Trasferimenti

Esce nel 1987 l’allegro (musicalmente) album di Rick Astley “Whenever You Need Somebody”.

I riff dei suoi 4/5 singoli di successo, grazie anche alla sua voce sono riconoscibili e iconici, non fa eccezione quello di: “Don’t say goodbye”, un pezzo dedicato a un amore (forse) finito.

Potremmo riprenderlo e innestarlo tra le storie d’amore tra città e identità, considerando la prima come la comunità, il luogo fisico dove fare basket e la seconda l’incarnazione, lo spirito di quel luogo.

La NBA però come tutti sappiamo è primariamente un business e molte volte le società nate in un luogo hanno dovuto o hanno preferito trasferirsi una o più volte durante il loro ramingo girovagare alla ricerca di migliori fortune.

I Lakers da Minneapolis a Los Angeles (ci si può chiedere se poi i Lacustri avessero un senso anche in California), diverse volte i Kings con l’ultimo passaggio nel 1985 da Kansas City a Sacramento, i Jazz che si originarono naturalmente a New Orleans e nella terra dei mormoni questo nome può suonar male anche se oggi in pochi vi fanno caso…

A inizio nuovo millennio due franchigie, Memphis e Charlotte, per motivi differenti ma con un unico denominatore comune (la dichiarata perdita di guadagni) pensano di trasferirsi altrove.

A Vancouver, città canadese un po’ isolata se non per la vicinanza con l’allora Seattle, ancora in pista in NBA ed eventualmente Portland, pensa di lasciare la terra dalla foglia d’acero con il passaggio alla nuova proprietà mentre la proprietà degli Hornets, in particolare il socio di minoranza minaccia di farlo se non verranno approvate le proprie richieste.

Questa è la storia preventiva raccontata dal numero 14 di Superbasket (3/9 aprile 2001).

Come tutti ormai sappiamo Memphis sarà la casa dei Grizzlies e Vancouver non vedrà più la propria squadra mentre New Orleans ospiterà per un decennio e poco più i Calabroni che torneranno a unirsi, rifondersi alla città madre sotto altra forma nel 2014 dopo una dozzina d’anni passati senza basket o come Bobcats.

Buona lettura.

Tra le altre cose, in aggiornamento la cartella Destini con storie prese dalle varie riviste di basket in momenti della loro carriera (non a Charlotte) su giocatori che sono transitati dagli Hornets, eccone un esempio con Kelly Tripucka, ex Hornets visto al volo anche in Italia benché non se ne trovi traccia su internet.

Per chiudere, tornando all’attualità, aspettando di vedere che ne sarà di questa seconda strana fase con una formula piuttosto machiavellica tra scelta delle squadre, accesso ai playoffs e stessi, ecco il video mancante sull’annata di Terry Rozier.

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Informazioni su igor

La mia Hornetsmania comincia nel 1994, quando sui campi della NBA esisteva la squadra più strana e simpatica della Lega, capace di andare a vincere anche su campi ritenuti impossibili. Il simbolo, il piccolo "Muggsy" Bogues, il giocatore più minuscolo di sempre nella NBA (che è anche quello con più "cuore"), la potenza di Grandmama, alias Larry Johnson, le facce di Alonzo Mourning e l'armonia presente nella balistica di Dell Curry, sono gli ingredienti che determinano la mia immutabile scelta.

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