nei quali MJ lascia un vuoto atto a diventare disponibilità di vittoria per gli altri team.

Nel 1994 rimontano il 2-3 contro i Knicks vincendo il titolo con Olajuwon MVP e l’anno seguente battono i Magic di O’Neal in finale per 4-0.

Gara uno è vinta clamorosamente con i Rockets sotto di 3 e Nick Anderson a diventare “The Brick” per aver sbagliato, se non erro, 4 tiri liberi decisivi.

Al supplementare la spuntano i Rockets che con Drexler e Horry oltre a The Dream hanno la meglio su O’Neal.

La botta presa dai Magic a livello psicologico c’è e Houston si gode secondo titolo e MVP per Hakeem.

.529 è la percentuale All-Time contro le altre squadre (parliamo sempre di Regular Season) e 33 sono le incursioni ai playoffs.

Per quel che riguarda la serie con gli Hornets, nonostante i Rockets in questi anni siano stati spesso una buona squadra alla ricerca dell’anello con Harden ma non siano mai riusciti a vincere un titolo, va da sé che il 2-10 rimediato nelle ultime 12 gare e l’accumulo iniziale abbia portato la serie largamente a favore dei Razzi.

Un 29-51 che pone i Rockets tra le squadre virtualmente in orbita e irraggiungibili in tempi brevi dai Calabroni.

L’ultima sfida almeno è andata nelle mani di Rozier e soci che hanno disputato una bella partita con un inizio sfolgorante.

Olajuwon, il totem dei Rockets.

24) San Antonio Spurs

Gli Speroni nel 1967/68 sono i Dallas Chaparrals e giocano nella ABA così come nel 1973 quando cambiano nome in San Antonio Spurs.

Nel 1976 si uniscono alla NBA partendo con una stagione da 44-38.

12-17 è il record recuperabile finché la franchigia permane a Charlotte nei primi 14 anni di vita dei Calabroni nonostante San Antonio sia già un team affermato con David Robinson, “l’Ammiraglio”, in squadra.

Il divario viene creato con lo spostamento a Ovest di New Orleans e l’ascesa di San Antonio avendo in squadra Tim Duncan, Tony Parker, Manu Ginobili, ecc..

Gli Hornets sono anche sul punto si eliminare gli Spurs in un secondo turno playoffs ma l’inesperienza e il braccino corto giocheranno un brutto scherzo, gli Speroni in gara 7 passeranno sul campo di NOLA che aveva sempre vinto in casa.

24-57 è distanza notevole, oltretutto gli Hornets continuano ad avere parecchie difficoltà con la squadra di Pop, battuta nella stessa stagione per due volte il penultimo anno, quello del ritorno di Parker da avversario nella città che gli ha regalato tanto e viceversa.

Nel 1998/99 vincono il loro primo titolo, nel 2013/14 finisce la vera dinastia con il quinto e ultimo titolo, sparpagliato in 16 stagioni.

Da 22 consecutive raggiungono i playoffs anche se quest’anno rischiano seriamente di non giocarli, partendo da posizione svantaggiata, pur invitati a Orlando.

George Gervin in maglia Spurs da Blackjesus.

25) Phoenix Suns

I Soli dell’Arizona vedono la luce nel 1968.

Il nome “Suns” fu scelto tra altri 28.000 name proposti in un concorso indetto dallo Stato dell’Arizona.

Suns vinse su Scorpions, Rattlers, Thunderbirds, Cougars, Mavericks e altri.

Arrivano a giungere in finale nel 1992/93 quando Barkley è in preda a un delirio di onnipotenza cestistica e si crede il miglior giocatore al mondo.

Dopo una stagione da 62 vittorie ed esser riusciti nell’impresa di ribaltare al primo turno dei playoffs uno 0-2 con i Lakers vincendo 3-2, aver eliminato successivamente anche San Antonio e Seattle ed aver vinto gara 3 delle Finals contro i Bulls dopo 3 OT era anche legittimo ma alla fine saranno i soliti Tori a vincere la serie per 4-2.

Dopo qualche anno mediocre l’arrivo di Steve Nash e altri giocatori riportò molto in alto i Soli che al massimo però giunsero alle finali di Conference a Ovest senza più riuscire a giungere alla vera finale.

Il tramonto nella stagione 2014/15 ha oscurato in questi 6 anni i Soli anche se il loro record all-time di .527 contro tutte le altre squadre NBA rimane positivo.

