Game 2: Charlotte Hornets Vs Atlanta Hawks 109-91

 
Sembrava un brutto sogno, un’altra di quelle bolle di sapone pronte a esplodere nel nulla (il Buddha ne metaforizzava così la visione impermanente dell’universo) la stagione di Charlotte, quando dopo la sconfitta a Detroit sul 20-40 per gli Hawks, a Charlotte, la squadra non mostrava né gioco, né segni di risveglio…
Una squadra di zombie con poche eccezioni, una panchina preoccupante a disattendere le aspettative di una stagione migliore rispetto alla passata…
Nel cuore del secondo quarto però Charlotte si rianimava mostrando la bellezza del basket, riorganizzandosi con il rientro dei titolari rientrava in partita per poi compiere il capolavoro (parziale di 22-0) nel terzo quarto e vincer la partita mostrando, anche se non sempre ben collegata, l’asse portante del team; Kemba/Dwight.
I turnover sono stati ancor peggiori della partita precedente (21), questo rimane un dato preoccupante per quella che era la miglior squadra insieme a Dallas in questa statistica. Sono stati però i 57 rimbalzi a 38, oltre il 43% dal campo contro il 37,9% di Atlanta, oltre al maggior numero di liberi avuti a disposizione, a condurre Charlotte alla vittoria.
Forse Atlanta ha pagato anche qualche fischio oltremodo sfavorevole ma non decisivo e ha peccato soprattutto d’inesperienza (Collins su tutti), pagando la fisicità di Howard e la mobilità di Kemba.
 
Atlanta si presentava a Charlotte forte della vittoria ottenuta sul campo dei Dallas Mavericks con un ventello di marco Belinelli.
Budenholzer mandava in campo: Schröder, Bazemore, Prince, Ilyasova e Dedmon.
Schröder finirà con 25 punti, Prince con 15, buon contributo anche da Bazemore e Dedmon con 11 a testa.
Il Beli si fermerà a 4 rimbalzi e 5 pt..
Coach Clifford invece doveva fare a meno anche di Zeller a causa di una contusione ossea.
Notizia arrivata in giornata che allungava la lista degli infortunati illustri (MCW, MKG e Batum, per citarne uno senza codice fiscale).
I prescelti da Clifford erano quindi; Walker, Lamb, M. Williams, Bacon e Howard.

Jeremy Lamb contro Taurean Prince 2017 NBAE (Photo by Kent Smith/NBAE via Getty Images)

 
Lamb buttandosi dentro appoggiava di destra nel traffico segnando subito il 2-0 ma Schröder pareggiava altrettanto velocemente con un pullup centrale dal mid range.
In una guerra tra centri Dedmond mostrava la capacità di colpire da distanze improbe per i centri classici; suo il 2-4 dalla sinistra ai bordi interni della tripla era contrastato da due punti di Howard nel pitturato, ma ancora l’ex Magic trovava dalla parte opposta ben tre punti portando il tabellone sul 4-7.
Charlotte iniziava a denotare ancora il problema dei palloni persi, la prima sfera lasciata sul campo era di Kemba, la folata offensiva di Bazemore che schiacciava sul ferro, ma la palla s’impennava e ricadeva sfortunatamente per noi, perfettamente dentro la retina.
Walker si faceva perdonare colpendo da tre un paio di volte volgendo il punteggio (10-9) a favore di Charlotte a 7:33, inoltre da una drive del nostro capitano scaturiva un’azione dinamica che portava Howard a realizzare il 12-9.
L’ex Belinelli appena entrato, faceva centro al secondo tentativo frazionando però con due liberi dalla lunetta i suoi due punti, inoltre Atlanta iniziava ad approfittare dei vari turnover che gli uomini di Clifford concedevano per portarsi sul 12-17 prima che una dunk aggressiva a una mano di Howard a 4:42 ricucisse un po’ lo strappo (14-17).
Un lob corto di Kaminsky verso Howard e una schiacciata annullata a Dwight aprivano il campo ai Falchi che sfruttavano la graduale scomparsa dal campo degli Hornets nonostante O’Bryant a 3:12 andasse subito a segno realizzando il 16-19.
Delaney partendo da lontano costringeva Graham ad arretrare fin sotto il ferro dove non riusciva a opporsi all’appoggio che valeva il 16-26, poi, dopo due FT infilati da Frank, Collins da sotto in cambio mano chiudeva i primi 12 minuti sul punteggio di 18-28.
 
Il distacco di dieci punti sembrava già abissale considerando l’avversario ma era destinato a raddoppiare nel volgere di pochi minuti, infatti, prima Babbitt centrava da tre punti il canestro degli Hornets, poi era Schröder a cecchinare contro Kaminsky fissando un 20-40 irreale…
A quel punto la panchina si riprendeva un po’; segni di risveglio arrivavano da Kaminsky, il quale nel traffico del pitturato mandava alta la sfera a schiantarsi contro il plexiglass prima di ricadere nel cesto.
Walker aiutava infilando la terza bomba (su tre tentativi), poi toccava ancora a Kaminsky dopo uno spin, inventarsi un tiro acrobatico di sinistro subendo fallo.
Canestro e libero realizzato, parziale di 8-0, 28-40. Kaminsky a 5:33 infilando una tripla accorciava sul -11 (33-44), ma a 4:41 era facile per un dimenticato Belinelli ricacciare indietro lo sciame ronzante (35-47).
Gli Hornets inventavano due azioni personali; la prima di Howard che da sinistra entrava in area battendo il diretto avversario con un gancio forzato, la seconda con Graham che dalla linea di fondo destra trovava Belinelli in chiusura, spin all’interno, avvicinamento e appoggio al vetro che unito al 2/2 di Kaminsky portavano Charlotte sul 41-49 a 2:28 dall’intervallo.
A ritardare i piani di rientro degli uomini di Clifford era Muscala con una tripla dal corner destro, Lamb con una strong drive slalomeggiava sulla sinistra per andare ad appoggiare nella fluttuante incertezza che si trasformava in due punti grazie alla bravura del nostro numero 3.
I tre secondi fischiati ad Atlanta salvavano Charlotte da una tripla errata di Kaminsky; Walker a 1:38 realizzava il tecnico, Frank aggiungeva successivamente un 2/2 a 1:37 (46-53) ma su un’uscita di Kaminsky per andare a bloccare una tripla, Williams e gli altri risultavano passivi sul tap-in colpo di reni di Muscala che bocciava la difesa di Charlotte. Dopo uno sfondamento di Collins su Kemba e una tripla di Kaminsky, gli arbitri sanzionavano un leggero contatto ai danni di Collins che a quattro decimi dalla pausa lunga splittando, mandava negli spogliatoi le squadre sul 49-56.

Frank Kaminsky in entrata su Mike Muscala
(Photo by Streeter Lecka/Getty Images)

La ripresa non iniziava bene perché una spinta troppo energica in attacco di Howard costava il quarto fallo al nostro centro che comunque rimaneva sul parquet e stoppava immediatamente d’avambraccio una conclusione di Schröder poi Bazemore infilava dalla destra tre punti contro Bacon che rispondeva con la stessa arma dal punto opposto, Schröder realizzava un teardrop, Lamb replicava con due floater portando Charlotte sul 56-61.
Howard riduceva il gap mettendo un appoggio ravvicinato con Ilyasova a provare a opporsi e a prender uno sfondamento.
Anche Ilyasova raggiungeva il quarto fallo e Howard di lì a poco avrebbe iniziato a maramaldeggiare sotto le plance…
Probabilmente gli arbitri valutavano i talloni d’Ilyasova sul semicerchio assegnando il canestro.
La partita intensificava i ritmi; Prince da tre, Lamb non era fortunato nell’appoggio in entrata ma la torre Howard guadagnava due liberi (Bazemore foul) convertendoli in punti (60-64), Marvin salvava stoppando Muscala in ottimo stile ma Schröder contro Howard alzava velocemente il pullup del +6 che diventava +9 dopo un giro palla che portava Kemba su Prince.
Sul riallungo dei Falchi succedeva l’impossibile:
Charlotte faticava splittando un paio di volte dalla lunetta (1/2 di Kemba e di Howard) portandosi sul 62-69 a 5:15, poi arrivava la svolta con due schiacciate di Howard appese; la prima a 4:49, la seconda a 4:20 grazie a un passaggio schiacciato di Kemba che lo pescava tutto solo.
Il tentativo di recupero con tocco di Prince dava un punto supplementare a Charlotte ormai giunta a -2.
Il sorpasso era nell’aria e maturava a 3:53, quando Bacon dalla destra infilava la tripla del 70-69.
Charlotte non si fermava più; il cambio passo di Kemba era reale, non solo metaforico e portava ad altri due punti, ancora Walker era buttato giù su un tentativo di tripla (fallita), guadagnando tre liberi corrispondenti a tre punti, poi Frank insisteva da destra dopo la finta di partenza da lontano, trovava il modo d’avvicinarsi e battere il proprio difensore.
Monk partecipava a 1:14 alla festa colpendo da tre e Kemba con due liberi chiudeva il parziale di 22-0 che lui stesso aveva iniziato dallo stesso punto.
A 45.8 Charlotte si trovava incredibilmente sull’84-69… Un’entrata con appoggio destro di Schröder interrompeva l’incantesimo ma il parziale di 35-17 e il finale di quarto sull’84-73 lasciava buone speranze a Charlotte.
 
La squadra di Clifford nell’ultimo quarto controllava.
Da segnalare a 11:25 una bella entrata di Frank controllando in palleggio un passaggio troppo basso di O’Bryant più canestro finale da pressato, un rimbalzo offensivo che in più tempi ancora O’Bryant strappava agli avversari sebbene Lamb perdesse la maniglia e si salvasse con un fallo che renderà inerte il contropiede di Bazemore, un salvataggio di Graham prima che la palla esca sul fondo (lato Hawks) che innescava un’azione nella quale Kemba sarà ancora protagonista di una tripla scagliata con ottimo ritmo per il 90-79 e O’Bryant in tap-in su un tiro mancato da Lamb.
A parte, nel novero delle grandi azioni, è la transizione di Walker che arrivato nella zona tra il pitturato e la linea dei tre punti frenava improvvisamente mandando in fumo il tentativo di Babbitt di fermarlo, la decelerazione e la nuova improvvisa accelerazione segnavano il cambio passo fatale per il lungo che era costretto a veder veleggiare Walker in allungo di destra e sentir esplodere lo Spectrum Center per la prodezza del capitano che subiva anche fallo.
Libero a segno, 95-79, finale tranquillo con Howard a baciare la testa di un arbitro al quinto fallo.
 
109-91, risultato che da a Charlotte il .500 in classifica e un po’ di convinzione in più per il futuro.
 
Pagelle
 
Walker: 8
26 punti, 9 assist, +35 nel +/-… Si attiva anche per la squadra, da alcune penetrazioni sotto canestro con scarico volante o cambio sul lato più debole nascono delle occasioni talvolta coronate da triple, il numero di assist è superiore alla sua media, i punti anche, all’inizio indovina tutte le triple, quelle che contano. Prende anche uno sfondamento difensivo, iniziando a posizionarsi con destrezza davanti alla restricted area. 4 i turnover, ampiamente compensati. Un fattore, ma già si sapeva.
 
Lamb: 7
Bella partita di Jeremy che chiude con 15 punti e 5 rimbalzi. Un paio di turnover banali… Comunque sia le sue iniziative dettate dalla velocità e chiuse da un buon tocco in appoggio o da un floater, servono alla squadra per migliorare un attacco altrimenti troppo statico. Quando non segna, Howard e O’Bryant fanno il resto. Male da fuori con uno 0/5 ma è emblematica nel finale una conclusione da fuori recuperata dallo stesso Jeremy e convertita in due punti.
 
M. Williams: 4
3 rimbalzi e un assist più una bella stoppata, atletica su Muscala, anche se non riesce a mantenere in campo la sfera. Gioca solo 15 minuti, per fortuna… Ha un plus/minus di soli due punti positivi, l’impegno ci sarà anche, posizionamenti ed efficacia non molto. Chiude con 0 punti, 0/6 al tiro complice uno 0/4 da fuori, compresi degli open… In sfiducia. Dispiace dirlo ma, oltre uomo spogliatoio, al momento non pare esser altro.
 
Bacon: 6,5
6 punti in 19 minuti. 11 rimbalzi, 1 rubata. Non mi piace sempre in difesa, vedi la tripla lasciata a Bazemore per il sessantanovesimo punto, però cattura ben 11 rimbalzi alla seconda da titolare e infila con freddezza la bomba del sorpasso.
 
Howard: 8,5
20 punti (8/12), 15 rimbalzi. Seconda doppia doppia di Dwight su due tentativi, stoppata a parte e palle perse (6, qui deve migliorare nel difender palla), oltre ai 5 falli è decisivo. Duella con Ilyasova non cavandosela male, ma quando esce l’ex esperto Sixers dilaga grazie all’ingenuità e alla minor possenza dei player di Atlanta. Il limite è l’umore. Va in difficoltà a gioco fermo se la squadra è sotto, ma rimane un punto fermo. Nel finale bacia in testa un arbitro, è anche un simpaticone volendo e potrebbe diventare presto un beniamino del pubblico, pronto a trascinarlo.
 
Monk: 5
6 punti (2/7), 3 rimbalzi. Un paio di triple ma anche tre perse, due davvero da rookie di qualità infima. Migliora un po’ rispetto alla precedente ma è travolto con la panchina, prendendo un -13 finale di plus/minus.
 
Kaminsky: 7
21 pt. (7/14), 6 rimbalzi, 3 assist. Il Frank che Clifford dovrebbe chiedere. Gioca non solo a colpire da fuori (2/5), ma trova spazio nella difesa di Atlanta per circensi o solide incursioni che spesso vanno a buon fine. Non mi dispiace nemmeno in difesa.
 
O’Bryant: 5,5
6 pt. e 6 rimbalzi, 1 assist, 1 stoppata. Ha il peggior plus/minus della serata con -18 e, in effetti, tra primo e secondo quarto alterna cose buone all’impotenza difensiva chiudendo in attacco con un 2/6. Qualcosa di buono lo combina. Clifford gli chiede d’esser pronto poiché Zeller è out, lui è quasi pronto ma deve migliorare…
 
Stone: 5,5
2 rimbalzi e un assist in 5 minuti. Una persa e 0/1 al tiro da fuori. Gioca solo 5 minuti. Non ha grandissime colpe se non quella di non riuscire a dare ritmo alla squadra. Clifford è costretto a far giocare di più Kemba e a tentare la carta Monk (non una gran soluzione da PG per ora).
 
Graham: 6,5
9 pt. (3/6), 2 rimbalzi, soprattutto nessun turnover in 24 minuti. In difesa luci e ombre, in attacco arriva quasi in doppia cifra in maniera variegata. Bello il canestro ruotando su Belinelli.
 
Coach S. Clifford: 6
Fortunato la squadra abbia un paio di fiammate decisive, ma altri team non concederanno il rientro. Deve assolutamente rivedere gli accoppiamenti in certe situazioni. Non credo siano solo dettati dall’accettare il cambio sul blocco dal pick and roll ma da incertezze dei singoli che avvengono in varie situazioni e a volte paghiamo a caro prezzo. Per il resto bene la serata, si è visto un po’ più di gioco di squadra, sebbene spesso i singoli si siano arrangiati da soli.

Game 1: Charlotte Hornets @ Detroit Pistons 90-102

Conoscete Tiche?
Tiche (la fortuna) è la figlia di Zeus che diede a essa il potere di decidere la sorte dei mortali.
Sfortunatamente ad alcuni di essi concede tutti i doni custoditi nella cornucopia e ad altri non lascia nulla.
Questo perché Tiche è irresponsabile, così corre qua e là facendo rimbalzare una palla (metafora del basket) per dimostrare che la sorte è incerta.
In realtà questa sera pare che la palla sia finita in testa agli Hornets e basta, la fortuna c’entra poco.
I Pistons hanno giocato meglio chiudendo sostanzialmente il match dopo due quarti, forse galvanizzati dal loro nuovo luogo di culto:
La Little Caesars Arena di Detroit (in città, non più ad Auburn Hill) la quale faceva il proprio debutto stasera.
Per onorarla per l’occasione si trovavano in loco il Commissioner Adam Silver oltre che il rapper Eminem che dava il via alle danze con il suo “Let’s Go Pistons”.
Forse troppo pretenzioso sperar di vincere e rovinare la festa a Detroit, oltretutto nelle fila di Charlotte si contavano alcune pesanti assenze come quelle di MKG e MCW, mentre Graham e Stone, in dubbio, recuperavano.
 
