
20 ottobre 1986, anno della Tigre.
George Shinn, aspirante proprietario NBA e i suoi collaboratori si stanno recando a Phoenix per portare Charlotte sulle mappe del basket professionistico.
Sono 11 le città in lizza e solo 4 i posti disponibili.
C’è snobbismo e scetticismo da parte dei concorrenti ma Shinn cala l’asso nella manica dicendo che ha già possibili 10.000 abbonati e dopo due settimane il commisioner Stern chiama Shinn dicendogli che è stato scelto come numero 1.
Charlotte ruggisce e diventa la Queen City del basket regionale delle Caroline.

Organizzare tutto per una nuova franchigia non è semplice ma Charlotte decide di affidarsi a persone competenti e per quella che diverrà una delle maglie più iconiche nella NBA viene chiamato lo stilista Alexander Julian (a dx) mentre per la presentazione verrà scelto Kelly Tripucka (a sx) arrivato dai Jazz in cambio di Mike Brown (quest ultimo scelto al Draft di espansione insieme ad altri player del calibro di Dell Curry o Muggsy Bogues), gli Hornets sono così quasi pronti ad esordire nella stagione 1988/89.

Stagione 1988/89 L’esordio
Gli Charlotte Hornets si apprestano a giocare la loro prima stagione ufficiale in NBA dove sono inseriti nella Atlantic Division.
Si parte da sfavoriti con una squadra da costruire e una inevitabile, sonora sconfitta casalinga inflitta da Cleveland (93-133) il 4 novembre ma la squadra esce dal parquet applauditissima comunque e – nonostante una stagione chiusa sul 20-62 – gli Hornets (dopo aver ottenuto la loro prima vittoria in NBA l’8 novembre sui Clippers e battuto gli Heat a fine novembre nel primo match tra le due neonate franchigie) ottengono alcuni successi insperati come quello del primo dicembre battendo i 76ers di Sir Charles Barkley.
La “Hornets mania” scoppia definitivamente il 23 dicembre quando Michael Jordan “torna a casa” guidando i Bulls ma un tap-in allo scadere di Kurt Rambis (il baffo a destra nella vignetta, a sx con il 7 Tripucka) fa felice la Queen City sovvertendo tutti i pronostici (103-101 CHA), tra l’altro l’ex Laker, Clark Kent col baffo non perderà il vizietto e in gennaio a Salt lake City segnerà un altro canestro da sotto allo scadere per battere i Jazz 89-88 guadagnando una vittoria di prestigio.

Stagione 1989/90
Sulla scia della stagione precedente i Calabroni ottengono sell-out casalinghi a ripetizione (dureranno 9 anni circa) ma nonostante l’entusiasmo della stagione precedente Charlotte – spostata nella Midwest Division per l’entrata in NBA di Minnesota e Orlando – vive una stagione leggermente inferiore alle aspettative (nonostante Robert Reid, Muggsy Bogues, Rex Chapman e Dell Curry) tanto che a metà campionato l’allenatore Dick Harter viene sostituito dall’executive Gene Littles.
Il 19-63 in classifica non è esaltante ma porterà un discreto prospetto al Draft.

Stagione 1990/91
Terza annata in NBA per gli Hornets che mantengono il loro nucleo base (J.R. Reid in jpg) ma cambiano per il terzo anno consecutivo la collocazione divisionale.
Questa volta sono spostati nella Central Division e per la prima volta, dopo 3 partite, salgono sopra quota .500.
Dal Draft arriva Kendall Gill, il quale da metà stagione circa entra in quintetto e chiuderà la stagione con 11 punti di media tra Dell Curry (10.6) e J.R. Reid (11.3).
La squadra ottiene 7 vittorie in più dell’annata precedente salendo sul 26-56 ma recupera (al momento in cui scrivo, aprile 2025) l’unica prima chiamata della propria storia al Draft…

Stagione 1991/92
Dal Draft arriva la scelta numero 1 che ricade sull’ala di Nevada Las Vegas, Larry Johnson (aka Grandmama in jpg, il quale parteciperà anche in queste vesti ad una puntata di Family Matters o in italiano “8 sotto a un tetto”) il quale segnerà un famoso buzzer beater improbabile in OT a Seattle consentendo agli Hornets di espugnare il parquet dello Stato di Washington.
Charlotte cominmcia a ingranare nettamente dopo metà stagione e riesce a ottenere per la prima volta nella sua storia più di 30 vittorie concludendo sul 31-51 la stagione.
Manca ancora un pezzo però per far decollare la squadra e gli Hornets, che otterranno la scelta numero due dalla lottery…

Stagione 1992/93
Gli Hornets dal Draft (dietro a Shaq finito ad Orlando) selezionano il centro Alonzo Mourning e cominciano a fare sul serio.
La stagione finisce 44-38, record valevole per il quinto posto.
Si va a Boston che vince la prima partita ma perde lo sfortunato Reggie Lewis (collassato letteralmente) che tre mesi più tardi lascerà il mondo terreno.
Gli Hornets vincono inaspettatamente le restanti tre gare con un quasi buzzer beater (in jpg) di Mourning in game 4 per il 104-103 che elimina i verdi.
Al secondo turno l’inesperienza si rivelerà fatale contro i Knicks che vinceranno 1-4 la serie.
Charlotte però sarà la prima squadra delle ultime d’espansione a passare un turno di playoff…

Stagione 1993/94
Gli Hornets, forti dell’esperienza dell’annata precedente sembrano mantenere i pronostici che li vorrebbero ripresentarsi ai playoff e con la vittoria su Milwaukee il 22 gennaio vanno sul 22-17 in classifica ma la stagione è tormentata dagli infortuni.
Quelli di Mourning e Larry Johnson lasciano il segno tra la fine di gennaio e perdurano per tutto il mese di febbraio.
La squadra accumula un pesante parziale da 1-16 e nonostante la rimonta finale (18-8 dall’8 marzo) con le due star rientrate, la squadra chiude a quota .500 rimanendo fuori dai playoff per un soffio.
Charlotte chiude al nono posto con un 41-41, Miami all’ottavo con un 42-40.
Dell Curry (papà di Seth e Steph), però, emerge e vince il premio di “Sesto Uomo” (nell’illustrazione) segnando 16,3 punti di media a partita, 3° in squadra, appena dietro a Larry Johnson che chiuderà con un 16,4.

Stagione 1994/95
Con Allan Bristow al comando, Bogues in regia, Hersey Hawkins come guardia sparatutto e sotto le plance Johnson e Mourning, gli Hornets sono pronti a ripartire.
Tempo di carburare e verso fine dicembre, una fantastica vittoria casalinga contro i Magic di Shaq che stanno dominando la lega, inaugura una serie da 11 partite nelle quali gli Hornets vincono 10 volte (proprio ad Orlando arriverà l’unica sconfitta).
Gli Hornets vanno anche in testa alla Central Division ma alla fine Indiana strappa il titolo divisionale ai nostri nonostante Charlotte chiuda con un record di 50-32.
A rovinare i piani di passggio del turno però ci pensa il destino che contrappone Charlotte (quarta) a Chicago.
Gli Hornets avrebbero nettamente la meglio se non rientrasse Michael Jordan a quasi fine stagione.
MJ tornerà quindi al gioco dopo un paio d’anni (complice l’uccisione del padre da parte di due balordi proprio in North Carolina) e la serie sarà tirata.
Gara 1 è vinta dai Bulls all’OT a Charlotte, gara due è un trionfo Hornets, gara 3 a Chicago è vinta decisamente dai Tori mentre gara 4 è in bilico.
Gli Hornets sono sotto di un punto ma hanno palla in mano, sul mid range di Johnson l’arbitro ritiene non ci sia fallo, la palla finisce sottocanestro con Hawkins che prova un reverse layup che non entra perché subisce fallo, la terna non fischia e la sfera finisce nelle mani di Curry che segna ma una frazione dopo la luce rossa.
Gli Hornets non tornano, quindi, a Charlotte per gara 5 ma chiudono la stagione con un po’ di amarezza anche se al turno successivo con i Magic non avrebbero avuto possibilità probabilmente.
La squadra con Bogues, Larry Johnson e Mourning però campeggia fieramente ancora sul murales tirando su il morale ai fan che non sanno ancora cosa li aspetta, però, alla vigilia della stagione successiva…