Nella serie All-Time comandano i Suns nella serie per 36-42 con le due vittorie dell’annata appena passata decisive per staccarsi dalla nostra rimonta.

Non siamo distantissimi ma con sole due partite a disposizione all’anno e i Suns perennemente sul fondo della classifica si sarebbe potuto avvicinarsi ulteriormente quest’anno.

Personalmente dispiace vedere Phoenix da anni ormai arrabattarsi sul fondo della classifiche della NBA, pur essendo solamente un fan degli Hornets, i Suns mi sono simpatici, sarà per i colori o quella città in mezzo al deserto dove Senna vinse un Gran Premio.

Oliver Miller nel 200, nonostante la voluminosità, torna a essere una delle buone seconde linee dei Suns, scalcinate con Todd Day e Randy Livingston ma utili. Foto tratta da American Superbasket.

26) Oklahoma City Thunder

Oklahoma City esiste dal 2008, erede dei Seattle Supersonics, nella NBA dal 1967.

Nel 2006 Clay Bennett compra la squadra e riesce a portarla a casa sua, OKC dopo un contenzioso in tribunale nel quale dovette pagare alla città di Seattle un rimborso di 45 milioni di dollari per pagare l’affitto della Key Arena, contratto che sarebbe scaduto nel 2010, inoltre per un accordo stipulato precedentemente dovette sborsare altri 30 milioni visto che nessun team professionistico prese il posto dei Supersonics a Seattle.

I Supersonics (nome preso in onore del progetto della locale compagnia aerea per un Boeing che non fu mai poi portato a termine) andarono su e giù a livello di risultati raggiungendo il massimo, dopo il titolo nel 1978/79 con Gus Williams e Paul Silas in squadra, a metà anni novanta con Gary Payton, Hersey Hawkins, Detlef Schrempf e Shawn Kemp.

Stagioni da 63 e 64 vittorie in Regular Season, stoppati nel 1993/94 clamorosamente al primo turno da Denver e nel 1995/96 dai Bulls di Jordan in finale.

La tragedia si compie nel 2008 come detto e il vuoto lasciato a nord-ovest da Vancouver e Seattle è riempito solo dai Trail Blazers con i quali Seattle aveva una rivalità.

Dopo una prima stagione brutta con nuovi talenti pronti a emergere i Thunder si stabilizzano come squadra vincente avendo a disposizione Westbrook, Durant, Ibaka e altri buoni giocatori intorno.

Da ben 11 stagioni sono ben al di sopra del 50% di vittorie anche se in finale NBA vanno solo nel 2011/12 quando in squadra c’è anche un tale di nome James Harden.

Dopo aver eliminato Mavericks, Lakers e Spurs si ritrovano in finale con gli Heat.

Vincono la prima partita ma perdono le altre 4.

Contro i Calabroni di Charlotte i Sonics rimangono avanti 10-18, poi la storia si sposta a New Orleans e ai giorni nostri con i Thunder ad avere la supremazia anche se gli Hornets riescono a inanellare tre vittorie consecutive.

Mitica la vittoria a Seattle a inizio anni novanta con un tiro di LJ allo scadere che ballonzola sul ferro prima di entrare.

Gary Payton in azione con i Supersonics tratto da American Superbasket.

27) Minnesota Timberwolves

Minneapolis ci riprova nel 1989 dopo i fasti dei Minneapolis Lakers (dei Minnesota Muslies e dei Pipers nella Aba inutile parlarne avendo cambiato diverse città) ormai scippati da Los Angeles.

La franchigia del Minnesota però dalle origini non è solo polare nel bell’aspetto estetico dei loghi ma lo è anche a livello di risultati.

Il record attuale in poco più di 30 anni è di .396.

Per sei stagioni, tra il 1999 e il 2005, Kevin Garnett la stabilizza su record vincenti, ottimo quel 58-24 del 2003/04.

E’ in quella stagione che raggiungono le finals di Conference dopo aver eliminato Nuggets e Kings ed aver abdicato alle finali per mano dei Lakers.

Nel 2005 torna nell’oblio collezionando solo record perdenti, eccetto la stagione 2017/18 quando raggiunge le 47 vittorie sotto coach Tom Thibodeau e con un Jimmy Butler in squadra.

Nonostante i numerosi prospetti acquisiti al Draft, i Timberwolves sembrano atavicamente destinati a rimanere nelle zone basse della classifica, aspettando il prossimo Messia dopo Garnett.