Charlotte schierava il seguente quintetto; Walker, Lamb, Bacon (il rookie all’esordio), M. Williams e Howard.
Detroit rispondeva con; R. Jackson, A. Bradley, T. Harris, St. Johnson e Drummond.

Howard contro Drummond.
Qui Drummond toglie la palla regolarmente a Dwight ma dopo un tocco irregolare sulla partenza di Dwight. Gli arbitri fischieranno tardivamente tra la disapprovazione del pubblico.

 

La Partita

 

 

Howard in due tempi portava a casa il primo pallone utile dell’annata ma Kemba con l’arresto e tiro dallo spigolo destro colpiva solamente il ferro, così dopo un attacco a vuoto di Detroit, anche Howard falliva da sotto lasciando spazio alla controreplica dei Pistons, i quali con Bradley portavano a casa i primi due punti pur senza far attraversare alla palla la retina, grazie a un goaltending di Dwight.
Gli Hornets accorciavano a 10:38 con due liberi dei quali solo il secondo andava a segno mentre sul fronte difensivo si ripeteva la scena appena vista con esiti inversi; l’arcobaleno di Bradley era spezzato da Howard in stoppata e Charlotte ne approfittava per portarsi avanti con Kemba che penetrava al centro, scaricava a destra, dove l’open di Bacon incontrava la retina per il 4-2.
Dopo il 4-6 c’era il tempo per il primo canestro ufficiale di Howard in maglia teal,

quello del pareggio, Detroit però correva, allungando decisamente il punteggio, arrivando a 6:40 sull’8-16 con una tripla di uno scatenato Harris.
Charlotte rimaneva aggrappata grazie ai liberi che gli arbitri assegnavano per iniziative verso canestro dei nostri; sovente i Pistons si arrangiavano con dei contatti illegali che a 5:32 ad esempio riportavano Charlotte sul 14-18 (2/2 ai FT di Lamb) ma un’altra tripla di Tobias Harris, il quale chiuderà con 17 punti il primo quarto, tornava a far salire il punteggio dei padroni di casa.
Lamb in diagonale accentrandosi (partenza da sx) appoggiava al vetro il 18-21 e da destra il 22-25 in azioni simili, poi il neo entrato Stone con la tripla pareggiava a quota 25, tuttavia i Pistons chiudevano avanti il quarto 27-29.
 
Galloway (16 pt. finali) a inizio secondo quarto realizzava due floater mentre Monk iniziava male…
Stone scagliava un macigno da tre punti per il -3 ma dopo un’entrata di Ellenson (Zeller costretto al fallo) da una rubata a Monk, sempre Ellenson ricavava altri due punti che riconsegnavano il +8 (30-38) alla squadra di Van Gundy. L’allungo dei padroni di casa era facilitato anche da uno scarico errato di Monk che portava S. Johnson al contropiede sul quale Zeller spendeva un altro fallo ma non riuscendo a migliorare la situazione nel punteggio visti i liberi a segno.
Kemba riprovava con un 2/3 dalla lunetta (terzo fallo di Bradley che lasciava il parquet) e uno step back da sinistra contro Ellenson a riportare a galla i teal, riducendo a 8 punti a 5:40 dal riposo lo svantaggio ma dopo un doppio tecnico a Howard e Moreland per uno scambio d’”effusioni” non gradite dagli arbitri (sotto le plance di Detroit), Monk in uscita tentava di fermare Galloway che a 4:25 da tre punti realizzava subendo anche il tocco.
La giocata costava in totale 4 punti e consentiva a Van Gundy di veleggiare tranquillamente sul +14 (36-50).
Nel finale Howard sbagliava due liberi, Graham realizzava un open da tre, Johnson si faceva inchiodare da Howard a sinistra, Kemba segnava ancora… si finiva con una tripla del numero nove dei Pistoni e persa di Howard che ricacciava -13 i Calabroni, ma Lamb aveva l’ultima parola infilandosi perfettamente nel mezzo del pitturato alzando un floater perfetto che mandava i due team negli spogliatoi sul 45-56.

Reggie Jackson shoots over Kemba Walker nel primo tempo.
Oct. 18,2017, in Detroit. (AP Photo/Carlos Osorio)

 
Charlotte nella ripresa subiva il dribbling e il teardrop di Bradley (15 pt.) alle pendici destre dell’area (inutile il salto di Superman) ma a 11:11 si risvegliava Williams che colpiva da sinistra dalla lunga grazie a una rubata di Bacon sull’azione difensiva.
Era ancora Marvin a colpire da fuori cambiando lato e aiutato da Bacon che invece colpiva con la bomba frontale, portavano Charlotte sul -6 (54-60) ma da una palla vagante a 9:24 scaturiva il canestro di Harris (tutto solo) pescato nel corner destro da Jackson.
Charlotte aveva buone giocate offensive come l’hook di Howard in movimento, il canestro di Frank da fermo cadendo leggermente all’indietro o l’alzata da destra di Lamb contro l’aiuto di Drummond dopo la penetrazione dallo stesso lato mai Pistons continuavano a segnare con regolarità e a 3:55 arrivava anche il bonus per un’entrata di Bradley sulla quale in allungo Lamb concedeva con il contatto il libero supplementare poi realizzato.
Monk trovava i primi punti della sua carriera dall’angolo destro; una bomba da tre punti con l’uomo in opposizione per il 70-82.
 
Le distanze rimanevano, però, troppo elevate per Charlotte che a inizio ulrimo quarto subiva anche con la panchina; altri tre punti da Ellenson mitigati da una dunk di Zeller (10:05) a una mano su assist breve di Frank.
Cody in precedenza aveva gettato via un pallone in apertura, ripetendosi con una persa in palleggio in entrata, dopo aver tuttavia realizzato un piazzato long range (74-88) a 9:19.
Il capolavoro isolato in dribbling a 6:52 di Kemba contro tre difensori con l’appoggio finale valeva solo il 78-91, la sua tripla successiva il -10, ma una correzione di Drummond sopra il nostro ferro più un rapporto di 3 rubate a 14, nonostante un altro canestro di Zeller in area (83-93), non facevano presagire nulla di buono per il finale.
Un finale nel quale c’era poco da fare, anzi, arrivava a sigillo di una prestazione personale degna di nota, il sigillo di Tobias Harris (27 pt. finali) che aiutato dall’accenno di raddoppio di Williams trovava spazio per la tripla prima che il nostro numero 2 rientrasse perfettamente.
A 1:11 l’89-100 chiudeva i giochi.
 
Charlotte finiva per perdere prevalentemente a causa delle palle perse (15 contro le 8 dei Pistons grazie a un 4 a 14 nelle rubate…) e delle percentuali scadenti al tiro (39,7% contro il 42,7% avversario) mentre la lotta a rimbalzo è stata pari con 47 palloni catturati per squadra.
 
 
Pagelle
 
 
Walker: 6
 
24 pt. (6/13) più 6 rimbalzi e 4 assist, pari ai turnover. Kemba dalla lunetta fa 11/13, nell’ultimo quarto si accolla le responsabilità dell’attacco forzando e trovando più punti ma non trova l’intesa volante con Howard e troppo spesso fa da solo. Difesa sufficiente, bene nei primi minuti a livello di lucidità e assist quando ad esempio da un suo scarico nasce una tripla di Bacon. Le qualità non si discutono, solo, avere una squadra più reattiva, forse gioverebbe anche al buon Kemba nel cedere più volentieri la sfera.
 
 
Lamb: 6
 
15 pt. (4/10), 4 rimbalzi. Un paio di perse ma Lamb ci prova… Anche in difesa, sebbene sui pick and roll o alcune entrate paghi dazio. Il carattere c’è, le incursioni anche, dalla panchina sarebbe perfetto, purtroppo da titolare qualche limite difensivo si vede ma almeno c’è un altro scorer oltre a Kemba in campo.
 
 
Bacon: 5,5
 
8 pt., 2 rimbalzi e 2 assist in 20 minuti. Qualche buona conclusione ma anche delle ingenuità. Un apio di perse, posizionamenti timidi a volte, non si poteva pretendere di più. Le percentuali realizzative sono buone ma è coinvolto nella débâcle finendo con un -15 di plus/minus.
 
 
M. Williams: 4,5
 
Forse ingeneroso, ma spesso su Tobias Harris, il quale segna 17 punti nel primo quarto, c’è lui. Segna 7 punti svegliandosi a inizio ripresa con due bombe di fila, poi un ½ ai liberi, 2 soli rimbalzi in 26 minuti e un -10 di +/- eloquente. Poco reattivo. Dovrebbe esser l’ala titolare…
 
 
Howard: 6,5
 
Troppo nervoso in partita rischia l’espulsione per uno scambio d’opinioni con Moreland e una spinta proditoria un po’ oltre a Drummond con relativo battibecco (più da parte del centro dei Pistons). Con 10 pt., 15 rimbalzi e un paio di stoppate fa quello che gli si chiede, anche se gli Hornets affondano nel pitturato, non è solamente a causa sua, qualche rara volta morbido a rimbalzo; transizioni, jumper dal limite e floater imprendibili segnano la serata no di Charlotte.
 
 
Kaminnsky: 5
 
4 pt. e altrettanti rimbalzi, un paio d’assist. Non perde palloni in 20 minuti ma il suo 1/9 al tiro con lo 0/5 da fuori per Charlotte è drammatico. Non gli si può rimproverare la difesa, dove in qualche occasione deve guardarsi più intorno (vedi i tre di Ellenson a inizio ultimo quarto con Frank ai bordi del pitturato a seguire gli inserimenti) ma deve migliorare assolutamente nelle percentuali.
 
Monk: 4,5
 
3 punti frutto di una bomba nel secondo tempo e le conclusioni sono identiche a quelle di Kaminsky. Un assist e 3 palle perse sanguinose che costano caro. Dalla personalità all’esagerazione in un lampo. Gioca 21 minuti prendendosi un tiro ogni tre, va bene per un tiratore ma deve essere meno irrazionale. Anche un air-ball da fuori nel computo. E’ la prima e anche se sembra un giocatore abbastanza pronto, ha ancora diversa strada da fare. Alla prossima non potrà altro che migliorare.
 
 
Zeller: 5,5
 
Cody inizia male, anche per lui ci sono da segnalare un paio di perse che malamente finiscono nelle mani dei Pistons. Difesa non troppo efficace nonostante i 9 rimbalzi e una stoppata, in attacco finisce con 8 punti.
 
 
Stone: 6
 
L’ex Venezia non smista magari sempre palle clamorose, anche se ad esempio libera Monk tutto solo che da tre fallisce una conclusione, ma ha il merito di realizzare due triple perdendo un solo pallone in 12 minuti nei quali Kemba rifiata. Per essere il terzo play va bene, aggressivo non molla facilmente, facendo sbagliare l’avversario in alcune circostanze, aggiunge 2 bombe (2/3 la terza è fallita sulla sirena al volo dopo aver rubato un pallone) e vista l’indisponibilità di MCW, almeno a medio periodo, se giocasse come oggi sarebbe una garanzia.
 
 
Graham: 6
 
5 punti, 2 rimbalzi, 3 assist in 17 minuti. Nel +/- l’unico positivo con un +8 e non è solo un caso. Buon difensore, potrebbe essere il sostituto naturale di MKG senza snaturare troppo la formazione iniziale. Clifford ci pensi, anche perché Treveon ha anche la possibilità di colpire da fuori al contrario del nostro numero 14 mentre è più esperto di Bacon.
 
 
Coach S. Clifford: 5,5
 
Un’altra L contro Detroit del suo “maestro” Van Gundy. Pistons hanno più voglia, lui però rabbercia la formazione in qualche modo. Speriamo che la scelta di puntare su certi uomini e principalmente sulla difesa non si riveli nefasta. L’importante è che non diventi una nemesi… E’ la prima partita, i ragazzi non sono partiti con il piede giuto, ora bisogna far bene contro Atlanta nella gara inaugurale casalinga per dimostrare di non esser quelli visti stasera.

Char-Lotta!

E’ iniziata la NBA, inizierà la NBA.
 
Concetto paradossale che intende la partenza di una piccola parte della NBA, dell’élite… Vedi le gare giocate tra Warriors e Rockets nella notte, con i Razzi capaci di sopravanzare nel finale di un solo punto i campioni in carica, con Tucker protagonista nel finale (tripla e due liberi per il sorpasso a 44 secondi dalla fine), la vittoria è sfuggita per un soffio ai Warriors che, grazie al tiro di Durant dalla sinistra, hanno fatto esplodere i propri tifosi, ma dal tiro precedente un po’ lungo di Curry da tre e alle deviazioni volanti che avevano liberato KD, il tempo quantificato è stato eccessivo, così il canestro annullato per un decimo o due, ha finito per contribuire al secondo colpo di scena della serata.

 
Il primo, in ordine cronologico, ammesso che lo sia, ha visto uscire vittoriosi per 102-99 i Cavaliers contro i Celtics, dati da molti come favoriti a Est, i quali ora dovranno però fare i conti con una perdita importante, non certo quella di una singola partita.
Per Gordon Hayward, infatti, dopo cinque minuti la stagione è già finita.
Hayward è dovuto uscire dal campo vittima di un terribile infortunio.
Durante un alley-oop, toccato dall’ex Crowder, atterrando, si è vista uscire dalla scarpa la sagoma bassa della tibia avvolta dalla calza, osso da una parte e piede dall’altra.
Un infortunio terribile (farò a meno di postare foto o video), probabilmente da assegnare in percentuale a quegli infortuni che questi giocatori, divenuti super atleti subiscono a causa dei carichi di lavoro, delle continue sollecitazioni dovute ai ripetuti movimenti e forse a una preparazione che oltreoceano è oltremodo esigente nel costruire “una macchina da guerra”…
Se ne parlava questa mattina tra amici, appassionati di basket e si conveniva su alcuni punti in una discussione che si snodava tra sostanze più o meno legali (dipende sempre dalle latitudini) che possono procurare o contribuire alla lunga a determinate patologie, a una costruzione fisica ai limiti con metodologie che pagano nell’immediato ma non nel tempo.
Anche il fatto stesso che l’Europa e il mondo siano entrate nella NBA, con buona pace di Larry Bird (il quale ai tempi asseriva che negli States avessero già abbastanza giocatori buoni senza dover ricorrere all’estero), probabilmente lo si deve al fatto d’avere giocatori più tecnici e specialisti rispetto agli atleti del continente scoperto da Colombo (sempre più costruiti, curati nel fisico ma in percentuale meno tecnici, ovviamente salvo le varie eccezioni, Curry, Harden, Irving e gli altri fuoriclasse).
Infortunio dolorosissimo e pesantissimo per l’ex Jazz, per il quale si parla di stagione finita, se non peggio, vi sarà da valutare bene da parte dei medici il danno complessivo.
 
Buona fortuna a Gordon e passiamo a “noi Calabroni”.
Quando scrivevo “inizierà” in cima all’articolo, è perché gli Hornets questa sera (01:00 AM orario italiano) andranno in scena a Detroit a battagliare contro una squadra che ha alcuni concetti non dissimili da quelli cliffordiani.
Difesa, rimbalzi, transizioni, in una NBA che vuole giocatori capaci di sviluppare potenziale offensivo a volte anche snaturando le caratteristiche dei singoli per cercare di renderli più completi (penso a molti giocatori “costretti” a cimentarsi da fuori), Detroit e Charlotte hanno puntato ancora sulla difesa e questo genera dubbi sulla forza dei due team che sono dati in lotta per l’accesso ai playoffs.
Una battaglia quasi medioevale nei concetti principalmente difensivi, possibilmente da non perdere, per affermare con decisione che, dopo un anno difficile, gli Hornets si ripresenteranno come squadra competitiva che si aggrapperà alla difesa e ai talenti offensivi di Kemba, Monk e Lamb in primis in questa lotta di 82 sfide.
Qualche preoccupazione per gli infortunati stasera; Batum ovviamente come saprete sarà fuori almeno per almeno un altro mese, Carter-Williams ha ancora problemi e non sarà della partita, così come MKG (motivi personali che ci faranno perdere una torre in uno scontro difensivo), mentre Stone, il terzo play, è in dubbio come Graham, il quale non dovesse esserci aggraverebbe la crisi degli swingman nelle posizioni SG/SF, tuttavia pronti in rampa di lancio potrebbero esserci Bacon e Monk, con il primo ad aver la possibilità di partir da titolare se Lamb non dovesse farcela.
 