Stagione 1995/96
I tifosi di Charlotte sono increduli e scioccati dalla notizia che all’alba della nuova stagione coglie all’improvviso la NBA.
Alonzo Mourning diventa un giocatore dei Miami Heat in uno scambio a due con più giocatori coinvolti che porterà come controparti principali in North Carolina Glen Rice (ottimo giocatore offensivo) e Matt Geiger (centro duro ma che non ha il peso e la tecnica di Mourning).
Alonzo vuole di più e il suo agente David Falk tira dalla sua parte, il proprietario George Shinn non ne vuole sapere e gli Hornets si presentano senza il loro centro del futuro a inizio stagione, la squadra viene ovviamente sconvolta improvvisamente dal punto di vista tecnico e lotta per tutta la stagione intorno a quota .500 con alti e bassi.
Verso fine stagione Charlotte batte a Chicago i Bulls 98-97 (Geiger, Curry ed Hancock nell’illustrazione) che non perdevano in casa da 44 partite ma la seguente si rivela fatale per i purple & teal che perdono una casalinga con Miami.
Si ripete così la classifica di due anni precedente: Hornets noni a 41-41, Heat ottavi sul 42-40.
Poco male, al primo turno i Bulls di Pippen, Rodman e Jordan spazzano via Miami 3-0 mentre a Charlotte si attende un’altra rivoluzione nel nucleo in estate…

Annata particolare per Charlotte che dopo aver salutato coach Allen Bristow assume l’ex Celtic Dave Cowens che cambia stile di gioco e punta di più sulla difesa che sulla velocità.
Dal Draft arriva addirittura Kobe Bryant (scelto alla numero 13) ma il Mamaba verrà scambiato ben prima dell’inizio della stagione poiché a Charlotte serve un centro e dai Lakers arriva Vlade Divac mentre Kobe, già provinato e “promesso sposo Laker” finisce in gialloviola.
Dopo un anno ci risiamo, Shinn non vuole pagare l’impennata di ingaggio promessa a Larry Johnson che finisce a New York in cambio dell’ala/playmaker Anthony Mason (nell’illustrazione) che finirà in doppia doppia (punti rimbalzi) e Brad Lohaus.
Sembrerebbe un’annata difficile sull’8-9 ma Charlotte comincia ad ingranare e trascinata da Glen Rice che arriverà terzo nella classifica marcatori finirà al sesto posto ad Est con un record di 54-28, miglior record ottenuto dagli Hornets a Charlotte.
Questo anche perché la squadra bombarda da tre con Anthony Goldwire, Ricky Pierce, Dell Curry, Tony Delk, Glen Rice e Dell Curry finendo con un 42,8%, record che in regular season resiste ancora oggi nel 2025…
Purtroppo l’epilogo ai playoff è amaro, New York vince la serie 3-0 nonostante i 24,042 spettatori (la massima capienza del The Hive) resistano per tutte e 42 le partite.

Stagione 1997/98
Gli Hornets in estate modificano leggermente la loro storica maglia inserendo più stripe e aggiungendo delle bande laterali mentre cedono il loro storico playmaker Bogues insieme a Tony Delk, direzione Oakland, in cambio di B.J. Armstrong.
Il cambio della guardia è triplice perché arrivano anche David Wesley e Bobby Phills che diventeranno molto amici.
La squadra è più o meno la stessa con l’aggiunta di Maxwell il 25 novembre 1997 però la serie di tutto esaurito si rompe a quota 371 partite, qualcosa comincia a degradarsi tra pubblico e proprietario George Shinn.
La stagione è comunque buona, nonostante qualche infortunio, Charlotte chiude con un 51-31, quarto posto nella Eastern che la mette di fronte agli Hawks dello sfortunato Dikembe Mutombo.
Anthony Mason si mangia la serie, i Calabroni vincono 3-1 e affrontano i Chicago Bulls.
Charlotte è forte ma i Bulls di MJ, al canto del cigno, sono i più forti in NBA e vincono 1-4 la serie con Charlotte che riesce a strappare gara 2 a Chicago grazie alla difesa di Mason e ai canestri di Curry e dell’ex B.J. Armstrong ma ci si prepara ad una nuova stagione con qualche fantasma…

Stagione 1999
Avrebbe dovuto trattarsi della stagione 1998/99 ma c’è disaccordo tra i proprietari delle franchigie e i giocatori su questioni di soldi così per la prima volta si assiste ad un lockout (una serrata) che manda in fumo le partite fino a metà stagione.
Trovato un compromesso, la stagione NBA comincia il 5 febbraio 1999 ma gli Hornets hanno già fuori Anthony Mason per tutta la stagione a causa di una lesione ad un bicipite e anche Glen Rice per un infortunio al gomito mentre Dell Curry, ultimo storico pezzo degli Hornets si accasa a Milwaukee dopo 10 anni trascorsi a Charlotte.
Arrivano Chuck Person, Derrick Coleman e Chucky Brown.
Si parte male senza i cardini della squadra e sul 4-11 coach Cowens rassegna le dimissioni, al suo posto subentra l’assistente Paul Silas.
Per dare una scossa alla stagione, la società sceglie di cedere Glen Rice (ancora out) insieme a B.J. Armstrong e J.R. Reid ai Lakers in cambio dello spettacolare Eddie Jones (in illustrazione) ed il concreto Elden Campbell.
La squadra rimonta in classifica in una stagione accorciata solamente a 50 partite e finisce sul 26-24, un .520 che non basta però a qualificarsi per la post season.
Come era già capitato un paio di volte, anche se il record non è perdente, i Calabroni si ritrovano noni, questa volta una partita dietro New York e rimangono a guardare i playoff.
La squadra però, nonostante tutto, pare sempre di buon livello ed è pronta a tornare in azione per la stagione che si concluderà nel nuovo millennio.

Stagione 1999-00
La stagione 1999/00 comincia bene in offseason con Charlotte che riesce a strappare la terza scelta al Draft (una volta ogni decennio un colpo di “fortuna”) grazie alla quale arriva Baron Davis.
Assieme al pirotecnico sophemore Ricky Davis arriva in purple & teal anche Eddie Robinson oltre l’ex “Adecco Milano” Lee Nailon per dare un tono di freschezza ad una squadra compatta e ora anche più giovane.
Le cose non vanno poi così male in stagione e a fine anno i Calabroni si trovano sul 18-11 anche se c’è un periodo di flessione, il peggio però arriva certamente incarnando il drammatico sulla Tyvola Road, lo stradone che passava vicino all’ormai defunto Charlotte Coliseum, mentre Wesley e Phills tornano a casa, si verifica un incidente con il secondo tragicamente coinvolto.
Phills (nell’illustrazione a dx con il berretto insieme a BJ Arsmstrong e David Wesley sulla copertina di una rivista NBA per un’iniziativa di beneficienza che si chiamava Top Hats), forse per gioco, segue il compagno e amico Wesley, perde il controllo della sua Porsche che carambola su altre macchine.
La dinamica è fatale e il 12 gennaio 2000, l’ex giocatore dei Cavaliers, sale nel Regno dei Cieli tra l’incredulità di tutti (compresa la mia che appresi il fatto il giorno seguente sulla Gazzetta dello Sport).
Charlotte, sconvolta, annulla la partita in programma e giocherà il resto della stagione con una patch n° 13 in ricordo dello sfortunato giocatore oltre a ritirare la sua maglia in una cerimonia poco dopo.
The show must go on però e il team di Silas composto ancora dai “pesanti” Mason, Coleman e Campbell chiude sul 49-33 in classifica e va ai playoff da quarta, stesso record di Philadelphia per via del 3-1 rifilato ai 76ers in stagione.
Questo però non basta, Iverson e compagni ribaltano il fattore campo vincendo 1-3 nonostante un buon Coleman e un discreto Eddie Jones che tuttavia scalpita per cambiare aria mentre il centro Brad Miller verrà rilasciato…