Gli Hornets 1.0 comandavano la serie 16-10 mentre a oggi il 43-31 propende più nettamente a favore di Charlotte.

Un articolo su Kevin Garnett da Blackjesus, qui riportata solo pagina 1.

28) Portland Trail Blazers

I Tracciatori di Sentieri nascono ufficialmente il 6 febbraio 1970, quando il consiglio dei governatori della NBA concede i diritti di un franchising a Portland.

Per raccogliere fondi per la tassa di ammissione (3,7 milioni) il patron Glickman si associa ai magnati immobiliari Robert Schmertz, Larry Weinberg e Herman Sarkowsky.

Due settimane più tardi organizzano un concorso per scegliere il nome, vince Pionieri ma avendolo già in dotazione le squadre sportive del Lewis & Clark College di Portland decidono di escluderlo. Trail Blazers poteva: “Riflettere sia la robustezza del nord-ovest del Pacifico che l’inizio di un’era della grande lega nel nostro stato”.

L’inizio però è duro come addentrarsi in una foresta vergine, per 6 anni hanno record perdenti e non partecipano ai playoffs, poi nel 1977, alla prima apparizione alla post season (vantano 35 apparizioni ai Playoffs), fanno subito centro vincendo clamorosamente il titolo eliminando Bulls, Nuggets, Lakers e battendo 4-2 i Sixers in finale dopo esser stati sotto 2-0…

Lucas, Walton e Hollins sono i tre giocatori che guidano i Trail Blazers al titolo mentre in gara 6 spuntano 24 punti di Gross che aiutano a vincere il titolo (108-107 sui Sixers).

Nel 1990 perdono una finale bissando l’insuccesso nel 1992 con una squadra di rispetto con Clyde Drexler, Terry Porter, Jerome Kersey e Clifford Robinson.

Sulla loro strada prima trovarono Detroit e poi Chicago.

E’ nella stagione intermedia che conquistano il loro massimo di vittorie in regular season: 63 ma niente finale, dopo essersi liberati di Supersonics e Jazz i Lakers sbarrano loro la strada.

La squadra è spesso competitiva e agli Hornets servono 11 partite prima di avere la meglio sui Trail Blazers battuti in Oregon 94-92.

8-21 è il bilancio prima dello stacco.

Il 28-48 attuale è figlio anche della striscia aperta di 6 vittorie dei Trail Blazers nonostante in un paio di gare gli Hornets siano andati vicini alla vittoria il Rose Garden sembra esser parquet stregato, gli Hornets non vincono dal 2010 ai tempi di New Orleans, poi tutte le restanti vittorie arrivate più tardi (5) sono arrivate in casa.

Insomma, anche qui il distacco è sotto forma di anni luce ma invertire il trend contro squadre con questo divario sarebbe “carino” per evitare una noiosa ripetitività.

Clyde Drexler, il veleggiatore… Da slamonline.com
Clifford Robinson, buon giocatore negli anni novanta.

29) Golden State Warriors

I Warriors furono fondati nel 1946 come Philadelphia Warriors, membri fondatori della Basketball Association of America.

Erano di proprietà di Peter A. Tyrrell, che possedeva anche i Philadelphia Rockets della American Hockey League.

Warriors come una vecchia squadra di basket che giocò nella American Basketball League nel 1925. Guidata dal primo gol di Joe Fulks, la squadra vinse il campionato nella stagione inaugurale 1946–47 del campionato sconfiggendo i Chicago Stags per 4-1.

La NBA (creata da una fusione nel 1949), nonostante fosse BAA, riconosce ufficialmente come il suo primo campionatola stagione 1946/47 della BAA.
I Warriors vinsero ancora il titolo a Philadelphia nella stagione 1955–56 sconfiggendo i Fort Wayne Pistons ancora 4-1.

Nel 1962, Franklin Mieuli acquista le quote di maggioranza della squadra e trasferisce il franchise nella Bay Area di San Francisco, ribattezzandola come San Francisco Warriors.

Nel 1971/72 finalmente ecco arrivare l’attuale denominazione di Golden State Warriors.

Due finali perse prima di vincere il titolo nel 1974/75, l’ultimo prima dell’era Curry.

La squadra va un po’ in maniera altalenante nell’era Mullin ma insieme a Webber e Sprewell nell’era Don Nelson nel 1993/94 riesce a vincere 50 partite ma si ferma al primo turno.