In realtà Lamb è il più probabile tra i menzionati in infermeria e Monk e Bacon avranno sicuramente la possibilità di ritagliarsi spazi importanti nel match.
I Pistons hanno Galloway in dubbio, ma come per Lamb la sua presenza è probabile, più un Bullock sospeso per cinque partite.
 
La trasferta è insidiosa quindi, ma partire bene darebbe già un segnale prima della gara casalinga contro gli Hawks di Marco Belinelli, il quale su Sport Week di sabato scorso ha parlato a tutto campo di NBA dicendo che non ha mai pensato di rimanere in un posto per sempre anche se a Chicago e San Antonio sarebbe rimasto, che allenatori e giocatori lo stimano, continuando con altri pensieri…
Uno dei tanti è che Budenholzer (ex vice di Popovich a S.A.) lo considera un giocatore intelligente e quindi l’ha voluto.
 
Secondo il Beli la partenza di Millsap è stata un “brutto colpo”, mentre quella del nostro Howard non lo è stata per Atlanta, Dwight giocatore da lui mai considerato decisivo.
Non è stato ipocrita dicendo che in alcune sue scelte il peso economico ha fatto la sua parte, anche se mi chiedo (pour écrire) quando parla di “sicurezza economica”, cosa possa cambiargli il fatto di guadagnare magari quattro anziché sei milioni, stipendi che fa il cosiddetto “mercato”, qui nella versione meno impersonale e da slogan proposta da molti statisti/economisti/politici, ecc., ma ovviamente spropositati in rapporto alla media planetaria.
 
Infine, a margine, anche su Il Giorno di oggi, ecco spuntare un articolo sulla NBA che ricorda qualche recente vicissitudine, compresa la polemica Trump/giocatori, la quale si è estesa con il caso Curry/Trump in estate, sulla quale anche Michael Jordan non si è sottratto, riassumendo l’MJ pensiero…

L’articolo odierno de “Il Giorno” sulla NBA.

 
His Airness sosteneva che la nazione si fondi sulla libertà d’opinione e d’espressione, insomma, aggiungerei io, il diritto di parola è sempre un requisito fondamentale per dissentire, spiegare e cercare di migliorare sistemi non perfetti, cosa che a Trump, possessore di granitiche certezze, sembra non interessi troppo, con il rischio d’inimicarsi, oltre i paesi con i quali Obama aveva stretto accordi oggi rimangiati parzialmente almeno (Cuba, Iran, la crisi nord coreana/statunitense e altri paesi che subiranno economicamente il “First America”), anche l’intero mondo sportivo a stelle e strisce.

Secondo la versione cartacea della Gazzetta dello Sport  (Sport Week) a Est Boston e Cleveland partiranno in Pole Position con 5 stelle (il massimo in una scala da uno a cinque), Milwaukee e Toronto sono valutate a 4, a tre si fermano Detroit, Miami e Washington, quindi saremmo arrivati a già sette qualificate o favorite. l’ottava sarebbe da decidere tra quelle giudicate a due stelle; Charlotte, Indiana e Philadelphia. Le non menzionate vengono tutte date a una stella. A Ovest “La Gazza” dice: Golden State, Oklahoma City 5 stelle, Houston, San Antonio 4, Denver Nuggets, Los Angeles Clippers, Minnesota Timberwolves, New Orleans Pelicans, Portland Trail Blazers e Utah Jazz 3, Dallas Mavericks, Memphis Grizzlies e Los Angeles Lakers 2, Phoenix Suns e Sacramento Kings 1.

 
Secondo la Gazzetta dello Sport (versione online) così al via…

Preseason Game 5; Charlotte Hornets Vs Dallas Mavericks 111-96

Hornets sull’1-3 in preseason a inizio match.
Mavs sul 4-1.
Gli Hornets all’ultima uscita stagionale di preseason, la giocavano davanti al pubblico amico.
Non contano un granché i risultati ora ma iniziare a far vedere d’esser anche concreti oltre che bellini, non sarebbe male.
Se poi NBA League Pass non mi avesse costretto ancora una volta allo streaming in PD (pessima definizione), sarebbe stato meglio.
Comunque sia, nonostante le numerose difficoltà e la delusione personale, gli Hornets non disattendevano nel risultato le aspettative, in una partita dove ha prevalso l’equilibrio, almeno sino ai minuti finali, quando Charlotte è riuscita a bloccare gli attacchi avversari, mettendo i punti necessari per creare il divario finale.
 
La partita
 
Charlotte si ripresentava con la formazione precedentemente utilizzata (Walker, Bacon, M. Williams, Kaminsky e Howard) ed era l’ala piccola (occasionale) Marvin Williams a inaugurare il festival di canestri realizzando gli unici punti del suo primo tempo con una bomba dalla destra.

Williams apre con i primi tre punti della sfida.

Dopo il 3-2 di Dallas, Walker in step back dalla diagonale destra realizzava il 5-2.
La partita rimaneva equilibrata con le squadre pronte a sorpassarsi, Frank Kaminsky era caldo ma anche paradossalmente freddo al contempo, lo dimostrava allo scadere dei 24 secondi segnando una delle sue tre triple (3/3) del primo tempo, quella del 13-12…
La seconda personale del Tank, serviva ad accorciare le distanze sul 16-17; Bacon penetrava sulla linea di fondo sinistra e giunto sotto canestro scaricava sulla diagonale destra, dove Frank eseguiva alla perfezione il compito. Frank si trasformava in uomo assist sulla baseline destra, bloccato dai difensori intelligentemente passava all’indietro dove il neoentrato Monk realizzava il 19-21, ancora da dietro la linea dei tre punti.
Il finale del primo quarto recitava: Hornets 28, Mavericks 27.
Zeller inaugurava il secondo quarto con un jumper vincente frontale aumentando i punti della panchina a 12 contro uno solo dei Mavs. Barea e Bacon bombardavano da tre punti, poi Harris e ancora J.J. Barea con doppio aiuto del ferro da tre punti portavano il risultato sul 34-40.
Charlotte forzava il recupero così come Kemba l’entrata contro due difensori, il reverse layup passando in orizzontale il canestro era vincente e i due punti assicuravano il pareggio a quota 40.
Bacon riprendeva lo scatto dei Mavs a quota 44, poi era Kemba con una freccia da tre punti a dare il +3 ai ragazzi di Clifford.
Un’altra sagitta di Henderson (frontale) faceva toccare a Charlotte quota 50 ma i Mavs rimanevano vivi e in partita nonostante Howard con un giro su se stesso in post basso si liberasse del difensore e depositasse il 54-52, nel finale i blu superavano Charlotte chiudendo con la schiacciata di H. Barnes (24 punti finali) da North Carolina per il 54-56.

Kemba Walker contro Dennis Smith Jr.
Foto Chuck Burton AP

 
Una stoppata di Howard inaugurava il quarto, ma Matthews da tre dava a Dallas i primi tre punti della ripresa, Bacon riprendeva a tirare bene riportando in scia i Calabroni con la bomba del 57-59, poi era Marvin in post basso destro, dopo qualche sportellata a girarsi verso la linea di fondo e a metter dentro nonostante l’arrivo del raddoppio.
Nowitzki e Barnes facevano riscattare Dallas avanti ma Williams riceveva e concludeva da tre in maniera perfetta dopo il rimbalzo offensivo e l’assist di Howard, un tecnico a Clifford costava il 65-68 ma su un’azione di rimessa avvolgente Walker forniva a Howard il materiale per l’alley-oop vincente.
Walker da tre riportava a -1 l’MJ team (70-71), poi era la potenza di Howard a spianare la strada al vantaggio di Charlotte; Noel conteneva l’1 vs 1 come poteva commettendo fallo e subendo canestro.
Howard non ne approfittava e Charlotte rimaneva sul +1 ma J.J. Barea affondando la tripla faceva durare un nonnulla il tempo del vantaggio dei bianchi.
Kemba cercava d’entrare imitando Howard riuscendo più agilmente a depositare, trovando un sottile fallo di Noel, gli arbitri lo chiamavano e Kemba ringraziava dalla lunetta mettendo dentro il punto del 75-74.
Su un’azione confusa Dallas protestava, Kemba al limite sulla riga del centrocampo rilanciava la palla in avanti (difficile dire se buona o meno), di fatto Kaminsky apriva la scatola con altri tre punti.
Nel finale si rivedeva Monk con due punti, D. Harris ne metteva cinque di fila per il pareggio dei Fuorilegge a quota 81.
Il quarto si chiudeva con un fallo assegnato a Matthews e Monk a splittare in lunetta; 82-81 Hornets a dodici minuti dalla fine.
 
Nell’ultimo quarto permaneva quindi incertezza sull’esito finale dello scontro; Powell a 11:00 esatti dalla fine portava sull’84-85 la gara, ma a 9:38 Bacon con un pullup in sospensione ridava fiducia alla squadra e il +1.
A 8:46 Charlotte, dopo esser finita sotto, ci riprovava con Bacon, questa volta l’anello diceva no ma O’Bryant raggiungeva la sfera ad alte quote con la palla in allontanamento e correggeva al colo per il +1.
Dallas non si arrendeva trovando in Nowitzki (14 pt. finali) lo storico leader capace di far rimettere il capo avanti ai suoi con un jumper…
Charlotte però strappava nei minuti finali; prima Bacon ne aggiungeva due, poi Monk si buttava dentro in attacco frontale con chiusura di destra dopo la mulinata di braccia susseguente al passaggio tra i difensori per il bel canestro che a 6:40 segnava il 92-89 per la squadra del North Carolina.
A 5:46 l’insospettabile O’Bryant, premiato come man of the match, segnava da tre punti fronte a canestro, Zeller aggiungeva un punticino ai liberi mentre l’attacco di Dallas entrava in crisi accontentandosi sovente di tiri in salto, non sempre consigliatissimi…
Gli Hornets facevano in tempo a trovare la via della retina altre due volte con bel jumper di O’Bryant e schiacciata appesa di Zeller con servizio sottomisura di Johhny O’Bryant, prima che i Mavs interrompessero il digiuno con il layup di Smith Jr. O’Bryant diveniva incontenibile guadagnandosi e realizzando 3 FT, poi nel finale c’era gloria anche per Paige che con un’entrata e una bomba (111-93) cercava di mostrare il suo talento.
Una tripla di Powell fissava il punteggio finale sul 111-96.
 
Analisi
 
Una buona vittoria, provando i titolari per più minuti nonostante l’assenza di lamb infortunato.
Howard con 8 punti, 12 rimbalzi e tre assist è stato positivo ma deve essere più veloce quando gli arrivano due difensori addosso per evitare di perder palloni utili.
Molti uomini sono andati in doppia cifra, Walker con 18 è stato il top scorer, seguito da O’Bryant con 15 e dalla coppia di rookie Bacon/Monk con 14 a testa.
Nonostante i 21 turnover, Charlotte ha vinto incrementando sino al 49,4% dal campo la percentuale di tiro, superando il 56% da tre punti, soluzione spesso usata ddalle due squadre…
Non mi è dispiaciuto Henderson che ha messo tre punti, catturato 3 rimbalzi e dato un paio di belle stoppate agli avversari.
Zeller con 11 pt. e 4 rimbalzi si ritaglia ancora il suo spazio.
Oliati i meccanismi in queste giornate, attendiamo l’esordio stagionale a Detroit, per capire se la squadra avrà personalità anche in trsferta quando s’inizierà a fare sul serio.

Statistiche di squadra e zone di tiro dei team.

 

Il primo tempo in video.

 

 

L’intera partita in highlights.

Preseason Game 4; Charlotte Hornets Vs Boston Celtics 100-108

 
Per fermare Boston di questi tempi forse non sarebbe bastato nemmeno Vlad III di Valacchia, colui che ispirò Brian Stoker per la creazione del vampiro Dracula.
Questo perché Vlad l’impalatore per difendersi dagli ottomani utilizzò tattiche militari un po’ borderline e riuscì in un primo momento a riportare una vittoria insperata, pur soverchiato dalle forze nemiche.
Precursore di ritirate strategiche di “terra bruciata” nelle quali si uccidevano prigionieri e persone, meglio se malate di peste, impalandole per scoraggiare l’attacco ottomano che avanzando trovava una situazione surreale di distruzione e morte.
Uccidendo animali (per non fornire cibo agli assalitori), lasciando trappole sul percorso, tendendo qualche rara imboscata in Valacchia, suo preteso regno (e anche del fratello Radu, il quale combatteva per gli ottomani per il titolo di Bay), fece di necessità virtù, così come Clifford questa sera.
Le armi a disposizione si sono rivelate impari alla forza d’urto di una delle favorite per questa stagione (16 pt. Irving, 15 Horford, 13 Hayward), tuttavia la panchina, salvo qualche elemento, ha fornito prova di riuscire quasi a sabotare la controparte nemica, riportando a vivere una partita che sembrava già chiusa dopo due quarti.

Walker prima della partita.

 
Brad Stevens, il giovane coach di Boston, scendeva allo Spectrum Center proponendo il seguente quintetto; Irving, Hayward, J. Brown, Tatum e Horford.
Charlotte schierava un quintetto non “originale” (intendo non quello titolare) per testare alcune posizioni composto da; Walker, Bacon, M. Williams, Kaminsky e Howard.
La partita
 
Gli Hornets passavano in vantaggio per primi grazie a un tiro di Kaminsky che s’impennava sul secondo ferro ricadendo dentro senza l’aiuto di Howard, pronto al tap-in.
I Celtics tuttavia pareggiavano con Irving dalla baseline immediatamente e iniziavano a colpire da tre punti; un paio di passaggi erano sufficienti a muover la difesa di Charlotte e a lasciare libero il tiratore “occasionale” ospite.
A 9:43 Irving metteva la tripla del 4-8, Walker replicava da 45° destra per il 7-8 ma Irving e Horford dalla distanza colpivano ancora senza fallir un colpo.
Sul 7-14 Clifford fermava il gioco ma al rientro erano ancora gli Hornets a salvarsi con una stoppata in recupero di Howard su Hayward.
L’ex Utah aggiungeva però poco dopo altri tre punti diretti, Walker salvava in uno contro uno su Tatum lanciato in transizione dopo una persa di Howard (leggermente spinto passava corto), poi Howard apportava punti con un gancio su Horford e un alley-oop grazie a Walker che interpretava il ruolo di direttore d’orchestra.
Un passaggio veloce verticalmente schiacciato da Irving dava al centro dei verdi la possibilità di rifarsi da sotto portando il tabellone sul 12-22, ma i lunghi degli Hornets reagivano con due punti di Dwight e quattro di fila di Cody che prima segnava con un due lungo e poi si permetteva il lusso del coast to coast di forza per il 18-22.
Il primo quarto si chiudeva sul 20-24 grazie a un’azione sulla destra di Monk che in palleggio depistava il difensore allontanandosi velocemente da esso per poi colpire in allontanamento dalla media con un fade-away che fissava il risultato dei primi 12 minuti.
 
Il secondo quarto iniziava con una buona difesa di Bacon su Hayward (corto) nel pitturato, lo stesso Dwayne in transizione apriva a sinistra, dove da 45°, l’altro rookie Monk trasformava in tre punti, quelli del pari (24-24), l’altruismo del nostro numero 7.
Charlotte passava per la seconda volta avanti a 9:04 quando Monk, visto scivolare il proprio marcatore, si affacciava in palleggio verso il centro della linea dei tre punti e scaricando il tiro realizzava il 29-28.
Rozier evidenziava un difetto degli Hornets; il posizionamento, quello di Zeller sulla linea dei tre punti produceva l’effetto piccolo/lungo che l’attaccante di Boston sfruttava con un rapido tiro da tre vincente.
Tatum a 5:45 aumentava le percentuali in fatto di triple realizzando il 31-40.
Monk e un pick and roll tra Henderson e Howard (schiacciata volante) provavano a essere le azioni della riscossa mai Celtics (sul 3-0 in preseason) si dimostravano vogliosi di giocare e con semplicità e buona mano non faticavano ad arrivare sul 38-54 con una tripla di J. Brown nata da una transizione, un lento rientro di Howard e un posizionamento non ideale del team.
Irving chiudeva il quarto con un attacco a canestro con rallentamento più passaggio in mezzo alle gambe su se stesso e appoggio finale su un Howard che non riusciva a fermare la sfera.
Allo scadere Marvin Williams tirava corto da tre punti e il primo tempo ci salutava sul risultato poco benaugurante per gli Hornets di 38-57 (un punto riassegnato in modalità postuma ai Celtics), figlio comunque di qualche difficoltà nel gioco di Charlotte contro la difesa dei leprechaun con un Walker sovraccarico in alcune occasioni e un attacco più veloce e confidente degli ospiti.