Stagione 2000/01
La prima stagione integrale del nuovo millennio segna già quasi i titoli di coda per gli Charlotte Hornets 1.0.
Il calo di affluenza legato ai problemi con il proprietario George Shinn influenza l’ambiente comunque in estate Charlotte si muove in estate sul mercato per restare competitiva e scambia Eddie Jones ed Anthony Mason per P.J. Brown, Otis Thorpe e Jamal Mashburn provenienti da Miami.
Torna l’ex SG Hersey Hawkins, all’ultimo giro di lancette.
La squadra è sul 26-25 in classifica dopo 51 partite e nonostante in marzo Shinn chieda alla lega il trasferimento a Memphis, si ricrederà ai playoff (quando le presenze aumenteranno) dove gli Hornets, in segno di lotta, indossano tutti una fascetta tergisudore come Baron Davis che in stagione prende il posto da titolare da PG (ultimo lascito di Bobby Phills come “insegnante”) per affrontare, ironia della sorte, proprio i Miami Heat al primo turno.
Gli Hornets finiscono sesti con un record di 46-36 mentre Miami ha 4 vittorie in più ed è terza nella Eastern.
Nonostante ciò Charlotte ribalta fantasticamente e imprevedibilmente il pronostico vincendo nettamente le prime due a Miami e anche la terza a Charlotte (all’epoca il primo turno era alla meglio di tre partite).
Gli Hornets al secondo turno pescano i Bucks con i quali in regular season generalmente non vanno male, vanno sotto 2-0 e ribaltano la serie portandosi in vantaggio 3-2 ma crollano sul più bello perdendo 4-3 la serie contro il trio Ray Allen, Sam Cassell, Glenn Robinson.
Questa delusione però non è nulla per i tifosi di Charlotte perché il rapporto si sta deteriorando con Shinn, volano gli stracci e il presidente all’alba della nuova stagione minaccia di portar via la franchigia.

Stagione 2001/02
Prima di parlare dell’ultimo atto degli Hornets originali vediamo in estate i piccoli cambiamenti fatti dalla squadra.
Gli Hornets acquisiscono il tiratore da tre Matt Bullard, l’ala con spiccate caratteristiche difensive George Lynch, “The Plastic Man” Stacey Augmon e “Il Trattore” Robert Traylor, per via della sua mole.
Charlotte fatica anche a stare a quota .500, Mashburn è a mezzo servizio e salta alcune partite, nonostante ciò, il 14-6 finale porta Charlotte sul 44-38 in stagione che basta per ottenere il quarto posto nella Eastern Conference.
Sulla loro strada si parano gli Orlando Magic di Tracy McGrady, il quale (Magic sotto di 1 a pochi secondi dalla fine) avrebbe la palla per vincere gara 1 ma una steal da maestro ninja di Baron Davis (nell’illustrazione) con fascetta scaraventata via dopo la pirotecnica slam di Magloire come punto esclamativo, comunque fuori tempo massimo.
Gara due viene vinta da Orlando all’OT e si va in Florida in parità.
Game 3 è in parità a 7 decimi dalla fine, palla a Davis che rilascia una tripla clamorosa ma all’epoca non c’è la prova review e la terna annulla incredibilmente un canestro buonissimo.
Il Barone ad ogni modo non si scoraggia del torto subito, prende in mano la squadra al supplementare e va a vincerla 110-100.
Game 4 è degli Hornets che vincono la serie 3-1 prima di soccombere ai New Jersey Nets di Jason Kidd (1-4) che arriveranno poi in finale sconfitti dai Lakers.
In estate però, con gli spettatori calanti in maniera drammatica per via dei ricatti della proprietà oltre gli scandali, arriva l’approvazione al trasferimento da parte della NBA della franchigia del North Carolina, si consuma così la dolorosa frattura tra chi amava la squadra e chi vedeva in questo solo un business: Shinn e il socio Ray Wooldridge hanno una scelta di possibili città ospitanti (Anaheim, Kentucky, Louisville, Missouri, Norfolk, St. Louis, Virginia) ma scelgono New Orleans in Louisiana.
Nella prossima “puntata” parleremo di questa stagione.
A Charlotte verrà promessa un’altra franchigia ma ci vorranno due anni di inoperatività perché questa possa prendere vita e comunque rimarrà un surrogato nell’anima di ciò che sono stati i primi Calabroni.
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Da questo punto in poi, per una dozzina d’anni, la storia delle entità Charlotte e Hornets si divide: i Calabroni emigrano a New orleans nel profondo sud, Charlotte, alla quale viene promessa una nuova franchigia, si ritrova per un paio d’anni senza squadra.

Stagione 2002/03
Qui c’è una discrasia evidente con la continuità della franchigia ed è ovviamente la città.
George Shinn e Ray Wooldridge riescono a trasferire la squadra in Louisiana mentre Charlotte rimane senza team NBA per un paio d’anni.
Ho scelto di continuare con New Orleans prima di tornare simultaneamente a scrivere di ambo le franchigie dal 2004/05 quando entrambe saranno attive per poi ricongiungermi agli Hornets di Charlotte nel 2014 quando la città ricomprerà identità e i “propri” record.
A Baron Davis, un finalmente sano Jamal Mashburn, P.J. Brown e a David Wesley viene aggiunta la speranza Courtney Alexander dalla panchina.
A metà stagione tornerà anche Kenny Anderson in cambio di Elden Campbell (relegato in panchina da Silas in favore del canadese Jamaal Magloire).
Vittoria sugli Utah Jazz 100-75 proprio a New Orleans (di dov’erano originari) alla prima uscita, poi stagione altalenante, il rush finale di 7-3 (compresa una W su Phila per il 2-1 nella serie stagionale) porta il record sul 47-35 (.573) e Charlotte rimane dietro di una partita alla coppia Indiana – Philadelphia e giunge quinta.
A Charlotte tocca in sorte ancora la Philadelphia di Iverson.
I 76ers vincono 4-2 (per la prima volta anche il primo turno si svolge al meglio delle 4 vittorie) la serie al first round.
Si chiude così la prima stagione da Calabroni emigrati in Louisiana dove, alla New Orleans Arena, si registrano 641.683 presenze complessive che valgono a Shinn il 19° posto (su 29 team) in presenze nella NBA.