Ben 12 gli anni di regular season senza playoffs, poi nel 2006/07 arrivano al secondo turno fermati dai Jazz dopo aver battuto i Mavericks.

Di quella squadra ricordiamo l’ex Baron Davis che con 20,1 punti trascinerà i suoi fino ai Jazz.

Gli scontri diretti tra Calabroni e Guerrieri 1.0 terminano sul 17-12, poi si passa a New Orleans ma è il 3-9 dell’era jordaniana a far propendere ora il risultato a favore dei Warriors per 38-39 anche se, grazie alla sciagurata stagione di infortuni in casa Warriors, quest’anno ci siamo riavvicinati a -1 con due vittorie.

Serie equilibrata, storica la vittoria con tripla dall’angolo di Dell Curry agli albori ma ora suo figlio sta facendo propendere la serie a favore dei gialloblu, quelli delle 73 vittorie del 2015/16 e incredibilmente sconfitti in finale (arrivati esauriti) in mezzo a tre vittorie finali che portano a 6 i titoli dei californiani.

Il loro record totale è leggermente perdente, .482 ma in questi anni gli Splash Brothers, Durant e Green più il vario centro di turno hanno ridato sostanza ai record per portarsi intorno a quota .500, chissà se i Warriors riusciranno ancora per un po’ a mantenere il loro predominio nonostante la perdita di Durant.

Chris Mullin in maglia Wariors.

30) Washington Wizards

La storia dei Maghi è ricca di trasformazioni, in un certo senso, da questo punto di vista, magica.

Una delle squadre più trasformiste della NBA; nel 1961/62 sono i Chicago Packers, l’anno successivo sono gli Zephyrs (sempre a Chicago), l’annata successiva (1963/64) diventano i Baltimore Bullets, nel 1973/74 i Capital Bullets e l’anno successivo i Washington Bullets fino a quando nel 1997/98 la società decide di smarcarsi dal nome “Pallottole” perché ritenuto troppo violento in una città tra le prime in America per tasso di criminalità.

I Bullets o Wizards, sono detentori di un titolo, quello del 1977/78 con un Wes Unseld (forse il miglior giocatore in maglia Wizards) in fase calante ma con Hayes, Dandridge e l’attuale GM degli Hornets Kupchak che diedero una buona mano a farlo vincere ai Bullets che superarono: Hawks, Spurs e 76ers prima di presentarsi in finale andando sotto 1-2 contro i Supersonics.

Vincendo gara 4 al supplementare e tornando sotto nella serie 2-3, ma a un passo dalla sconfitta arrivarono due nette affermazioni che portarono le Pallottole al loro primo titolo.

L’anno seguente saranno i Supersonics a rifarsi abbastanza facilmente, almeno nel 4-1, non tanto nelle partite.

Washington rimane franchigia mediocre negli anni ottanta e novanta con qualche buona stagione ma al massimo si giunge a 44 vittorie in quel ventennio e a 49 in quello successivo (stagione 206/17).

Il record è di 60 vittorie nella stagione 1974/75 e la percentuale all-time è del .452.

Gli Hornets hanno quasi subito facilità nella serie, nonostante il 2-9 rimediato nelle prime 11 partite, chiuderanno avanti l’esperienza dei Calabroni 1.0 32-22 mentre la serie attuale è sul 57-44 con alcuni scontri duri in recente epoca che hanno causato qualche infortunio (vedi Zeller) e problemi agli Hornets nella rincorsa dei vari playoffs mentre comunque il 12-11 degli Hornets 2.0 dice che riusciamo ancora a tener testa ai capitolini numericamente.

Nell’ultima annata siamo andati sotto 1-2 nonostante l’assenza di Wall, la super annata di Beal (30,5 pt. di media) ha portato, pur con speranze prossime allo zero, i Wizards a Orlando.

I Bullets, attuali Wizards, nel 1991.

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Informazioni su igor

La mia Hornetsmania comincia nel 1994, quando sui campi della NBA esisteva la squadra più strana e simpatica della Lega, capace di andare a vincere anche su campi ritenuti impossibili. Il simbolo, il piccolo "Muggsy" Bogues, il giocatore più minuscolo di sempre nella NBA (che è anche quello con più "cuore"), la potenza di Grandmama, alias Larry Johnson, le facce di Alonzo Mourning e l'armonia presente nella balistica di Dell Curry, sono gli ingredienti che determinano la mia immutabile scelta.

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