Esordio stagionale anche per le nuove Honeybees di bianconero (simbiosi con le luci e ombre di Charlotte) vestite, raggio di sole nonostante il risultato negativo.

 
Il terzo quarto non fluiva meglio a livello di distanze, tuttavia, dopo i primi due punti di Horford, Kaminsky rispondeva dalla lunga, Hayward, troppo libero, replicava da fuori ma Walker ai bordi del pitturato destro arrivava sul fondo alzando in orizzontale per Howard che ricordava chiudendo in alley-oop l’esaltante accoppiata Paul/Chandler a New Orleans, una decina d’anni fa.
In penuria di emozioni riguardanti il risultato arrivava in aiuto Monk, il quale, ricevendo un preciso passaggio di Howard da dentro il pitturato, in arrestabile corsa batteva il difensore con gioco di prestigio e cambio mano per un magico appoggio.
Tatum però mandava in tilt la difesa di Charlotte che non lasciava nessun rim protector, facile per il numero 0 affondare la schiacciata del 59-80.
Walker attaccava in modalità contropiede immediatamente dopo aver preso un rimbalzo apportando ancora punti ai bianchi, poi, a 13.4 dalla terza sirena, era Zeller a recuperare un pallone che il ferro aveva negato alla retina su tentativo di Henderson in entrata; Cody contro due avversari segnava da sotto subendo fallo e realizzando il libero che accorciava a 14 punti le distanze (70-84), mandando le squadre a riposarsi due minuti.
 
Henderson con due tiri liberi e Bacon con una tripla inauguravano il come back degli Hornets nell’ultimo quarto, un periodo nel quale anche Stevens farciva la gara con le riserve, dando possibilità di recupero alla Steve Clifford band.
Un tentativo elegante in reverse layup di Monk risultava corto, con poca frustata di polso la palla si alzava nell’aria di nessuno, Zeller era rapace nel correggere in schiacciata dando ai nostri il beneficio di due ulteriori punti.
I Calabroni pian piano rosicchiavano punti; O’Bryant da vicino per il -10, Monk da 3 a 8:10 con bomba frontale dal veloce rilascio (82-91), Bacon ancora da tre per l’85-93 e poi O’Bryant servito sotto, fintando mandava a vuoto gli interventi in recupero e realizzando altri due punti faceva pensare a una rimonta interrotta momentaneamente da Nader con tre punti, ma O’Bryant indovinava la tripla del 90-96 a 6:19 dal the end.
Monk sulla destra era rapidissimo nell’usare lo schermo e portandosi sulla linea rapidissimamente arricchiva il suo bottino dando a Clifford e ai nostri il -3.
O’ Bryant, dopo una partita piuttosto brutta, confermava le cose buone fatte vedere poco prima, tiro preciso dallo spigolo sinistro e -1 solamente.
Pubblico a predicare la difesa, Monk l’ascoltava prendendo uno sfondamento netto da Nader e dall’altra parte sul movimento di palla, O’Bryant si avvantaggiava in entrata diagonale, giunto quasi sotto canestro ecco il passaggio corto per Mathiang sulla linea di fondo sinistra all’interno del pitturato… tutto solo la a causa della chiusura dei difensori su Johnny, era facile per il nostro numero 9 portarci in vantaggio sul 97-96.
Purtroppo però arrivava una tripla di Ojeleye, la quale per, la pur brava panchina di Charlotte, era un brutto colpo.
Paige poi sbagliava a 2:41 il primo di due liberi assegnati dagli arbitri per merito di una sua entrata con cambio passo, fermata fallosamente.
Nader con un running layup aumentava il gap a 3 punti, ancora colmabile, ma Paige fuori equilibrio dalla linea di fondo destra sbagliava il tiro, finiva così la gara di Charlotte perché Larkin in entrata puntava Mathiang chiudendo in entrata di sinistra.
Canestro più fallo e -6 per Charlotte.
La situazione si riproponeva poco dopo con il pick and roll sul quale Paige era tagliato fuori, mentre Larkin sfruttava la sua rapidità contro Mathiang per evitare altre possibili sorprese.

 
Analisi
 
Con tutte le mancanze (Lamb, MKG, Batum, ecc.) Charlotte è sembrata in difficoltà nel confronto tra momentanei titolari.
Il risveglio della panchina ci ha permesso nell’ultimo quarto di rientrare, prima di cadere nuovamente per un po’ d’inesperienza e fragilità, tuttavia, sulla falsa riga di Miami, altra partita utile per testare le forze.
In regular season probabilmente finiremo le gare con giocatori più consistenti di quelli visti stasera.
Paige aveva mostrato qualcosa d’interessante ma è poi stato uno dei principali motivi della sconfitta nel finale. Qualitativamente non all’altezza in difesa ha mostrato qualche crepa, così come Mathiang quando è attaccato dai piccoli.
Tra i panchinari meno ai margini, Cody Zeller ha chiuso con 10 punti, 9 rimbalzi e un +14 di plus/minus, O’Bryant ha totalizzato 11 punti, Monk ha fatto progressi limitando scelte azzardate, l’ho rivisto sui livelli della sfida con i Pistons e ha realizzato 21 punti in 32 minuti con 7/18 dei quali 4/10 da tre pt..
Perdere non fa mai piacere, specialmente dopo aver riacciuffato una partita che sembrava già finita ma tutto sommato la panchina oggi mi preoccupa un po’ meno se Bacon ha realizzato 12 pt. Kaminsky ne ha messi 10, ma è stato travolto con i titolari facendo segnare un -15 di plus minus.
Male Marvin Williams con 2 pt. e 0/5 da tre.
Charlotte ha chiuso con il 42% mentre la squadra ospite con il 50,6%, bravura degli avversari ma anche qualche regalo da non ripetere in futuro…

Preseason Game 3; Charlotte Hornets @ Miami Heat 106-109

ImpreparaziHornets
Siamo ancora in preseason, chiaro che i team non siano ancora al massimo con parecchi FT sbagliati (19/28 CHA e 18/29 MIA) e giocatori out.
Miami ad esempio teneva fuori Dragic (per la seconda volta dicevano i cronisti, onestamente non ho visto la precedente degli Heat), mentre gli Hornets lasciavano fuori MKG provando varie tipologie di quintetto, vedendo anche a fine secondo quarto in campo Howard come centro e Zeller come ala grande.
Alla fine prevarrà la maggior esperienza degli Heat nel finale rispetto all’impreparazione di alcuni giocatori di Charlotte nel gestire i finali.
 
Charlotte testava il seguente quintetto; Walker, Lamb, M. Williams, Kaminsky e Howard.
Miami rispondeva con; Waiters, Richardson, McGruder, Olynyk e Whiteside.
 
La partita
 
Miami iniziava forte portandosi sul 6-0 a proprio favore (tripla di Olynyk dall’angolo sinistro con Kaminsky in uscita lenta e Waiters da due frontale), Charlotte rompeva il digiuno a 9:53 con una tripla di Lamb dalla destra ma sullo stesso lato, dalla linea laterale, Richardson colpiva da ben oltre la linea da tre punti portando il match sul 3-9.
A 9:16 un pick and roll con corsa parallela tra Walker (portatore della palla) e Howard, si concludeva con l’alley-oop di quest’ultimo, azione rara in questi anni dalle parti di Charlotte…
La partita continuava a comandarla Miami nel punteggio, anche se Charlotte si avvicinava con Monk, il quale appena entrato dal centro sinistra realizzava dalla lunga (3:31) due punti che riportavano a contatto Charlotte (22-23).
Gli Hornets provavano a rimanere lì con Zeller che in entrata costringeva Whiteside al secondo fallo e a subire un’azione da tre punti compreso il libero del 25-29.
Miami però piazzava un 4-7 chiudendo avanti 29-36.

Alcuni giocatori si scambiano “il cinque” durante un time-out nel primo quarto.

 
Il secondo quarto vedeva Charlotte invertire la rotta e trovare un come back clamoroso con i rookie a dare una mano.
Monk da tre segnava il 32-38, poi per una rimessa dal fondo di Winslow effettuata con un piede in campo, la terna invertiva la rimessa, sul pallone rimesso dentro si catapultava Monk, il quale con un arresto e tiro dalla media sinistra non dava scampo al pur veloce difensore.
A 6:05 Monk dalla diagonale destra pareggiava (45-45) con una bomba dopo aver ricevuto e sfruttato i movimenti del nostro lungo a distogliere un po’ d’attenzione.
A 5:46 su una transizione arrivava Adebayo che da dietro colpiva l’arto destro di Kemba impegnato in un tiro da tre. 2/3 il responso dalla lunetta, Charlotte avanti con un parzialone di 15-0 interrotto da un’entrata con appoggio al vetro di Richardson per il 49-47.
A 4:06 Marvin dal corner destro sprigionava un altro colpo deflagrante da tre punti, Howard mancava un alley-oop poco dopo, ma si rifaceva con una schiacciata e un high pick and roll innescato ancora da Walker a circa cinquanta secondi dall’intervallo lungo.
Si andava quindi a riposo sul 62-54 pro Hornets.
 
Nel terzo quarto però si notava subito che l’inerzia del match era cambiata.
Miami recuperava, complice una difesa di Charlotte non efficace, oltretutto su un tiro di Richardson dalla baseline sinistra, Walker era colpito involontariamente al volto dal gomito dell’attaccante di Miami in ricaduta.
Sul 68-67 Marvin Williams insisteva sulla sinistra avvicinandosi con due mezzi giri quasi consecutivi su Richardson, poi faceva parte un jump hook vincente subendo anche il contatto irregolare.
L’azione del 71-67 era da tre punti, poi era Howard, grazie a un pallonetto di Marvin a trovarsi tutto solo e a far tremare il canestro con una schiacciata appesa che provocava la caduta ritardata di un laterale del tabellone.
McGrouder da tre frontalmente realizzava il 75-74, poi un flagrant one di J. Johnson su Howard (trattenuta prolungata con un braccio da dietro che provocava la caduta del nostro centro impegnato al tiro) dava la possibilità a Dwight d’aggiungere due punti a gioco fermo.
A 4:39 dalla diagonale sinistra penetrava Monk appoggiando in mezzo al traffico seguito dai mastini di Miami.
Il 79-74 sopravviveva poco poiché a 3:05 Miami passava avanti in transizione, ma Zeller a 1:54 con due liberi e Bacon con un micidiale jumper dalla media sinistra (colpo d’occhio posteriore per spostarsi di lato prima del tiro ed evitare il recupero, provvidenziale), riportavano avanti Charlotte che chiudeva con una stoppata di Zeller su J. Johnson a fissare l’89-85, finale di terzo quarto.
 
Charlotte sembrerebbe poter allungare in avvio ultimo quarto, quando T. Johnson spingeva Monk in entrata sull’immobile Olynyk.
Gli arbitri se ne accorgevano punendo la spinta con due liberi.
Sul 95-87, una bella steal portava T.J. Williams a dare 10 punti di vantaggio agli Hornets, i quali però s’inceppavano sul più bello.
Una palla persa da Monk (raddoppio di Olynyk), consentiva la dunk indisturbata di Richardson.
Monk nel finale esagerava decisamente, però la sua alzata per Mathiang (appena entrato) produceva un lampo nel buio con l’inchiodata poderosa a una mano del nostro numero 9. Un altro giocatore ai margini (Walton Jr) per Miami realizzava due punti battendo T.J. Williams, inoltre una sua palla recuperata dava la possibilità a Winslow d’allungare (fallo di Mathiang) ma lo 0/2 dava la possibilità a O’Bryant dopo un giro a 360° sul piede perno di ripassare avanti sul 103-102.
Purtroppo O’Bryant non ne azzeccava molte nel finale, compresi dei passi evidentissimi e reiterati, mentre, non sarà fenomenale, ma Mathiang (mi è piaciuto molto questa sera) difendeva strenuamente su Adebayo riuscendogli a negare il canestro ravvicinato per ben due volte consecutive, tuttavia per Miami Mickey centrava il bersaglio grande del 103-105.
Monk sparava un air-ball ma un tap-in di Mathiang era utile per pareggiare.
Lo stesso nostro numero 9 andava in difficoltà sulla finta frontale di Winslow, l’attacco a canestro con appoggio di destra sullo stesso lato era vincente nonostante il tentativo di recupero del nostro lungo.
Bacon ci provava da tre ma era impreciso, Mathiang non riusciva a trattenere il rimbalzo toccatogli e Winslow in transizione a15 secondi dalla fine sembrava aver chiuso la partita con il +4 del 105-109.
Invece a dare uno spiraglio di speranza a Charlotte era un fallo con palla ancora non entrata sul parquet.
Punito con un tiro libero Monk ringraziava riportando a -3 Charlotte, poi nel finale, dalla rimessa successiva si prendeva la responsabilità di provarci ancora da tre per portare la gara all’OT, ma pressato, colpiva dalla diagonale destra solamente il ferro dallo stesso lato, lasciando agli Heat una vittoria probabilmente insperata a pochi minuti dalla fine.

Analisi
 
Niente allarmismi però….
È prestagione e Charlotte ha giocato senza Walker, Lamb, Howard negli ultimi minuti, mentre tra gli altri Monk è calato molto alla distanza finendo per prendersi troppe conclusioni (19 pt. ma 7/22 con 2/11 da tre).
Bacon ha disputato una buona partita difensiva e finché ha retto anche offensiva (12 pt.), mentre nel finale per colpa della stanchezza è subentrata imprecisione.
Mathiang è da rivedere perché ha ben impressionato.
O’Bryant spero sia in ritardo di condizione perché è stato a tratti inguardabile, T.J. Williams ha mostrato velocità e confidenza ma un pochino di fragilità difensiva, mentre Howard è andato così così (16 pt. ma 0 stoppate, 4 steal, 6 rimbalzi), evidenziando sicuramente un calo atletico ma mostrando ancora esplosività se ne ha voglia.
Lamb ha realizzato 11 punti in diciotto minuti così come Kemba che ha gioccato due minuti in meno però.
Peccato per il risultato che lascia un po’ d’amarezza, oltretutto nonostante i 14 turnover di Charlotte e i 20 di Miami, ma oggi contava poco, l’importante è che Clifford abbia ora un quadro più chiaro sui singoli e possa scegliere le migliori alchimie per la regular season.
Prossima tappa contro Boston, all’esordio stagionale casalingo.
Sarà ancora un’amichevole ovviamente.

Hornets Preview

ANTICIPAZIHORNETS
Potessimo leggere il futuro, almeno quello prossimo (diciamo da qui a un annetto), avremmo un gran vantaggio perché ovviamente potremmo fare scelte vantaggiose, però perderemmo il gusto di percorrere quella strada che chiamiamo “destino” e in ambito sportivo diventerebbe piuttosto noioso sapere già come andrà a finire.
 
Dato che non posseggo capacità di preveggenza come Cassandra, tanto poi non mi credereste comunque (era la maledizione di Cassandra), rimaniamo ai fatti concreti…
 
Charlotte è inserita nella Southeast Division.
La divisone comprende oltre gli Charlotte Hornets, gli Atlanta Hawks, i Miami Heat, gli Orlando Magic e i Washington Wizards.
 
Gli analisti danno per favorita per la vittoria divisionale la squadra capitolina che effettivamente ha un quintetto base completo e leggermente superiore a quello di Charlotte.
Dietro i Wizards c’è chi vede Miami (gran finale lo scorso anno con un 30-11 notevole), chi vede Charlotte.
Dal mio punto di vista, oggettivamente, il quintetto degli Hornets, complessivamente, ha qualcosa in più di quello degli Heat (questo non vuol dire però automaticamente ottenere migliori risultati), dietro “le prime tre”, Orlando sembrerebbe aver fatto un piccolissimo passo in avanti, mentre gli Hawks di Belinelli dovrebbero faticare parecchio, anche se l’allenatore Budenholzer potrebbe mitigare un po’ i risultati negativi che probabilmente arriveranno (causa le perdite estive) con il gioco di squadra.
 
Allargando la visione a Est, alcune squadre come Indiana hanno perso pezzi pregiati (George) o altre hanno smobilitato (vedi Chicago che ha spedito Butler ai Timberwolves), altre ancore, a diversi livelli invece sono nella loro fase emergente (Milwaukee, Phila) ma dietro Boston e Cleveland sembrano esserci diverse squadre il cui livello non è dissimile.
 