La stagione 2003/04 (in immagine Hugo in parata… no, non è il nuovo Papa con la bandiera a stelle e strisce) è per New Orleans la seconda come Hornets e viene inaugurata con una vittoria (88-83) al supplementare sugli Atlanta Hawks, dove, qualche anno prima, era stato protagonista Steve Smith, acquisito dagli Hornets in offseason che si rivelerà il miglior tiratore in percentuale della squadra con il 40,2%.
La prima parte della stagione, sotto la guida del nuovo coach Tim Floyd, nonostante un giocatore del calibro di Mashburn sia fuori, parte bene e il 2 gennaio, con la W a Toronto, NOLA va sul 21-12 in classifica.
La squadra però si va perdendo nonostante un buon Baron Davis (anche lui alle prese con qualche infortunio ma decisamente minore) e alla fine riuscirà con qualche vittoria ad aprile a raggiungere il 41-41 in classifica che varrà alla franchigia ex Charlotte il quinto posto ad Est mentre sarà terza nella Central Division prima di essere spostata l’anno successivo nella Southwest.
Ai playoff gli Hornets (riperso Mashburn che giocò solo 19 partite) incrociano nuovamente i Miami Heat di un giovanissimo Wade e ribattono colpo su colpo sino al 3-3 ma pagano a caro prezzo il fattore campo perdendo gara 7 a Miami e vengono eliminati al primo turno.
Il regno di Floyd sulla bench di New Orleans è già finito nonostante la quinta, faticosa, qualificazione ai playoff.

Stagione 2004/05 (New Orleans Hornets)
La stagione 2004/05 vede gli Hornets aggiungere una nuova maglia gialla solare mentre in estate li vede acquisire il rookie J.R. Smith, “The Birdman” Chris Andersen (ancora non tutto tatuato in jpg), il compianto Rodney Rogers e ci sarà il ritorno di Lee Nailon.
In panca siede Byron Scott.
Nonostante queste premesse la stagione è tremenda, dopo 12 stagioni di record non al di sotto dei .500, gli Hornets crollano nettamente partendo con un drammatico 2-29 che fa pensare al GM Bristow di rimescolare le carte.
Via prima Wesley e Baron Davis, poi via anche Mashburn “rotto” per tutta la stagione.
Per l’ex ala arriva Glenn “Big Dog” Robinson ma verrà rilasciato e non giocherà mai per i Calabroni.
Poi c’è Jackson Vroman che arriverà da Phoenix.
Purtroppo per il numero 4, sopraggiungerà la morte circa 10 anni fa, il 29 giugno 2015, quando verrà trovato morto nella piscina californiana di un amico per problemi legati al cuore dopo aver assunto un mix di sostanze stupefacenti come dimostrò l’esame tossicologico.
Con NOLA in modalità tanking (comunque le forze non erano certo da PO) la stagione finisce sul 18-64, ultimo posto nella nuova divisione (La southwest, spostati quindi ad Ovest) e in tutta la conference, medesimo record dei neonati Charlotte Bobcats.

Stagione 2004/05 (Charlotte Bobcats)
Qui raccontiamo l’esperienza di Charlotte nella stessa annata appena pubblicata su sponda New Orleans Hornets.
Se la franchigia originale continua la sua storia come Calabroni a New Orleans, in North Carolina, come promesso dalla NBA, risorge Charlotte.
C’è una “nuova” franchigia in NBA.
L’anima però qui si divide in due perché il logo di Charlotte è occupato e la squadra d’espansione (poi riconsiderata come continuazione degli attuali Hornets dalla NBA visti i record ricomprati) guidata da Robert Johnson come proprietario sceglie di reincarnarsi come Lince.
I Bobcats (dal diminutivo del nome del presidente Robert, ovvero “Bob” L. Johnson) al Draft hanno la scelta numero 2 spesa bene su Emeka Okafor (15,1 punti di media) che sarà rookie of the year.
Poi dall’expansion draft si recupera e si acquista: bene per Gerald Wallace, un pochino meno per lo sloveno Primož Brezec (13 punti a partita), poi arrivano Jason Hart, Jason Kapono, Brevin Knight, Steve Smith (il primo a segnare da tre una bomba per la squadra), ecc., ma nulla di indimenticabile che lasci il segno.
La squadra è la trentesima in NBA (ultima ancora oggi ad essere entrata dopo 20 anni) e viene inserita nella Southeastern Division dove si trova tutt’oggi anche se come reincarnazione di due vite precedenti.
Si riparte dal 4 novembre come in occasione della prima inaugurazione originale nel 1988.
La prima uscita è rappresentata da una sconfitta coi Wizards, la prima W arriva un paio di giorni più tardi contro Orlando.
La squadra fa quello che può e si arrabatta agli ordini di coach Bickerstaff e a fine stagione la squadra arancioblu-grigia, arriverà al 14° posto nella Eastern Conference con un record pari a quello dei cugini New Orleans Hornets di 18-64, davanti ai soli Atlanta Hawks con sole 13 vittorie.

Stagione 2005/06 (New Orleans/Oklahoma City Hornets)
Nel fine agosto 2005 si mettono in marcia ombre oscure che dirigono su New Orleans.
L’uragano Katrina è ancora più devastante della disastrata stagione precedente dei Calabroni e va a colpire il cuore della Big Easy mandando sottacqua una parte della città, mietendo vittime e distruggendo case.
Gli Hornets sono costretti a chiedere ospitalità ad Oklahoma City con una città in ginocchio e parti del tetto dell’Arena danneggiate.
La squadra viene quindi rinominata New Orleans/Oklahoma City Hornets per la season.
Gli Hornets al Draft pescano bene, arriva Chris Paul, rookie tremendo, born ready per giocare in NBA tanto che a fine stagione sarà nominato Rookie of the year (nell’illustrazione).
La squadra gioca benino e al Ford Center è tutto esaurito, il team sembra possa lottare per i playoff, ma prima perde Chris Andersen per uso di sostanze proibite, poi l’8 marzo rientra per giocare finalmente a New Orleans una partita contro i Lakers (persa) alla quale seguirà una serie di sconfitte in marzo che lasceranno fuori il team dai PO.
NOLA comunque finisce la stagione con 20 vittorie in più della season precedente andando sul 38-44 (10° posto ad Ovest), pronta a spiccare il volo negli anni futuri.

Stagione 2005/06 (Charlotte Bobcats)
La seconda stagione dei Bobcats ricalca deludentemente ma abbastanza ovviamente la precedente viste le forze disponibili.
Bernie Bickerstaff fa l’allenatore e l’executive.
I protagonisti sono più o meno i medesimi e non ci sono speranze di playoff nonostante un Gerald Wallace (in jpg) da 15.2 punti di media e una partenza da 2-1 dopo una W all’OT su Boston, le Linci crollano decisamente a gennaio con un 1-15 terrificante (unica W contro Houston dopo due supplementari a Charlotte) che li estromette da qualsiasi sogno.
Il finale è composto da 4 vittorie su Atlanta, Indiana, New York e Philadelphia, con esse il team raggiunge il record di 26-56 (+8 rispetto l’annata precedente) ma ottiene solo il tredicesimo posto ad Est.
Nel 2006 cessa purtroppo di esistere la franchigia gemella delle Sting (icona un Calabrone ricolorato d’arancio-blu) controllata da Robert Johnson, poiché i soldi non bastano secondo la proprietà, infatti, attualmente in WNBA Charlotte non ha più rappresentanza.

Stagione 2006/07 (New Orleans/Oklahoma City Hornets)
Pur avendo già toccato il ritorno a New Orleans l’annata precedente, i Calabroni sono costretti a rimanere per la maggior parte della stagione in Oklahoma.
Saranno 35 le partite giocate al Ford Center e 6 quelle in Louisiana.
Nella jpg David West con un unicum, la divisa rossa sfoggiata in occasione di San Valentino del 2007 con la scritta Oklahoma City in occasione della sfida ai Sacramento Kings vinta 110-93.
Con la W gli Hornets salivano sul 25-28 ma già a novembre avevano perso un pezzo impostante come il plavo Peja Stojakovic, sottopostosi ad un operazione chirurgica per rimuovere un frammento di disco della schiena.
Alla fine il record della squadra di Byron Scott sarà di 39-42 (migliorando di una partita l’annata precedente), valido per la decima piazza ad Ovest a tre partite dalla coppia Lakers/Warriors, rispettivamente settima ed ottava.
La squadra di Byron Scott, però, con il rientro alla base, era ormai pronta a spiccare il volo con Desmond Mason, Tyson Chandler, Rasual Butler, David West, CP3 ed altri elementi validi.

