Bubble Bobble

Graham, Bridges e le bubble…

Senza partite ufficiali degli Hornets da quasi sette mesi inizio a non ricordare più l’emozione di una palla a spicchi.

La stagione NBA più lunga e controversa di sempre sta gettando le sue ultime ombre al di fuori della bubble di Orlando per far scintillare la luce dei Lakers.

Quella che LeBron James prima dell’inizio delle ostilità tra le 22 squadre invitate in Florida chiamava “una prigione” sta consegnando un sogno ai gialloviola, quello di tornare in vetta, sulla cima cestistica del mondo dopo anni non all’altezza della tradizione dei californiani.

Non ci hanno messo poi molto a rialzarsi (in media) comunque i Lacustri che oggi collegano realtà e concretezza alla strada già tracciata verso la favola di un Kobe Bryant che li guida spiritualmente verso un altro anello nel segno della forza mentale.

Il 3-1 nella serie difficilmente lascerà spiragli per un possibile “ribaltone”…

Grazie al loro appeal e alle loro possibilità economiche i Lakers si sono portati a casa Anthony Davis, un predestinato “scippato” a Charlotte ma che giocò il suo primo anno ai New Orleans Hornets dei quali vidi tutte le partite.

Eccolo qui in pochi highlight – nei quali già faceva intravedere il suo potenziale – nelle sue primissime uscite:

Grazie a lui e grazie al fatto che gli Heat (ultima squadra con la quale abbiamo giocato in regular season vincendo a Miami) siano andati alla grandissima oltre le loro aspettative giungendo in finale e con un paio di infortunati pesanti in qualche partita, difficile che il Calore di Miami riesca a ribaltare il pronostico di una stagione che li rilancia comunque tra le grandi, una squadra in netto miglioramento, una outsider con pedigree.

A Charlotte invece è terminata da pochi giorni la locale bolla di allenamento (è un Double Bubble o Bubble Bobble come da titolo in giro) durata due settimane.

McDaniels lanciato a canestro nella bolla.

Dopo sei mesi nei quali la squadra non si era vista finalmente era giunto il tempo di riunirsi anche per fornire allo staff coaching indicazioni sullo stato dei giocatori.

Con la stagione NBA 2020-21 ancora da valutare nella sua organizzazione complessiva, compresa la parte sulla sicurezza, i giocatori torneranno agli allenamenti individuali e se l’iter sarà rispettato, le squadre dovrebbero tornare più avanti a vedersi per i classici allenamenti prestagionali.

“Quando non hai chiarezza è difficile rimanere concentrati in generale”, ha detto il coach James Borrego all’inizio del camp.

“Questa bolla ci ha dato qualcosa a cui guardare, preparare e sviluppare. Questa è stata una bella parte del nostro programma sul quale potevamo crescere e costruire. Dove si va da qui nessuno lo sa. La cosa più importante è che siamo pronti ad adattarci e lo facciamo comunicando tra i nostri giocatori e il nostro staff “.

Borrego ha sperimentato diversi quintetti in vista della prossima stagione provando anche il 4 vs 4 per dare più spazi e possibilità ai giocatori di toccar palla.

Riuscire finalmente a vedersi fisicamente, ad avere una relazione umana non virtuale è sicuramente un aspetto fondamentale di tempi sempre più superficiali e svanenti:

“Basta essere di nuovo insieme e vedersi faccia a faccia, ridere, sorridere, competere l’uno contro l’altro. Non avrei potuto immaginare un’ambientazione migliore per noi in questo momento. Questi ragazzi si amano, amano stare insieme. Si tratta di costruire la nostra cultura e questa è una parte importante della costruzione di quella cultura e dell’unione di cui abbiamo bisogno”.

Con un po’ di entusiasmo dei giovani (che aiutano) degli Swarm ad attenuare qualche mancanza per motivazioni differenti (Chealey infortunato, Biyombo sul piede di partenza?) Charlotte guarda anche al Draft e a come si comporrà il Salary Cap generale della NBA (da decidere) per la prossima stagione.

Con la terza scelta assoluta servirebbe finalmente un centro, un lungo che si faccia rispettare in difesa e sappia giocare un po’ in attacco mentre dal mercato mi aspetterei una SG/Swingman con punti nelle mani, specialmente dalla grande distanza, un’esigenza del gioco moderno.

A tal proposito sono andato a ripescare un pezzo di Superbasket anni settanta nel quale si parlava proprio sui pro e contro riguardo l’introduzione del tiro da fuori.

Tornando ai giocatori, spicca tra questi nomi Ray Phills, figlio del compianto Bobby perso quando aveva solo tre anni.

Ray ha 24 anni, è nato il 25 luglio del 1996 a Charlotte.

Trey Phills al Gatorade camp. Foto tratta dalla pagina ufficiale degli Charlotte Hornets.

188 cm per 84 kg è una guardia tiratrice fondamentalmente, da Yale (79 da titolare in 107 giocate) per passare impalpabilmente ai Wind City Bulls e poi approdare finalmente a “casa” in febbraio con i Grensboro Swarm.

Forse non giocherà con i titolari ma anche il padre fece fatica all’inizio della sua carriera.

Probabilmente a Ray servirebbe più fisicità ma in questo periodo d’incertezza da Covid 19, anche se nella bolla di Orlando sembrerebbe andar tutto piuttosto bene – a parte avvenimenti del mondo esterno che hanno toccato la NBA (vedi lo sciopero con minaccia di bloccare la stagione per l’uomo di colore cui i “soliti poliziotti” spararono alla schiena a bruciapelo, intenzione poi non attuata ma rientrata piuttosto velocemente) e interno (la tristezza di un pubblico finto riprodotto ologrammaticamente che esulta a volte sproporzionato e in prospettive 2D terrificanti come da certe riprese sulla tripla di Davis nel finale contro Denver) – ci sono ancora da capire diverse cose a partire da ciò che sarà l’eventuale organizzazione futura della NBA per poter disputare una nuova stagione in relativa sicurezza in una nazione che ha parecchi problemi con il virus (vedi Trump e i suoi commenti sempre scientificamente inesistenti).

Sicuramente, a confronto con la Lega Calcio nostrana, la NBA ha fatto un figurione nella gestione dei Playoffs, stendiamo un velo pietoso sull’organizzazione calcistica delle nostre parti…

Charlotte comunque dopo sei anni, dalla sua rinascita come Hornets, ha cambiato le proprie prime due uniformi, association e icon, oggi rispettivamente in sfondo bianco e un teal sempre meno teal ma più spostato sull’azzurro.

Le nuove divise richiamano la seconda versione originale dei primi Charlotte Hornets anche se queste divise sono più “pulite”.

La doppia striscia verticale ravvicinata è l’elemento ricollegante con il passato, il gusto è personale, se non le avete ancora viste potrete “giudicarle” da soli…

Le vedremo per la prossima stagione 2020/21 o magari solamente “2021”?

Staremo a guardare cosa escogiterà la NBA…

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Informazioni su igor

La mia Hornetsmania comincia nel 1994, quando sui campi della NBA esisteva la squadra più strana e simpatica della Lega, capace di andare a vincere anche su campi ritenuti impossibili. Il simbolo, il piccolo "Muggsy" Bogues, il giocatore più minuscolo di sempre nella NBA (che è anche quello con più "cuore"), la potenza di Grandmama, alias Larry Johnson, le facce di Alonzo Mourning e l'armonia presente nella balistica di Dell Curry, sono gli ingredienti che determinano la mia immutabile scelta.

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