Il GM Rich Cho è stato riconfermato in estate da Jordan dopo il fallimento della scorsa stagione e non è difficile capire che se Charlotte dovesse fallire ancora una volta l’obiettivo playoffs, la prima testa a saltare sarebbe quella del birmano/americano che si è liberato in estate di un suo recente “errore”, il contrattone di Miles Plumlee, cedendo però anche Marco Belinelli, l’unica perdita di un certo rilievo per Charlotte quest’estate, ottenendo in cambio però “la torre” Howard.

Un Dwight Howard visto da me. “La Torre”, per Clifford, sarà elemento molto importante sulla scacchiera.

 
Per fare il punto della situazione, vediamo come si presenta a inizio prestagione la squadra:
 
Roster Preseason 2017/18 – (20 giocatori)
 
PG: Kemba Walker, Michael Carter Williams, Julyan Stone, T.J. Williams, Marcus Paige.
SG: Nicolas Batum, Jeremy Lamb, Malik Monk, Terry Henderson.
SF: Michael Kidd-Gilchrist, Dwayne Bacon, Treveon Graham.
PF: Marvin Williams, Frank Kaminsky, Johnny O’Bryant, Luke Petrasek, Isaiah Hicks.
C: Dwight Howard, Cody Zeller, Mangok Mathiang.
 
Arrivi/Partenze
 
Arrivi (11):
Michael Carter-Williams (PG Chicago Bulls), Julyan Stone (PG Reyer Venezia), T.J. Williams (PG/SG undrafted), Marcus Paige (PG Salt Lake City Stars), Malik Monk (SG Draft 2017) Terry Henderson (SG undrafted), Dwayne Bacon (SF Draft 2017) Luke Petrasek (PF undrafted), Isaiah Hicks (PF undrafted), Mangok Mathiang (C/PF undrafted), Dwight Howard (Atlanta Hawks).
 
* probabilmente tre di questi giocatori saranno tagliati, mentre Paige e Mangok usufruiranno della nuova formula Two-way contract che li potrebbe veder scender sul parquet limitatamente.
Per approfondimenti vedi il roster 2017/18 all’interno del blog.
 
Partenze (6):
Ramon Sessions (PG New York Knicks), Brian Roberts (Olympiakos), Brianté Weber (Los Angeles Lakers), Marco Belinelli (SG Atlanta Hawks), Christian Wood (PF Fujian Xunxing), Miles Plumlee (Atlanta Hawks).
 
* Non ho tenuto in considerazione giocatori che erano già fuori roster prima di fine annata, quali: Spencer Hawes, Roy Hibbert, Aaron Harrison e Mike Tobey.
 
Giocatori rimasti (9):
Kemba Walker, Nicolas Batum, Jeremy Lamb, Michael Kidd-Gilchrist, Treveon Graham, Marvin Williams, Frank Kaminsky, Johnny O’Bryant, Cody Zeller.
Analisi
 
 
Partendo dall’allenatore, analizziamo i possibili vantaggi e svantaggi che Charlotte avrà nei confronti delle altre squadre.
 
Il coach, confermato da MJ, sarà ancora Steve Clifford, uno che nella NBA va parzialmente controcorrente.

Scusa Cliff…
Cercavo un dipinto surreale contenente dei calabroni scatenati, ma ho trovato solo questo con abbigliamento femminile.
Eh va beh… facciamo finta sia un look un po’ scottish.

Avendo avuto i fratelli Van Gundy come mentori, è stato influenzato da essi, soprattutto Stan, attuale allenatore dei Detroit Pistons, il quale base il proprio gioco su difesa e rimbalzi.
In quest’ottica, quelli della Motor City si sono ulteriormente rinforzati in difesa.
Clifford ha copiato, capendo dove vi fosse la falla principale da tappare aggiungendo in estate Dwight Howard, un giocatore che non è più giovanissimo e che alcuni vedono al tramonto, crepuscolare…
Tuttavia per Charlotte potrebbe essere manna dal cielo.
Ma prima di parlare di Howard, mi soffermerei ancora un attimo su Clifford.
Steve in estate ha lodato Kidd-Gilchrist che era attaccato dai detrattori per il suo tiro e l’incapacità di prendersi buoni tiri.
Clifford, riferendosi a MKG, sostiene che la spaziatura “non è tanto importante quanto la competitività, non è importante quanto la personalità e il talento naturale. È un atleta di talento, comprende il gioco ed è un ragazzo che gioca duramente e si preoccupa della squadra.”
E’ passato poi a Howard, asserendo che potrà giocare una stagione da All-Star. Inoltre ha aggiunto: “E’ uno dei giocatori più intelligenti che abbia mai visto, è come un poliziotto che dirige il traffico in difesa.”
 
Data fiducia ai mastini della difesa, Dwight ha incassato anche la fiducia del proprietario MJ, il quale telefonandogli, probabilmente ha infuso nel centro che tutti danno per quasi finito, un certo spirito di rivalsa e in generale la stima accordata, gli darà nuovi stimoli per fare bene.
L’ex Hawks (partiamo con il quintetto base parlando subito dell’unico inserimento in esso) è un intimidatore d’area con il suo fisico capace di recuperar rimbalzi era ciò che serviva, anche se l’atletismo non può che essere in calo vista l’età e più che tirare FT, i suoi tentativi sono più simili a mattonate che altro.
 
La difesa sarà quindi la chiave per accedere ai playoffs secondo il Vangelo secondo Steve, infatti, sono rimaste le due ali titolari, Michael Kidd-Gilchrist (confermatissimo dalla società come abbiamo già letto) e Marvin Williams.
Sono rimasti ben nove giocatori, soprattutto nel reparto ali, qualcuno si va a confondere ibridamente con le posizioni di SG come swingman.
Michael Kidd-Gilchrist (MKG per i cronisti) era uno dei giocatori più brillanti in difesa prima della ricaduta dell’infortunio due anni fa, mentre l’anno scorso non ha avuto problemi fisici, ma ha mostrato meno aggressività e atletismo.
Da lui ci si attende o si spera che si avvicini ai livelli di due anni orsono per fare la differenza, anche in materia di palloni intercettati e trasformati in rapide transizioni personali o assistite per i compagni a portare punti nei fast break.
Marvin Williams è un giocatore, come Howard, che ha speso ormai gli anni migliori (a livello atletico) della sua carriera NBA (è un 1986) ma porta come Howard esperienza e a differenza di Dwight, è un uomo spogliatoio stimato dai compagni, giocatore che si sacrifica in difesa ma che in attacco lo scorso anno ha mostrato una preoccupante involuzione nelle percentuali nel tiro da fuori, cosa fondamentale per Charlotte avere uno stretch four capace di colpire con assiduità.
 
Howard in attacco aprirà sicuramente il campo per gli esterni, compresi gli adattati e qui potrebbe esserci una seconda chiave di lettura per la buona riuscita della stagione di Charlotte.
Se Pat Riley ai Lakers già a fine anni ’80 con l’addio al basket giocato di Kareem Abdul-Jabbar asseriva che l’era dei grandi centri fosse ormai tramontata a favore di altri tipi di giocatori, allora Charlotte è nel giusto.
 
Se Nicolas Batum (quando rientrerà, poiché ha subito un infortunio serio al gomito sinistro, c’è un recente articolo sul blog…auguri comunque al francese) rappresentava anche un uomo assist importante per Clifford (un credo e una necessità per lui il gioco di squadra, tanto da far risultare la squadra lo scorso anno al secondo posto in classifica per quanto riguarda il rapporto assist/turnover con 2,01, secondi anche con le 10,7 perse a partita), potrebbe ritrovare anche miglior fortuna nelle sue conclusioni quando si sposterà l’attenzione su Dwight, ancora meglio potrà andare a Kemba Walker, reduce dalla miglior stagione in carriera con 23,2 punti di media e la convocazione all’All-Star Game.
L’uomo franchigia di Jordan costituirà per gli avversari ancora l’unica minaccia a tutto campo, entrate, step-back, pick and roll, più un micidiale tiro da oltre l’arco costruito stagione dopo stagione.
Il limite sarà di essere quasi totalmente dipendenti da Kemba se le cose non dovessero girare.
Con lui in campo lo scorso anno gli Hornets hanno guadagnato ogni 100 possessi 3,5 punti mediamente sugli avversari, ma con la panchina in campo sono affondati.
Walker sarà il principale finalizzatore della squadra che ha un grosso difetto; non avere altri grandi realizzatori affidabili e continui, tuttavia se dovessimo basarci sulle statistiche dello scorso anno, la squadra a livello realizzativo si è piazzata sedicesima nella colonna destra con 104,9 punti realizzati a partita, quindi, non è del tutto vero che il team non segni, anche se è vero che il rapporto tiri effettuati/realizzati è penalizzante, arrivando da un ventiseiesimo posto con un misero 44,2% dal campo.

“Atlante” Kemba sorreggerà ancora il peso dell’attacco della squadra, ma questa volta potrebbe avere più aiuto da Howard, Lamb e Monk.

 
La mia preoccupazione maggiore però, a parte lo stress realizzativo di Kemba, è proprio l’affidabilità della difesa, la quale ha diversi punti interrogativi.
L’anno scorso concedemmo 104,7, tredicesima difesa nella NBA…
Bisognerà migliorare possibilmente anche le sole sette palle a partita rubate a gara che valgono un ventisettesimo posto.
Se i riconfermati non dovessero far meglio dello scorso anno in fase difensiva, potremmo ritrovarci ad assistere nuovamente a una stagione martoriata con avversari le cui percentuali alte sul tiro da tre (venticinquesimi con il 36,9% subito) potrebbero incidere pesantemente, per questo è arrivato un protector rim come Howard in aiuto, lasciando gli esterni più pronti a coprire sul perimetro, avendo meno preoccupazioni di chiudere il pitturato, potendo adattarsi probabilmente a spaziature migliori.
Dwight dovrebbe anche aiutare gli Hornets a lasciare il ventiduesimo posto nei rimbalzi concessi agli avversari (44,4 a partita, pari ai Lakers) e il quartultimo posto per quanto riguarda i punti nel pitturato, dando a Clifford la possibilità di utilizzare un gioco più variegato, anche se dovremo scordarci di riconfermare il primo posto nei liberi realizzati (81,5% lo scorso anno).
 
La società dopo aver sparato il primo fuoco d’artificio dell’estate NBA è rimasta quasi immobile, un po’ per i problemi del tetto salariale già al limite, un po’ perché probabilmente l’idea originale era quella di tornare a dar fiducia a un gruppo già conosciuto, con le due ali già descritte a riprendere i loro posti sul parquet.
 
Dicevamo quasi… sì, perché dopo aver preso Dwight, rimaneva il problema della PG di riserva per cercar di far girar al meglio la panchina.
Anche qui la parola d’ordine potrebbe essere “rilancio”, come nel caso del centro ex Hawks, anche per il prescelto, Michael Carter-Williams (sostituirà il deludente Sessions), ex Chicago, i numeri non sono quelli d’inizio carriera.
Brillantissimo rookie of the year nella stagione 2013/14 con i 76ers, è passato dai 16,7 punti di media dell’anno d’esordio, ai 6,6 lo scorso anno con i Bulls, ecco perché un mio precedente pezzo s’intitolava “Rischio a Carter”.
Sarà l’uomo giusto per far ripartire la panchina degli Hornets?
Considerando che probabilmente sia lui che Julyan Stone (se sarà confermato dopo il camp), sono giocatori che si adattano maggiormente alla fase difensiva (Clifford in questa preseason sta chiedendo all’ex Reyer proprio intensità difensiva) è difficile dirlo, tuttavia l’alchimia con altri giocatori che partiranno dalla panchina potrebbe divenire utile alla second-unit intera.
 
In primis vi sarà Cody Zeller, un sesto uomo di lusso, poiché l’anno scorso giocava con i titolari e il suo slittamento in panchina potrebbe avvantaggiare Charlotte nei minuti nei quali i titolari avversari andranno a rifiatare in panchina.
In estate ha messo su ancora muscoli, irrobustendo il fisico, il che dovrebbe aiutarlo ulteriormente in difesa, settore nel quale dava già una buona mano a Charlotte.
Ricordo ancora due stoppate incredibili per atletismo e tempismo in una vecchia partita contro Atlanta vinta dopo due supplementari grazie a uno dei pochi lampi di Lance Stephenson in maglia teal & purple.
La meccanica di tiro è rivedibilissima, ma sa muoversi bene tagliando a canestro o utilizzando pick and roll, infatti, con lui in campo il team ha un bilancio vincente.

Il campo visto come una scacchiera. Blocchi e pick and roll per riprodurre l’azione sottostante, nella quale Zeller mostra le sue abilità in questi giochi.

 

 
Frank Kaminsky mi sembra ancora un po’ acerbo, non mi convince il suo atteggiamento, anche fuori dal campo sembra più il classico “bomber” che uno con la testa sulle spalle.

Il marinaio Kaminsky quest’estate a un convegno a favore della monogamia…
Grazie a Matteo Vetralla per aver scovato la foto.

Ad ogni modo poiché non m’interessa particolarmente cosa faccia il buon Frank fuori dal parquet, spero Clifford riesca a coinvolgerlo anche in altre situazioni oltre al tiro da tre.
Nella prima uscita stagionale con un paio d’inserimenti nel pitturato ha messo canestri facili ma in difesa mi è sembrato piuttosto imbarazzante, specialmente se posto in posizione di centro, dove non ha fisico e prontezza, tuttavia, archiviata l’estate da cicala, potrebbe tornare a carburare, sperando di non doverlo vedere solamente colpire sugli scarichi come troppe volte gli è stato chiesto fino a oggi, un discreto bagaglio tecnico l’ha.
 
Con Batum fuori causa a inizio stagione, il ruolo di guardia tiratrice titolare sarà preso da Jeremy Lamb che sembra sia arrivato carico per questa stagione.
Serio, motivato, nelle prime due uscite si è mostrato un fluido realizzatore.
Il limite passato è stato la continuità.
 
Dietro di lui oscillerà Malik Monk, un ragazzo incredibilmente lasciato scegliere agli Hornets in undicesima posizione.
La difesa non è il suo forte e per sua stessa ammissione sta imparando gli schemi, le rotazioni difensive che Clifford gli chiede, ma in attacco ha mostrato buon tiro, personalità e un atletismo coronato da un’esplosività dinamitarda.
Un ragazzo che più che un rookie, sembra già essere mezzo pronto per il salto di qualità.
Se la salute e l’etica del lavoro l’accompagneranno, potrebbe essere un mezzo crack per far levitare o proprio lievitare gli Hornets.

Niente male per Monk come primo canestro prestagionale…

A meritare una menzione vi sono anche Dwayne Bacon, il quale da guardia potrebbe slittare in posizione di ala piccola (198 cm per 100 kg) e trovare un po’ di spazio anche se Clifford utilizza rotazioni piuttosto corte, in qualche tipo di quintetto nel quale si pensi di utilizzare la sua energia potrebbe venire utile.
Johnny O’Bryant dopo l’infortunio dello scorso anno potrebbe far rifiatare un po’ i lunghi, sperando che gli acciacchi di Howard non si facciano sentire e l’attitudine di Zeller a farsi male, non si materializzi anche quest’anno, a ogni modo nelle rotazioni prima di lui vengono anche M. Williams e F. Kaminsky.
 
Dietro di loro una pletora di semisconosciuti che probabilmente faranno da comparse.
 
L’importante sarà partire bene, il calendario iniziale delle prime venti non è semplicissimo, sarebbe importante battere Detroit (diretta concorrente) ad Auburn Hill nella prima uscita stagionale e bissare contro gli Hawks in casa, poi partirà una lunga maratona impronosticabile, influenzabile da troppe varianti.
 
A ogni modo, giusto per divertirmi, voglio essere positivo e dare fiducia alla squadra, se gli infortuni saranno contenuti, dopo il 36-46 dello scorso anno, un 45-37 potremmo portarlo a casa quest’anno.

Bat-(h)um-or noir

Strappo al legamento collaterale ulnare del gomito sinistro. L’infortunio è occorso il 4/10/2017 durante la partita prestagionale giocata contro i Pistons e la prognosi attualmente è di 6/8 settimane. Vari siti riportano che il suo rientro dovrebbe essere previsto per il primo dicembre, circa…

Passano solamente 34 secondi dall’inizio della partita contro i Detroit Pistons ad Auburn Hill e Nick Batum si deve fermare di fronte a un dolore lancinante.
Dopo la disamina dei dottori in base alla risonanza magnetica fatta effettuare al giocatore, il responso è: “strappo al legamento collaterale ulnare del gomito sinistro”.