Stagione 2006/07 (Charlotte Bobcats) Per la stagione 2006/07 viene riconfermato Berne Bickerstaff, il presidente è Michael Jordan, il proprietario sempre Robert L. Johnson. Dal Draft alla posizione numero 3 viene pescato l’iconico e terrificante Adam Morrison (qui in jpg senza l’iconico baffo e capello lungo), ala di 203 cm che non lascerà il segno a Charlotte dopo il primo anno da rookie con medie di 11,8 punti e 2,9 rimbalzi. Infortunato il secondo anno, il terzo finirà ai Lakers prima di non rivedere più la NBA andando a giocare per la Stella Rossa in Europa. E’ proprio con i Lakers, il 29 dicembre che i Bobcats disputano una maratona di tre tempi supplementari, poi vinta 133-124 nonostante i 58 punti contro di Kobe Bryant, ex mancato. I 28 punti di Wallace e i 27 di Matt Carroll dalla panchina regalano l’ottava W alla franchigia a fronte di 21 sconfitte già subite. La squadra da lì pare migliorare e avere più convinzione. A fine annata saranno 33 le vittorie (33-49, un +7 rispetto la stagione precedente) con Gerald Wallace a tirare la carretta (18,1 punti a partita), seguito dall’altro pilastro Emeka Okafor (14,4) a precedere il playmaker Raymond Felton con 14,0 punti di media. La squadra arriva dodicesima nella Eastern Conference anticipando Atlanta, Milwaukee e Boston sul fondo della classifica.

Stagione 2007/08 (New Orleans Hornets)
Stagione super per i New Orleans Hornets rientrati alla base.
Con gli elementi cardine tutti in salute la stagione comincia bene e il primo dicembre 2007 i Calabroni rompono anche il tabù Dallas Mavericks, contro i quali non vincevano dai tempi di Charlotte dal 17 novembre 1999…
A meno di tre secondi dalla fine Peja Stojakovic, con gli Hornets sotto di tre, lascia partire dall’angolo sinistro il dardo che manda la partita all’OT dove gli Hornets si impongono 112-108.
Al giro di boa, con la vittoria su Portland per 96-81, la squadra di Chris Paul gira sul 29-12…
Il 6 febbraio, in Arizona, NOLA strappa una mitica vittoria in 2OT contro Phoenix per 132-130.
Sul finale un paio di cadute inaspettate (Utah in casa segnando solo 66 punti e a Sacramento) tolgono il possibile primato in tutta la Western Conference alla Big Easy.
Con un record di 56-26 saranno secondi ma con la vittoria del titolo divisionale sella Southwest Division.
Ai playoff CP3, David West, Peja Stojakovic e Tyson Chandler (in jpg) affrontano i Dallas Mavericks (quelli di Jason Kidd e Dirk Nowitzki) che spazzano via in 5 partite mostrando sicurezza.
La vittoria in questa serie rimane al momento l’ultima di una squadra denominata Hornets…
Alle semifinali di conference arrivano gli Spurs; 2-0, 2-2. 3-2, 3-3, poi sul più bello, con la partita casalinga da disputare e il fattore campo da rispettare, arriva la sconfitta 82-91 contro gli Speroni di Duncan, Ginobili e Tony Parker nonostante un Jannero Pargo da 18 punti dalla panchina.
Si chiude così l’annata straordinaria del team guidato da Byron Scott che sarà nominato Coach of the Year in NBA.
Sono passate altre 17 stagioni ma né i nuovi Pelicans né gli attuali Charlotte Hornets (barra Bobcats in passato) sono riusciti a raggiungere in una singola stagione questo numero di vittorie.

Stagione 2007/08 (Charlotte Bobcats)
La stagione dei nuovi Charlotte Bobcats parte con qualche cambiamento, via il “plenipotenziario” Bickerstaff, dentro il nuovo coach Sam Vincent e il nuovo executive Rod Higgins.
Dal Draft le Linci pescano da UNC Brandan Wright, girato immediatamente a Golden State per lo scorer Jason Richardson, scelta che si rivelerà buona visto il futuro di Wright in NBA anche se l’ex Warrior non rimarrà molto in North Carolina.
Dell Curry è un assistente allenatore mentre i cardini della formazione principali sono sempre Wallace, Okafor (in jpg) e Matt Carroll oltre a Nazr Mohammed che disputerà una buona prima stagione a Charlotte (la precedente l’aveva passata a Detroit).
La stagione però gira sui binari precedenti, Charlotte dopo l’illusorio inizio (2-0 grazie alle W su Milwaukee e Miami) va in difficoltà ben presto e la sconfitta a Boston in un particolare 29 febbraio 2008 manda la squadra sul 19-39.
Le migliori prestazioni di marzo ed aprile faranno chiudere Charlotte sul 32-50 (una W in meno rispetto l’annata precedente), dodicesimi a Est, ovviamente non abbastanza per raggiungere la prima desiderata post season alla quarta apparizione nella reincarnazione felina in arancioblu.

Stagione 2008/09 (New Orleans Hornets)
La dolce estate degli Hornets, vissuta sulla scia di ua stagione precedente inaspettata, regala “in omaggio” James Posey, ex membro dei Boston Celtics che dice di essere felice di giocare per i Calabroni mentre Shinn rinnova il contratto a Chris Paul, ormai volto della franchigia.
Lo chassis è il medesimo ma gli infortuni tornano a fare la loro comparsa e Chandler (anche lui alle prese con problemi fisici) è sorprendentemente sacrificato per Joe Smith e Chris Wilcox di OKC.
Impossibile dimenticare la trade fallita la scorsa stagione con Mark Williams tornato da LAL, ebbene, questa è un precedente… stesso ruolo, stessa fine… i Thunder, preoccupati per un dito del piede di Tyson, annullano lo scambio e rimandano al mittente il pacco.
Tra fine febbraio ed inizio marzo i Calabroni inanellano una serie di 7 vittorie (l’ultima proprio contro i Thunder 108-90) che li porta sul 39-22 in classifica.
La squadra però è messa male fisicamente e vince solo due delle ultime otto partite di Regular Season chiudendo sul 49-33 (7 W meno dell’annata precedente) che le valgono il settimo posto nella Western Conference.
La preoccupazione sale per lo stato di forma (solo Rasual Butler gioca tutte le partite di R.S. e chiuderà al quarto posto nel team per punti realizzati con 11,2) e perché gli imenotteri dovranno affrontare i Nuggets di Billups, giunti secondi con 54 vittorie come altri team.
Non sembra esserci partita nelle prime due gare in Colorado, NOLA riapre le speranze in gara 3 rimontando un -16 e artigliando una partita con i denti nonostante i soli 4 punti (1/9) di Peja Stojakovic (qui in jpg con la maglia Bucs in stagione, maglia ispirata alla vecchia franchigia locale dei Bucanieri) e grazie all’errore di Carmelo Anthony con l’errore al tiro a 4 secondi dalla fine.
Posey segnerà un FT chiudendo il match 95-93.
Vittoria ininfluente per la serie perché l’illusione scompare in gara 4 quando le Pepite spazzano via degli esausti giocatori in maglia bianca: 63-121, un -58 preso male dalla piazza.
A Denver è 86-107 ed eliminazione al primo turno, per New Orleans, che ambiva ad essere ormai una contender, tutto da rifare.