Sulla destra, il legamento interessato.

 
Al momento i tempi di recupero dati sono dalle 6 alle 8 settimane, sempre la situazione non venga rivisitata dagli stessi medici.
Potremmo rivedere il transalpino forse ai primi di dicembre…
Se a preoccupare a inizio stagione era stato l’infortunio di Monk, il quale per nostra fortuna ha ripreso a giocare e vi era stato un piccolissimo problema per Howard, il quale andava momentaneamente a unirsi a Michael Carter-Williams (infortunato almeno sino alla fine di ottobre) e T. Graham (aggiornata anche la pagina injury indicata nella home), oggi è il francese con la sua assenza ad abbassare il valore del roster.
E dire che in estate Nicolas (il quale pesa parecchio sulle cifre del roster) si era riposato saltando per la prima volta gli impegni con la nazionale dei “Galletti” per dedicarsi esclusivamente ai Calabroni ma se la fortuna è cieca, anche la Dea Bendata della sfortuna (esisterà l’opposto?) credo stia guardando in altre direzioni.
C’è una sorta di humor noir in ciò che è accaduto, ma forse è solo umore nero più che umorismo nero, come quello che permeava le atmosfere nei film di Batman.

Ok, ok, scarico le responsabilità come va di moda fare oggi…
Prendetevela con il vecchio Guerin Sportivo di Marino Bartoletti, le idee e i paragoni “malsani” probabilmente mi arrivano dai loro vecchi titoli…

 
Ora, tornando seri, il backcourt dovrà necessariamente essere riorganizzato da Clifford, il quale potrebbe secondo me decidere di far partire Lamb in quintetto.
L’ex OKC è partito bene, più affidabile (per esperienza) di Monk, il quale da rookie potrebbe anche bruciarsi. Intendiamoci… non voglio dare giudizi affrettati, ma Monk potrebbe essere una mina deflagrante nella NBA.
In attacco l’ho già visto creare, crearsi e concludere delle buonissime azioni, ha personalità, esplosività e atletismo, anche il tiro non è niente male.
Per sua ammissione in difesa sta ancora imparando e giustamente è normale sia così…
Monk ha molte caratteristiche in comune con Lamb, ma Clifford è un allenatore in controtendenza, piuttosto conservatore, e, sebbene anche Lamb non sia fenomenale sempre in difesa, la maggior esperienza potrebbe far propendere Clifford per Jeremy come starter.
Oltretutto “l’Agnello” non sta affatto demeritando, determinato, sta giocando un buon basket e portando punti al team.
Monk compenserebbe apportertando più punti in un team votato alla difesa, ma potrebbe agire strategicamente anche dalla panchina risultando più efficace quando, inserito in un contesto di second unit, il valore degli avversari inevitabilmente si abbasserà…
Comunque… di certo come a Phila o a NOLA, la salute qui non è di casa…

Preseason Game 2; Charlotte Hornets @ Detroit Pistons 108-106

Rileggendo un po’ la recente intervista fatta a un ex giocatore di basket riflettevo… forse la verità è che c’è un bisogno che prende la forma di vuoto dentro di noi e ognuno lo colma alla sua maniera.
In tempi piuttosto magri nei quali si “riempie più la pancia” (in senso metaforico), che pensare ad altro, in base alle età, l’esigenza di colmare questo vuoto può prendere la forma di risposta alla noia nei giovani, piuttosto che quella sociale negli adulti e/o spirituale nei più anziani o inclini. Non vi ammorberò oggi, però, entrando in questioni filosofiche che si farebbero lunghissime.
In questo caso, svegliandomi di notte, cercando di mantenere il mio hobby, fissandomi sul momento sportivo trovavo e provavo un vuoto è materiale, semplicemente perché provando a collegarmi alla NBA League Pass, scoprivo che la gara non era coperta in TV, abbastanza incredibilmente direi, anche se già in un’occasione lo scorso anno, per una partita di preseason, si verificò identica situazione.
E… allora come nella vita ci si arrangia un po’, per non raccontare avvenimenti mai accaduti come faceva nell’anime in TV il buon Tommy Aku al contempo giornalista e Tiger Mask nella seconda serie (nisei) dell’Uomo Tigre, che il suo inetto capo mandava sempre ad altri eventi in contemporanea obbligando il buon Tommy a inventarsi tutto pubblicando ilari pezzi e avvenimenti mai accaduti che facevano infuriare il redattore…
 
La partita
 
Si va di streaming ma la partita è già iniziata, forse meglio visto lo scempio a livello di risultato:
16-28 con 6 punti di Drummond consecutivi ottenuti da 4 liberi e un pick and roll concluso dallo stesso numero zero in schiacciata, oltretutto pare che Batum sia già fuori per un problema al gomito.
Gli Hornets danno pochi segni di risveglio e la difesa è inefficace tanto che i Pistons si portano sul 32-52.
A questo punto entra in scena Monk, il quale a 4:49 penetra da sinistra e schiaccia in maniera dinamitarda, poi colpisce da tre dal corner destro e conclude il break degli Hornets da 7 punti con una transizione innescata da una rubata di MKG sulla quale Kennard spende un fallo, ma rallenta solo il processo di trasformazione (2FT a segno) del punteggio. A 4:01 quindi le distanze tra i due team sono state ridotte a 13 punti, ma solamente due minuti più tardi, anche grazie a una tripla dello stesso Kennard, il punteggio torna ad ampliarsi fino al 45-63.

Julyan Stone, ex Venezia. A lui Clifford chiede intensità. Ha terminato la gara con 7 assist e una stoppata decisiva. 2017 NBAE (Photo by Brian Sevald/NBAE via Getty Images)

 
Gli Hornets però nella seconda frazione cambiavano decisamente ritmo in difesa costringendo a diversi turnover i Pistons; MKG stoppava Harris in azione solitaria, Marvin recuperava un pallone e Howard in veloce virata nel pitturato lasciava lì il suo avversario Marjanovic, realizzando da sotto ma non sfruttando il libero (2/3 però nella notte).

Sul 66-74, punteggio che rimaneva bloccato per i Pistons, i teal si avvicinavano con Walker dal pitturato e Williams da fuori per il 71-74.
Era ancora presto, però, per tentare il sorpasso, ora, con le panchine in campo, i Pistons sembravano poter allungare; si passava, infatti, sul 73-81 ma Lamb con una conclusione precisa accorciava, poi era lo stesso Jeremy ad andare a stoppare un tiro di Bradley così Charlotte ci provava con Frank da tre, il suo tiro non entrava, recuperava Stone che aiutato dai ferri, faceva calare il punteggio ulteriormente (77-81).
Zeller in difesa sporcava un pallone, gli Hornets in attacco facevano girar palla e Frank sparando da tre portava sul -1 l’incontro.
I Pistoni, però, che avevano condotto avanti tutta la gara non ci stavano, Leuer bruciava Kaminsky sulla linea di fondo e realizzava allungando sull’84-91 per i suoi.
Monk accorciava, ma Drummond segnava tagliando fuori Kaminsky che non era irreprensibile nemmeno sul bel reverse layup di Leuer.
La mascotte dei Pistons a 7:14 dalla fine esultava e… sembrerebbe averne tutte le ragioni quando il charlottean Ish Smith in fade-away a 6:51 cacciava indietro Charlotte sino al -10 (88-98).
Charlotte però stringeva le maglie in difesa; Stone recuperava un pallone che a 6:16 portava a una transizione corretta da Bacon dopo l’errore di Monk.
Kaminsky a 4:40 dopo l’imbarazzante difesa iniziava a farsi perdonare dai bordi dell’area sinistra dove mandava in crisi il suo marcatore e segnava dopo aver mostrato un campionario di movimenti sul posto.
Era Monk però a calare la bomba del sorpasso sparandola da 45° a sinistra per il 100-98.
Le squadre si trovavano sul 101 pari e il finale punto a punto vedeva Kaminsky farsi un giretto nel pitturato che valeva due punti più un tiro libero per fallo di Harris.
Il FT andava a vuoto e Kennard in jumper pareggiava. Kaminsky però era deciso a portare a casa la gara e realizzando con un lungo tiro da due punti rimandava avanti i nostri che si salvavano una prima volta dall’attacco di Smith, il quale esagerava notevolmente in palleggio andando a finire nel raggio di Zeller che gli soffiava il pallone, tuttavia un’altra entrata del play in divisa bianca restituiva incertezza al match sul 105 pari.
Era però ancora la difesa di Charlotte a fare la differenza. Detroit avrebbe due possibilità per passare avanti ben due volte, ma Harris si faceva ipnotizzare da Zeller in aiuto a Kaminsky, mentre sempre sul nostro lato destro del canestro era Stone a imitare Cody, questa volta arrivava anche la stoppata su Smith.
Su quest’azione si sviluppava una rapida transizione che Bacon conduceva nel pitturato scaricando in superiorità numerica la palla a Monk sulla sinistra del canestro.
Malik al volo, in salto, restituiva palla all’accorrente Bacon che realizzava senza patemi il 107-105.
Harris provava, con otto secondi sul cronometro a pareggiare ma arrivando dalla sinistra andava a chiudersi sotto canestro contro Kaminsky, il quale sfruttando l’arrivo dei compagni (Monk ad esempio) spediva la palla lontana dalle mani del numero 34 avversario, Zeller la raccoglieva in tuffo e subiva fallo andando a realizzare il 108-106 a un secondo e mezzo dalla fine.
A Detroit non rimanevano time-out disponibili quindi Stanley Johnson ci doveva provare dalla destra da distanza siderale; per nostra fortuna il suo era un meteorite che oltrepassava anche la parte alta del tabellone spegnendosi lontano dalla zona pericolosa.

Dietro a Howard ecco Frank Kaminsky e Cody Zeller.
Per Clifford sarà importante averli in buona forma.
2017 NBAE (Photo by Brian Sevald/NBAE via Getty Images)

 

 

 
I Numeri
 
Bene Lamb che continua a far vedere buone cose in attacco e può dire la sua anche in difesa se rimane concentrato.
Un +11 di plus/minus, 4 assist e 18 punti, battuti solo da Malik Monk che con 19 in 22 minuti fa intuire di poter essere il tizzone ardente che Charlotte stava cercando. Forse qualche tripla in meno (non che sia male il 4/10) aumenterebbe le percentuali.
5 punti e 7 rimbalzi per l’altro rookie Bacon in 12 minuti, mentre nel duello tra centri Drummond ha cifre leggermente superiori (1 stoppata, 16 punti, 15 rimbalzi) ma Howard con 2 stoppate 12 punti e 11 rimbalzi non è andato male.
Da segnalare anche i 13 punti di Kaminsky che chiude davanti al trio Walker, Williams Kidd-Gilchrist che apportano alla causa 10 punti a testa.
Benino Stone con 7 assist e molto meglio in difesa dopo il richiamo di Clifford che da lui vuole intensità.
14 i turnover di Charlotte contro i 19 dei Pistons.

Preseason Game 1; Charlotte Hornets @ Boston Celtics 82-94

Il pianeta cade a pezzi sotto i colpi dell’economia.

Chi non se ne accorge è un pazzo, è complice, vive in un acquario, oppure ha la fortuna di stare fuori dalla mischia.

Non era esattamente l’intro che avrei voluto realizzare, non era nemmeno pensata, avrei voluto parlare degli Hornets e basta per oggi, per la prima partita prestagionale, inoltre sarebbe sfacciatamente supponente da parte mia trattare un tema così vasto e delicato, sempre attuale, il quale apparentemente non avrebbe a che fare con la tematica trattata in questo blog.

Invece, può succedere che mentre l’azienda NBA si trova in forma smagliante e amplia i suoi orizzonti e i suoi introiti, nel macrocosmo terrestre la Catalogna cerchi di staccarsi dalla Spagna.

A mio parere non credo sia solo la fierezza del popolo catalano a sfidare, a contrapporsi al potere centrale madrileno, con il quale è in atto una rivalità storica, ma il nodo principale è economico con la Spagna sino a pochi anni fa a superarci salvo ripiombare in crisi acuta dopo il boom.

E’ quasi sempre l’economia (con i suoi ganci e le sue conseguenze come l’accaparramento di risorse in altri territori) a scatenare conflitti.

Ma l’economia è semplicemente un complesso sistema artificiale costruito dall’uomo per autodeterminare un sistema di convivenza che si dovrebbe basare su parametri che assicurino futuro, stabilità e sicurezza a un determinato gruppo, a una determinata nazione, una divisione che fraziona e contrappone…

Oggi l’economia, è trasformista (l’economia reale è colpita a morte dalla degenerazione virtuale, quella dei derivati, delle scommesse contro i paesi, della moltiplicazione di soldi inesistenti con banche compiacenti con riserve frazionarie più vicine allo zero che altro) e l’esatto contrario (dalla teoria alla pratica le cose spesso cambiano), così può accadere che chi la gestisce e la manipola possa creare tabelle, parametri che porteranno a instaurare vere e proprie cancrene, spezzando i già fragili e imperfetti (per usare un eufemismo), oltre che finti equilibri che oggi evaporano velocemente.

Influisce quindi anche nel mio modesto microcosmo lavorativo, dove v’è stato un cambio repentino di mansione, d’orari, di gestione (la cosiddetta riorganizzazione aziendale) e questo mio hobby (messo a servizio degli appassionati di Charlotte e della NBA), rischia di saltare a tempo indeterminato dopo aver raccontato per tre anni la rinascita della franchigia e qualche anno prima, annate sfuse dei New Orleans Hornets…

Tornado alla partita… alla prima uscita Charlotte cade contro una delle favorite per la prossima stagione, la quale impressiona per la qualità della panchina, di Tatum si sapeva ma elementi come Theis e Nader (oltre a Rozier più conosciuto) se dovessero confermarsi, garantirebbero a coach Stevens quella continuità nelle seconde linee che potrebbe fare la differenza in partite importanti.

Charlotte paga anche un po’ d’inesperienza con Monk, mentre l’amalgama appare ancora un pochino indietro rispetto a quella dei Celtics che pur tanto hanno cambiato.

La Partita

Gli Hornets scendevano in formazione tipo con: Walker, Batum, MKG, M. Williams e Howard, mentre i nuovi Celtics schieravano: Irving, Hayward, Brown, Horford e Baynes con l’oceanico molto fastidioso in serata… Le squadre dimostrano subito d’essere in rodaggio mentre Carter-Williams è infortunato, Walker, Howard e Monk pur acciaccati, ci sono.

Un paio d’attacchi dei Celtics vanno subito a vuoto (compresso un tentativo di tripla di Hayward) così come il gancio di Howard, il quale in difesa spende un fallo sull’entrata di Brown procurando i primi due punti per i padroni di casa a 11:09. Charlotte deve rodare decisamente di più, Howard è stoppato e un Walker ancora fuori forma commette passi però Batum a 10:22 pareggia con un lungo diagonale dalla destra. Boston rimane sempre avanti e al limite Charlotte pareggia come nel caso del 7-7 dopo ave visto una stoppata di Howard su Brown nel cuore dell’area. Boston però prende decisamente il sopravvento con l’entrata di Smart il quale indovina due triple (nel mezzo un tiro libero di Howard da dimenticare) aiutando i Leprechaun a installare il 12-22 ma un controparziale di 7-0 caratterizzato da una bella tripla di Monk dal lato destro (spostamento laterale veloce di piedi per evitare la marcatura) e due punti di Kaminsky da sotto mandavano in archivio il primo quarto sul 19-22.