Stagione 2008/09 (Charlotte Bobcats)
Sam Vincent, l’allenatore dei Bobcats della stagione precedente non arriva a maggio, Michael Jordan, comproprietario e direttore del progetto tecnico lo fa fuori per assumere il mitico coach Larry Brown che, curiosità, aveva giocato nei Buccaneers di New Orleans, nei North Carolina T.H. ed esserne stato allenatore come di molte altre squadre, nazionali e anche internazionali (vedi la parentesi a Torino nel 2018).
A sua disposizione arrivano dal Draft D.J. Augustin ed Alexis Ajinça
Brown però ha già 68 anni e fa quello che può con l’aiuto di un Boris Diaw in più, la squadra sembra non avvicinarsi ai playoff quando inanella una serie di 6 vittorie consecutive (record fino a quel momento per i Bobcats) tra il 25 febbraio ed il 7 marzo grazie alla quale sale sul 28-35.
Il team chiuderà con un 7-12 nelle ultime 19 uscite ed arriverà a 35 vittorie (35-47) al decimo posto a 4 partite dalla prima qualificazione playoff come entità Bobcats.
Buona la stagione per Raja Bell con 13 punti in 45 partite mentre l’affezionato Matt Carroll (in jpg) che diminuisce sensibilmente il proprio minutaggio (da oltre 25 a poco più di 14) chiuderà a 4,1 punti con una squadra che complessivamente giungerà a toccare, a impiegare nel roster nei vari momenti della stagione fino a 24 giocatori contro i soli 15 della precedente.

Stagione 2009-10 (New Orleans Hornets)
La stagione 2009-10 per i Calabroni viene condizionata dal trascinatore CP3 che giocherà solamente 45 partite.
Il sostituto, Darren Collison, rookie comunque non malvagio, non riuscirà a sopperire alla mancanza del galattico playmaker titolare.
Facendo un passo indietro, in estate arriva lo scambio tra centri Tyson Chandler ed Emeka Okafor dei Charlotte Bobcats, si rompe così l’efficace e spettacolare asse alley-oop play-centro che aveva caratterizzato le annate precedenti.
Dopo 9 partite è l’ex coach of the yer Byron Scott a farne le spese sul 3-6 in classifica.
Al suo posto subentra Jeff Bower che Shinn si trascinava dietro da Charlotte ed era stato vice allenatore prima e GM poi.
Il 13 gennaio i Calabroni toccano quota 20 vittorie (a fronte di 17 sconfitte) battendo 108-94 i Clippers per festeggiare in casa con le proprie dance bracket (in jpg, in uno dei costumi tipici dell’annata usati dalle cheerleader).
La squadra cambia parecchi lineup per esigenza ma la solfa non cambia si rimane intorno a quota .500 nonostante la W del 26 febbraio che porta NOLA ancora sul +3, sul 31-28 in classifica.
Il dramma è Paul torni indisponibile e così la squadra a fine marzo crolla sul 35-41 per finire ad aprile sul 37-45 raccattando due W inutili (Minnie in casa e Houston fuori) con il prospetto locale (SG) Marcus Thornton (amato dai fan) lanciato già da qualche tempo come titolare.
Dopo due anni la squadra da contender si trova fuori dai playoff ma le preoccupazioni sono extra-cestistiche perché il proprietario George Shinn – ammalatosi di tumore – vuole vendere la sua parte al socio di minoranza Gary Chouest ma la trattativa è difficile e New Orleans già in estate si troverà in una posizione difficile per la propria sopravvivenza che avrà sviluppi nella stagione successiva…

Stagione 2009-10 (Charlotte Bobcats)
La stagione 2009-10 dei Charlotte Bobcats comincia bene con una buona scelta al Draft 2009, alla 12 arriva Gerald Henderson che sarà un discreto punto di riferimento in futuro.
Al timone sempre Larry Brown che avrà il 28° attacco di tutta la NBA e detta così potrebbe sembrare un’altra, l’ennesima, tragica stagione per i Bobcats che partono con Felton, S. Graham, B. Diaw, G. Wallace e T. Chandler come quintetto per poi variare diverse volte in stagione con le entrate di giocatori come R. Bell., S. Jackson, N. Mohammed o T. Ratliff.
La sostanza è che la squadra è tignosa e poco arrendevole, gioca 7 OT (uno doppio) vincendone 4.
la squadra galleggia, sempre sul punto di affogare ma rimane sempre a galla trovando risorse forse inaspettate, sul 28-31, la squadra, forse galvanizzata dalla vendita fatta da Bob Johnson all’icona NBA Michael Jordan (nuovo proprietario), si incendia: arrivano sei vittorie di fila: Lakers, Golden State e Miami in casa, Phila fuori, Clippers in casa e Orlando fuori che danno una scossa alla old Queen City.
In immagine D.J. Augustin, Stephen Jackson e Gerald Wallace.
La squadra finisce al settimo posto (tra Milwaukee e Chicago) della Eastern Conference con un 44-38 decretato soprattutto dalla gran difesa di squadra che concederà solamente 93,8 punti di media agli avversari risultando la miglior difesa dell’annata di tutta la NBA.
Sarà la prima apparizione ai playoff della reincarnazione Linci.
Ai playoff purtroppo l’inesperienza si fa sentire e i Magic di Dwight Howard, Vince Carter e un particolarmente ispirato (nella serie) Jameer Nelson si sbarazzano delle Linci agevolmente per 4-0.
I Bobcats, comunque felici dell’esperienza, sperano di ripartire dalla difesa per conquistare un altro playoff nel 2011 con in più un MJ al timone…

Stagione 2010/11 (New Orleans Hornets)
La stagione 2010/11 vede metaforicamente far tornare minacciose nubi temporalesche all’orizzonte.
Shinn non trova acquirenti per la franchigia ma the show must go on e in estate arriva Monty Williams come coach assistente a Portland.
Giunge a New Orleans anche il nostrano Marco Belinelli che convince subito il nuovo coach a schierarlo come titolare in SG al posto del prodotto locale Marcus Thornton (buon attacco ma pochissima difesa) generando qualche malumore della piazza.
Monty però ha ragione, accanto a lui, a facilitare i compiti ci sono ancora Chris Paul (in jpg, al canto del cigno), Trevor Ariza, David West ed Emeka Okafor.
Monty ha ragione, il quintetto parte sparato stupendo tutti: è 8-0 nelle prime uscite e 11-1 nelle prime 12 poi tutto torna alla normalità e il 10 dicembre si è sul 14-8 quando George Shinn vende la sua squadra alla NBA non trovando acquirenti.
La franchigia diviene di fatto un contenitore vuoto fatto di multiproprietà appannaggio degli altri concorrenti.
Tra il 9 e il 26 gennaio New Orleans vince una serie di 10 partite consecutive portandone a casa ben 3 all’OT e il team si rilancia sul 31-16…
Finirà con un più modesto ma abbastanza soddisfacente 46-36 che li porterà al settimo posto ad affrontare i campioni dei Lakers di Kobe Bryant.
Sembrerebbe sulla carta che i gialloviola possano spazzare via senza resistenza gli azzurroviola, anche perché David West – il secondo pezzo fondamentale per il team – il 24 marzo, in una tirata W all’OT contro Utah si rompe il legamento crociato anteriore.
Gli Hornets però vincono gara 1 a Los Angeles in maniera epica, perdono le due seguenti e la rimettono in parità a New Orleans in gara 4, ancora abbastanza inaspettatamente.
Purtroppo però alla lunga non hanno cm per controbilanciare la coppia Pau Gasol e Bynum nonostante l’inserimento in quintetto di un interessante Carl Landry, così la serie finirà in 6 game a favore dei californiani.
Il peggio però deve ancora arrivare in estate quando si materializzeranno gli effetti della vendita e permettetemi la considerazione che se “le storie d’amore finiscono” allora non erano vere storie d’amore.

Stagione 2010-11 (Charlotte Bobcats)
La stagione 2010-11 (la settima per i Bobcats) segna per Charlotte un passo indietro nella mediocrità.
Non avrebbe potuto essere altrimenti nonostante l’ossimoro di fatto tra le alte aspirazioni della franchigia e il mercato fatto.
Arrivano giocatori fuffa più compensazioni in cash e qualche futura scelta, tra gli scambi meno riusciti ecco Dampier, Najera e il ritorno di Matt Carroll per Chandler ed Ajinça spediti ai Mavericks oppure quelli fatti a metà stagione (il 24 febbraio) nel quale ci si sbarazza di Nazr Mohammed mandato a OKC o quello della bandiera Gerald Wallace per Przybilla, Dante Cunningham e Sean Marks a Portland quando la classifica era su un rimediabile 25-32.
Anche il regno di coach Larry Brown dura poco, facendo un passo indietro solo 29 partite, sostituito dopo la W del 10-19, poi ariva Paul Silas, ex coach che non riuscirà ad imprimere una svolta ad una squadra limitata nelle quale Stephen Jackson finirà con 18,5 punti al comando delle Linci seguito da Gerald Wallace (48 partite) con 15,6 e poi sul podio delle medie punti realizzati il play D.J. Augustin con 14,4.
La squadra, che in estate aveva aggiunto Kwane Brown e D. McGuire (il secondo fatto fuori a febbraio), termina in maniera strana nelle ultime 10 partite: 2 W in game 73 e 74, tanking fino alla terzultima giornata e 2 W finali per un 34-48 che li relega al decimo posto.
C’è poco da festeggiare per le belle “Lady Cats” (in jpg), forse ad esempio il buon pareggio – 2-2 – in Regular Season contro i Bulls di Derrick Rose che finiranno sul 62-20…
A livello negativo però non si era ancora giunti a toccare il fondo che stava per arrivare nonostante…

Stagione 2011-12 (New Orleans Hornets)
La stagione 2011-12 è segnata da quello che attualmente risulta essere l’ultimo lockout per la NBA.
I soliti motivi economici portano ad una serrata finché l’8 dicembre si va ufficialmente a riprendere avendo trovato un accordo tra giocatori e Lega.
La stagione sarà di 66 partite.
Paul, con l’aria che tira in Louisiana è sul piede di partenza e quando tutto sembra già essere stato fatto per mandarlo ai Lakers, interviene il commissioner David Stern che manda all’aria tutto.
CP3 si accaserà quindi sull’altra sponda losangelina, quella dei Clippers, in cambio di Eric Gordon, A.F. Aminu e Chris Kaman.
Il primo sarà il miglior marcatore dei Calabroni a fine stagione con 20,6 punti ma NOLA arriva penultima per punti realizzati.
Un tocco latino arriva con le acquisizioni del messicano Gustavo Ayon e il play che si alternerà con Jarrett Jack, ovvero il venezuelano Greivis Vasquez (C e PG rispettivamente) ma ovviamente non basta a sopperire la mancanza dell’anima di CP3.
La squadra parte sul 2-1 a dicembre vincendo a Phoenix e in casa con Boston ma il 2-16 di gennaio riporta il team di Monty Williams alla realtà che nemmeno Marco Belinelli (in jpg con la divisa del carnevale) con 11,8 punti (5° marcatore del team) di media a partita potrà cambiare.
Il finale è di 21-45 ma la vera notizia è che poco prima della fine della stagione, tale Tom Benson (proprietario dei Saints in NFL) vuole comprare il team dalla NBA (si concretizzerà in aprile) ma ciò che non si sa è che stranamente vuole portare a compimento un suo vecchio sogno.
Nel 1992 aveva tentato di comprare una squadra di baseball a Charlotte (gli Knights) per portarla a New Orleans e rinominarla Pelicans ma per una serie di spostamenti nella lega l’operazione non andò in porto e nessuno ancora lo sapeva ma il suo acquisto stava per portare cambiamenti d’identità in NBA e non solo…

Stagione 2011-12 (Charlotte Bobcats)
La stagione 2011-12 dei Charlotte Bobcats è stata l’ottava stagione dei Charlotte Bobcats nella NBA.
L’unica nota positiva della stagione è la scelta al Draft, un tizio proveniente dalla Grande Mela, tale Cardiac Kemba che sul palco si commuove.
Purtroppo la squadra è talmente grama che la commozione viene ai tifosi (quella cerebrale però) che si sobbarcano la vista di una delle peggiori squadre di tutti i tempi in NBA.
I Bobcats (34-48 nella stagione precedente), hanno la fortuna di giocare 16 partite in meno in questa stagione per via del lockout che fece partire la season a fine dicembre.
La stagione si chiude con un drammatico 7-59 (.106), peggio dei Philadelphia 76ers del 1972-73 (.110) per la più bassa percentuale di vittorie nella storia della NBA.
Charlotte vince l’ultimo game il 17 marzo contro Toronto ma matematicamente è già fatta fuori dai playoff il 28 marzo 2012, dopo una sconfitta casalinga per 88-83 contro i Minnesota Timberwolves.
La stagione finirà con un tanking, voluto o no, sparato con una striscia di 23 sconfitte consecutive sperando così di ottenere una prima scelta al Draft che non arrivava dal 1991…
La guardia Gerald Henderson guidò la squadra in termini di punti segnati, con una media di 15,1 punti a partita.
L’attaccante-centro Bismack Biyombo è stato il migliore nei rimbalzi a partita (5,8), mentre il playmaker D. J. Augustin ha registrato un record di squadra di 6,4 assist a partita mentre un acerbo Kemba Walker (in jpg) in 27.2 minuti di media aveva già fatto registrare 12,1 punti a partita, terzo in squadra dopo Corey Maggette con 15,0 di media.

Stagione 2012-13 (New Orleans Hornets)
La stagione 2012-13, a parte alcune rare ma emozionanti vittorie (vedi il tris calato tra il 5 e il 9 gennaio partendo da una W a Dallas all’OT per poi battere le altre due texane rivali divisionali, San Antonio e Houston in casa) non sarà molto da ricordare sul parquet per il team di fresca “proprietà” a targa Tom Benson.
Due però sono gli eventi che cambiano i destini della franchigia.
Uno è in jpg e si tratta di un colpo di fortuna direbbero gli ingenui o meglio, una compensazione, un omaggio della lega al buon (ormai trapassato) Tom per aver acquistato la franchigia.
La lottery premia New Orleans che va dritta su colui che tutti indicano come il fenomeno dell’anno: “The Unibrow”, al secolo Anthony Davis.
AD è quindi un Hornet ma “beffa del destino” lo sarà solamente per un anno poiché Tom Benson vuole cambiare colori, nome e brand al franchise dicendo che vuole qualcosa più attinente allo stato della Louisiana, innescando poi quel meccanismo di fusione delle realtà e delle entità che porterà al processo della richiesta del nome e dei record dei nuovi Charlotte Hornets per il quale la franchigia della Louisiana (secondo la NBA) a oggi diventa demenzialmente la franchigia più giovane.
In stagione regolare si parte con una sconfitta per 95-99 in casa contro gli Spurs di Duncan, Parker e Leonard dove Davis fa vedere di che pasta è fatto andando a mettere 21 punti.
Le vittorie sui Jazz in casa e i Bulls fuori fanno ben sperare ma ben presto è chiaro che una squadra che ha pochi elementi buoni su cui contare non andrà lontano…
Gordon finisce la stagione con 17 punti di media, Ryan Anderson con 16.2 (per lui ad agosto lo attende la tristissima sorpresa che la fidanzata, Gia Allemand, depressa, si suicidi lasciando un messaggio d’affetto ai suoi cari per l’amore e il supporto donatogli) e poi ci sono Vasquez a 13,9, Davis a 13,5 (secondo per il premio rookie of the year dietro a Lillard) e “Telespalla” Robin Lopez a chiudere le medie da doppia cifra con 11,3.
Il 31 marzo NOLA vince 112-92 su Cleveland ottenendo l’ultima W casalinga, il 7 aprile vince la sua ultima partita battendo in Arizona Phoenix 95-92 prima di cedere le ultime 5 partite per toccare un record di 27-55 “utile” per il penultimo posto a Ovest prima che di lì a poco i Calabroni scompaiano dalle terre paludose della Louisiana.

Stagione 2012-13 (Charlotte Bobcats)
La stagione delle Linci (ancora non lo sanno ma sarà la penultima come Bobcats) non inizia come sperato in estate: nonostante le sole 7 vittorie, coloro che saranno di lì a breve i Pelicans, avranno evidentemente in omaggio (oltre probabilmente ad altre cosucce tra le quali un casco di banane rubate ma non a Palermo perché se gliele tocchi si incazzano) la scelta numero 1 dopo la compravendita tra La NBA e Tom Benson.
Charlotte, in coerenza con le annate precedenti, decide di puntare su un giocatore più difensivo, Michael Kidd-Gilchrist, dal tiro anomalo e sgraziato.
Volendo vedere, col senno di poi, il team gestito da Jordan, Ric Cho e allenato da Mike Dunlop, avrebbe potuto scegliere un Bradley Beal, un Jeremy Lamb o ancora meglio un Damian Lillard.
Scelta ovviamente sbagliata ma impossibile non “amare” un ragazzo che dopo alcuni anni, prima di subire un infortunio che non lo farò più tornare lo stesso, veniva impiegato su ogni tipo di minaccia offensiva dell’altra squadra, di qualsiasi altezza e stazza perché MKG ci metteva l’anima.
In estate arriva Ramon Sessions.
La stagione rompe il tabù di sconfitte inanellate la season precedente partendo in game 1 con una W su Indiana 90-89, il 10 novembre arriva la seconda vittoria che rompe il tabù Mavericks, battuti per la prima volta da Bobcats, ci vuole un supplementare per aver ragione dei texani 101-97.
Seguono due altre W, una con Washington e una a Minneapolis.
Il team però vaga tra l’acerbo e la scarsità di molti elementi e incassa molte più sconfitte anche se alla fine dell’anno si vede qualche miglioramento ottenendo una striscia di tre vittorie: Milwaukee, New York e Cleveland, tutte a Charlotte.
Walker chiude da top scorer con 17,7 pt., Henderson segue con 15.5, Sessions con 14,4 è terzo, MKG è settimo nei punti segnati con 9,0 di media e viene votato peri il ROY solamente all’ottavo posto.
Dunlop chiude sul 21-61 e non viene riconfermato ma la squadra sembra pronta per accedere ad un altro livello l’anno successivo sotto la guida di coach Clifford, ingaggiato il 29 maggio.

Stagione 2013/14 (Charlotte Bobcats)
Premetto che da questa per questa stagione non seguiremo più New Orleans per via del cambio in Pelicans che ruppe la simbiosi identitaria dei Calabroni, ci occuperemo quindi solamente di Charlotte.
Quella che sta per divenire l’ultima storica stagione degli Charlotte Bobcats ha nel prequel della costruzione estiva i prodromi di un’annata finalmente soddisfacente.
Charlotte si copre sotto canestro; oltre a Bismark Biyombo, infatti, arriva dal Draft un giovane Cody Zeller (in jpg) scelto alla posizione numero 4 ma il centro titolare sarà l’ex Jazz, Al Jefferson, un upgrade che pagherà a fine stagione.
Sulla panchina arriva un ex assistente di Magic e Lakers, Steve Clifford, che trasmetterà il suo carattere alla squadra.
La squadra si rivela essere più tignosa, più combattiva e anche se a game 60 si trova su un 27-33, nella parte finale lotta ottenendo un 16-6 (giocando ben 5 supplementari e vincendone 4 compreso quello dell’ultima partita stagionale contro Chicago) per giungere ad un record vincente di 43-39.
Al Jefferson chiuderà con 21,8 punti di media e 10,8 rimbalzi, dietro di lui l’emergente Kemba Walker con 17,7 punti e 6,1 assist, quindi la spalla Gerlad Henderson con 14,0 pt. e Gary Neal arrivato a metà stagione con 11,2.
La squadra è buona ma ha la sfortuna di arrivare settima e di incrociare al secondo posto della Eastern la corazzata Heat (arrivati due game dietro ai Pacers) dei Big 3: LeBron James, Chris Bosh e Dwayne Wade.
Finisce 0-4 con un margine minimo di 4 punti (Game 2 a Miami: 97-101) ed esperienza per l’anno futuro che inizierà da Hornets 2.0, infatti, seguendo la volontà entusiastica di un gruppo chiamato Bring Back to The Buzz, Jordan il 22 dicembre 2013 – con abile mossa commerciale – presentava il nuovo logo per tornare alle radici identitarie dei Calabroni del North Carolina, il progetto tecnico però…

Puntata 38: Stagione 2014-15 (Charlotte Hornets)
Il 20 maggio 2014 Michael Jordan (in jpg con il nuovo logo), “proprietario” di Charlotte, dopo aver ricomprato da New Orleans, simboli, colori e record dei Calabroni 1.0 fa risposare la città con gli amati Hornets.
In estate arriva dal Draft (alla 9) Noah Vonleh, nulla di serio, dal mercato, invece, si punta molto a livello difensivo su Lance Stephenson, (il disturbatore di LeBron James) poi su Marvin Williams (ex Jazz), inoltre per la bench arrivano Brian Roberts e Mo Williams.
Se ne vanno Josh McRoberts (Miami), Anthony Tolliver e Luke Ridnour.
La stagione è piena di aspettative ma la NBA piazza un calendario considerato il terzo peggiore della lega, denso ad inizio stagione e con troppi back to back.
Il 29 ottobre l’esordio degli Hornets 2.0 si trasforma nella più epica rimonta della loro storia: a circa metà del terzo quarto la squadra di Clifford è sotto di 24 punti (50-74) ma gli Hornets, trascinati da Marvin Williams e Kemba Walker agguantano in extremis il supplementare fino a vincerlo con un fade-away dello steso Kemba per trovare quello che a oggi è il più gran comeback vincente di Charlotte.
La squadra però non parte bene nonostante il 7 novembre una tabellata di Stephenson risolva in buzzer beater la contesa con gli Hawks dopo due tempi supplementari regalando un’altra emozione forte e positiva ai fan purple & teal.
Il penultimo mese dell’anno è terribile (pur con una bella W il 5 dicembre con capolavoro buzzer beater di Kemba Walker contro New York per il 103-102) e a inizio anno nuovo i Calabroni sono sotto di 14 partite dopo la sconfitta contro Cleveland: 10-24.
La squadra si rimette in sesto e il 5 febbraio va sul -5 da quota .500 con la W sui Wizards (22-27) ma tiene solo fino al 13 marzo con la vittoria sui Bulls (101-91) è 29-35.
Le ultime 18 gare sono condizionate da numerosi infortuni: Jefferson, Zeller e altri big come MKG (Kidd-Gilchrist) pesano sull’economia delle partite, soprattutto quest ultimo come stopper difensivo viene a mancare.
Nelle ultime 6 partite è tanking e il 4-14 delle ultime 18 uscite relega i Calabroni all’undicesimo posto della Eastern con un record di 33-49, una partita davanti ai Pistons.
La prima stagione degli Charlotte Hornets è agrodolce e si punta a costruire di meglio per la successiva.