 

Dopo 15 secondi, nel secondo quarto, Kaminsky sfruttava un mismatch finalizzando anche il libero aggiuntivo assegnatoli per il fallo subito, ottenendo così il pari a mono-cifre 22-22. A 11:01 Lamb colpendo da tre dall’angolo portava avanti gli Hornets ed era sempre lui a tenerceli grazie a un altro paio di canestri che portavano il match sul 29-25. Purtroppo una rubata di Rozier consentiva ai biancoverdi il pari alla soglia di quota trenta ma Howard dopo un errore personale da sotto raccoglieva sfruttando il fisico e riequilibrava la sfida. Boston però sfruttava le palle perse degli Hornets per portarsi sul 31-36 grazie a una bomba di Horford a 4:56. Charlotte tentava di rimanere in scia con Batum, spinto senza successo sulla linea di fondo sinistra. Canestro più fallo per il 34-36. Dopo un blocco di Baynes su MKG definito illegale dagli arbitri e ridicolo dai telecronisti pro Celtics, si accendeva un’animata discussione tra giocatori interrotta dagli arbitri prima che Walker e Irving azzeccassero le triple che nulla cambiavano… Gli Hornets, sotto di sette a pochi secondi dalla fine, trovavano il colpo di coda con Kemba a colpire in diagonale dalla destra da tre punti, ben oltre la linea delle specialità curryane o alleniane, per restare in tema dei due team.  I teal di MJ andavano quindi a riposo staccati di quattro lunghezze sul 43-47.

 

Kaminsky contro Hayward.

 

Charlotte segnava per prima nel secondo tempo con una schiacciata di MKG ma le spaziature e gli equilibri degli Hornets sul giro palla dei Celtics venivano meno; Rozier dall’angolo sinistro caricava e segnava una tripla nonostante l’ombra di Howard in uscita gli si parasse davanti. Dwight rispondeva da marcato con una tabellata sulla destra che finiva dentro. A pareggiare a quota 50 ci pensava Batum con una morbida tripla. MKG portava avanti Charlotte con un jumper dalla media sinistra e Zeller da sotto a destra firmava il 59-56 ma si aveva l’impressione che Boston potesse andare molto più facilmente a bersaglio in caso d’accelerazione, infatti, in un batter d’occhio il vantaggio degli uomini di Stevens (59-60) era servito. Charlotte con la panchina andava un po’ in difficoltà, Monk si faceva scappare il 28 e Zeller in attacco soffriva la stoppata di Tatum ma Lamb a centro area si girava segnando, tuttavia senza Howard i Celtics infilavano un altro appoggio con Nader per il 61-66, punteggio che saliva a 62-68 (Theis dunk in correzione per Boston) alla penultima rossa sirena.

Dopo una tripla di Monk, i Celtics iniziavano a staccarsi, la panchina ha bisogno d’amalgama è c’è anche qualche errore di piazzamento personale. Lamb in attacco produceva due punti ma sull’azione successiva si faceva sfuggire Tatum che dalla linea di fondo appoggiava al vetro due punti. Una tripla di Theis, una controspecie di Olynyk, uno stretch four/five mandava sul 67-82 la partita… Clifford manteneva la panchina in campo che reagiva accorciando un pochino il gap ma i biancoverdi non tornavano a tremare chiudendo agevolmente il match sull’82-94.

I numeri

Howard ha finito con 7 punti, 3 stoppate e 10 rimbalzi, Walker ha messo 12 punti ma le percentuali al tiro sono state basse, mentre a fare più sul serio è stato Lamb, il quale si è presentato al Media Dai, la giornata dedicata al pubblico ai microfoni di Matt & Matt piuttosto serio, asserendo d’aver lavorato quest’estate e, infatti, ha realizzato 18 punti, ha catturato 8 rimbalzi e smistato 3 assist, anche se la sua difesa non è stata sempre perfetta, sempre meglio di quella di Kaminsky, il quale al Media Dai è stato abbastanza divertente presentandosi con gli occhiali da sole per poi passare alle battute fino a raccontare di voler bloccare sua mamma sui social (commenti imbarazzanti) per arrivare alla mimica di sfondo quando vi erano compagni intervistati. Il -15 del plus/minus è eloquente, anche se 7 punti e 4 rimbalzi li porta a casa ma come i 5 turnover, battuto solo da Howard con 6 (per quest’ultimo anche un pessimo 3/8 dalla lunetta). Niente di che… misureremo (forse, se riuscirò) meglio la forza del team nelle prossime due trasferte, a Detroit e Miami…

 

Honky/Hornets

“In tempo d’estate con l’orologio della NBA apparentemente fermo, sale il tempo delle nostalgie, anche quella semplice da campetto, con il clima che si raffredda, tornerà a giocare chi è inserito nelle varie società, ma se, appunto, ormai siamo al tramonto della bella stagione, anche la NBA, con i suoi campi ci indica la riapertura delle “ostilità” sportive nella lega cestistica più famosa del mondo.

Oggi voglio fare un tuffo nel tempo che chiamiamo “passato” e pubblicare un pezzo particolare lasciando spazio ad Alì Nasrì, il quale fu un giocatore juniores, aggregato alla prima squadra della Fabriano capace di spiccare il volo nella massima serie a cavallo tra i ’70 e gli ‘80.

Ripercorreremo anche così un po’ la storia degli anni d’oro della città della carta.

Non amo definirmi storyteller, definizione anglofona che in italiano suonerebbe come “raccontatore di storie” o simili, termini che non amo molto ma, in realtà in questo pezzo ,che non tratta solo di Hornets, mi piace evidenziare aspetti che escono dal basket giocato, senza dover far sensazionalismo, apprezzando sempre molto i contributi arricchenti di chi ha giocato a basket e può portare un pensiero personale (spesso differente dal mio) sul mondo NBA, ma non solo.”

 

Intervista

 

1D) Ho già introdotto qualcosa sulla sua persona, ma mi piacerebbe conoscere l’uomo e il giocatore.

Quando s’indossa una canotta da basket sale il sacro spirito sportivo/competitivo, un fuoco immanente e trascendente al contempo.

Quella voglia di dimostrare in primis di poter battere se stessi prima degli avversari, di migliorarsi per me, anche se a oggi la mia filosofia al di fuori dello sport è quasi opposta in un mondo ultra competitivo come canta Caparezza: “Sono tutti in gara e rallento, fino a stare fuori dal tempo”. Comunque… partiamo dalla persona.

Nome “curioso”, esotico, da dove deriva?

Ci racconta brevemente qualcosa per conoscerla un po’ di più?

 

 

1R) “Sì, il mio nome ha origini siriane perché mio padre era di lì.

Io nacqui a Firenze nel 1965 da mamma italo-francese e da padre siriano.

A parte una breve parentesi di vita vissuta in Siria fino allo scoppio della Guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967), ho sempre vissuto qui in Italia a Castelfiorentino, in provincia di Firenze, ed è qui che ho iniziato a scoprire il basket a 10 anni.

Iniziai a giocare nelle squadre giovanili della squadra locale fino poi ad arrivare ad avere una breve esperienza a Fabriano nelle file degli juniores della Honky Wear per poi ritornare a giocare nel Castelfiorentino.

Giocai in Serie B a parte un paio di anni, poi a Empoli in serie C, oltre all’esperienza pesarese nella Banca Popolare in serie B2”.

 

L’intervistato in azione a Castelfiorentino contro l’armata della CSKA Mosca.

 

Un articolo di Superbasket del fine settembre 1983 sul torneo di Castelfiorentino.

 

 

2D) Il campionato italiano di quegli anni probabilmente era il secondo migliore al mondo dopo la NBA. Denominato anche “Spaghetti Circuit”, arrivavano giocatori statunitensi, spesso profumatamente pagati (strumento d’accaparramento da parte dei team delle star americane).

La Honky Fabriano qualche anno più tardi addirittura sfoggiò una divisa a stelle e strisce…

Cosa ricorda del suo vissuto in prima squadra?

Che atmosfera si respirava nei palazzetti e che cosa le manca di quei tempi?

 

Una formazione della Honky Fabriano 1979/80 in divista a stelle e strisce con fondo blu.

 

2R) “A quei tempi era una cosa straordinaria vedere gli americani (due i tesserabili) per ogni squadra.

I campionati erano suddivisi in due gironi; Serie A1 e Serie A2 a 14 squadre.

Gli italiani erano molto più valorizzati rispetto a oggi effettivamente…

Quel tipo di basket, a differenza di questo, aveva proprio la spettacolarità di questi stranieri venuti da oltreoceano, i quali portavano qualcosa di diverso, qualcosa che oggi siamo più abituati osservare; movimenti tecnicamente molto più frequenti perché nelle squadre c’è molta più evoluzione tecnica.

All’epoca, l’inferiore tecnicismo conferiva agli americani che venivano a giocare qui, un’aura di spettacolarità.

Cresceva l’interesse poiché loro stessi portavano delle innovazioni nel gioco e nei movimenti.

Era bello per noi giovani prendere spunto, imparare dai movimenti di questi fuoriclasse che avevano un modo di lavorare diverso.

Percepivano alti stipendi, ma li meritavano perché si allenavano molto sul campo e anche fuori dal campo.

Gli stranieri che venivano a giocare in Italia non avevano ancora procuratori che li seguissero o preparatori personali, erano manager di se stessi, fissavano appuntamenti e firmavano contratti, si allenavano da soli…

In quegli anni ebbi la fortuna di passare un momento fantastico perché io ero già un tifoso di Fabriano, neopromossa dalla serie B alla serie A2 e mi ritrovai a fare un provino proprio per loro in quell’estate, così conobbi Alberto Bucci e i dirigenti dell’epoca, persone veramente gentili, magnifiche, le quali mi misero a mio agio per giocare nella formazione juniores.

Immerso dentro a quell’ambiente, con giocatori che avevo visto solamente sulle copertine di Superbasket  o in qualche fotografia sui quotidiani, ricordo che quell’anno la Longhi Fabriano (militava nel campionato di A2) si salvò con Alberto Bucci come coach.

 

Formazione e compendio della Honky da un superbasket (luglio–agosto) del 1980.

 

Risultato straordinario poiché la squadra dovette giocare tutto il campionato con un solo statunitense (l’altro si era infortunato a una spalla in maniera molto seria), tuttavia a tre giornate dalla fine la salvezza era già stata ottenuta.

Di questo periodo fantastico ricordo i nome di tutti quei giocatori, ad esempio; Roberto Paleari, Achille Gelsomini, Maurizio Lasi, Servadio, Leonardo Sonaglia e v’erano anche Liner Green e Day Cheese-Man, il forte americano, lo sfortunato estromesso protagonista da me menzionato prima per il problema alla spalla.

 

Paleari al tiro.

 

Era un ambiente molto semplice ma molto passionale.

Mi dispiace che oggi Fabriano non esista più nella nel panorama del  grande basket (società sciolta nel 2008 e titolo sportivo venduto a Roseto), ma purtroppo molte società sono fallite a causa della recessione e dei grandi costi.

Di quei tempi mi manca l’atmosfera che si respirava.

In paese la gente non vedeva l’ora di andare al Palasport per vedere non solo le partite ma anche gli allenamenti.

Quando ci allenavamo erano presenti sempre tantissime persone e questo mi era di stimolo per fare meglio.

La città respirava basket, spero che in futuro Fabriano possa essere rifondata poiché è insita nel cuore della città la passione per questo bello sport.”

 

Fabriano contro Rimini in un pezzo di Superbasket uscito sul finire dell’ottobre 1980.

 

Siamo nel marzo 1983. L’Honky si salva ancora. In casa Fabriano fa le sue fortune battendo spesso le grandi. Qui, per la prima volta riesce a vincere contro Pesaro.

 

 

3D) Pur pagati abbastanza bene, non ci possono essere paragoni con le cifre di oggi fuori da ogni ragionamento etico ma dettate dalla legge domanda/offerta del mercato.

Mi ha detto che oggi non segue più molto il basket, anche se qualche volta lo pratica.

Io sono convinto che nella vita delle persone vi siano delle tappe, ciò che era interessante ieri, non lo è più o è meno attraente oggi… per età, per priorità, a volte per noia…

A farla un po’ allontanare dal contesto cestistico cos’è stato?

Il basket più spettacolo/business odierno e meno concreto (passatemi il pensiero, nel senso di spirito) d’oggi ha inciso sulla sua scelta?

 

3R) “Sì, effettivamente oggi si parla di cifre da far girare la testa.

I contratti ai giocatori di basket talvolta sono milionari, spropositati.

Diciamo che il cambiamento della pallacanestro secondo me è iniziato dalla metà degli anni ’80.

Le cifre si sono impennate quando nel mondo della pallacanestro a stelle e strisce è comparso un certo signore, tale Michael Jordan…

Nel 1984 il basket ha preso una direzione completamente nuova.

Lui è stato veramente un giocatore che ha portato dell’innovazione tecnica elevando anche il livello economico, perché, quello che ha fatto lui, credo che ancora non l’abbia fatto nessuno, non togliendo assolutamente niente ai vari Kobe Bryant, LeBron James, Steph Curry, però questo signor Jordan  fu un portatore di novità, in fatto di sponsor ad esempio… forse anche per questo continua a essere sempre uno dei giocatori (diciamo ex attualmente) più popolari e più pagati.

Già qualche anno fa si parlava di 97 milioni d’Euro come cifre guadagnate tra sponsor e vari contratti che aveva firmato.

Quando smisi di giocare a pallacanestro ebbi un cambiamento della mia vita completo.

Avevo bisogno di stimoli nuovi dopo 20 anni vissuti a fare il giocatore e l’allenatore perché per me era un lavoro.

Avevo dei vuoti che non riuscivo più a riempire con lo sport.

Stavo cercando qualcosa di diverso.

Tutto poi mi si aprì in maniera incredibile quando incominciai a leggere la Bibbia e attraverso di essa incominciai a capire quale fosse il problema.

Il mio problema, almeno, per me… consisteva nel fatto  che fossi separato da Dio.

Non potevo più proseguire per la mia strada, non avevo più soddisfazioni.

Tutto quello che avevo combinato fino a quel punto non mi soddisfaceva più.

Mi resi conto che ero separato da Dio e che il mio peccato mi impediva d’esser felice.

Avevo bisogno d’avere una relazione personale con lui.

Quando questo “peccato” è così radicato dentro, ti senti sempre pieno di brutti pensieri e di problemi.

La Bibbia dice che tutti hanno peccano e sono privi della gloria di Dio, come dice che il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio sarà la vita eterna.

Scorrendo sempre più la Bibbia, nella lettura trovavo sempre più la soluzione.

Si chiamava Gesù Cristo, il cui sacrificio colma il divario tra l’umano e il Dio, in modo d’accostarci al Signore.

Così, spinto dall’estremo gesto del figlio di Dio, abbandonai la mia vecchia vita vissuta nel peccato e incominciai a fidarmi di lui affidandogli la mia vita nuova questa vita da cristiano trovando gioia, pace, motivazioni per un nuovo entusiasmo, una nuova partenza (non è qualcosa di automatico) grazie alla Bibbia che è mia regola di fede e di condotta perché se uno è in Cristo egli è una nuova creatura e le cose vecchie che sono passate, ora sono diventate nuove”.

 

L’ascesa di Beal verso i cieli. Stranamente, due temi così diversi hanno in comune l’ascesa e la fiducia (fiducia in un tiro, in un compagno), la quale in campo religioso diventa fede, parola oggi usata anche per definire l’appartenenza viscerale a una squadra.

 

 

4D) Immagino sicuramente ricordi la nascita degli Charlotte Hornets a fine anni ’80… L’espansione della NBA nel 1988 vide entrare Charlotte e Miami, mentre l’anno seguente Minnesota e Orlando fecero la loro comparsa sul pianeta NBA.

In particolare Charlotte e Minnesota, più che per i risultati (essendo team da expansion draft ovviamente abbastanza scadenti) erano conosciute per le affluenze dei palazzetti sempre esauriti. Gli Hornets poi avevano anche “Il curioso caso di Muggsy Bogues” per parafrasare quasi il titolo del film con finale “Benjamin Button”, giocatore più piccolo di sempre nella NBA con i suoi quasi 160 cm.

E poi c’erano Tripucka, Robert Reid, Rex Chapman, Dell Curry (papà di Steph Curry), Michael Holton e tanti altri che passarono di lì…

Cosa si ricorda di Charlotte in quegli anni, dei giocatori, cosa le piaceva, cosa la interessava e cosa non le piaceva della squadra del North Carolina?

 

4R) “Non ricordo benissimo, anche se quando nacque questa franchigia mi ricordo vi furono delle novità per il basket NBA, perché oltre ai Charlotte Hornets nacquero anche altre franchigie come Miami e altre delle quali non ricordo il nome (integra l’intervistatore aggiungendo Orlando e Minnesota l’anno dopo, Vancouver e Toronto nel 1995…), ma diciamo che la NBA si estese a squadre con il punto interrogativo.

Squadre un po’ misteriose, però mi ricordo che quel periodo in questa squadra del North Carolina giocava un gigante di appena un metro e sessanta che si chiamava Bogues.

Questo è stato sicuramente il giocatore più basso della Lega NBA, tra i più famosi al mondo.

Un giocatore veramente incredibile, saltava, sfornava assist e realizzava anche punti.

Diceva d’andare a dormire con la palla nel cuscino e penso che questo sia stata la cosa che gli ha permesso d’imparare così bene a palleggiare in velocità dribblando gli avversari con un grande feeling con la palla.

Poi c’era un certo Tripucka, una guardia realizzatrice capace di segnare anche da fuori che entrò anche nelle classifiche dei miglior marcatori NBA.

Mi ricordo che nel 1992 presero anche un certo Larry Johnson, rookie dell’anno, ma, personalmente l’anno dopo smisi di giocare non seguendo più assiduamente il basket, tuttavia ricordo anche Alonzo Mourning, il quale era stato uno dei giocatori emergenti in quel periodo tra i più importanti per questa franchigia.

Rimanendo in North Carolina poi, non è un caso che gli Charlotte Hornets oggi siano gestiti da un proprietario molto importante come Michael Jordan, il quale oltretutto a North Carolina fece vincere l’anello universitario prima di sbarcare nel mondo dei professionisti.

Io ero molto più tifoso dei Los Angeles Lakers e le squadre come Charlotte erano matricole. Squadre più deboli a livello dei singoli e di gioco, quindi poco interessanti da seguire come compagini.

Non condivisi molto l’allargamento della NBA con società che sicuramente avrebbero  faticato a organizzare team di livello per competere con i grandi squadroni che c’erano all’epoca come i Los Angeles Lakers, i Boston Celtics e i Chicago Bulls di MJ, i quali sarebbero diventati di lì a poco i più forti nella storia vincendo sei titoli quasi consecutivamente (in mezzo  i due titoli dei Rockets favoriti dal ritiro di MJ)”…

 

 

Non state sognando. E’ proprio Michael Jordan in Italia con la “maglia” della Stefanel Trieste e non è un fotomontaggio. A breve la foto verrà inserita anche nella sezione MJ Corner.

 

 

5D) Entro un po’ nello pseudo- filosofico unendolo allo sportivo… in altre leghe professionistiche come la NFL non è impossibile essere competitivi e magari giocarsi una finale.

Nella NBA gli equilibri sono destinati solitamente a perdurare per anni a causa di regole economiche che consentono scappatoie, mercati che risultano essere più interessanti di altri e attraggono giocatori che ormai puntano o al denaro o a vincere un titolo.

Spesso assistiamo al modello proposto da Miami con tre star (Bosh, James e Wade) che oggi a Oakland sta funzionando (Curry, Thompson e Durant, se poi volessimo aggiungere anche Dr. Green faremmo poker) creando sfide da feud, rivalità che in secundis portano una disparità sui valori, sulla forza di questi team rispetto alle altre squadre.

Non a caso sono tre anni che alle Finals arrivano i Cavaliers e i Warriors e anche quest’anno se Boston, Houston, San Antonio, qualche outsider permettendo, saranno le favorite…

Dal ritorno da figliol prodigo di James in Ohio si è creata la polarità perfetta “Est/Ovest”, ma a uno sguardo di un tifoso che non sia pro Warriors o Cavaliers a lungo andare potrebbe risultare una situazione stancante.

Sostanzialmente viviamo in un eterno presente con team che battagliano 82 partite all’anno per vana gloria (anche se per me le partite degli Hornets sono tutte interessanti).

E’ una situazione che vive sulle stesse osannate ed uniche regole mercatistiche (condite dalle eccezioni) che oggi non danno speranza a diversi giovani o magari tendono a vessarli, poiché anche i più determinati, in un ambiente ostile, troveranno non poche difficoltà a trovare la loro via.

Mi rendo conto che la duplice domanda è lunga e non di facile risposta, ma… cosa farebbe per cambiare un po’ la situazione NBA, che regole modificherebbe?

E che cosa potrebbe fare, cosa dovrebbe cambiare questa società per dare una mano ai giovani che a volte, laurea o meno, sono costretti alla disoccupazione, al lavoro sottopagato o a essere sempre precari non riuscendo a garantirsi un futuro stabile?

E’ un discorso di regole, presuntamente paritarie ma in realtà che creano parecchio squilibrio, aldilà delle capacità professionali di dirigenti e singoli individui…

 

 

5R) “Ogni epoca ha avuto la squadra che ha sempre devastato, dominato le stagioni, a partire dagli anni ‘80 per non andare ancora più indietro in periodi che non ricordo.

Posso dire che i Boston Celtics e i Los Angeles Lakers in quei periodi erano le squadre più forti e si davano gran battaglia.

Gradualmente poi ci sono stati i Chicago Bulls nei ’90, così come nei 2000 arrivò San Antonio, abile a vincere 5 titoli…

Oggi si dice che Golden State sia la squadra più forte di tutta la storia della NBA, ma su questo non sono d’accordo.

Stanno vivendo la loro epoca attuale come franchigia più forte, ma in passato ce ne sono state anche delle altre.

La storia è fatta di questi filoni.

Per me i giovani sono il fulcro del movimento dello sport, sono il nostro futuro in ogni ambiente della società; nell’economia come nella politica, quindi se riusciamo a valorizzare i giovani e a farli emergere preparati possiamo avere delle buone prospettive per il futuro per le nostre attività, così anche nello sport.

Purtroppo oggi i nostri giovani, anche nelle nostre società sportive, vengono sempre di più messi da parte.

C’è un problema di scarso impegno nel volerli migliorare perché esiste la mentalità d’andare a prendere giocatori già fatti e pronti per poter vincere subito, ma questo è un discorso che dovremmo cercare di cambiare, soprattutto nelle società più piccole dove magari mancano soldi, come d’altra parte sta succedendo anche nelle nostre province, nelle quali tante società di basket sono costrette a ridimensionarsi non potendo iscriversi anche a campionati importanti preferendo scendere di due categorie e ripartire magari dalla promozione paradossalmente a quel punto con i giovani perché la politica dei “young” ti permette d’investire a basso costo…

Cosa farei per cambiare la situazione delle NBA?

Che regole modificherei?

Beh, sono regole che modificherei anche nelle altre leghe a livello mondiale, compresa la nostra federazione di pallacanestro.

Soprattutto mettere delle restrizioni economiche, tutte le società dovrebbero poter investire in modo che non siano sempre le stesse a comandare il gioco.

Quindi, qui, maggior controllo dei bilanci e un limite, un tetto finanziario per gli investimenti”.

 

Lo sponsor di Fabriano negli anni ’80 prima di divenire “Alno Fabriano”…

 

Articolo (Superbasket n. 18) del maggio 1983 su Fabriano.

 

 

 

6D) Secondo lei gli Hornets targati Michael Jordan comprando un centro come Dwight Howard (gran fisico) hanno fatto la mossa giusta?

Da molti è definito crepuscolare, un giocatore al tramonto, ma a Charlotte mancava presenza fisica sotto canestro.

Potrebbero arrivare ai playoffs, migliorando le 36 vittorie della scorsa stagione?

 

6R) “Howard è un giocatore che ha un grande fisico.

Il Superman delle schiacciate all’All-Star Game.

Mi pare che qualche anno fa avesse deciso di ritirarsi dalle scene… poi ci ha ripensato grazie al pastore della sua chiesa che l’ha convinto a  proseguire.

Tutto dipenderà dalla voglia che ha dentro di sé, dalla motivazione che riuscirà a trovare.

In caso positivo potrà fare la differenza per una squadra come Charlotte”…

 

Howard con la sua nuova maglia.

 

Grazie per la cortesia ad Alì Nasrì.

Venti di guerra…

 

Il titolo non si riferisce al baluginare dello spettro atomico, del quale a mio parere sono corresponsabili tanto Kim Jong Un, quanto il neopresidente americano Trump ma all’avvicinarsi della nuova stagione NBA con gli appassionati fervono che fervono e i roster che salgono numericamente…

Lo scenario geopolitico però di questi tempi la fa da padrone e se Kim Jong Un (uno che ha studiato in Svizzera, non un pazzo fuori dal mondo come molti credono) sta decisamente tirando troppo la corda (coperto in parte da Cina e qualcosa dalla Russia) è anche perché i paesi “occidentali” pongono sanzioni (vecchia storia che si ripete… Società delle Nazioni fallimentare e inizio del secondo conflitto mondiale) invece di mettere al centro il vero dialogo.

E’ anche vero che, mi spiegava un’amica magiara, molti paesi, ad esempio l’Ungheria, commerciano con la Corea del Nord. In Ungheria vi è stato uno scandalo perché nel paese del Turul si comprano antibiotici, medicinali in generale “sottobanco” (all’oscuro dell’opinione pubblica) pur non avendone bisogno giacché il fabbisogno sarebbe ampiamente soddisfatto…

Comunque sia, i protagonisti sanno che di mezzo vi sarebbe una pericolosissima guerra nucleare, ma forse qualche pazza think tank americana che si occupi di progettare scenari futuri di questo tipo avrà già pensato a queste eventualità in una sorta di Blade Runner post-atomico con androidi a rimpiazzare gli uomini… ovviamente la mia ultima frase è una provocazione, in un mondo dove anche il valore sportivo troppo spesso è distorto e piegatosi al denaro e al successo, mentre dovrebbe trasmettere soprattutto altro. Ne tornerò a parlare in stagione citando un libro nel quale vi è un contributo di Dino Meneghin, intitolato “Odiavo Larry Bird” (in realtà il libro non verte su questo né va preso letteralmente) nel quale si riportano al centro i veri valori sportivi.

Tornando all’argomento principale, un altro uomo dalle fattezze orientali, più tranquillizzante e slanciato (Rich Cho), ieri ha annunciato l’arrivo di altri due nuovi giocatori che si uniranno ai 18 già presenti nel roster per partecipare al training camp.

Si arriva dunque a toccare quota 20, prima che inevitabilmente una manciata di essi sia tagliata fuori dal roster finale.

Vediamo chi sono dunque i due prescelti dalla società:

 

Luke Petrasek è un’ala grande nata a Northport (NY) il 17 agosto 1995.

 

 

Il ventiduenne che è alto 208 cm per 98 kg, nella carriera universitaria ha giocato per Columbia State quattro anni (dalla stagione 2013/14) dove ha ottenuto medie di 15,1 e 5,7 rimbalzi nel suo anno da senior. Il 14 gennaio di quest’anno ha segna il suo massimo in carriera in una partita realizzando 31 punti contro Cornell. Con i 408 punti messi a segno nell’annata, in quattro anni ha totalizzato 1.040 punti in carriera per essere il ventiduesimo miglior realizzatore All-Time per Columbia, nonché il quinto shot-blocker con 95 stoppate in totale.

https://twitter.com/Luke_Petrasek

 

Terry Henderson, invece, è una guardia tiratrice proveniente da North Carolina State.

 

 

Nato il 21 marzo 1994 a Raleigh, è alto 196 cm e pesa ben 104 kg. Non nasce tuttavia a Raleigh la sua carriera poiché nei primi due anni universitari gioca per West Virginia passando dagli 8,0 punti di media della prima stagione agli 11,7 della seconda. A causa di un infortunio salta quasi interamente la prima stagione con NCS (1 partita soltanto), per riaffacciarsi la scorsa stagione e incrementare ulteriormente la sua media punti. In 32 partite la media sale, infatti, a 13,8 (28 punti di massimo lo scorso anno il 20 novembre con 7/11 da tre punti @ Cre) con Henderson secondo miglior marcatore del team… Con il 52,3% dal campo conclude il suo anno da senior aumentando anche la media assist a 1,6.

Per quanto riguarda invece l’analisi del calendario, infortuni permettendo, guardando un po’ le avversarie verrebbe da dire che gli Hornets, ancora una volta, come negli ultimi due anni, sono in lizza per disputare i playoffs, infortuni permettendo… Con Howard in squadra forse potremo riuscire a vedere un gioco più simile a quello di due anni fa, più piacevole da vedere, aldilà dei migliori risultati avuti.

C’è da segnalare che i back to back, fattore che può sempre incidere sul lato “injury”, saranno 14 su 82 partite. Si parte prima, proprio per dare più riposo agli atleti.

Il primo back to back sarà comunque già a fine ottobre. Il 30, dopo aver giocato il giorno precedente contro Orlando in casa, andremo a Memphis al Fedexforum a cercare di strappare una vittoria per partire bene in stagione.

L’inizio stagione dirà qualcosa di più sulla forza del team. Partiremo, infatti, contro Detroit e avremo dopo pochi giorni una sfida contro i Bucks. I Pistons li ritengo quasi al nostro livello, mentre i Bucks sono in ascesa e li ritengo pari o poco superiori con il duo d’ali a far da traino ai Cervi. Avremo anche Houston in casa e San Antonio in trasferta, rispettivamente il 27 ottobre e il 3 novembre, due avversarie storicamente scomode e sempre potenti negli ultimi anni che ci faranno da test per verificare la forza della squadra.

Da inizio stagione a fine anno, parlando di regular season, avremo da disputare 36 partite, 20 saranno le casalinghe e 16 quelle in trasferta, sebbene la partita programmata per il fine anno a Los Angeles contro i Clippers (in Italia chi vorrà, avrà già festeggiato l’arrivo del nuovo anno), in realtà sarà la seconda di quattro trasferte sulla costa Ovest che riequilibreranno un calendario comunque sia, non troppo sbilanciato.

A ottobre giocheremo 7 partite, a partire dal 18, quattro saranno le casalinghe e tre quelle in trasferta, a novembre saranno 6 le casalinghe e 7 le trasferte per un totale di 13 game, inclusi due back to back casalinghi contro avversarie non delle più semplici (Clippers e Spurs). Il 10 novembre giocheremo fuori casa contro i Celtics, mentre 5 giorni più tardi avremo un ulteriore test casalingo contro i Cleveland Cavaliers del nuovo duo Thomas/James. Avversarie di spessore, probabilmente il meglio oggi a Est per confrontarsi e vedere se questa squadra ha un’anima e avrà superato le paure e le mancanze di forze fisiche e mentali di molti finali, parlando della scorsa stagione.

A dicembre partiremo il primo giocando a Miami un’interessante sfida con gli indecifrabili Heat trascinati da Dragic, fresco campione europeo con la Slovenia. Nel mese dicembrino avremo 3 back to back in 16 partite, 10 delle quali le disputeremo tra le mura amiche, sperando di vincerne il più possibile e che il 23 i Calabroni, battendo i Cervi allo Spectrum Center, facciano un regalo di Natale ai propri tifosi, mentre a Oakland il 29 sarà più dura…

Il gennaio del nuovo anno ci vedrà impegnati altre 14 volte con 8 sfide casalinghe e 6 viaggi in trasferta. Da segnalare il derby contro i Pelicans il 24 da giocare in casa e la doppia sfida all’ex Belinelli e ai suoi Hawks il 26 (in casa) e il 31 (in trasferta).

5-7 sarà il conto del mese dell’All-Star Game e del carnevale mentre marzo, mese che potrebbe risultare decisivo per la corsa ai playoffs sarà in salita con 6 gare casalinghe e 9 in trasferta. Affronteremo per ben tre volte Philadelphia (chiuderemo contro i Sixers il primo aprile, appena fuori dallo spazio-temporale di marzo), squadra in crescita, le cui potenzialità saranno al vaglio delle avversarie tra un mesetto, mentre giocheremo per ben due volte contro tutte e due le squadre newyorkesi (Brooklyn e New York). Il calendario di marzo non è quindi impossibile, considerando che delle 15 partite che dovremo affrontare, anche Phoenix in casa e Atlanta fuori, con il dovuto rispetto, non sono sulla carta, avversarie insormontabili, sempre che non stiano lottando per qualche obiettivo, inoltre avremo un solo back to back…

Aprile sarà inaugurato come già scritto contro i 76ers allo Spectrum Center, poi avremo sfide contro i Bulls e i Magic, due formazioni che, quest’anno sulla carta, dovrebbero essere tagliate fuori per i P.O. a quel punto della stagione… Chiuderemo l’8 e il 10 una doppia sfida contro i Pacers, squadra sempre tosta ma che si è privata di Paul George, uomo franchigia, un’assenza che Indy, nonostante qualche buon giocatore nel roster, potrebbe pagare a caro prezzo nell’immediato.

Per vedere il calendario completo della stagione di Charlotte, modificato con gli orari italiani basta andare sulla Home e cliccare sulla barra grigia 2017/18 Calendario.

Questo invece è il roster completo, preso dalla pagina ufficiale degli Hornets: