And the Winner Is…

I vincitori della lottery 2020 sono i Minnesota Timberwolves che potevano contare su un angelo o meglio, un D’Angelo Russell collegato come cherubino portafortuna.

Secondi i Golden State Warriors con Steph Curry, altro giocatore mentre sul podio siamo finiti noi degli Hornets, oserei dire piuttosto a sorpresa visti gli amati risultati degli anni precedenti.

Graham, altro giocatore, ci aveva preso gusto nel video.

Ci siamo fermati alla terza risalendo ben cinque posizioni virtuali, non tutte occupabili.

Ora non rimarrà che cercare di non sprecar la scelta il 16 ottobre.

Qui sotto, l’ordine di partenza con la lista completa:

2020 NBA Draft Lottery Results

1. Minnesota
2. Golden State
3. Charlotte
4. Chicago
5. Cleveland
6. Atlanta
7. Detroit
8. New York
9. Washington
10. Phoenix
11. San Antonio
12. Sacramento
13. New Orleans
14. Boston (from Memphis)

Below is the order for the remainder of the first round and the complete second round for NBA Draft 2020 presented by State Farm:
 
15.       Orlando
16.       Portland
17.       Minnesota (from Brooklyn via Atlanta)
18.       Dallas
19.       Brooklyn (from Philadelphia via LA Clippers)
20.       Miami
21.       Philadelphia (from Oklahoma City via Orlando and Philadelphia)
22.       Denver (from Houston)
23.       Utah
24.       Milwaukee (from Indiana)
25.       Oklahoma City (from Denver)
26.       Boston
27.       New York (from LA Clippers)
28.       Los Angeles Lakers
29.       Toronto
30.       Boston (from Milwaukee via Phoenix)

2020 Second Round Draft Choice Order

31.       Dallas (from Golden State)
32.       Charlotte (from Cleveland via LA Clippers and Orlando)
33.       Minnesota
34.       Philadelphia (from Atlanta)
35.       Sacramento (from Detroit via Phoenix)
36.       Philadelphia (from New York)
37.       Washington (from Chicago)
38.       New York (from Charlotte)
39.       New Orleans (from Washington via Milwaukee)
40.       Memphis (from Phoenix)
41.       San Antonio
42.       New Orleans
43.       Sacramento
44.       Chicago (from Memphis)
45.       Orlando
46.       Portland
47.       Boston (from Brooklyn via Charlotte, Orlando and Philadelphia)
48.       Golden State (from Dallas via Philadelphia)
49.       Philadelphia
50.       Atlanta (from Miami via Sacramento, Cleveland and Boston)
51.       Golden State (from Utah via Dallas, Detroit and Cleveland)
52.       Sacramento (from Houston)
53.       Oklahoma City
54.       Indiana
55.       Brooklyn (from Denver)
56.       Charlotte (from Boston)
57.       LA Clippers
58.       Philadelphia (from Los Angeles Lakers via Orlando)
59.       Toronto
60.       New Orleans (from Milwaukee)

Lottery

Spesso si paragona lo sport alla guerra, per fortuna nel primo caso, senza vittime.

Il destino di una battaglia dipende dalle forze in campo e quando questa sembrerebbe esser persa, per mutar la situazione urgono rinforzi, anche al cinema – come non ricordare la Ghost Army nel finale de Il Signore degli Anelli…

Se nella drammatica epicità delle battaglie di un tempo le forze in gioco avevano bisogno di mezzi e uomini per vincer le loro battaglie, anche oggi nella NBA è così.

La pesca miracolosa del Draft antepone ancor prima a livello procedurale un rito indispensabile prima di giungere alla scelta dei propri uomini.

I Guerrieri dello Stato Dorato hanno abdicato per un anno mentre i principali loro antagonisti per il titolo dei recenti anni, i Cavaliers, dopo aver riperso LBJ, potrebbero tornare a rilanciarsi immediatamente alla grande nonostante la perdita di Durant, pescando un buon giocatore.

Loro hanno ottime percentuali ma lo scorso anno, a sorpresa, vinsero i New Orleans Pelicans, in quel che sembrava esser un risarcimento per la sicura perdita di Anthony Davis finito a LAL.

I Pelicans avevano il 6% di possibilità di “tirar su” la prima scelta, stessa percentuale che avrannoo gli Hornets (ottavi ai nastri di partenza) quest’anno.

Le percentuali che avranno a disposizione le varie squadre sono le seguenti:

Dopo le prime cinque si scende sotto il 10% con Charlotte che inoltre non sembra esser baciata dalla Dea Bendata negli ultimi anni e non ha mai “sbancato” con questi colpi di fortuna, per chi ci crede, perché se in passato vi è capitato di leggere qualche altro mio articolo sulla lottery, tendo a ribadire (visto anche lo scorso anno) che la situazione è abbastanza surreale e imbarazzante a livello percentuale.

Tankathon ci delizia con qualche immaginario nome per darci delle idee anche se noi speriamo di sceglier più in alto al primo giro e personalmente gradirei una buona SG a meno che non arrivi dal mercato.

Probabilmente c’è più interesse a sostenere squadre più abili nei “rapporti sociali”, forse MJ ha un carisma eccessivo che si è riflesso anche nella famosa e recente serie Last Dance che ha fatto storcere il naso anche a qualche amico e compagno.

Comunque sia, alle ore 02:30 – in diretta su Sky Sport – avremo la nostra lottery, l’evento che stabilirà l’ordine di scelta del Draft NBA programmato per il 16 ottobre.

Come si sveglieranno i tifosi degli Hornets è difficile dirlo, la speranza è che il vento stia cambiando e possa arrivare finalmente una buona notizia, di contro non ci sono elementi oggettivi che portino in questa direzione, tanto che i fan locali hanno dedicato un meme a questa situazione che tradotto é: “Mi hai portato via tutto”, “Non so chi tu sia”…

Per evitare l’eventuale “depressione” (a tal proposito, presa letteralmente, un pensiero sincero per tornare a sorridere va a Josip Ilicic sul quale ieri ho letto un bel post dedicatogli da una famsa pagina di basket) post lottery di una stagione già orrendamente mutilata e ripartita con una formula demenziale fino ai Playoffs (vedi i Suns sempre vincenti esclusi o gli spareggi Trail Blazers-Grizzlies con doppia possibilità a favore di Portland, solo per citarne un paio), occorerà tenere un profilo basso pensando che se dovesse arrivar qualcosa in più (sostanzialmente una delle prime quattro scelte poiché non avremo a disposizione le scelte 5, 6, 7, per via del meccanismo NBA che tende a non svantaggiar troppo eventualemente le prime squadre in ordine di partenza, quelle con i record più bassi) rispetto alla posizione iniziale, sarà tutto oro colato.

Il portabandiera per Charlotte sarà Devonte’ Graham, anche altre squadre hanno scelto di inviare giocatori in attività; D’Angelo Russell per Minnesota, Steph Curry per i Warriors, Rui Hachimura per i Wizards, De Aaron Fox per i Wizards mentre tante altre società avranno rappresentanti più formali come il presidente per i Bulls o il GM James Jones per i Suns.

Sperando che “Gamberone” non ci faccia scegliere alla nona…

Numeri

Quando non si è dentro gli eventi, quando non si ha la possibilità di conoscere, quando la memoria si perde nel tempo o per mancanza di curiosità rimarranno solo i freddi numeri a raccontarci parzialmente qualcosa sulle battaglie sportive tra differenti realtà che si contendono la gloria e i giocatori che vogliono primeggiare, essere i migliori nel loro settore.

Ho scritto questo pezzo senza eccessivo entusiasmo perché parliamo solo di numeri che saranno sì il sale per vincere una partita, una serie, un titolo ed essere riconosciuti come una realtà vincente ma da soli e per lo più slegati dal contesto e mal interpretati senza conoscere le differenti realtà diventano faziosità e non oggettività, ecco perché in fondo al pezzo vi è anche un passaggio veloce a volo basso sulla storia delle altre franchigie e su come si leghino a noi a livello storico o semplicemente nelle partite disputate contro.

Per stabilire quali siano i parametri per considerare un team vincente potremmo relazionarci a dati oggettivi come la vittoria di uno o più titoli nella storia della franchigia oppure controllare i record storici delle varie squadre, talune delle quali sono state spesso su livelli importanti grazie alle varie dinastie, all’oculatezza gestionale della società oppure perché storicamente sono riuscite a crearsi un appeal o altre condizioni favorevoli.

Prima di entrare nel vivo del pezzo mi è venuto da chiedermi se poi sia così importante vincere e ne è uscita una risposta articolata, forse un po’ filosofica ma realista.

Ovviamente tutto sta a vedere quanto interesse una persona abbia per la cosa, un fan potrà prenderla in maniera viscerale o come passatempo, un giocatore potrà vederlo solo come un lavoro o essere mosso dal sacro fuoco della passione, quella volontà di potenza nietzschiana che spinge a competere nello sport.

Da una parte direi che se il motto attribuito al padre dei giochi olimpici Pierre de Coubertain, ”L’importante non è vincere ma partecipare” la frenesia della società odierna nella quale conta solo la vittoria, anche quella ottenuta con i mezzi più sleali che fa gioire chi non sa che sia l’etica direi che vincere non sempre lo è, nelle accezioni per le quali nello sport, gioco a somma zero, se qualcuno vince, altri devono necessariamente perdere e in quella dello stereotipato di machismo e della virilità che vorrebbe sempre vedere non un uomo con i suoi limiti in gara ma un essere sovrannaturale, un marziano o un robot, affermarsi immancabilmente sugli altri.

Su questa tipologia di giocatori onnipotenti inesistenti, alcuni si sono avvicinati ad esserlo (i soliti noti per restare in epoca abbastanza moderna: Magic Johnson, Larry Bird, MJ, Bryant, Duncan, James, O’Neal, Curry, Durant e aggiungeteci chi volete, ecc.) e da punti di riferimento per qualcun altro sono diventati oggetto del culto della personalità.

Vincere ad ogni costo nella nostra società occidentale è divenuto l’imperativo, talvolta pretesto per astio e sfottò, abbandonata la sportività, l’incapacità del tifoso medio di fermarsi a ciò che potrebbe essere la faziosità su una decisione arbitrale o magari anche l’oggettività della stessa, oppure di lamentarsi a torto o ragione per la disparità di trattamento tra due squadre ha sconfinato in uno squilibrato e marcio fanatismo aldilà dell’ironia o del piacere di tifare i propri colori.

D’altro canto a nessun fan piace perdere, è irritante a volte o demoralizzante in altri casi ed entrando nel cuore della questione, a nessuno sportivo che si rispetti verrebbe in mente di perdere appositamente, nemmeno ai giocatori più distratti che paiono essere magari i più disinteressati dalla partita perché raggiungendo lo status di professionista sono pagati profumatamente.

D’altra parte e le prestazioni di questi dovessero scendere, sono sempre a rischio taglio, va da sé che il fine ultimo per un atleta e per una società (qui la faccenda si complica nel mondo modero del business) dovrebbe essere quello di protendere alla vittoria.

Molto filosofica è l’interpretazione di Gichin Funakoshi, maestro che ha contribuito a diffondere il karate nel mondo che asseriva che nell’arte della mano vuota l’idea non è quella di vincere ma è necessario non perdere.

Ora, la pur breve e recente storia degli Charlotte Hornets è stata piuttosto travagliata tanto che potremmo scrivere che esistano più identità in circolo dei Calabroni (Charlotte + Hornets).

La franchigia del North Carolina nata nel 1988 ha avuto una storia lineare sino al 2002 poi a causa del trasferimento a New Orleans voluto dalla proprietà ha perso la casa madre ma ha mantenuto in vita lo spirito del Calabrone (solamente un po’ modificato) a NOLA.

Nel 2004 l’identità si è sdoppiata, come promesso dall’allora Commissioner David Stern è risorta una franchigia nella Queen City ma essendo ancora in possesso di loghi e record la vecchia proprietà, quelli della Buzz City si sono dovuti accontentare di avere i Bobcats, l’ultima franchigia di fatto nata nella NBA ormai 16 anni fa.

Nel 2013 arriva il colpo di scena con la nuova proprietà dei New Orleans Hornets (in mano all’oggi defunto Benson) decisa a cambiar nome.

I Pelicans aprono la strada a un gruppo di fan Charlottean che riportano a casa il nome e ufficialmente anche i record della prima gestione a Charlotte.

I Bobcats giocano la loro ultima stagione nel 2013/14 e l’anno seguente fanno la ricomparsa gli Hornets nella Fly City.

Certo, lo chassis della squadra è molto simile a quello dei Bobcats, la linea di continuità è innegabile vi sia ma ora Charlotte ha un’altra identità, quella che hanno perso per molti tifosi internazionali i nuovi Pelicans.

C’è chi ha deciso di rimaner con loro legittimamente, io credo che sia più corretto, una volta persa la città d’origine e il logo/spirito del team, visto che sono tornati a esistere, tornare a tifare per loro, oltretutto il colpo di spugna della NBA che ha diviso i record degli Hornets tra quelli tornati a Charlotte e quelli rimasti a New Orleans è una palese decisione presa poiché la nuova proprietà di MJ ha deciso di riprendere i record storici ma per logica tali record non dovrebbero essere divisi.

La NBA, insomma, pare aver scherzato, ci ha detto che chi ha seguito da Charlotte a New Orleans la squadra è come se avesse tifato per due entità differenti ma così non è.

Un pasticcio che nasce dal fatto che la NBA all’epoca diede il permesso alla squadra di continuare a chiamarsi Hornets mentre con i Seattle Supersonics non è successa la medesima cosa avendo avuto un cambio di città e di nome, il che favorirebbe eventualmente, se mai vi riuscissero, a riprendersi i vecchi record i possibili nuovi Sonics.

Ecco perché le statistiche che andremo a vedere sono divise seguendo le logiche sopra descritte che dal mio punto di vista sono quelle più sensate.

Sinceramente, dal mio punto di vista, anche se la franchigia si trova tra i team più in difficoltà e tra quelle squadre che non hanno mai vinto nulla, anche se dovesse scemare la mia passione per il basket NBA per via delle questioni politico-finanziarie poco trasparenti, il mio affetto e il mio tifo finché saranno in vita sarà legato agli Hornets.

Prima di partire con il dettaglio, franchigia per franchigia, ecco alcune tabelle.

In questa possiamo osservare nella colonna W/L against le vittorie e le sconfitte degli Hornets contro ogni singolo team negli ultimi 6 anni (dal rebrand) con il primo numero che si riferisce ovviamente alle vittorie di Charlotte e il secondo a quelle avversarie.

Una tabella a scalare divisa tra Est e Ovest con Magic e Pistons come due squadre contro le quali abbiamo ottenuto migliori percentuali (.681, vedi la seconda colonna) e i Clippers con un 1-10 (.090) come bestia nera del periodo.

Nella terza colonna troverete i record di tutte le franchigie negli ultimi 6 anni in Regular Season contro tutte le altre squadre e relativa percentuale e come si vede i Warriors con il .709 sono in testa a questa statistica, riportata qui sotto anche nella seconda tabella.

In essa, troviamo nella seconda colonna le ultime 5 partite di Charlotte contro i vari team e il relativo record mentre in terza colonna vi sono le apparizioni playoffs dei vari team con l’asterisco sulle squadre invitate a Orlando al di fuori dalle migliori 8, ecco perché quel “+1”.

Nella penultima tabella possiamo notare i testa a testa degli Hornets contro le altre squadre; nella colonna 1 c’è la differenza (vantaggio, parità o svantaggio) nei confronti delle altre squadre che va da quella più alta alla negatività maggiore da recuperare, nella colonna 2 il record all-time tra le due squadre e nella terza colonna il totale delle partite disputate tra i team.

Qui sotto abbiamo i titoli vinti dalle varie squadre e le loro stagioni totali in NBA.

A ben vedere lo spacciato equilibrio della NBA è un’utopia, 33 anelli sono andati nelle mani di due squadre (Lakers e Celtics) e soli altri 39 alle altre squadre.

A guardare queste statistiche Charlotte non è nemmeno la peggior squadra degli ultimi anni come molti pensano (potremmo fare un discorso sui Bobcats e alla seconda partenza a Charlotte se si tenesse in considerazione ciò) ma poi non è nemmeno così importante anche se dal punto di vista sportivo ci si augura di cambiare presto e in meglio questo trend negativo e diventare una contender, se possibile, finalmente.

Le tabelle mostrano come ciò sia possibile ma alle spalle servono delle condizioni base olte alle scelte perché ciò avvenga.

Il divario tra alcune squadre permane aldilà dell’incapacità gestionale di alcuni team perché questioni di tasse o di mercati piccoli meno attraenti non stimolano giocatori top player ad andar lì, così non si formano aggregati di due/tre stelle e se lo fanno durano da Natale a S. Stefano.

Le politiche per combattere il tanking poi potrebbero aver definitivamente affossato anche quelle squadre che il tanking non lo praticano.

Non ho mai nascosto inoltre che le prime due scelte a New Orleans (una come Hornets, all’ultimo anno Anthony Davis) e le tre a Cleveland in quattro anni, siano un po’ sospette a livello di lottery guardando le percentuali possibili in gioco.

Fortuna?

Personalmente non credo.

Tenendo conto che nelle mie statistiche sono incluse quelle sei New Orleans Hornets e non quelle dei Bobcats, partiamo con gli head to head o testa a testa tra gli Hornets e le altre squadre andando a vedere a grandi linee che è successo e che sta accadendo:

1) Philadelphia 76ers

  1. Partiamo con le squadre in ordine alfabetico tenendo fede al “nickname attuale”…

Nati come Syracuse Nationals (vedi lovo soprastante) con la guida di coach Al Cervi partono con un 51-13 nella loro prima stagione perdendo la finale, nella NBA mantengono per 14 anni questa denominazione (dal 1949 al 1963) poi da Syracuse nello stato di New York, in seguito alla cessione del team del vecchio proprietario italo-americano Danny Biasone e all’avvenuta partenza dei Warriors che si trovavano proprio a Philadelphia, la nuova proprietà decide di trasferirsi in Pennsylvania poiché una città media come Syracuse non garantiva buoni profitti.

Cambiato anche il nome di battaglia e con in cassaforte un titolo (1954/55) i 76ers aggiungeranno quelli come Philadelphia 76ers nel 1966/67 e nel 1982/83.

Attualmente il record all-time di Phila/Syracuse è stimabile al .516.

Charlotte nasce nel 1988 e gli scontri con Philadelphia si fanno subito interessanti poiché i nostri avversari hanno in squadra un certo Sir Charles Barkley che per tre anni garantisce ai 76ers un record vincente.

Charlotte però riesce ugualmente a vincere qualche scontro come quello del primo dicembre 1988, poi, spostatosi Barkley a Phoenix, il castello di carte di Phila crolla e gli Hornets iniziano ad avere la meglio spesso dopo i primi anni di sofferenza.

L’arrivo di Iverson nelle fila di Phila mescola le carte con scontri equilibrati in Regular Season mentre i Sixers riusciranno ad avere la meglio sugli Hornets (una volta contro Charlotte e una contro New Orleans) ai playoffs grazie al piccolo play.

Il bilancio è a nostro favore (53-44) ma non vinciamo dal 2 novembre 2016, poi sono arrivate ben 11 sconfitte consecutive, due delle quali all’OT, la più lunga striscia perdente pendente per i nostri colori.

Probabilmente il rilancio di Phila, dopo anni di tanking (cosa che sarà più difficile da fare ora per le altre squadre con la modifica delle percentuali nella lottery), ha coinciso da parte nostra con una mancanza di un centro degno da opporre in molte partite favorendo così il peso maggiore della qualità complessiva di Phila.

L’anno successivo, Covid-19 permettendo, sperando in un implemento della qualità nelle fila teal & purple, sarebbe ora di interrompere questa lunghissima e noiosa striscia negativa poiché, con tutto il rispetto, nel roster dei Sixers non gioca più questo signore qui sotto…

Julius Erving con (di spalle) Dawkins, le due colonne portanti dei Sixers che giunsero in finale nel 1980 perdendo contro i Lakers (foto tratta dalla serie da Giganti del Basket).

2) Charlotte Bobcats

Una specie di Kramer contro Kramer, più che un vero head to head è una statistica in famiglia anche se qualche segnale di inimicizia tra Charlotte e New Orleans da parte dei tifosi locali vi era stato.

Chiaro che per chi è di Charlotte, vedersi “scippare” la squadra (dalla proprietà in accordo con la NBA) non dev’essere stato piacevole come nemmeno lo dev’essere stato per i tifosi a NOLA quando la franchigia si trasferì a fine anni settanta a Salt Lake City.

Il divorzio tra la città di Charlotte e gli Hornets si consuma nel 2002 e i suoi figli sono protagonisti della diaspora.

Nel 2004 torna in scena Charlotte ma come Bobcats, franchigia promessa dalla NBA a Charlotte dopo la partenza dei Calabroni.

Le cose non vanno bene alle Linci tanto che alcune annate sono proprio drammatiche tanto che la percentuale All-Time è di .364 (293 vittorie e 5111 sconfitte).

La Charlotte arancio, proprietà di Robert L. Johnson, prima di passare nelle mani di MJ come socio di maggioranza riesce in totale a partecipare solo due volte ai playoffs venendo eliminata seccamente dalle squadre della Florida (prima i Magic, poi gli Heat) nonostante un giovane Kemba Walker inizi a far coppia con l’ottimo e tecnico centro Al Jefferson nella serie contro James all’ultimo anno da Bobcats.

MJ con uno dei giocatori più rappresentativi dei Bobcats, Gerald Wallace.

Sta di fatto, tornando indietro nel tempo, che la prima partita tra la franchigia nata sulle ceneri degli Charlotte Hornets (due anni più tardi) e i Calabroni eredi di Charlotte la vinsero le Linci arancio all’OT, poi gli allora New Orleans Hornets presero il sopravvento guidate da CP3 portando sul 13-5 un record che sembra ormai esser fossilizzato e storia di un passato intrecciato che ci racconta comunque una linea di continuità tra quei Bobcats e l’attuale roster di Charlotte con la proprietà e ad esempio Zeller a esser rimasto nel roster di quel che furono i felini del North Carolina.

3) Milwaukee Bucks

Buona la settima.

Le prime sei partite della serie le vince Milwaukee (presente in NBA dal 1968/69 come Bucks con una parentesi negli anni cinquanta come Hawks che non fa parte della storia del team ma che invece appartiene ad Atlanta), quando Charlotte però inizia ad acquisire giocatori, spesso vince e Milwaukee finisce sotto nella serie, tanto che a oggi è una delle squadre contro le quali manteniamo un cuscinetto con un buon divario.

Un margine che serve ad avere qualche anno a disposizione per “limitare” i danni adesso che Antetokounmpo gioca nella squadra della città di Fonzie…

Ma… “hey”, nonostante le ultime cinque sfide e una drammatica serie di playoffs vinta dai Cervi a gara 7 (con le due rispettive squadre più forti nel complesso degli ultimi 20 anni avute dalle due franchigie se penso a Ray Allen, Sam Cassell e Glenn Robinson) se Charlotte riuscisse ad aggiungere un paio di giocatori validi da opporre al greco sono certo che qualche W riusciremmo a strapparla visto che nonostante tutto siamo quasi sempre, a parte evidenti tracolli, riusciti a impensierire la squadra del Wisconsin.

Per ora è 59-45 in Regular Season.

Curiosità; Lew Alcindor gioca sei anni con i Bucks poi fa tempo a cambiare nome in Kareem-Abdul Jabbar e sfiderà gli Hornets due volte (avendo la meglio) come parte dei Lakers l’ultimo anno della sua carriera nel 1988-89, stagione inaugurale dei Calabroni.

Proprio lui guidò nel 1971 i Bucks all’unico titolo, dopo soli tre anni dalla nascita (1968 grazie a Wesley Pavalon e Marvin Fishman) della squadra del Wisconsin i Cervi fecero centro.

Il loro record complessivo All-Time contro le altre squadre è di .520.

Glenn Robinson e Vin Baker (a dx con la 42) con una delle più belle divise viste a oggi nella NBA.

4) Chicago Bulls

I Bulls compaiono in NBA nel 1966/67.

Chicago ha dato origine o ha ospitato altri team che adesso sono emigrati altrove (vedi i Wizards in origine furono i Packers/Zephyrs o i Chicago Stags) che non sono però parenti dei Tori.

I Bulls sono la terza squadra di una major league di pallacanestro sorta nella Wind City.

La storia degli scontri tra le due franchigie invece si intreccia con quella dell’attuale proprietario Michael Jordan e naturalmente nasce sul finire degli anni ottanta.

In genere i Bulls si dimostrano dagli albori una buona squadra ma non raggiungono vette eccelse, quindi subiscono un calo e nei primi anni ottanta la franchigia non è proprio tra quelle più gustose da veder giocare.

Le vere fortune della squadra del proprietario Reinsdorf cominciano nel 1984 quando alla terza scelta pescano appunto MJ con i Trail Blazers a scegliere Sam Bowie alla posizione numero due (alla uno un Olajuwon era plausibile)…

Di casa al college a North Carolina, MJ torna all’antivigilia di Natale nel suo Stato dopo il passaggio da professionista nella NBA.

La gente lo attende, il tifo è per gli Hornets ma anche per MJ, quasi un ossimoro perché nessuno si aspetta però che possano prevalere i Calabroni; è un buzzer beater di Kurt Rambis a decider la partita che si trovava in parità.

MJ non la prende bene e grazie alla disparità di forze in campo (senza bisogno di presentazioni i vari Pippen, Kerr, ecc.) trascina i rossi a vincere ben 17 gare di fila.

Charlotte ha a che fare con i Bulls più forti di sempre (aggiunta di Rodman) grazie alla costruzione del vecchio GM Krause oggi tanto discusso e per di più se li ritrovano anche nella stessa Division (la Central) con quattro partite l’anno in Regular Season da giocare.

Charlotte riesce a strapparne qualcuna come alcune gare punto a punto (una nella quale Curry recupera un possibile pallone della vittoria) ma MJ e la terna arbitrale fanno fuori i Calabroni al primo turno Playoffs nel 1994/95 con ben due falli non visti sull’azione decisiva allo scadere che avrebbe portato gara 5 a Charlotte (al meglio delle 3).

Gli Hornets si rifanno l’anno seguente battendo in trasferta 98-97 i Tori rompendo il muro d’imbattibilità casalinga dello United Center, ben 44 partite.

Si continua così, Charlotte vince qualche gara epica al fotofinish (un’altra con un tiro armonico di Curry dalla media) ma i Bulls accumulano vantaggio (più un’altra serie di playoffs vinta nettamente da Chicago) fino all’abbandono di MJ che porta gli Hornets a vincere 17 su una serie di 20 gare.

Il trasferimento a New Orleans rimescola le carte e si assistono a battaglie tra CP3 e Rose mentre oggi, grazie al fatto che le due franchigie negli ultimi anni siano cadute in basso, i Bulls mantengono il vantaggio quasi inalterato nella serie anche se gli Hornets 2.0 hanno un leggero vantaggio (12-10), totalmente insufficiente per recuperare le gare perse a inizio storia, nel 43-62 si paga ancora quella sofferenza che ha prodotto il gap.

MJ e la storia con Utah in gara 5.

L’obiettivo è se possibile ridurre lo scarto contro una squadre che si affronterà, salvo cambi strutturali in NBA, tre o quattro volte all’anno…

5) Cleveland Cavaliers

Cleveland nasce nel 1970/71 come Cavaliers nella NBA e il nome viene dato per onorare i cavalieri settecenteschi.

C’è un precedente come Rebels nel 1946/47 ma nulla ha a che fare con i Cavalieri.

I Ribelli falliranno dopo una sola stagione (1946/47) con un record di 30-30, eliminati 1-2 dai Knicks al primo turno dei playoffs.

Tornando ai Cavaliers, dalla stagione 1988/89 partono gli scontri con Charlotte e Cleveland nei futuri 10 anni sarà per ben nove volte sopra quota .500 a dimostrazione che in quel periodo di tratta di una buona squadra a partire da Daugherty, passando a Price, Ehlo, Phills, ecc. ma a fare la differenza a conti fatti è stato LeBron James, bestia nera degli Hornets con il 13-1 che ha rifilato ai Calabroni negli ultimi anni.

Questo fa pendere decisamente l’ago della bilancia a favore dei Cavs e pensare che da piccolo LeBron giocava con i colori di Charlotte in una squadretta chiamata proprio Hornets.

Destino che MJ e LeBron che hanno queste due particolarità o aneddoti legati ai Calabroni siano proprio coloro i quali stanno decidendo le serie negativamente per Charlotte.

Eliminando virtualmente queste 14 partite saremmo sul 42-45 per Cleveland, molto più vicini ma ovviamente è solo un “pour parler”…

Insomma, diciamo che James, come Jordan è l’ennesima star che sta facendo la differenza nella serie Hornets-Cavaliers sul 44-58 attualmente.

La prima partita in Regular Season degli Hornets in NBA fu una gara casalinga contro i Cavs che batterono facilmente i nostri, restando probabilmente stupiti però della standing ovation che il pubblico riservò alla squadra locale che perse 99-133…

I Cavs sono sul .463 a livello di record All-Time contro le altre squadre.

Mark Price (a sx), icona Cavaliers per anni.

6) Boston Celtics

La squadra che simpatizzavo da piccolo quando non esistevano i Charlotte Hornets gioca dal 1946 nella BAA, considerata l’attuale NBA.

Ci vollero cinque anni perché “gli irlandesi” riuscissero ad aver un record positivo ma poi divenirono la squadra più vincente della NBA.

Oggi conta ben 17 titoli vinti e un record All-Time di .591 contro le altre squadre.

Contro i Leprecauni, la prima Charlotte non ha vita facile poiché Bird, McHale e Parish sono ancora dei giocatori di tutto rispetto in NBA mentre la squadra di Shinn deve accontentarsi di migliorare il proprio roster anno dopo anno da matricola.

Charlotte perde le prime dieci sfide, una all’OT, poi il primo febbraio 1991, all’Alveare, vince 92-91 e nei playoffs del 1993 sciocca il mondo tra OT e una vittoria (sarà un vizio?) ancora di un punto con un tiro perfetto e mitico di Mourning a fil di sirena che chiude la serie (una serie che avrà i prodromi della morte di Reggie Lewis, astro nascente dei Trifogli, caduto sul parquet in gara 1) sul 3-1 Hornets.

Caduta la dinastia dei verdi gli Hornets iniziano a prendere il sopravvento e anche il vantaggio nella serie, un vantaggio mantenuto fino alle prime partite del ritorno a Charlotte (2.0), sfumato in questi anni per il divario tra i due team, con Boston tra i team più forti e Charlotte tra quelli di medio-bassa classifica.

Al ritorno da New Orleans si era sul 41-37 (senza considerare i playoffs) ma il 5-16 di questi anni ha rovesciato la situazione portando la serie sul 46-53…

Per tornare a mangiar terreno o almeno a non perderne altro, MJ dovrà a breve portare Charlotte a essere una delle squadre più forti a Est.

Da Blackjesus, ecco Larry Bird.

7) Los Angeles Clippers

Per certi versi la storia della serie contro la franchigia preferita da Federico Buffa è simile a quella contro i 76ers.

I Clippers nascono ed entrano nella NBA nel 1970/71 come team d’espansione denominato Buffalo Braves.

Buffalo, nello Stato di New York, fa si che i Braves giochino nella Atlantic Division.

Nel 1978/79 però la squadra cambia costa e diviene Clippers ma non a Los Angeles, bensì a San Diego (tra l’altro con un logo dal mio punto di vista molto poetico e carino).

Lo stemma dei San Diego Clippers.

A San Diego la società resiste sei anni, il proprietario Levin vende la squadra e tre anni più tardi il nuovo proprietario Sterling se la porta vicino casa mandando su tutte le furie gli appassionati della città del surf.

San Diego è anche la città sulla quale ripiegarono marina americana e marines dopo l’attacco dei Giapponesi a Pearl Harbour il 7 dicembre 1941.

Gli Hornets affondano i Velieri nelle prime due uscite poi la serie inizia ad equilibrarsi ma con l’ascesa degli Hornets la serie prende decisamente il sopravvento a favore della squadra proveniente dalla Queen City, oltretutto i Clippers ormai iniziano a farsi conoscere come “i più grandi perdenti della NBA”.

Ancora alla ricerca di un titolo, beneficiano del trasferimento di Chris Paul nelle loro fila vista la situazione particolare creatasi a New Orleans con gli Hornets nelle mani della NBA (degli altri 29 proprietari) dopo la vendita di Shinn alla stessa non avendo trovato accordi con potenziali acquirenti.

Si aggiungono Griffin, D. Jordan e altri giocatori, i Velieri iniziano a sentire il vento nelle vele e da nove anni i Clippers hanno un record vincente anche se nel complesso il loro dato di sempre è un basso, .410, tuttavia nelle ultime undici sfide tra Charlotte e Los Angeles sponda rossoblu, i secondi hanno avuto la meglio ben 10 volte.

Per Charlotte è stato difficile arginare questa marea che sta riportando sotto i Clippers nelle statistiche All-Time ma al momento i Calabroni rimangono avanti 41-34.

I Clippers nell’estate del 1991 descritti da Superbasket.

8) Memphis Grizzlies

Una squadra che ho visto nascere.

Insieme ai Raptors nel 1995/96 nell’autunno delle canadesi debuttano i Grizzlies, originari di Vancouver.

Il logo di Vancouver.

Pare però che nella città pacifica canadese non ci sia tutto questo entusiasmo, nemmeno per i giocatori ad andar lì e alla fine, tra risultati deludenti, il freddo polare e vari problemi (anche per gli spostamenti) si opta per una ricollocazione a Memphis, dove questi plantigradi probabilmente avranno caldo anche con una parrucca di Elvis e un ghiacciolo in bocca…

La serie parte subito con otto vittorie Hornets e anche dopo il trasferimento dei Calabroni, avvenuto l’anno successivo a quello dei Grizzlies (con la franchigia dai colori simili a quelli dei Calabroni che scippa una papabile città a Shinn per stabilizzarsi), la squadra della Louisiana spesso riesce a vincere la maggior parte delle sfide come le due particolari nel 2007 vinte consecutivamente all’OT, entrambe di due punti.

Particolarità: Cinque le W all’OT e una sconfitta in un doppio OT avvenuta a Memphis come Charlotte Hornets nel 2014.

Inserite in una Divisione di ferro insieme a Mavericks, Rockets e Spurs la vita non è facile e i due team devono alzare il target per sopravvivere fino a divenire per alcune stagioni davvero buoni team con i Grizzlies che vedono i Gasol, Randolph e altre facce passare per Memphis.

Attualmente la serie è sul 40-24 mentre il record complessivo tra Grizzlies e altre squadre ha una percentuale di .415, inoltre vi sono 10 partecipazioni ai playoffs con la stagione 2012/13 a vedere la loro avanzata fino alle finali di Conference, miglior risultato raggiunto a oggi.

9) Atlanta Hawks

Atlanta è un’altra di quelle squadre che non hanno avuto una storia lineare.

Nati come Buffalo Bisons, nel 1946, dopo sole 13 partite si spostano a Moline, nell’Illinosis, alla Wharton Field House rinominati Tri-Cities Blackhawks intendendo comprese anche le città di Rock Island (sempre nell’Illinois) e di Davenport nell’Iowa.

Il logo dei Tri-Cities Blackhawks.

Black-Hawk come il nome di un capo di tre tribù indiane (conosciute come “British Band”) che si opposero all’esercito degli Stati Uniti.

La guerra la vinsero gli immigrati bianchi, più numerosi e meglio armati e organizzati nonostante alcuni raid indiani andassero a segno in forti sguarniti.

Può sembrare un controsenso ma una volta catturati questi capi erano portati a Est, lontani dalle none degli scontri dove godevano di simpatie maggiori e questi giri facevano sentire i bianchi meglio mentre al contempo offrivano il cioccolatino ai vinti che si sarebbero dovuti scoraggiare vedendo il progresso degli avversari.

Di fatto la guerra del falco nero segnò la fine della resistenza armata dei nativi all’espansione degli Stati Uniti nel vecchio nord-ovest così i nativi americani cominciarono a vendere le loro terre ad est del fiume Mississippi e a trasferirsi in occidente.

Entrano a far parte della NBA nel 1949/50 ma sono anni deludenti, pieni di sconfitte nonostante un terzo trasferimento a Milwaukee come Hawks.

Ecco quindi arrivare un altro trasferimento, questa volta a St. Louis nel 1955-56 con un Bob Petitt in più che finalmente da risultati soddisfacenti alla franchigia.

Nel 1968 si trasferiscono ad Atlanta in Georgia e finalmente trovano una casa fissa (nonostante qualche sporadica partita a New Orleans) dove giocherà anche Pete Maravich che era stato già agli Hawks e poi negli anni ottanta Spud Webb, Dominique Wilkins saranno due icone.

Atlanta mantiene un buon livello di squadra anche negli anni novanta con Mutombo, Blaylock e Augmon per crollare verso fine decennio.

I Falchi vantano 46 apparizioni ai playoffs ma il record All-Time è di .492.

Dopo i playoffs del 1998 nei quali Mason e soci spazzano via 3-1 i Falchi gli Hawks chiudono le ali per qualche anno.

Nel 2014/15 toccano quota 60 vittorie con una buona squadra senza stelle di primissimo livello grazie al lavoro di coach Budenholzer e la prima partita tra le due squadre di quella stagione sarà probabilmente l’unico lampo vero di Lance Stephenson in maglia Hornets che allo scadere del secondo supplementare lascia partire una smisurata preghiera che prima si infrange sul plexiglass e poi accarezza la retina per la vittoria dei Calabroni 122-119 in una partita memorabile.

Negli ultimi anni gli Hornets hanno recuperato lo svantaggio e sono passati avanti ma lo 0-2 dell’ultima stagione ha riportato il bilancio in parità (52-52, sempre senza il 3-1 dei Playoffs) con ben due gare mancanti annullate che avrebbero potuto spostare dall’equilibrio la serie.

10) Miami Heat

Miami è la “franchigia gemella” di Charlotte, nel senso che è nata dallo stesso Expansion Draft nel 1988.

E’ l’unica dal biennio 1988/89 che è riuscita a vincere più titoli (Toronto che è del 1995 lo scorso anno ne ha appena vinto uno mentre Hornets, Timberwolves, Magic, Grizzlies e Pelicans sono fermi a quota zero), ben tre.

Franchigia di successo (.522) l’All-Time Vs the other team), forse per la gestione, forse per la placidità e il benessere che si respira dalle parti di Miami Beach (quando non è colpita da tifoni e uragani) o perché è Stato “Free Tax”, sicuramente per essere riuscita a portare un raro, per l’epoca, big 3 (James, Bosh e Wade) in Florida, non ha avuto comunque una partenza così brillante dovendo pagare lo scotto di matricola.

Miami riesce ad approdare ai playoffs un anno prima di Charlotte ma viene eliminata dai Bulls per 3-0 (1991-92).

La storia delle due franchigie si è incrociata, non solo sui parquet, con gli scambi tra Rice e Mourning, l’arrivo di Mashburn a Charlotte, l’approdo di Jones a Miami…

Alla fine dell’epoca di Charlotte, la prima Charlotte, comunque gli Hornets in 49 partite comandavano 25-24 oltre un 3-0 ai playoffs.

Dopo l’esperienza a New Orleans gli Hornets mantenevano un vantaggio di due partite (tra l’altro ottima vittoria in quel di NOLA con una tripla di Ariza decisiva con un Belinelli in maglia NOLA sul parquet quel giorno) ma il 9-13 rimediato dai Calabroni 2.0 ha portato avanti il Calore di Miami per 47-49.

La serie rimane comunque “inspiegabilmente” (visti i giocatori avuti dagli Heat del calibro di O’Neal, Allen e altre stelle magari un po’ in là con gli anni che davano esperienza, vedi Gary Payton) equilibrata (se non si guarda quella Bobcats-Heat fuori discussione qui) nonostante la squadra di Spolestra sia stata nella seconda metà degli anni ’90 e in tempi recenti un’ottima squadra.

Ovviamente è difficile a causa del momento di ricostruzione nel quale si trova Charlotte ma l’obiettivo è limitare i danni nel prossimo futuro e cercar di pareggiare la serie.

Dan Majerle sfida MJ in una partita degli anni novanta tra Heat e Bulls.

11) Utah Jazz

I Jazz sono stati fondati a New Orleans nel 1974, lì dove sono rimasti sino al 1979.

Problemi logistici e finanziari (il campo di gioco era più alto delle prime file degli spalti e l’associazione dei giocatori fece installare una rete intorno al campo per non avere giocatori tumulabili nel fossato intorno al parquet) minarono la stabilità della sede della franchigia nonostante un Pete Maravich acquisito dagli Hawks che divertiva il pubblico ma non riusciva da solo a dare alla squadra un record vincente.

I problemi finanziari perdureranno fino all’arrivo negli anni ’80 di un nuovo socio per il presidente Battistone che con l’arrivo di Malone e Stockton inizierà anche a costruire una squadra da titolo, stoppata in finale due volte (nel 1997 e nel 1998) dai Bulls di Michael Jordan.

La squadra spesso si è espressa anche più tardi a buoni livelli ma non ha mai più toccato quelle vette, quando furono a un passo dal titolo.

.541 il loro All-Time complessivo con 28 partecipazioni ai playoffs.

Per quel che riguarda la serie tra Hornets e Jazz si potrebbe scrivere che il trend ha preso decisamente la via dello Utah negli ultimi 13 anni.

Tante le vittorie Jazz contro i New Orleans Hornets ma anche l’1-11 iniziale contro i primi Charlotte Hornets diventato un 10-20 alla fine della prima esperienza di Charlotte e la striscia attuale di 0-5 aperta pro Jazz fa si che ci sia poca storia.

Anche ad avere una squadra forte, cercare di recuperare con soli due scontri all’anno, sull’attuale 28-51, significherebbe, vincendole tutte, metterci 12 anni…

La particolarità è che Charlotte al secondo anno di vita venne spedita nella Midwest Conference per adattare la NBA alle nuove entrate di Timberwolves e Magic.

Quell’anno vennero disputate ben cinque partite ed andarono tutte nelle mani dei Jazz.

Nel marzo 1999 Charlotte riesce a vincere all’Alveare al supplementare per 83-82 mentre vince 100-75 New Orleans la prima partita della sua storia come Hornets contro i Jazz il 30/10/2002.

Il ragionier Stockton.

12) Sacramento Kings

Il Sacramento Bee, giornale locale, asseriva che, l’unica franchigia che potesse giocare a Charlotte avesse l’arco dorato, alludendo ironicamente al McDonald’s.

Ebbene, si sbagliavano di grosso, la prima versione degli Hornets andò piuttosto bene pur non vincendo nulla.

Anche la storia degli attuali Kings, come quella di altre franchigie, ha inizio nello Stato di New York, precisamente a Rochester nel 1948/49.

Nel 1950/51, i Royals (così erano denominati) centrano il loro unico titolo vinto in NBA, lontano dalla California quindi.

A Cincinnati (trasferimento nel 1957 per questioni legate allo scarso guadagno nonostante il titolo vinto in finale 4-3 sui Knicks) vedono la luce stelle come Oscar Robertson e Jerry Lucas ma c’è poco di splendente nella storia dei Royals che divengono Kings nel 1972 al loro trasferimento a Kansas City quando la squadra di baseball locale era già nominata Royals.

La squadra gioca anche per tre anni in Nebraska a Omaha, ecco perché si può parlare di Kansas City/Omaha ma nel 1985 la cessione della società porta i Kings a Sacramento.

I Re vincono il 60% delle partite casalinghe tra il 1991 e il 1996 ma in trasferta vanno malissimo terminando nel 1990/91 con una stagione da 1 vittoria esterna e 40 sconfitte con un sonoro 101-59 inflittogli da Charlotte che vincerà in trasferta anche per 96-90.

Insomma, a parte alcuni momenti, anche recenti, vedi “White Chocolate” Jayson Williams e i Kings degli ex Divac, Stojakovic più Webber, non se la passano bene tanto che sono 14 anni che terminano con un record inferiore (in genere nettamente inferiore) ai .500 nel ricordo di quella finale di Conference rubata dalla terna arbitrale in gara 6 con l’arbitro Tim Donaghy al centro dello scandalo con ben 27 fischi nell’ultimo quarto a favore dei gialloviola.

Questa non competitività attuale (nonostante avessero avuto per le mani Cousins, ottimo giocatore ma testa da sistemare per non dar problemi nello spogliatoio) più altri problemi hanno portato a paventare un ritorno dei Seattle Supersonics e la morte dei Kings ma i Re non hanno ancora abdicato.

La serie tra Hornets e Kings è sul 41-36 mentre quella tra Charlotte e Sacramento è sul 22-19 mentre i Kings, in generale, hanno un record di .456 e vantano 29 partecipazioni alla post season.

I Kings nel 1991.

13) New York Knicks

New York è praticamente una fondatrice della NBA.

Nasce nel 1946 e gioca nella Basketball Association of America (BAA) che si trasformerà a breve nella NBA. Perse tre finali, il primo titolo arriva nel 1970 ed è un titolo descritto nel libro di Pete Axthelm “City Game”, edito in Italia dalla Libreria dello Sport, non so quanto sia trovabile oggi ma sarebbe un libro da avere per i tifosi dei Knicks che vaga dall’aura dei playground ai racconti personali dei giocatori professionisti di New York che si intrecciano con i momenti della stagione.

New York aggiunge il secondo e ultimo titolo nel 1973 con Willis Reed ancora sugli scudi.

New York vive un ottimo periodo grazie a Patrick Ewing, John Starks, Charles Oakley, Anthony Mason, ecc. negli anni ’90 quando partono le sfide con Charlotte.

Arriva in finale nel 1994 ma esce sconfitta da Houston per 3-4 dopo aver sfiorato la possibile vittoria.

Lo scambio che a metà anni ’90 porta Mason a Charlotte e Johnson a New York è prolifico per entrambe le squadre ma nei playoffs le due formazioni si incontrano e per la seconda volta sono i newyorchesi a prevalere.

Il 14-7 degli Charlotte Hornets contro una New York in crisi profonda da anni che non sembra nemmeno riuscire a mettere insieme un progetto serio, una pista da seguire, ha fatto sì che il riavvicinamento degli Hornets nei testa a testa di ogni tempo in Regular Season sia stato deciso.

48-51 nell’attuale statistica e se i Knicks l’anno prossimo non dovessero fare un colpaccio, probabilmente l’ulteriore avvicinamento tra le due compagini sarebbe possibile.

Il record dei Knicks generale oggi è sceso sotto quota .500, a .484 con ben 42 partecipazioni ai playoffs però.

Da un American Superbasket dell’anno 2000 ecco uno schema che vedeva coinvolto Ewing finchè fu coinvolto come punto di forza al centro del progetto arancioblu.

14) Los Angeles Lakers

I Lacustri come penso quasi tutti sappiano nascono a Minneapolis nel 1948.

Sì… insomma, non proprio… in realtà quando ancora giocavano in NBL una coppia di proprietari li trasferisce nel Minnesota comprando i Detroit Gems.

Nello Stato del nord vincono immediatamente cinque titoli in sei anni…

La culla dove passano l’infanzia è quindi dolce ma la crisi adolescenziale del dodicesimo anno li porta in California nel 1960, tuttavia fino al 1971/72 non riusciranno ad aggiungere il sesto titolo.

Negli anni ottanta i Lakers vanno in finale otto volte vincendone cinque.

Ha inizio lo show-time, giocatori del calibro di Abdul-Jabbar e Magic Johnson vestono la maglia gialloviola rendendola popolarissima tra i possibili fan internazionali.

Dal 2000 al 2010 assistiamo a un’altra dinastia pressoché nello stesso spazio-temporale visto con quella precedente.

Dieci anni, sette finali, cinque vinte con Kobe Bryant e altri giocatori che si alternano, vedi Shaq nel 2000.

.596 il record in percentuale di sempre riguardo le partite vinte contro le altre squadre con 61 annate buone per la partecipazione alla post season.

Gli Hornets nella serie sono ampiamente sotto (un 23-53 virtualmente irrecuperabile) anche se con la crisi recente della squadra della Città degli Angeli prima dell’arrivo di James sono riusciti a portare sul 6-5 il parziale degli Hornets 2.0 contro la L.A. recente.

I Lakers, grazie ai loro cm e a Kobe, vinceranno anche per 4-2 una serie che vedeva gli analisti predire una vittoria agevole sui New Orleans Hornets.

I Calabroni invece, perso David West e con Gray a mezzo servizio, trovarono un super CP3 in due partite che venne coadiuvato decentemente anche da Belinelli come SG nell’ultima stagione a buon livello degli imenotteri in Louisiana.

Tra le innumerevoli stelle dei Lakers ecco Magic Johnson in entrata (foto tratta da Giganti del Basket) durante le finali del 1980 contro i Sixers.

15) Orlando Magic

I Magic nascono l’anno successivo agli Hornets (1989) e nei primi 45 scontri tra franchigie vanno sotto 24-21, oltre a registrare la sconfitta ai playoffs per 3-1 contro Baron Davis.

I Magici legano i loro successi a centri dominanti; prima Shaquille O’Neal prima del suo passaggio ai Lakers, ben coadiuvato da un Penny Hardaway che si perderà troppo presto e poi Dwight Howard.

Un Superman dalla potenza mostruosa che da giovane ricordava un po’ O’Neal.

Nel 1995 i Magic di O’Neal, Hardaway, Bowie, Royal, ecc. perdono 0-4 contro i Rockets le loro prime Finals, nell’estate del 1996, nonostante una campagna da 60 vittorie in Regular Season che sembrava poter portare al titolo la franchigia, i Magic cedono ai Lakers O’Neal quasi disfandosi…

Più avanti arriverà Tracy McGrady ma la maledizione di T-Mac, con qualche problema fisico, lo porterà a non superare mai il primo turno con Orlando.

In una di queste serie saranno proprio gli Hornets a spuntarla (la già citata serie del 3-1) con gara 1 decisa da uno scippo di Davis all’ultimo secondo con T-Mac avente in mano il pallone della vittoria.

In gara 3 a Orlando gli Hornets dovettero ricorrere agli straordinari per un buzzer beater buono annullato a Davis.

La partita fu poi comunque vinta all’OT.

Nel 2009 i Magic con Howard tornano in finale ma l’-4 rifilato dai Lakers è laconico.

Recentemente gli Hornets, sotto la guida del coach Steve Clifford (recentemente passato ai Magic) hanno vinto una striscia di 13 partite consecutive ma nelle ultime quattro sfide, proprio con l’ex coach alla guida della squadra di Disneyland si sono avute 4 affermazioni dei blu gessati.

La serie in Regular Season vede il vantaggio di Charlotte per 53-39.

I Magic hanno un record di .480 globale e una quindicina di apparizioni playoffs.

Horace Grant e Shaquille O’Neal con i Magic che rischiarono di vincere l’anello.

16) Dallas Mavericks

I Calabroni a fine millennio sono avanti nella serie 12-11 ma i Mavericks otterranno quello che era (non so se lo sia ancora, poiché oltre alla possibilità del record superato c’è la divisione degli Hornets che considera staccati per la NBA questi risultati), la più lunga striscia vincente di una squadra contro un’altra quella ottenuta dai Mavs contro gli Hornets a cavallo della partenza dei Calabroni a New Orleans.

Ben 21 vittorie dei texani rotte in extremis da una tripla di Stojakovic che il primo dicembre del 2007 portava la gara al supplementare poi vinto dagli Hornets.

L’attuale squadra di Mark Cuban nasce dalla volontà di Don Carter e Norm Sonju di avere una squadra NBA.

Non riuscendo a comprare un team da Milwaukee o da Kansas City per via del preciso intento di ricollocarlo e anche per via del fatto che gli altri proprietari inizialmente non vogliano altri team in Texas con i Rockets e gli Spurs già presenti vincono le resistenze a suon di dollari.

Nel 1980 quindi possono fare il loro debutto i Dallas Mavericks (nome scelto da una serie TV) che sono la seconda grossa squadra professionistica sorta a Dallas dopo i Chaparrals (squadra della ABA) che divennero gli attuali San Antonio Spurs.

Senza l’assurda serie di 21 sconfitte il totale sarebbe più equilibrato, su un 28-30, invece, così siamo nettamente indietro su un “drammatico” 28-51…

.501 è il record All-Time dei Mavs contro tutti gli altri team più 21 apparizioni ai playoffs.

Il tedesco Dirk Nowitzki, un grande acquisto per i Mavs e un anello per lui.

17) Brooklyn Nets

I New York Americans erano l’idea originale del team ma la difficoltà nel trovare un campo a New York fecero propendere la proprietà per la denominazione in New Jersey Americans con il palazzetto trovato a Teaneck, appunto, nel New Jersey nel 1967.

Nel 1968 si trasferiscono a New York e diventano i New York Nets.

Le Retine fanno parte però del’ABA e dopo una finale persa battono prima i Pacers e poi i Nuggets, altre due squadre che confluiranno nella NBA.

Ovviamente nella NBA i due titoli ABA non contano ma la maggior perdita per la proprietà sarà il “pedaggio” dovuto pagare alla NBA per essere inseriti nel circuito.

Doctor J, grande artefice dei due titoli è ceduto per permettersi l’ingresso.

Julius Erving farà ottime cose con i Sixers vincendo l’anello nel 1983.

I Nets (ormai New Jersey Nets) avranno spesso risultati scadenti fino alla stagione 2001/02 quando Jason Kidd guiderà le Retine in finale (eliminando anche gli Hornets al secondo turno 4-1) ma i Lakers di O’Neal saranno troppo anche per loro.

Nel settembre 2009 il miliardario russo Prokhorov diviene il primo proprietario non statunitense di una franchigia NBA ma la stagione si chiude sul 12-70.

Nel 2012 il cantante Jay-Z, comproprietario della franchigia, decide che sia ora di trasferirsi a New York ed ecco cambiare ancora il nome, da New Jersey si passa a Brooklyn.

Le rivoluzioni attuali non portano buoni risultati anche se negli ultimi due anni Brooklyn a Est diviene una squadra media.

Gli Hornets guidano le statistiche in Regular Season 53-46 dopo aver chiuso in vantaggio l’esperienza degli Charlotte Hornets 1.0 per 29-24 (escluso l’1-4 ai Playoffs).

Drazen Petrovic giocò ai Nets.

18) Denver Nuggets

Denver è una franchigia che nasce nel 1967 e permane per nove anni nella ABA e nel 1976/77 entra nella NBA con il nome di Nuggets da quello di Rockets.

Trindle, il proprietario, cerca una sistemazione consona dalle sue parti a Kansas City ma non la trova quindi pensa di spostare la società a Denver e di chiamarla Larks.

Le Allodole della cordata di Trindle però sono carenti di fondi e tocca cedere i 2/3 delle quote a Bill Ringsby, un facoltoso imprenditore che si occupa di autotrasporti che cancella il nome più naturalistico e piazza il suo Rockets in onore dei suoi camion che evidentemente andavano a razzo nella sua visione egocentrica…

Uno degli stemmi dei Rockets.

Frank Goldberg e Bud Fisher acquistano la squadra nel 1973 e nel 1974 le cambiano nome in Nuggets e con questo nickname nel 1976 entrano in NBA.

Uno degli stemmi dei Nuggets.

Fino al 1989/90 le stagioni non sono malvagie ma purtroppo senza acuti, poi arriva il crollo dal quale si riprendono un po’ con l’acquisizione di Dikembe Mutombo nel 1991 che sfiora il titolo di Rookie Of The Year che andrà invece al nostro Larry Johnson.

Nel 1993/94 la testa di serie numero 1 (Seattle) viene eliminata per la prima volta da una squadra che era arrivata ottava (proprio Denver)…

Le Pepite tornano ben presto nell’anonimato fino al 2003/04 quando Carmelo Anthony e qualche altro giocatore in questi anni riusciranno a metter su una squadra dal record vincente che chiuderà il proprio ciclo nel 2012/13 sotto la guida del coach George Karl, comandante in pectore nella maggior parte di queste annate escluse l’iniziale ma nella quale subentra portando un record di 32-8 alla franchigia.

Dopo 4 anni con un record perdente da tre sono nuovamente sopra e lo scorso anno si fermarono alle semifinale di Conference mentre in passato sotto Karl erano spesso eliminati al primo turno con l’eccezione del 2008/09 dove arrivarono alle Finali di Conference lasciando anche dei New Orleans Hornets, ormai al capolinea al primo turno prima di battere Dallas, sempre 4-1 e di cedere 2-4 ai Lakers.

I nuovi Nuggets sono una squadra di medio alta classifica, dureranno con Jokic e soci?

L’head to head registra il sorpasso dei Nuggets quest’anno in Regular Season.

Le due vittorie della squadra del Colorado portano avanti 38-39 La Mile-High City.

Siamo lì e più che altro patiamo un po’ il bilancio a New Orleans con un 16-13 come Charlotte Hornets 1.0 e un 6-6 degli Charlotte Hornets 2.0…

I Nuggets nel 1991.

19) Indiana Pacers

Altra squadra che proveniente dalla ABA che da essa avrà la gloria di tre titoli in nove anni.

Terra di tradizione cestistica l’Indiana non avrà bisogno di pellegrinaggi vari dovuti a problemi di soldi o altro.

Nel 1976/77 la franchigia di base a Indianapolis fa il suo ingresso nella NBA.

Sempre sotto quota .550 tranne nella stagione 1980-81 devono aspettare il 1989-90 prima di iniziare a essere una squadra medio-forte.

Con Reggie Miller sul parquet i Pacers vivono grandi annate e scontri epici ai playoffs fino ad arrivare nel 1999/00 sotto l’egida del ragazzo di casa, Larry Bird, alla finale dopo aver fatto cadere nell’ordine: Milwaukee, Philadelphia e New York.

Ancora una volta ci sono i Lakers, osso troppo duro e il 2-4 finale rappresenta il massimo che i Pacers potessero realmente fare.

La serie risente un po’ come quella contro i Bulls e altre franchigie della disparità tra le forze in campo ai travagliati albori teal & purple con i gialloblu di Miller, Smits (l’olandese volante) sugli scudi.

Recentemente gli Hornets hanno limitato i danni ma il 45-60 all-time dice che al momento i Pacers possono dormire sonni tranquilli per quel che riguarda la leadership nella serie.

Reggie Miller, giocatore dal fisico esile, un ante-litteram della tripla diffusa che negli anni novanta e a inizio 2000 dava linfa ai Pacers con un tiro pericolosissimo.

20) New Orleans Pelicans

Una serie che comincia dal mio punto di vista nel 2014.

La squadra arriva nel 2002 in Louisiana come Hornets.

Ovviamente posso calcolare gli scontri tra gli attuali Calabroni e i Pellicani dal momento in cui i due team hanno fatto la loro comparsa.

Dopo due anni la serie (una sorta di derby) si trovava sul 2-2 ma gli Hornets non sono più riusciti a vincere in casa e nella Big Easy solo alla quinte partita (l’ultima disputata in trasferta) sono riusciti a ottenere quel successo che ha portato la serie sul 3-8 attuale.

La percentuale di vittorie di New Orleans in questi ultimi anni è “solamente” del .459 contro quella da .452 di Charlotte ma a Ovest la vita è più dura e fino la penultima stagione i Pelicans hanno avuto oltre a Jrue Holiday, ai passaggi di Cousins e Rondo un uomo franchigia come Anthony Davis che ora ha tradito ma i fan si sono rifatti grazie alla scelta numero uno allo scorso Draft e uno Zion Williamson che sperano possa andare a sostituire l’ex idolo monociglio.

La serie è giovane ma la dirigenza di New Orleans, pur criticata e in un piccolo mercato, dal mio punto di vista si è mossa molto meglio di quella atavicamente immobile degli Hornets negli ultimi anni e siccome a Est è più facile oggi, si spera che Kupchak riesca a prendere esempio e a far diventare i Calabroni una buona squadra in grado di andare a rimettere la serie in discussione.

In questi 7 anni i Pelicans sono andati due volte ai playoffs raggiungendo le semifinali di Conference contro i Warriors nel 2017/18 dopo aver eliminato per 4-0 i Trail Blazers al primo turno nella lor miglior stagione da Pellicani (48 vittorie).

L’altra stagione nella quale salgono sopra quota .500 è la 2014/15 quando ottengono 45 vittorie.

L’uomo franchigia, il volto dei Pelicans nei primi anni della società ha preferito accasarsi altrove.

21) Detroit Pistons

Nati a Fort Wayne nell’Indiana per volere di Fred Zollner, un imprenditore che produceva Pistoni per la General Motors.

I Fort Wayne Zollner Pistons sono attivi dal 1941 e anche durante la guerra ma è nel 1948 che entrano nella BAA con risultati altalenanti e due finali perse.

A Detroit si spostano nel 1957 mantenendo (of course) il nome.

Zollner spera di avere più pubblico ma i risultati sul campo e nella vendita dei biglietti sono deludenti per lungo tempo.

Comincia a inizio anni ottanta l’era dei Bad Boys, quelli descritti come sporchi, brutti e cattivi.

Isaiah Thomas e Bill Laimbeer (aggiungiamoci un giovane Rodman) piano piano fanno riemergere dalle paludi Detroit che nel 1989 e nel 1990 va a vincere due titoli.

Maccheronizzandolo un po’, togliendo la prima S i Detroit Pitons avvinghiano i Calabroni nelle proprie spire per ben 13 volte nei primi 14 scontri.

Charlotte ha a che fare con il periodo più felice dei Pistoni, con dei Bad Boys non disposti a regalar nulla.

La serie però prende una piega diversa al tramonto delle stelle della squadra del Michigan.

Dal novembre 1992 al novembre 1995 gli Hornets piazzano un contro-parziale di 14-1.

Detroit si riporta avanti 46-48 ma nelle ultime 10 sfide arriva un parziale, ancora da rompere, di 10-0 a favore di Charlotte che porta attualmente la sfida sul 56-48 con due team che sono stati piuttosto simili in questi anni, per risultati e concezioni di gioco.

Il record All-Time contro le altre squadre è di .485 con 42 apparizioni ai playoffs.

La leggenda di Thomas.

22) Toronto Raptors

I Raptors sono franchigia giovane.

Negli anni novanta pagano dazio come matricola ma piano piano prendono confidenza con la breve era T-Mac & Vince Carter, poi negli ultimi anni stabilizzandosi (dal 2013/14) come squadra di alta classifica.

IL primo logo dei Raptors.

In questi 7 anni i “Predatori” hanno combattuto con i Calabroni avendo ottimi giocatori anche se non sempre pescati al primo giro, tanto da sembrare una squadra operaia con moltissimo talento.

Sfide finite con largo margine a favore della compagine proveniente dalla Terra della foglia d’acero oppure incredibili partite al fotofinish.

L’anno scorso, l’anno della vittoria del titolo per i Raptors con Leonard e Lowry), Jeremy Lamb affondò due volte i Raptors e in un’occasione con un memorabile buzzer beater da oltre metà campo per ripetersi con un tiro da tre più normale durante l’ultima partita in stagione programmata a Charlotte.

Quest’anno un game ci sfugge al supplementare ma a Toronto Rozier subisce un fallo con la palla da rimettere ancora in gioco e va a pochi secondi dalla fine a battere il libero decisivo per un 8-13 che contiene la rimonta All-Time di Toronto.

Gli Hornets nonostante tutto riescono a tenere strenuamente un 38-35 a proprio vantaggio.

Il record All-Time contro altre squadre è di .478 più 12 apparizioni ai Playoffs.

Damon Stoudamire in maglia Raptors.

23) Houston Rockets

Robert Breitbard fa sorgere i San Diego Rockets nel 1967 ma nel 1971 la squadra è già a Houston dopo 4 stagioni perdenti.

E’ solo nel 1976/77 che i Rockets, nome preso dai missili intercontinentali Atlas del programma aerospaziale.

Nel 1981 arrivano le prime finali con i Celtics che escono vincitori per 4-2.

Dopo un’altra finale persa contro la medesima squadra e con lo stesso risultato, i Rockets devono rimandare i loro titoli negli anni nei quali MJ lascia un vuoto atto a diventare disponibilità di vittoria per gli altri team.

Nel 1994 rimontano il 2-3 contro i Knicks vincendo il titolo con Olajuwon MVP e l’anno seguente battono i Magic di O’Neal in finale per 4-0.

Gara uno è vinta clamorosamente con i Rockets sotto di 3 e Nick Anderson a diventare “The Brick” per aver sbagliato, se non erro, 4 tiri liberi decisivi.

Al supplementare la spuntano i Rockets che con Drexler e Horry oltre a The Dream hanno la meglio su O’Neal.

La botta presa dai Magic a livello psicologico c’è e Houston si gode secondo titolo e MVP per Hakeem.

.529 è la percentuale All-Time contro le altre squadre (parliamo sempre di Regular Season) e 33 sono le incursioni ai playoffs.

Per quel che riguarda la serie con gli Hornets, nonostante i Rockets in questi anni siano stati spesso una buona squadra alla ricerca dell’anello con Harden ma non siano mai riusciti a vincere un titolo, va da sé che il 2-10 rimediato nelle ultime 12 gare e l’accumulo iniziale abbia portato la serie largamente a favore dei Razzi.

Un 29-51 che pone i Rockets tra le squadre virtualmente in orbita e irraggiungibili in tempi brevi dai Calabroni.

L’ultima sfida almeno è andata nelle mani di Rozier e soci che hanno disputato una bella partita con un inizio sfolgorante.

Olajuwon, il totem dei Rockets.

24) San Antonio Spurs

Gli Speroni nel 1967/68 sono i Dallas Chaparrals e giocano nella ABA così come nel 1973 quando cambiano nome in San Antonio Spurs.

Nel 1976 si uniscono alla NBA partendo con una stagione da 44-38.

12-17 è il record recuperabile finché la franchigia permane a Charlotte nei primi 14 anni di vita dei Calabroni nonostante San Antonio sia già un team affermato con David Robinson, “l’Ammiraglio”, in squadra.

Il divario viene creato con lo spostamento a Ovest di New Orleans e l’ascesa di San Antonio avendo in squadra Tim Duncan, Tony Parker, Manu Ginobili, ecc..

Gli Hornets sono anche sul punto si eliminare gli Spurs in un secondo turno playoffs ma l’inesperienza e il braccino corto giocheranno un brutto scherzo, gli Speroni in gara 7 passeranno sul campo di NOLA che aveva sempre vinto in casa.

24-57 è distanza notevole, oltretutto gli Hornets continuano ad avere parecchie difficoltà con la squadra di Pop, battuta nella stessa stagione per due volte il penultimo anno, quello del ritorno di Parker da avversario nella città che gli ha regalato tanto e viceversa.

Nel 1998/99 vincono il loro primo titolo, nel 2013/14 finisce la vera dinastia con il quinto e ultimo titolo, sparpagliato in 16 stagioni.

Da 22 consecutive raggiungono i playoffs anche se quest’anno rischiano seriamente di non giocarli, partendo da posizione svantaggiata, pur invitati a Orlando.

George Gervin in maglia Spurs da Blackjesus.

25) Phoenix Suns

I Soli dell’Arizona vedono la luce nel 1968.

Il nome “Suns” fu scelto tra altri 28.000 name proposti in un concorso indetto dallo Stato dell’Arizona.

Suns vinse su Scorpions, Rattlers, Thunderbirds, Cougars, Mavericks e altri.

Arrivano a giungere in finale nel 1992/93 quando Barkley è in preda a un delirio di onnipotenza cestistica e si crede il miglior giocatore al mondo.

Dopo una stagione da 62 vittorie ed esser riusciti nell’impresa di ribaltare al primo turno dei playoffs uno 0-2 con i Lakers vincendo 3-2, aver eliminato successivamente anche San Antonio e Seattle ed aver vinto gara 3 delle Finals contro i Bulls dopo 3 OT era anche legittimo ma alla fine saranno i soliti Tori a vincere la serie per 4-2.

Dopo qualche anno mediocre l’arrivo di Steve Nash e altri giocatori riportò molto in alto i Soli che al massimo però giunsero alle finali di Conference a Ovest senza più riuscire a giungere alla vera finale.

Il tramonto nella stagione 2014/15 ha oscurato in questi 6 anni i Soli anche se il loro record all-time di .527 contro tutte le altre squadre NBA rimane positivo.

Nella serie All-Time comandano i Suns nella serie per 36-42 con le due vittorie dell’annata appena passata decisive per staccarsi dalla nostra rimonta.

Non siamo distantissimi ma con sole due partite a disposizione all’anno e i Suns perennemente sul fondo della classifica si sarebbe potuto avvicinarsi ulteriormente quest’anno.

Personalmente dispiace vedere Phoenix da anni ormai arrabattarsi sul fondo della classifiche della NBA, pur essendo solamente un fan degli Hornets, i Suns mi sono simpatici, sarà per i colori o quella città in mezzo al deserto dove Senna vinse un Gran Premio.

Oliver Miller nel 200, nonostante la voluminosità, torna a essere una delle buone seconde linee dei Suns, scalcinate con Todd Day e Randy Livingston ma utili. Foto tratta da American Superbasket.

26) Oklahoma City Thunder

Oklahoma City esiste dal 2008, erede dei Seattle Supersonics, nella NBA dal 1967.

Nel 2006 Clay Bennett compra la squadra e riesce a portarla a casa sua, OKC dopo un contenzioso in tribunale nel quale dovette pagare alla città di Seattle un rimborso di 45 milioni di dollari per pagare l’affitto della Key Arena, contratto che sarebbe scaduto nel 2010, inoltre per un accordo stipulato precedentemente dovette sborsare altri 30 milioni visto che nessun team professionistico prese il posto dei Supersonics a Seattle.

I Supersonics (nome preso in onore del progetto della locale compagnia aerea per un Boeing che non fu mai poi portato a termine) andarono su e giù a livello di risultati raggiungendo il massimo, dopo il titolo nel 1978/79 con Gus Williams e Paul Silas in squadra, a metà anni novanta con Gary Payton, Hersey Hawkins, Detlef Schrempf e Shawn Kemp.

Stagioni da 63 e 64 vittorie in Regular Season, stoppati nel 1993/94 clamorosamente al primo turno da Denver e nel 1995/96 dai Bulls di Jordan in finale.

La tragedia si compie nel 2008 come detto e il vuoto lasciato a nord-ovest da Vancouver e Seattle è riempito solo dai Trail Blazers con i quali Seattle aveva una rivalità.

Dopo una prima stagione brutta con nuovi talenti pronti a emergere i Thunder si stabilizzano come squadra vincente avendo a disposizione Westbrook, Durant, Ibaka e altri buoni giocatori intorno.

Da ben 11 stagioni sono ben al di sopra del 50% di vittorie anche se in finale NBA vanno solo nel 2011/12 quando in squadra c’è anche un tale di nome James Harden.

Dopo aver eliminato Mavericks, Lakers e Spurs si ritrovano in finale con gli Heat.

Vincono la prima partita ma perdono le altre 4.

Contro i Calabroni di Charlotte i Sonics rimangono avanti 10-18, poi la storia si sposta a New Orleans e ai giorni nostri con i Thunder ad avere la supremazia anche se gli Hornets riescono a inanellare tre vittorie consecutive.

Mitica la vittoria a Seattle a inizio anni novanta con un tiro di LJ allo scadere che ballonzola sul ferro prima di entrare.

Gary Payton in azione con i Supersonics tratto da American Superbasket.

27) Minnesota Timberwolves

Minneapolis ci riprova nel 1989 dopo i fasti dei Minneapolis Lakers (dei Minnesota Muslies e dei Pipers nella Aba inutile parlarne avendo cambiato diverse città) ormai scippati da Los Angeles.

La franchigia del Minnesota però dalle origini non è solo polare nel bell’aspetto estetico dei loghi ma lo è anche a livello di risultati.

Il record attuale in poco più di 30 anni è di .396.

Per sei stagioni, tra il 1999 e il 2005, Kevin Garnett la stabilizza su record vincenti, ottimo quel 58-24 del 2003/04.

E’ in quella stagione che raggiungono le finals di Conference dopo aver eliminato Nuggets e Kings ed aver abdicato alle finali per mano dei Lakers.

Nel 2005 torna nell’oblio collezionando solo record perdenti, eccetto la stagione 2017/18 quando raggiunge le 47 vittorie sotto coach Tom Thibodeau e con un Jimmy Butler in squadra.

Nonostante i numerosi prospetti acquisiti al Draft, i Timberwolves sembrano atavicamente destinati a rimanere nelle zone basse della classifica, aspettando il prossimo Messia dopo Garnett.

Gli Hornets 1.0 comandavano la serie 16-10 mentre a oggi il 43-31 propende più nettamente a favore di Charlotte.

Un articolo su Kevin Garnett da Blackjesus, qui riportata solo pagina 1.

28) Portland Trail Blazers

I Tracciatori di Sentieri nascono ufficialmente il 6 febbraio 1970, quando il consiglio dei governatori della NBA concede i diritti di un franchising a Portland.

Per raccogliere fondi per la tassa di ammissione (3,7 milioni) il patron Glickman si associa ai magnati immobiliari Robert Schmertz, Larry Weinberg e Herman Sarkowsky.

Due settimane più tardi organizzano un concorso per scegliere il nome, vince Pionieri ma avendolo già in dotazione le squadre sportive del Lewis & Clark College di Portland decidono di escluderlo. Trail Blazers poteva: “Riflettere sia la robustezza del nord-ovest del Pacifico che l’inizio di un’era della grande lega nel nostro stato”.

L’inizio però è duro come addentrarsi in una foresta vergine, per 6 anni hanno record perdenti e non partecipano ai playoffs, poi nel 1977, alla prima apparizione alla post season (vantano 35 apparizioni ai Playoffs), fanno subito centro vincendo clamorosamente il titolo eliminando Bulls, Nuggets, Lakers e battendo 4-2 i Sixers in finale dopo esser stati sotto 2-0…

Lucas, Walton e Hollins sono i tre giocatori che guidano i Trail Blazers al titolo mentre in gara 6 spuntano 24 punti di Gross che aiutano a vincere il titolo (108-107 sui Sixers).

Nel 1990 perdono una finale bissando l’insuccesso nel 1992 con una squadra di rispetto con Clyde Drexler, Terry Porter, Jerome Kersey e Clifford Robinson.

Sulla loro strada prima trovarono Detroit e poi Chicago.

E’ nella stagione intermedia che conquistano il loro massimo di vittorie in regular season: 63 ma niente finale, dopo essersi liberati di Supersonics e Jazz i Lakers sbarrano loro la strada.

La squadra è spesso competitiva e agli Hornets servono 11 partite prima di avere la meglio sui Trail Blazers battuti in Oregon 94-92.

8-21 è il bilancio prima dello stacco.

Il 28-48 attuale è figlio anche della striscia aperta di 6 vittorie dei Trail Blazers nonostante in un paio di gare gli Hornets siano andati vicini alla vittoria il Rose Garden sembra esser parquet stregato, gli Hornets non vincono dal 2010 ai tempi di New Orleans, poi tutte le restanti vittorie arrivate più tardi (5) sono arrivate in casa.

Insomma, anche qui il distacco è sotto forma di anni luce ma invertire il trend contro squadre con questo divario sarebbe “carino” per evitare una noiosa ripetitività.

Clyde Drexler, il veleggiatore… Da slamonline.com
Clifford Robinson, buon giocatore negli anni novanta.

29) Golden State Warriors

I Warriors furono fondati nel 1946 come Philadelphia Warriors, membri fondatori della Basketball Association of America.

Erano di proprietà di Peter A. Tyrrell, che possedeva anche i Philadelphia Rockets della American Hockey League.

Warriors come una vecchia squadra di basket che giocò nella American Basketball League nel 1925. Guidata dal primo gol di Joe Fulks, la squadra vinse il campionato nella stagione inaugurale 1946–47 del campionato sconfiggendo i Chicago Stags per 4-1.

La NBA (creata da una fusione nel 1949), nonostante fosse BAA, riconosce ufficialmente come il suo primo campionatola stagione 1946/47 della BAA.
I Warriors vinsero ancora il titolo a Philadelphia nella stagione 1955–56 sconfiggendo i Fort Wayne Pistons ancora 4-1.

Nel 1962, Franklin Mieuli acquista le quote di maggioranza della squadra e trasferisce il franchise nella Bay Area di San Francisco, ribattezzandola come San Francisco Warriors.

Nel 1971/72 finalmente ecco arrivare l’attuale denominazione di Golden State Warriors.

Due finali perse prima di vincere il titolo nel 1974/75, l’ultimo prima dell’era Curry.

La squadra va un po’ in maniera altalenante nell’era Mullin ma insieme a Webber e Sprewell nell’era Don Nelson nel 1993/94 riesce a vincere 50 partite ma si ferma al primo turno.

Ben 12 gli anni di regular season senza playoffs, poi nel 2006/07 arrivano al secondo turno fermati dai Jazz dopo aver battuto i Mavericks.

Di quella squadra ricordiamo l’ex Baron Davis che con 20,1 punti trascinerà i suoi fino ai Jazz.

Gli scontri diretti tra Calabroni e Guerrieri 1.0 terminano sul 17-12, poi si passa a New Orleans ma è il 3-9 dell’era jordaniana a far propendere ora il risultato a favore dei Warriors per 38-39 anche se, grazie alla sciagurata stagione di infortuni in casa Warriors, quest’anno ci siamo riavvicinati a -1 con due vittorie.

Serie equilibrata, storica la vittoria con tripla dall’angolo di Dell Curry agli albori ma ora suo figlio sta facendo propendere la serie a favore dei gialloblu, quelli delle 73 vittorie del 2015/16 e incredibilmente sconfitti in finale (arrivati esauriti) in mezzo a tre vittorie finali che portano a 6 i titoli dei californiani.

Il loro record totale è leggermente perdente, .482 ma in questi anni gli Splash Brothers, Durant e Green più il vario centro di turno hanno ridato sostanza ai record per portarsi intorno a quota .500, chissà se i Warriors riusciranno ancora per un po’ a mantenere il loro predominio nonostante la perdita di Durant.

Chris Mullin in maglia Wariors.

30) Washington Wizards

La storia dei Maghi è ricca di trasformazioni, in un certo senso, da questo punto di vista, magica.

Una delle squadre più trasformiste della NBA; nel 1961/62 sono i Chicago Packers, l’anno successivo sono gli Zephyrs (sempre a Chicago), l’annata successiva (1963/64) diventano i Baltimore Bullets, nel 1973/74 i Capital Bullets e l’anno successivo i Washington Bullets fino a quando nel 1997/98 la società decide di smarcarsi dal nome “Pallottole” perché ritenuto troppo violento in una città tra le prime in America per tasso di criminalità.

I Bullets o Wizards, sono detentori di un titolo, quello del 1977/78 con un Wes Unseld (forse il miglior giocatore in maglia Wizards) in fase calante ma con Hayes, Dandridge e l’attuale GM degli Hornets Kupchak che diedero una buona mano a farlo vincere ai Bullets che superarono: Hawks, Spurs e 76ers prima di presentarsi in finale andando sotto 1-2 contro i Supersonics.

Vincendo gara 4 al supplementare e tornando sotto nella serie 2-3, ma a un passo dalla sconfitta arrivarono due nette affermazioni che portarono le Pallottole al loro primo titolo.

L’anno seguente saranno i Supersonics a rifarsi abbastanza facilmente, almeno nel 4-1, non tanto nelle partite.

Washington rimane franchigia mediocre negli anni ottanta e novanta con qualche buona stagione ma al massimo si giunge a 44 vittorie in quel ventennio e a 49 in quello successivo (stagione 206/17).

Il record è di 60 vittorie nella stagione 1974/75 e la percentuale all-time è del .452.

Gli Hornets hanno quasi subito facilità nella serie, nonostante il 2-9 rimediato nelle prime 11 partite, chiuderanno avanti l’esperienza dei Calabroni 1.0 32-22 mentre la serie attuale è sul 57-44 con alcuni scontri duri in recente epoca che hanno causato qualche infortunio (vedi Zeller) e problemi agli Hornets nella rincorsa dei vari playoffs mentre comunque il 12-11 degli Hornets 2.0 dice che riusciamo ancora a tener testa ai capitolini numericamente.

Nell’ultima annata siamo andati sotto 1-2 nonostante l’assenza di Wall, la super annata di Beal (30,5 pt. di media) ha portato, pur con speranze prossime allo zero, i Wizards a Orlando.

I Bullets, attuali Wizards, nel 1991.

City Game & Social Distance

In tempo di “pace cestistica”, ovvero, senza ostilità di alcun genere in corso, ambientiamo questo pezzo un po’ lontano da Charlotte, lasciano al finale un pezzo di storia su Jordan e pensando al futuro della franchigia guardando un po’ all’esperienza di Airness ai tempi della sue permanenza nella città della White House.

Nel 1970 esce un magnifico libro (Libreria dello Sport) scritto da Pete Axthelm chiamato City Game ambientato a New York.

Si parla dei Knicks, freschissimi vincitori del loro primo titolo NBA (60-22 in stagione regolare, 4-3 ai Lakers in gara 7 senza uno dei loro migliori giocatori e un Phil Jackson ai box senza una presenza in tutta l’annata per infortunio) ma soprattutto si parla del basket di strada, dei vari playground che nelle strade newyorchesi creano miti tra chi respira la pallacanestro come lo sport più popolare, come l’anima della città.

Si va dal Garden a quei campetti che un po’ tutti abbiamo visto almeno in foto o video, quelli con le reti metalliche squarciate dai ragazzi dove la retina spesso è una chimera o è stracciata che creano quell’atmosfera popolare vissuta.

Mentre, dice il libro; il baseball è il bucolico passatempo nazionale con le sue pause, le corse di cavalli sono per gli scommettitori, le corse automobilistiche fanno per chi ha soldi o magari piace provare il brivido della velocità che sfida la morte, il football è uno sport dove si può riflettere la tattica militare e quell’atavica violenza che dagli albori della civiltà umana a oggi si è solo modificata in parte, il baseball e il golf sono sport da ricchi, il basket necessita di poco, un pallone, un canestro, si può giocare anche in uno contro uno o da soli, facile si sia affermato come sport popolare, ricco, denso di intensità.

L’intensità può divenir drammaticità in una semplice sfida o per chi non ha soldi e spera di far parte del circuito professionistico per tirarsi fuori dalle polveri della povertà.

Sonny Johnson è una delle testimonianze del libro.

Sonny è un buon giocatore da playground, ha poco più di 20 anni (a inizio anni ’70) ed è ancor riconosciuto come buon giocatore ma qualcuno gli dice, visto l’alto livello di competizione dei pg, che il suo miglior momento è passato.

Sonny replica: “Posso ancor metter insieme i migliori 5 minuti che abbiate mai visto” e qualche volta lo fa mentre in altre il giocatore più giovane ha quel pizzico di velocità in più che serve a batterlo.

Sonny fu il primo nero a far parte del Gardner-Webb Junior College in North Carolina, trasferitosi poi all’University of California in procinto di andare a Berkley dovette abbandonare la scuola due volte per tornare a casa e aiutare economicamente casa.

“Un sacco di buoni giocatori si fanno stender dalle droghe. Per me fu la povertà” dice.

In uno dei tanti tornei che proliferano ad Harlem, Johnson si reca per giocare.

Al Wagner Center insieme a lui ci sono dei discreti giocatori tra cui un tizio di nome Lonnie Robinson.

178 cm di giocatore che la gente definiva il “piccolo Walt Frazier”, Walt all’epoca era una stella dei Knicks.

Robinson si occupava della difesa rubando palla ad avversari imprudenti ed era definito “Il Bandito” per questo motivo mentre Sonny era la conclamata stella offensiva della squadra.

Banks, l’allenatore, durante l’intervallo di una partita comodamente comandata di 20 punti butta lì un: “Sonny ha già 19 punti e ha delle buone possibilità di esser votato come miglior giocatore del torneo. Finché manteniamo questo comodo vantaggio perché non cerchiamo di dargli palla il più possibile?”

“Può andare al diavolo. Lui ha segnato i suoi punti, ora tocca al resto di noi farlo!” rispose Lonnie Robinson.

Allenatore e Sonny (molto amico di Lonnie) pensavano scherzasse ma alla ripresa delle ostilità si accorsero subito che Lonnie non scherzava.

Sonny venne sistematicamente ignorato da tutti e la squadra bruciò tutto il suo vantaggio.

Banks, che aveva pagato 25 dollari per iscriver la squadra diede dei soldi a Johnson per tornare a casa.

Johnson si fermò fuori dalla porta per ascoltare la sfuriata del coach: “Per un ora li insultò in tutte le maniere possibili”.

All’inizio ritenne divertente la cosa ma poi pensò al suo stile di gioco, anche se era la star della squadra avrebbe dovuto esser più altruista e passare qualche volta in più la palla ai compagni per farli contenti, evitare quella reazione e creare il giusto clima nella squadra.

Il giusto clima nella squadra a oggi non so se ci sia in casa Lakers perché Avery Bradley e Dwight Howard insieme a Irving capitano una protesta.

Sono giocatori che non vorrebbero iniziare a giocare a Orlando, per differenti motivi.

Howard pensa che, pur volendo vincer un anello, la cosa più importante oggi sia la protesta sociale che sta sconvolgendo l’America.

Giocare distrarrebbe da questa.

C’è chi sostiene che giocando si potrebbe invece dare più risalto a questa.

Irving, seguendo diversi malcontenti vorrebbe addirittura creare una propria nuova lega portando con sé eventuali ribelli che per vari motivi possano contribuire al successo di questa che a oggi comunque pare improbabile ma mai dire mai…

Non faccio processi alle intenzioni né giudico la bontà di queste dichiarazioni perché è solo attraverso la coerenza che esse poi avranno un riscontro “parzialmente giudicabile”.

Di certo il Covid-19 ci ha messo di fronte a nuove distanze sociali, quelle fisiche ma quelle più preoccupanti rimangono tutte le altre, quelle imposte dalla storia economica del pianeta che diventano culturali, di classe, sessiste che spesso confluiscono e contribuiscono a modelli di società nei quali poi possiamo notare problematiche irrisolte.

Per sapere tutto sulla situazione vi giro l’esaustivo link di Milkshake con Davide Chinellato e Riccardo Pratesi che ci aggiornano sulle ultime news in casa NBA, una situazione fluida, non ancora decisa che potrebbe subire ancora piccoli o grandi scossoni.

Per chiudere il pezzo, passiamo da un Howard a un altro, da Dwight al più vecchio Juwan che parla dell’arrivo di Jordan a Washington.

Il pezzo è di XXL Basketball targato aprile 2000 e dopo 20 anni cerchiamo di capire, guardando il passato, se il futuro di Charlotte sarà simile a quello dei Wizards o vi saranno variabili in gioco a determinare sorti diverse.

Qui Jordan prometteva di non giocare e vi erano grandi speranze per i Wizards.

Le cose per i Maghi non andarono bene nonostante un Jordan che contravvenendo alle sue parole “non giocherò per i Wizards” scese sul parquet per essi, spesso la storia si ripete ma se dagli errori si ha l’umiltà di imparar qualcosa (ciò che manca oggi alla massa della gente), allora il futuro potrebbe esser più radioso.

Trasferimenti

Esce nel 1987 l’allegro (musicalmente) album di Rick Astley “Whenever You Need Somebody”.

I riff dei suoi 4/5 singoli di successo, grazie anche alla sua voce sono riconoscibili e iconici, non fa eccezione quello di: “Don’t say goodbye”, un pezzo dedicato a un amore (forse) finito.

Potremmo riprenderlo e innestarlo tra le storie d’amore tra città e identità, considerando la prima come la comunità, il luogo fisico dove fare basket e la seconda l’incarnazione, lo spirito di quel luogo.

La NBA però come tutti sappiamo è primariamente un business e molte volte le società nate in un luogo hanno dovuto o hanno preferito trasferirsi una o più volte durante il loro ramingo girovagare alla ricerca di migliori fortune.

I Lakers da Minneapolis a Los Angeles (ci si può chiedere se poi i Lacustri avessero un senso anche in California), diverse volte i Kings con l’ultimo passaggio nel 1985 da Kansas City a Sacramento, i Jazz che si originarono naturalmente a New Orleans e nella terra dei mormoni questo nome può suonar male anche se oggi in pochi vi fanno caso…

A inizio nuovo millennio due franchigie, Memphis e Charlotte, per motivi differenti ma con un unico denominatore comune (la dichiarata perdita di guadagni) pensano di trasferirsi altrove.

A Vancouver, città canadese un po’ isolata se non per la vicinanza con l’allora Seattle, ancora in pista in NBA ed eventualmente Portland, pensa di lasciare la terra dalla foglia d’acero con il passaggio alla nuova proprietà mentre la proprietà degli Hornets, in particolare il socio di minoranza minaccia di farlo se non verranno approvate le proprie richieste.

Questa è la storia preventiva raccontata dal numero 14 di Superbasket (3/9 aprile 2001).

Come tutti ormai sappiamo Memphis sarà la casa dei Grizzlies e Vancouver non vedrà più la propria squadra mentre New Orleans ospiterà per un decennio e poco più i Calabroni che torneranno a unirsi, rifondersi alla città madre sotto altra forma nel 2014 dopo una dozzina d’anni passati senza basket o come Bobcats.

Buona lettura.

Tra le altre cose, in aggiornamento la cartella Destini con storie prese dalle varie riviste di basket in momenti della loro carriera (non a Charlotte) su giocatori che sono transitati dagli Hornets, eccone un esempio con Kelly Tripucka, ex Hornets visto al volo anche in Italia benché non se ne trovi traccia su internet.

Per chiudere, tornando all’attualità, aspettando di vedere che ne sarà di questa seconda strana fase con una formula piuttosto machiavellica tra scelta delle squadre, accesso ai playoffs e stessi, ecco il video mancante sull’annata di Terry Rozier.

XXL Phills

Amarcord

Sono passati già più di 20 anni dalla scomparsa di Bobby Phills, guardia, swingman degli Charlotte Hornets.

Forse c’è poco o nulla in chiave ironica nell’articolo come il termine amarcord avrebbe nelle sue corde, preso da un omonimo film di Fellini e dal termine dialettale romagnolo a m’arcord (io mi ricordo), allora aggiungiamo che (scherzando) una volta a un giornalista che gli chiedeva se temesse di affrontare Micheal Jordan rispose: “Michael chi?”

In un articolo di XXL basketball dell’aprile 2000 ricordiamo il giocatore e la persona, anch’essa in formato XXL.

George Floyd, Hornets e altre distorsioni…

Tra le teorie metafisiche o fantasiose più affascinanti c’è sicuramente quella che possano esistere altre dimensioni.

Non sto parlando della cosiddetta Teoria delle Stringhe ma di mondi simili al nostro nei quali esisterebbe un’altra copia di noi stessi alla quale le cose vanno diversamente per come funziona quel mondo e per la differenza della nostra personalità.

Delle tre stagioni della famiglia Mezil (l’ultima è totalmente differente ed è la più divertente), cartone animato ungherese piuttosto datato ma sempre splendido, ve ne è una nella quale Aladar (il ragazzino tecnologico e protagonista), fuggendo dalla sua cameretta visita strani mondi che sfuggono alle regole del nostro. Eccone un esempio.

Vi potreste magari trovare al posto di Michael Jordan, al posto di un capo di qualche nazione, un famoso imprenditore o qualche altro famoso uomo o donna dei nostri tempi.

Magari l’MJ in quest’altra dimensione si è dato fin da subito al baseball, non ha avuto successo, non gli è stato ucciso il padre (sfortunatissima e assurda conseguenza di un benessere sparso per pochi e di un sistema culturale povero) e avrebbe avuto una vita normale ma immaginatevi di esser George Floyd, l’uomo ucciso recentemente dalla polizia a Minneapolis e far parte di una minoranza che incredibilmente ancor oggi non viene tutelata alla luce del sole.

Una minoranza evidentemente in molti casi ancor non ben accetta, trasportata in tempi non poi così remoti come manodopera a costo zero, schiavi…

Oggi, gli eredi di quegli avi ai quali era stato detto che la schiavitù era finita ma che si è ritrovata a battersi per aver semplici diritti fondamentali e uguali come per gli altri cittadini (ricordate Rosa Parks?) fatica a uscire dal ghetto della povertà nella quale è stata relegata, segregata e condannata all’altrui stereotipato giudizio che vede in loro dei potenziali criminali o a causa del cieco odio razziale.

Mii è capitato recentemente di leggere su un social una “strana difesa” asserendo che se la cosa fosse capitata a un bianco non avrebbe fatto notizia, paragoni, una serie di erroneità fino a sostenere ancora che esistano delle razze umane.

Evidentemente, come molti evidentemente non sanno, siamo tutti figli di Homo Sapiens oggi, gli altri ominidi vissuti in passato si sono estinti, compresi i Neanderthal, i veri europei con i quali abbiamo convissuto.

A 1:01:40 Telmo Pievani ricorda, da una posizione scientifica, che non esistono “razze umane” agli ignoranti in materia.

La nostra pelle era scura e probabilmente i fotoni che raggiungono la Terra nel cervello di qualcuno oggi devono aver lasciato tracce disturbanti, strane onde elettromagnetiche che devono aver fatto del colore un principio.

Ossimoricamente si potrebbe facilmente sostenere che la luce porta buio nel cranio di certi personaggi che vedono un uomo nero, logiche confuse e ancestrali tribali, rivalità tra gruppi ed etnie, nazioni sorte in seguito, mentre io vedo una persona, un essere vivente ucciso senza validi motivi.

Oltretutto guardare uno spettacolo come quello della NBA con atleti a maggioranza di colore ed esser razzisti credo che non sia facile da guardare senza che si contorcano le budella ai suddetti ma quello rimarrà sempre un problema loro e non deve essere bello viverla così.

Questa è una prima distorsione, quella sulla quale non avrei voluto scrivere perché non voglio speculare su Floyd (spero ciò che accade serva in futuro ad avere molti meno casi Floyd ma temo non cambierà molto la situazione) più che estrinsecare il mio pensiero vedendo ciò che troppo spesso accade, come cantava Nik Kershaw: “I don’t wanna be here no more” vedendo che nel 2020 si è regrediti a un’impossibile scala di valori nichilista.

La seconda è che incontrare a volte la polizia negli Stati Uniti è una sfortuna colossale, se sei nero, statistiche alla mano, peggio che esser bombardati.

Gente che dovrebbe garantire l’ordine e la sicurezza ha più precedenti rispetto chi ammazza e arresta.

La cosa non mi stupisce, non sono mai stato un fan del brutale sistema americano che sembra a volte rifarsi ancora al Far West ma in un sistema produttivo che è ancor peggior e sacrifica la persona.

La cosa non mi indigna perché sono consapevole che saranno fatti destinati a ripetersi per grave mancanza culturale, lo diceva un soldato, un capo di Stato, tale Thomas Isidore Sankara, ucciso da una congiura internazionale negli anni ’80 (testimonianze di alcuni generali) quando le menti di alcune nazioni che comandavano il mondo (compresi gli Stati Uniti) decisero di toglierlo di mezzo perché era troppo scomodo.

In questo video, Sankara all’inizio (da 1:15 a 2:25) parla di ciò che è o può essere un soldato.

C’è un problema d’identità, su cosa si pensi di essere, l’etnogenesi come modello di riferimento identitario spesso non funziona, prendere come esempio di riferimento il sistema americano come fanno molti diventa pericoloso e nemmeno il modello economico occidentale angolo/americano è qualcosa di cui andar fieri poiché non è sostenibile ecologicamente, si basa solo sulla prestazione non guardando i bisogni delle persone va da sé che si crei un’altra distorsione dove lo sviluppo viene confuso con il progresso.

Pasolini parla della differenza tra sviluppo e progresso. L’implementare qualcosa a scopi personali e il progredire veramente da parte della civiltà umana sono due cose differenti.

Andando a riprendere un intervento di Alessandro Barbero immesso in rete molto recentemente ci sarebbe da chiedersi e riflettere sul se le nostre convinzioni siano sempre esatte.

Dopo aver parlato di altro, torniamo allo sport anche se di fronti a certi fatti questa passione sembra esser quasi marginale.

A che punto è il progresso degli Hornets?

Difficile saperlo oggi poiché avremo come ormai saprete un prologo della stagione regolare e dei playoffs ma solo per 22 squadre mentre lottery e Draft saranno rimandati con il Draft programmato per il 15 ottobre…

https://sport.sky.it/nba/2020/06/04/nba-ripresa-2020-guida

Pare che la voce di Michael Jordan sia stata tra quelle più ascoltate durante la riunione nella quale Silver ha messo sul piatto un poker di ipotesi probabili, tuttavia, Charlotte è rimasta fuori come 23^ squadra (la prima fuori) guardando i record.

Detto che personalmente sono contento che i giocatori del roster non siano costretti a rischiare inutilmente in un format che, anche se fosse stato leggermente modificato, difficilmente avrebbe garantito la nostra partecipazione ai playoffs, l’ennesima distorsione è stata favorire le squadre dell’Ovest anziché rispettare le regole attuali, ovvero la suddivisioni in due conference.

Qualcuno obietterà che l’Ovest mediamene è più forte e attrezzato, le squadre partecipanti hanno record migliori, vero, ma rimane il fatto che vi sia stata un’altra distorsione, trattasi palesemente di violazione delle regole anche se a oggi è un (amaro) unicum.

L’augurio è che MJ, spinto dalle contingenze cambi registro, magari aiutato anche dalla lottery e che finalmente tornino i tempi nei quali gli Hornets pareggiavano o superavano sempre quota .500.

https://www.aroundthegame.com/post/il-fallimento-di-michael-jordan-dietro-la-scrivania?fbclid=IwAR3R9iO7ioFeUl0SfkDQUYQFCQRALRW73tLOWy5ezxgLL5ksJeuRcE6GOqM

Un link da Around the Game che ha tradotto un pezzo del Charlotte Observer su MJ, specialmente come proprietario.

Per il momento, oltre ad aver pubblicato un articolo di Superbasket su Eddie Jones nella cartella Imamginazihornets e uno di Superbasket nella cartella Destini su un Belinelli diciassettenne, accontentatevi di questa manciata di video realizzati da me sui nuovi giocatori che gli Hornets hanno messo sul parquet quest’anno.

Manca ancora Terry “Scary” Rozier ma provvederemo, in fondo è solo un’altra “distorsione”…

Video Top 30 Charlotte Hornets 2019/20

“C’era una volta”… no, non credo iniziasse così la storia…

Un giorno (nemmeno troppo) lontano ho avuto un’idea “strana” all’apparenza, quella di unire i fan degli Hornets presenti sul gruppo FB e le migliori azioni dell’annata di Charlotte.

Per quel che riguarda la concezione di “migliore”, circa 75 video sono stati postati, scelti e votati dai tifosi ed è così, eccezion fatta per i game winner o quasi, che è soerta questa top 30 dove ogni persona che ha voluto partecipare è stata lasciata libera di esprimersi nel presentare o introdurre la/le azioni assegnategli tramite una foto o un video nella maniera nella quale si sentiva di crearle.

Ne è uscito un video interessante e anche divertente in certi frangenti per ripercorrere alcuni dei momenti più emozionanti dell’anno e dare la giusta importanza ai fan, senza i quali la NBA o qualsiasi altro evento simile non avrebbe ragion d’esistere.

Per il resto, se non avevate ancora letto il pezzo su George Shinn, è uscito anche su The-Shot e vi posto il link qui sotto.

Il Punto @ 65

La Teoria delle Catastrofi

La stagione si è interrotta ormai da poco più di due mesi in marzo e la NBA oggi deve ancora prendere una direzione, di sicuro la lega subirà perdite economiche a causa di questa inaspettata pandemia che riporta anche i “marziani” NBA sulla Terra insieme ai comuni mortali.

In biologia, geologia ma anche in economia la morfogenesi è un processo che porta una struttura ad avere determinate caratteristiche.

Se c’è qualcosa di personale che ho appreso in questi anni è che tutto muta, quindi anche i processi che portano allo sviluppo o al crollo di una determinata struttura o sistema, ma anche che, come diceva Socrate: “So di non sapere” nella sua versione meno dotta e più letterale del concetto, specialmente su teorie matematiche come questa sviluppata dal francese René Thom.

Prendo spunto da alcune definizioni generali per creare il mio personale parallelismo tra la Teoria della Catastrofi e la situazione in casa Hornets.

C’è da dire che in casa Charlotte è rimasto tutto fermo per anni ma la scossa tellurica estiva che ha portato all’anno zero ha costretto Kupchak ad adattarsi alla nuova situazione.

La prima era Hornets 2.0 si è chiusa ma per fortuna, quel che metaforicamente dovrebbe essere l’evoluzione “eonica” di Charlotte, prosegue.

Diciamo che tra “una condizione iniziale che porta all’equilibrio 1, e quella che porta all’equilibrio 2, esistono delle condizioni iniziali (instabili), per le quali non è possibile prevedere se il risultato sarà 1 o 2, in questi casi, si dice che il sistema è in condizioni catastrofiche, nel senso che una piccola variazione delle concentrazioni iniziali in una direzione o l’altra, può comportare fortissime differenze sui risultati finali.” e in genere nella NBA queste si chiamano scelte e opportunità, imprevedibili per noi.

Tra gara 45 e gara 66 (lo spettro di partite analizzato) siamo passati a una fase da terza configurazione.

Questa nuova condizione è stata dettata da quattro fattori principali:

1) I tagli di Marvin Williams e di MKG nella finestra di mercato invernale.

Soprattutto la nostra ala grande titolare portava via spazio alla linea verde mentre Kidd-Gilchrist era ormai tristemente relegato in panchina.

2) La scomparsa di Batum dal campo. Batum era rientrato in gioco qualche partita prima della gara a Parigi e nonostante non avesse segnato molto, a livello difensivo e come aiuto alla squadra aveva fornito 2/3 buone prestazioni altalenandole con le solite imbarazzanti uscite.

Partito titolare a Parigi ha finito per giocare una partita indegna e da lì non si è più visto sul parquet, liberando ulteriore spazio.

3) La clamorosa uscita di scena di Malik Monk che si è suicidato su un test “antidroga” (definizione all’inglese generica su vari tipi di sostanze), pena la sospensione decretata dalla NBA.

Malik stava tornando, pur un po’ altalenante, a giocar bene portando punti a Charlotte ma la NBA ha fatto sapere che il nostro numero 1 non ha passato i test richiesti e per questo la nostra SG dalla bench è attualmente out, sospesa a tempo indeterminato in attesa che compili dei moduli per la riammissione anche se quanto starà fuori è impensabile da preconizzare. Se il tempo del passato è quello dei ricordi e della nostalgia, il tempo vissuto dal quale attingere e far tesoro, il presente, specialmente questo è incerto come il tempo futuro che diventa anche una speranza per non precipitare nell’assenza di senso nichilista.

Non importa se sarà utopia non sapendo che riserverà il futuro, di certo la scelta di Borrego, un po’ come sul finire dello scorso anno, di provare le nuove forze provenienti dalla G-League e dar più spazio ai centri come Biyombo e Willy, togliendo qualche minuto magari a Zeller per qualche game è proiettata al domani.

Tornando sulla teoria, Renè Thom praticamente dice che: “I punti di instabilità non sono soggetti a configurazioni caotiche, ma sono soggetti a forme topologicamente stabili e ripetibili, che peraltro, sono anche indipendenti dal substrato, nel senso che le forme di stabilità del caos sono indipendenti dal fenomeno fisico analizzato, sia esso stesso fisico, chimico, biologico, linguistico, storico, psicologico, ecc..”

Da queste considerazioni potrei trarre due considerazioni; la prima è che la sovrastruttura di Charlotte è crollata lasciando intatta la base, come se fosse una piramide, più funzionale e più snella, la seconda è che se i punti di instabilità sono stabili e ripetibili, l’organizzazione oggi deve individuare i punti deboli per far si che la struttura non ceda nuovamente, soprattutto la difesa ha bisogno di esser cementificata alla base (sotto canestro) come si è visto in alcune partite (gara 60 contro i Bucks ad esempio) poiché Borrego ha a disposizione un materiale incompleto.

Biyombo e Hernangomez hanno quasi caratteristiche opposte, il primo è un buon difensore ma è lento, fatica a finalizzare e a costruire, il secondo è abile realizzatore, buon rimbalzista con punte di movenze da ballerino ma difensore di seconda categoria pur avendo migliorato l’abilità di base difensiva.

La seconda è che Charlotte per eliminare questa stabilità verso il basso avrà bisogno di un top scorer ed essendo già proiettati nel futuro in un finale di stagione che difficilmente avrebbe regalato i playoffs ai propri tifosi, oggi si spera in un buon prospetto al Draft, quando questi vi sarà sperando di non vedere gli attuali eroi, detto per iperbole, andare in pensione.

A tal proposito, dovessimo andare su qualche giocatore, ecco un paio di idee:

Se si dovesse orientarsi per un lungo e avessimo la fortuna di poterlo scegliere l’idea (nel video presentato da The Shot) non sarebbe male.

Idea più pazza a quasi km 0 per cercare un giocatore talentuoso che per il momento in casa Charlotte non servirebbe troppo per varie motivazioni di affidabilità, roster, ecc., il classico “rischio”, insomma.

Con un cospicuo spazio salariale, avendo liberato il salary cap dai contratti di Williams, MKG e speriamo anche di Biyombo, più quelli minimi di Hernangomez e Bacon si dovrebbero tagliare circa 50-51 milioni avendo a stipendio giocatori per circa 80 milioni e poi ci sarà da vedere se il tetto salariale subirà modifiche in relazione alla recente situazione poiché la NBA dovrà fare il conto con eventuali varie perdite o se sarà tutto confermato.

Su questi 80, comunque, pesano le incognite Monk (5,3 milioni il suo stipendio eventuale per la prossima stagione), con la società che ha detto di non perdonare per l’episodio ma di sostenerlo, almeno a parole, per ora, oltre l’incognita Batum.

Il francese ha una player option da 27 milioni e mancia ma sta stagnando in panchina e ci sarebbero dei prodromi di “mobbing” anche se i tifosi in primis potrebbero sostenere che ha cominciato lui.

“Tagliarlo” in qualche maniera potrebbe essere costoso anche in termini di anni, spalmando su più stagioni il contratto, una uscita volontaria di Batum personalmente mi sembrerebbe al momento utopica per come funziona la NBA, per logica, per i tempi, solo l’etica e una voglia di giocare che pare però esser scomparsa sul volto del transalpino potrebbero cambiare uno scenario che potrebbe essere appesantito ancora per un anno prima di vedere se a Charlotte si riuscirà davvero a tornare a far del buon basket o il target medio-basso dell'”azienda Jordan” sarà riproposto con contratti spropositati per giocatori non eccelsi, in cerca di lancio o veterani, gli unici che troppo spesso in questi anni si sono affacciati sulla Queen City.

Una firma di Batum a quell’assurdo contratto pare più che scontata perché tra la dignità e i soldi di questi tempi è difficile veder qualcuno che scelga la prima, dopo di che penso che il transalpino abbia finito la sua carriera NBA.

Per quel che riguarda nello specifico il gioco della squadra entrerò più nel dettaglio nella classifica dei singoli e nelle parti statistiche successive, intanto qui una carrellata di numeri che descrivono bene problemi e punti di forza della squadra.

Mi piace sottolinear l’aspetto che i minuti presi dalla coppia di guardie di Charlotte abbiano portato a un notevole miglioramento e crescita dei due giocatori di guarda agli Hornets che l’anno scorso uscivano dalla panchina e che Greensboro, nonostante i risultati, sia una fucina interessante attualmente per la prima squadra.

Nella partita contro Miami si possono notare le statistiche di partite giocate da questi giovani e media punti con la seconda squadra, Greensboro.

Da gara 45 a gara 66

Ripercorriamo velocemente in stile nostalgic vintage l’accaduto da gara 45 a gara 66.

Nelle prime 8 partite gli Hornets lasciavano alle avversarie di turno ben 7 vittorie battendo solamente New York.

Ormai si pensava che la squadra di Borrego fosse intenta a tankare ma arrivavano tre vittorie in trasferta in serie sui parquet di Detroit, Minneapolis e Chicago.

Le sconfitte con Nets e Pacers portavano sostanzialmente al rapporto di una vittoria e due sconfitte, un terzo nel bilancio vinte/perse con un 19-38 in classifica.

Vittoria casalinga su New York un po’ sofferta e grandiosa vittoria a Toronto rimanendo aggrappati al match con un FT decisivo di Rozier a :02.1 dalla fine, quindi sconfitta casalinga contro i Bucks pur mostrando una grande difesa.

Le partite con San Antonio e Denver sono state ben giocate ma perse sul filo, lasciando l’amaro in bocca ai fan dello Spectrum Center con il pubblico di Charlotte (un po’ troppo freddo e imborghesito rispetto a quello anni ’90 secondo me) che ha avuto poche soddisfazioni quest’anno tra le mura amiche.

Per chiudere il ciclo del poker casalingo finalmente arrivava una bella e convincente vittoria di prestigio sugli Houston Rockets.

Ad Atlanta un super Scary da 40 punti non bastava e si finiva K.O. dopo due supplementari ma a Miami, nonostante l’assenza di Rozier e di Butler per gli Heat, dopo una partenza orrenda ad handicap arrivava una grande vittoria prima che la NBA, proprio in quella notte sospendesse la stagione per il caso Gobert legato al Covid 19.

Classifica a Est

Prossimi incroci dell’impossibile sliding door

Da qui alla fine gli Hornets avrebbero avuto un calendario molto variegato composto dalle ultime 16 partite che avrebbero visto la squadra di Borrego impegnata in casa nove volte contro sette trasferte.

Charlotte non ha una netta predominanza di vittorie nelle gare casalinghe rispetto a quelle esterne quindi questo fattore potrebbe essere in parte trascurabile mentre il valore delle squadre avversarie incide di più ma anche in questo caso l’8-8 in perfetta parità non dice molto.

Charlotte stava giocandosi ancora le sue partite senza tankare ma a oggi, con la Regular Season sospesa che forse verrà tagliata o non ripartirà, non ci sarà bisogno di tankare per scendere nel gruppo che avrà le maggior percentuali per la lottery per la scelta migliore.

Atlanta, Orlando, Miami e Philadelphia sarebbero state le squadre che avremmo incrociato più volte (8 partite, la metà esatta delle rimanenti) con le prime tre, rivali divisionali ma adesso…

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Confronto e statistiche

Vediamo i confronti tra giocatori e le zone di tiro, da dove la squadra ha saputo sfruttar meglio l’attacco creato.

La classifica dei singoli

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16) Joe Chealey: 5

La vecchia conoscenza Chealey che aveva accarezzato il campo lo scorso anno con gli Hornets e dopo il camp estivo era finito a Greensboro è tornato a giocare in “prima squadra” a causa della richiesta di Bacon di andare a giocare in G-League visto che anche lui stagnava in panchina con Batum formando un B&B con colazione accanto a Borrego.

Oltretutto ha beneficiato anche dell’autoeliminazione di Monk per un paio di 10 day contract.

Chealey però non ha sfruttando al meglio la situazione e il minutaggio è rimasto bassissimo.

Nelle sue prime uscite è stato piuttosto penoso, roba che ad averla vista nel camp, Kupchak avrebbe subito decretato il taglio (Josh Perkins ne sa qualcosa).

La sua fortuna è sì che ci sono i Martin ma con i due menzionati out è riuscito ad ottenere per due volte il contratto da 10 giorni.

La PG di 190 cm nelle prime tre partite ha tirato con uno 0/7 dal campo in 31 minuti riuscendo a segnare solamente due FT.

Interessanti invece i 4 palloni rubati ma la sua permanenza sul parquet è difficoltosa per ritmo e fisico e al momento oggettivamente la sua dimensione reale sembrerebbe esser la G-League, eppure in preseason lo scorso anno aveva dato decisamente un’altra impressione, migliore della sua dimensione attuale.

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15) Dwayne Bacon: 5,44

Hanno distribuito anche il suo bobblehead (il suo viso contornato da una striscia di pancetta) nella partita casalinga contro Milwaukee ma lui nel frattempo, in accordo con la società, aveva già abbandonato il suo posto in panca per scendere in G-League ed esordire segnando 51 punti contro le “Formiche Pazze”.

Non si può certo biasimare Borrego se negli ultimi tempi “Er Pancetta” vedeva poco il parquet, Bacon nelle sue ultime 7 uscite dal campo ha fatto registrare un bassissimo 4/25 dal campo con un -30 di plus/minus nelle partite prese in considerazione.

Sembrato incapace di regolare un tiro, scendendo in G-League, a un livello più basso, ha subito ripreso confidenza con la realizzazione, eppure anche Borrego a inizio anno l’aveva concessa, ovvio che con le prestazioni siderali di Graham a inizio anno, Dwayne sia stato fatto accomodare in panca ma da lì a perdersi completamente ne passa…

Forse il suo problema è più a livello psicologico che tecnico considerando il fatto che Charlotte lanciandolo da titolare stava chiedendogli di trovare una buona dimensione offensiva oltre a quella difensiva per il quale è conosciuto come un discreto difensore.

Scioltosi come neve al sole non trovando più in attacco i canestri in penetrazione che riusciva a realizzare (non sempre e forse questo gli ha tolto un po’ di smalto e fiducia) in precedenza, andrà in scadenza a fine anno, il dilemma è capire se Borrego avrebbe potuto o voluto provarlo ancora qualche partita verso fine regular season per veder se concedergli o no un’altra possibilità oppure lasciarlo partire per altri lidi.

Bacon ad Atlanta nella penultima uscita stagionale ritorna in panca richiamato in prima squadra.

Certamente con l’ascesa dei due Martin e anche di McDaniels, sebbene giochi in un ruolo differente, Bacon avrebbe comunque poco spazio, sebbene ci sia il caso Monk in sospeso che potrebbe pendere a suo favore.

Di contro c’è anche il Draft sul quale però mi aspetto che gli Hornets non peschino un giocatore nel suo ruolo ma soprattutto uno spazio salariale per acquisire un giocatore che faccia meglio di Dwayne.

Un futuro incerto, insomma, ma al momento io direi che le possibilità di Bacon di rimanere a Charlotte sono del 10,0% circa se non inferiori a meno che si voglia riempire il roster non da giro con salari bassi ma a quel punto si potrebbe puntare sul provare una miriade di giocatori esterni alla lega…

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14) Nicolas Batum: 5,72

L’ultima partita di Batum è stata gara 46 contro Milwaukee e prendendo in considerazione le partite dalla 45 alla 66 rimane difficile quindi aggiungere qualcosa di nuovo o di diverso da quel che già sapevamo.

In gara 45 gioca 16:58 contro Orlando segnando 3 punti grazie a una bomba (½ dal campo) mentre la follia del business lo porta a giocare 33:32 nella trasferta parigina ed “ovviamente” essendo transalpino finisce per partire anche come starter, profeta in patria.

Di buono fa registrare 5 assist ma i punti sono i medesimi con un 1/8 dal campo (0/3 da tre punti) e una prestazione globale poco soddisfacente per non dir peggio che lo porta ad avere un plus/minus di -13.

La società, dopo avergli ipocritamente dato spazio fin lì decide che non sia più cosa farlo giocare, anche se qualche discreta prestazione (per i suoi standard) precedentemente l’aveva fornita, di certo la linea verde nella testa di Borrego ora ha la precedenza.

Batum a Parigi. Ultimo scandaloso tango per lui con gli Hornets o ci sarà ancora spazio per il francese?

E’ evidente che non faccia parte del progetto e si sia al limite del mobbing, da parte di chi non è facile capirlo, se dalla società che lo ha accantonato definitivamente nonostante la squalifica di Monk che avrebbe potuto aprirgli spazi o se da lui che sicuramente fornendo prestazioni deludenti ha contribuito, non solo all’insuccesso della franchigia degli ultimi anni ma alla involontaria complicità della partenza dei pezzi migliori.

Batum, insomma, rappresenta la più grossa zavorra per la franchigia che liberandosi di lui potrebbe esser libera di volar nel cielo alla ricerca di avventure differenti.

Il problema per Charlotte e i suoi fan è che Batum il prossimo anno avrà dalla sua una player option da oltre 27 milioni alla quale un uomo moderno e conformista difficilmente rinuncerebbe.

Bisognerebbe fosse un pazzo per scansare quella cifra che non credo altre franchigie vogliano accollarsi se non per qualche insano scambio.

E’ quindi probabile al 90%, se Batum non si stuferà di scaldar la panchina o abbia un moto d’orgoglio in stile rivoluzionario francese, che la sua testa sarà ancora vicina a quella di Borrego la prossima stagione con Charlotte un po’ più limitata nelle scelte di mercato e se abbiamo detto che liberando sui 51 milioni gli Hornets potrebbero prendere due buoni giocatori, liberandone 78 potrebbero anche provare l’assalto a due top player poiché se si deve pagare almeno il 90% del salary cap, varrebbe la pena avere uno spazio di manovra creato in un tempo unico dove non ci sia bisogno di aggiunte l’anno successivo evitando di firmare giocatori per più anni magari con contratti troppo onerosi per il proprio valore ma puntare su top player, pur consci che i top player negli ultimi anni hanno scansato Charlotte ma potendone firmare due, avendo una buona scelta al Draft e con un young core interessante, la situazione potrebbe cambiare.

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13) Willy Hernangomez: 5,90

Ciò che affligge Willy, come Zeller, è la fase difensiva, solito noto tasto dolente.

Il fisico non è malvagio ma essendo slanciato verso l’alto, in difesa a volte subisce i contatti ed essendo troppo pulito l’avversario guadagna quei cm decisivi per batterlo in separazione.

Lo abbiamo visto comunque molto meglio in attacco nelle ultime uscite dove non solo ha buona mano e un buon repertorio di soluzioni vicino a canestro che ne stanno determinando un minutaggio aumentato ma anche tempismo sul rimbalzo.

Nella partita contro Denver mostra le sue doti e i suoi difetti evidenziando un buonissimo tocco con la mano sinistra.

L’indole europea tecnica la si nota a un miglio di distanza ma per fare il salto di qualità deve lavorare sulla fase difensiva.

Borrego lo impiega da secondo alternando Zeller e Biz da titolare mentre lui sta guadagnando minutaggio e sta fuori raramente da una partita ormai.

Certo, lascia il parquet quando i giocatori a cui si affida Borrego vanno a chiudere le partite ma sta riuscendo a dare il suo contributo, lasciando il segno (da gara 45 a gara 62 è andato in doppia cifra 6 volte) con un massimo di 14 punti Vs Denver nelle partite prese in questione sebbene il suo massimo stagionale sia 15 @ Salt Lake City.

Proprio contro Denver l’abbiamo visto chiuder una triangolazione con touch pass di P.J. in maniera imprevedibilmente decisa e potente schiacciando in corsa.

L’iberico se può non si esime nello schiacciare ma solo quando può mentre è stranamente crollato nella percentuale del tiro da tre punti tirando con meno fluidità, uno strano regresso forse per curar più altri aspetti del gioco o una momentanea “casualità”?

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12) Marvin Williams: 5,93

Finisce dopo cinque anni e mezzo l’avventura di Marvin Williams a Charlotte.

Il buyout l’ha portato alla corte di una seria contender, attualmente interrotta, Milwaukee.

Un cambio di prospettiva in meglio per l’ala grande di Charlotte che lascia libero quel numero 2 che fu di Larry Johnson.

Marvin aveva avuto una buona parte di stagione con Charlotte seppur non in primissimo piano ma tra le riserve mentre nelle ultime cinque partite in divisa Hornets ha fatto registrare un 10/25 dal campo.

Probabilmente i 18 punti contro Milwaukee nella trasferta parigina hanno dato un’ulteriore spinta alla franchigia del Wisconsin per sceglierlo, peccato che nelle successive uscite il suo score sia sceso a 2,2, 4 e ancora 2 punti anche se l’impegno difensivo, compreso a rimbalzo non è mancato come la professionalità.

L’ex Jazz chiude la stagione con i Calabroni con 6,7 punti di media con il 44,8% al tiro in 41 partite (1 da starter) giocate con 19,7 minuti di media come impiego sul parquet.

37,6% da tre punti e 66,0% ai liberi, trascurabili i rimbalzi con 2,7 di media, 1 assist, 0,6 steal e 0,5 block.

Buona fortuna a un giocatore che ha fatto dell’etica del lavoro il suo punto di forza pur non eccellendo in nulla ha sempre dimostrato professionalità e un buon adattamento con discrete qualità da sfruttare.

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11) Malik Monk:

Il numero 1 degli Hornets è più sospeso delle attività bloccate per il Coronavirus grazie a una marachella alla Pierino.

Caduto sul test antidroga (se sia una sostanza dopante, oppure uno stupefacente ancora non è dato sapere) oggi è in quel purgatorio NBA dove la NBA manda i giocatori che violano le norme comportamentali.

Il virus arriva nel momento peggiore con lo studente Monk intento ad apprendere come poter migliorare il suo gioco (specialmente quello offensivo).

Ultimamente sembrava essersi rimesso in carreggiata, aveva capito come sfruttare meglio la sua aumentata fisicità, ovvero fiondandosi a canestro dove ha un repertorio di appoggi vasto, elastico con punte di bravura anche temporeggiando in aria o in controtempo, qualità che non molti giocatori hanno.

Notare la qualità in questo appoggio rovesciato.

Limitare la soluzione dalla lunga distanza sembrerebbe essere una buona idea per Monk (anche se abbiamo visto nell’ultima trasferta a Chicago un missile terra-aria infilarsi da centrocampo nella retina) finché non metterà su un tiro più affidabile ma in tema di affidabilità è il cervello che l’ha lasciato a piedi e ora la mano dovrà compilare scartoffie per poter rientrare in gioco.

La franchigia degli Hornets ha detto che non lo scuserà per il suo comportamento ma che comunque lo sosterrà in questo periodo.

Cosa possa succedere è difficile dirlo, la situazione lascia aperte tutte le porte e se Monk non dovesse rientrare in gioco Charlotte potrebbe anche scaricarlo ma per una squadra che al momento ha bisogno di scorer, rinunciare al Monk attuale sarebbe controproducente a meno che in estate non cambino gli scenari e “Kup” punti a uno scorer che sostituisca il non sempre affidabile attuale n° 1 dei Calabroni.

Il talento sembrerebbe finalmente fluire (ricordarsi la gara a Parigi contro i Bucks come esempio), il ragazzo non è cattivo e non è balzano come un Isaiah Rider ma il punto interrogativo è la sua psiche.

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10) Cody Zeller: 5,93

Zeller è stato, nel contesto mediocre quest’anno per gli Hornets, un ottimo pezzo fino a un paio di anni fa dal mio punto di vista ma un po’ al ribasso oggi.

Il fisico più snello e una salute meno minata dagli infortuni ne hanno fatto sì un giocatore molto più utile di quello che le statistiche dicevano ma scelto troppo in alto al Draft e in fase calante oggi. Zeller, giocatore della vecchia guardia, rimane sempre un giocatore che si impegna ma ha molti più limiti in difesa di qualche anno fa.

Non solo raramente riesce ad essere reattivo ed efficiente atleticamente nell’uno contro uno ma soffre anche talvolta i contatti contro i più piccoli che lo possono battere non poi così difficilmente. Sul fronte opposto, se può correre, diventa interessante e difficile da fermare sulle incursioni con spazio o sui tagli con palla dentro (epicamente unstoppable le sue dunk in corsa), assistiti ed è sempre un giocatore che fa dei blocchi precisi con ottimo angolo per i compagni.

L’aspetto che non gli concede però la titolarità certa è quello difensivo.

Se riuscisse a tornare quello di qualche anno fa avremmo avuto qualche vittoria in più ma molte statistiche dicono che è in fase calante.

I problemi sono molteplici; partiamo dal fatto che Cody non sia un centro moderno e abbia un tiro macchinoso da fuori (a bassa percentuale ma migliore comunque di quello dei due compagni di reparto e di altri centri NBA che proprio non ci provano mai), un tipo di soluzione che quest’anno ha preso molto più spesso come richiesto da Borrego.

Dopo la gara con i Nuggets, il nostro centro aveva già tirato 74 volte da oltre l’arco segnando 17 volte (.230).

Il maggior numero di tentativi in una stagione era stato lo scorso anno con 22 e aveva finito con il realizzare 6 dei tentativi provati.

Che non sia l’uomo adatto per questo tipo di gioco ad allargare il campo come vorrebbe Borrego lo si era già evinto a inizio anno e lo hanno capito anche gli avversari che spesso gli lasciano open con metri potendo raddoppiare su altri giocatori.

La poca reattività, stiamo sempre a dopo la partita di Denver, la dimostra con i TO, statistica ferma a 1,3 come lo scorso anno, tuttavia avendo giocato un po’ meno a livello di minuti di media si registra un peggioramento.

Il 68,2% dalla lunetta ai liberi sfiora il suo peggior dato in NBA (67,9% nel 2016/17) mentre è controverso il dato sui rimbalzi.

La media dello scorso anno è aumentata ma grazie agli offensivi.

Libero di andare a rimbalzo invece di ritrarsi come un paio di anni fa voleva Clifford, per evitar transizioni, riesce spesso almeno a deviar palloni e a tapinare qualche volta.

Lì, sotto le plance avversarie sembra aver più confidenza mentre sotto le nostre a volte è meno reattivo.

Le stoppate sono diminuite drasticamente, segno di minor atletismo e probabilmente concause importanti sono un peso non adeguato al suo fisico e gli infortuni passati.

Per certi versi Cody segue le orme di MKG eppure ha dei buoni momenti ma senza continuità Charlotte è costantemente esposta alle scorribande avversarie nel pitturato.

I suoi milioni, non essendo un centro di primo piano, peseranno anche l’anno prossimo (15,4 per il 2020/21) a meno che Kupchak pensi a uno scambio per aver un giocatore più funzionale a Charlotte, ipotesi comunque remota perché i GM di Charlotte non ci hanno abituato negli ultimi anni a grandi sconvolgimenti.

Non ci sarà la coda per prenderlo magari ma sicuramente Zeller con 11,1 punti di media e il 52,4% al tiro avrebbe più mercato rispetto a Batum o ad altri giocatori scomparsi nei meandri delle panchine NBA.

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09) Bismack Biyombo: 5,96

Altro centro che fa da doppione per certi versi ai due già visti in precedenza.

Anche lui è incompleto ma fa della difesa, al contrario degli altri due, l’arma primaria. Il problema è che pure lui non è velocissimo negli spostamenti con i piedi e sul primo passo dell’attaccante ma la fisicità e la lunghezza a volte gli permettono di recuperare e piazzare qualche stoppata in più oltre a quelle che effettua da sentinella nei pressi dell’area.

Con lui teoricamente Borrego potrebbe rinunciare a una zona match-up perché copre meglio la zona dell’anello e non è costretto a uscire sul perimetro dove diventa battibile preso in velocità.

Le stoppate non sono numericamente, dal mio punto di vista, quelle che mi aspettavo però la sua presenza serve un po’ a intorbidire le acque, far girare più alla larga gli incursori e a far modificar qualche tiro al penetratore sino all’anello.

Purtroppo a livello offensivo, salvo qualche episodica azione, non si registrano miglioramenti costanti in ball-handling, due mani come pale da pizza, classico centro di un tempo che deve metter giù palla poco per non farsela scippare, interessato marginalmente in azioni d’attacco che lo interessano come perno o come finalizzatore qualche volta per punti di rottura quando pensa di poter avere un vantaggio che può sfruttare anche con ganci oltre che la fisicità.

Qui sotto vediamo una rara azione nella quale Biz mostra talento offensivo unito a tecnica e coordinazione in campo aperto.

Altruista (dote che piace a Borrego) non eccede nella soluzione personale e il non forzare, insieme al fatto di tirare pressoché sempre vicino al ferro (non ha tiro da fuori) lo fa tenere alte percentuali, il che aiuta Charlotte, squadra che non è tra le più precise di certo al tiro, oggi.

Contratto in scadenza, a questi prezzi sarebbe follia rifirmarlo se vogliamo migliorar qualitativamente, nonostante la simpatia e il lato umano di spessore del personaggio Biz.

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08) Michael Kidd-Gilchrist: 6,00

Non ci sarebbe molto da scrivere su MKG poiché in accordo con la società le parti hanno optato per il buyout con l’ex n° 14 teal and purple subito accasatosi a Dallas.

MKG non farà parte quindi del futuro degli Hornets, salvo imprevedibili accadimenti futuri da cavallo di ritorno (poco probabili all’odierno “prezzo di mercato”).

C’è però una lettera aperta che MKG ha scritto alla gente di Charlotte e ritengo sia meritevole d’esser pubblicata, almeno nelle sue parti più salienti poiché l’ex ala degli Hornets è sempre stato un anti-divo e anche in virtù di ciò, le sue parole al miele sono ritenute più attendibili rispetto a chi ha altri comportamenti e ha girovagato di più.

“Non dimenticherò mai la prima volta che Michael Jordan mi ha chiamato al telefono.
Qualche giorno dopo che Charlotte mi scelse per la seconda volta nel Draft del 2012, io stavo seduto a casa con la mia famiglia.
Il mio telefono inizia a squillare, guardo in basso e noto che è un numero che non avevo mai visto prima quindi, ovviamente non voglio assolutamente rispondere.
Il numero non è nel mio telefono? Non compare alcun nome? Nah.
Di solito non rispondo a chiamate con numeri non in rubrica ma la cosa folle è che in questo caso, per qualche motivo, sembra che il telefono stia suonando da molto tempo senza segreteria telefonica quindi mi stanco di sentirlo, e rispondo.
“Ciao?”
Dopo una breve pausa sento: “Yo!”
Quindi cosa fai quando rispondi a una chiamata da uno strano numero e la persona all’altro capo dice: “Yo” e nient’altro?
“Who dis?”
Poi c’è una risatina e la voce dall’altra parte…
“È Michael Jordan.”
E intendo… nella mia testa penso… Whaaaaaaaaaaaaaat? È vero?
Mi stai prendendo in giro?
Sono un ragazzo di 18 anni e sono al telefono con il più grande giocatore di basket che abbia mai camminato sulla terra.
E non sono solo al telefono con lui … MI CHIAMA!
Michael Jordan. MJ, the goat sta chiamando.”
MKG si rende conto di essere entrato nel mondo della NBA con il benvenuto speciale di MJ.
“Nei prossimi otto anni, MJ e io parleremmo al telefono dozzine di volte, e io adorerò sempre quelle conversazioni – quei legami che abbiamo costruito, l’amicizia, davvero.

Molte volte mi chiamava semplicemente per offrire supporto e incoraggiamento.

Altre volte, avrebbe cercato di spingermi a dare del mio meglio e sarebbe stato davvero diretto e duro con me.”
La prima telefonata di MJ recava i seguenti messaggi: essere pronto per la sfida, cercare di migliorare ogni singolo giorno, lavorare duramente e che questa città ti amerà se lo fai.
“La cosa bella di quest’ultima parte era che sapevo già che sarebbe stato vero.
Avevo sentito la stessa cosa più volte dai charlottean di lunga data durante il mio viaggio in città per quella prima conferenza stampa il giorno dopo il Draft.
Non dimenticherò mai un signore in particolare.
Stavo camminando per la strada a Uptown con i miei genitori e mia sorella, magari cercando un posto dove mangiare o altro e posso ancora ricordarlo. È stato il pomeriggio di sole più bello, uno di quei giorni in cui non riesci a trovare una sola nuvola in cielo.”
Dal nulla, un alto gentiluomo ben vestito si avvicinò a noi.
Era super educato e si scusò per l’intrusione.

Quello che ha detto dopo è rimasto con me da allora.
“Volevo solo darti il ​benvenuto nella nostra città”, ha detto. “E dirti che questa città non vede l’ora di supportarti in tutto ciò che farai. Charlotte ti abbraccerà.”
Ho davvero apprezzato quel gesto.

Quando MJ l’ha detto, certo, ma anche quando quell’uomo gentile mi ha tirato da parte per strada per fornirmi una premurosa parola di incoraggiamento.

Ricordo di aver sentito dire quella cosa e di essermi impegnato con me stesso in quel momento. Decisi che avrei lavorato il più duramente possibile per la gente di Charlotte, che avrei fatto tutto il possibile per portare loro un po ‘di gioia e felicità.
Da lì, una vera storia d’amore si è sviluppata tra me e la città di Charlotte.
Penso che il modo migliore per descriverla sia dire che nel corso degli anni la città è diventata per me come un fratello.
Non solo famiglia.
Era anche più di questo.

Qualcosa di più grande.
In realtà era come se la città fosse diventata per me un fratello maggiore o una sorella maggiore durante il mio soggiorno lì.
Sono uno che è andato al college ai 17, ha giocato un anno al Kentucky e poi è stato subito sbalzato in NBA.
Non solo ero giovane ma ero anche molto timido, inoltre soffrivo di balbuzie e non volevo davvero essere social, fare molti amici ed essere ovunque sui media.

Niente di tutto ciò mi ha attratto. Volevo solo dedicarmi al lavoro e lasciare che le mie azioni parlassero da sole.

È così che sono sempre stato.
In un certo senso è stato terrificante: tutte le attenzioni e le aspettative che hanno accompagnato la miglior scelta. Quella roba… mi ha messo al limite ma poi, appena mi sono presentai in città fu come se l’intera città di Charlotte avesse aperto le sue braccia e mi avesse dato un grande, enorme abbraccio.

Le persone di questa incredibile città, mi hanno subito mostrato così tanto amore e incoraggiamento sin dal primo momento in cui ho messo piede qui che questo mi ha aiutato a sentirmi a mio agio.

Mi ha permesso di sentirmi più sicuro di me, di svilupparmi e di conoscere me stesso nel tempo in un ambiente che non avrebbe potuto essere più favorevole.
Questa città, le persone, l’organizzazione, i miei compagni di squadra, proprio ad ogni livello immaginabile, mi sono sentito supportato e amato e quel supporto, più di ogni altra cosa, mi ha permesso di passare da ragazzo a uomo.
Charlotte mi ha insegnato come diventare più coinvolto e parte integrante di una comunità.

Ho imparato a costruire relazioni, a superare la mia timidezza e ad essere responsabile oltre a un milione di altre cose che sono ora fondamentali per l’uomo di 26 anni che vedi oggi con due figli e una futura moglie.
So che potrebbe sembrare un po’ banale ma sai una cosa?

Dai 18 anni in poi Charlotte mi ha cresciuto.
Questa città. Questo posto. Voi tutti.
Mi hai cresciuto.
Ora, ovviamente, non abbiamo vinto tutte le partite che avremmo voluto vincere negli ultimi otto anni, ma posso onestamente dire che ho dato a questa città tutto ciò che avevo.
Volevo vincere, grintoso, come chiunque altro.

Quindi le sconfitte mi hanno eroso ma, allo stesso tempo, quando ripenso agli ultimi otto anni, il basket era davvero solo un pezzo di ciò che era importante per me della mia esperienza a Charlotte. Quando parlo di questa città, è molto difficile per me limitarmi al lato basket perché per me c’è molto di più nel mio tempo qui rispetto al basket.
Il mio obiettivo principale, ancor più che vincere o aumentare i numeri, era aiutare questa città a crescere e ad avere successo in ogni modo possibile.

Il mio desiderio era di abbracciare questa città con quanta più energia, passione e amore possibile perché Charlotte lo faceva costantemente per me.
Ogni volta che ero giù – che fosse dopo la morte di mia nonna, o mentre mi riprendevo dagli infortuni – questa città era lì per sollevarmi.
E non lo dimenticherò mai, Charlotte.
Significa il mondo per me, voglio dire quanto sia speciale questo posto.
Questa sarà sempre a casa per me.
Io sarò amante di Charlotte per la vita.
Potrei non essere più in giro, ora che il mio tempo con gli Hornet è finito ma ricorderò sempre quanto siete stati buoni con me e spero che continuerete a controllarmi ogni tanto per vedere come sto.
Per quanto sia stato difficile andarmene, devo dire che sono eccitato per questo nuovo capitolo a Dallas e sono pronto a seguirlo.

Stiamo cercando di fare un bel giro nei playoffs e sono pronto a fare tutto il possibile per portare alla mia nuova squadra quel fuoco competitivo per cui tutti voi mi conoscete.
Non sarò fissato sui numeri o preoccupato per le mie statistiche.

Non sono mai stato quel ragazzo.

Sto solo cercando di essere il miglior compagno di squadra che possa essere, incluso essere uno dei più accaniti difensori della lega.
Immagino, anche otto anni dopo che me lo disse per telefono, il consiglio di MJ rimanga fedele fino ai nostri giorni, cioè, cerca di migliorare ogni singolo giorno e lavora sodo.
La città ti amerà se lo fai.”

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07) Cody Martin: 6,12

Tratto da un articolo del Charlotte Observer con una traduzione piuttosto fedele nel senso della frase, liberamente modificata in qualche occasione per rendere più veritiero e meno letterale il significato in quel che arriva da una lingua differente (come diceva De André, meglio una traduzione più artistica che letterale andando a perder di significato):

Jenny Bennett (la madre dei gemelli Martin) aveva tre semplici regole per i suoi tre figli che dovevano essere seguite:
Una volta che inizi qualcosa, devi finire.

Non andare da nessuna parte senza dire dove sarai e con chi sarai.

Proteggi sempre i tuoi fratelli poiché essi ti proteggono.
Questa fu la sopravvivenza a Cooleemee, una città con meno di 1.000 abitanti nella Contea di Davie, 35 miglia a sud-ovest di Winston-Salem.

Come madre single di una famiglia interrazziale, Bennett vide cose terrificanti mentre allevava il figlio maggiore Raheem e i gemelli Cody e Caleb.
Una domenica mattina si svegliò con una croce fumante nel suo cortile.

Non è stato un episodio isolato di odio razziale che ha vissuto negli anni ’90 come madre bianca di tre bambini mulatti nel sud degli Stati Uniti.

Insulti a parte, sguardi, commenti diretti e indiretti, vigliacchi sussurri ma anche una volta in cui le si ruppe la macchina tornando con i figli a casa e qualcuno tentò di investirli.
I gemelli Martin li conosciamo, poi c’è Raheem, il fratello maggiore che fa l’allenatore di basket nel suo alma mater, il Greensboro College.

Cody e Caleb sono rookie per gli Hornet; ognuno si è giocato il suo posto nelle rotazioni di Charlotte prima che la stagione NBA fosse interrotta l’11 marzo.

“Nostra madre era con noi. Aveva tre lavori e trovava ancora il tempo di seguirci” ha detto Caleb Martin.
“È davvero difficile da fare. Avevamo amici ai cui genitori non potevano fregare di meno di quello che i loro figli stavano facendo.

Lei ci ha tenuti in riga e ci è voluto per arrivare a sognare in un posto come questo.
Nic Batum ha notato subito lo scorso autunno che c’era qualcosa di diverso nei gemelli Martin. Erano maturi per essere dei principianti ma c’era qualcosa in più, era come se fossero dei problem solver (risolutori di problemi).
Cody e Caleb hanno detto che è il tratto caratteristico, la cosa migliore che hanno imparato da loro madre durante il loro rapporto.
“È pazzesco come Nic l’abbia notato”, ha detto Caleb.

Ogni volta che le cose andavano male o giù di lì, ha sempre trovato un modo per uscirne, in genere, non finanziariamente.”
Uno dei numerosi lavori di Jenny fu presso un Lion Food.

I gemelli erano troppo giovani per restare a casa da soli e non c’erano soldi per una babysitter quindi con la benedizione del gestore del negozio la madre preparava i pranzi e i film preferiti dei bambini e li sistemava davanti alla TV e al videoregistratore nell’ufficio del negozio.
Cody e Caleb sono oggi con Jenny nella zona di Winston-Salem, non solo per la festa della mamma ma per cercare di affrontare insieme anche la pandemia.

C’è un rapporto vero stretto, un senso di protezione reciproco nelle loro relazioni che le rende durature.

Credono che sia questo che li ha portati prima nello Stato di New York, poi in Nevada e ora negli Hornets.

Vivere in un quartiere pericoloso è diventato una lezione iniziale per credere nel lavoro di squadra.
Caleb per andare a gettar la spazzatura usciva con Cody per assicurarsi che tutto andasse bene.
Essere al verde e scegliere magari di non mangiare per darlo ai figli anche per cercare di non mostrargli il lato brutto della società e il pensiero stressante che da esso ne deriva.

Cody ha detto: “Quando sei più giovane non ci pensi molto ma maturando sempre più capisci cosa sta succedendo. Ha fatto molti sacrifici.”
Jenny non lo considerava un sacrificio, per lei, era amore in azione.
“Se non mangio, non mangio”, ha ricordato Jenny di quei tempi.

“Questo è il tuo lavoro di genitore, con qualsiasi mezzo. Erano la mia prima priorità al 100%.”

Reclutati Eric Musselman per la prima volta i Martin uscirono dallo Stato mentre la madre preoccupandosi andò a parlare con il coach, oltre per assicurarsi che le cose andassero bene, chiedendo se ad esempio se valutavano Cody tanto quanto Caleb che era il marcatore più collaudato.
“Quei ragazzi non avevano bisogno di esser seguiti e non ho mai ricevuto una chiamata da Jenny; nessuna lamentela per nulla.” ha detto Musselman.

Cody e Caleb a casa mostrano il loro lato ironico e umano lanciandosi in discussioni (abbastanza inutili quelle politiche) e la semplicità del loro legame familiare non è cambiato nonostante l’approdo in NBA.
“Sono ancora i miei bambini”, ha detto Jenny, “non importa quanti anni abbiano.”
Veniamo al Caleb giocatore dopo aver spiegato questo tratto del suo carattere che lo rende probabilmente più determinato di altri sul campo.

Giocatore piuttosto sveglio, piuttosto rapido e scattante, ideale per dare spesso più forza a una difesa che in certi frangenti rimane troppo passiva e timida riuscendo a metter pressione sull’attaccante o mostrandosi agile e utile nel recuperar qualche palla vagante.

Giocatore elettrico, buona visione di gioco, talvolta esagera nell’arrischiare il passaggio ma riesce spesso a fornire materiale per i compagni in svariate modalità; semplici scarichi, passaggi sul raddoppio, passaggi sotto canestro, ecc..

In difesa deve ancora assestarsi meglio a livello tattico dal mio punto di vista riguardo a ciò che gli chiede Borrego e a tal proposito prendendo in esame la sua partenza contro Miami nell’ultima uscita stagionale non è stato sicuramente tra i più positivi dopo un inizio nel quale ha tentato di flottare su un paio di giocatori rimanendo troppo distante dal suo uomo facendosi passare, ha perso la posizione o è stato battuto da altri giocatori.

Aldilà degli episodi singoli sembra un giocatore abbastanza solido e resiliente alle avversità.

Anche per lui il percorso di crescita è stato interrotto, un peccato perché avrei voluto vederlo nelle partite di fine stagione per cercare di capire se potesse salire ulteriormente di tono o mantenere un discreto voto ma che è poco più della sufficienza, cosa non da poco comunque per un rookie che a inizio anno, nonostante un roster più modesto rispetto a quello passato, non era certo dato a questi minutaggi e pronto a coglier l’occasione della mancanza di Rozier per saltare direttamente nello starting five.

C’è come un sentore che possa ritagliarsi un ruolo in squadra anche se non sarà magari da protagonista grazie alla sua caparbietà.

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06) P.J. Washington: 6,13

P.J. Washington è lo strano caso di un rookie che si è immediatamente trovato ad aver spazio in quintetto a inizio anno a causa di un reparto molto depotenziato rispetto al passato ma anche per meriti poiché ha mostrato buone doti in preseason.

L’esordio contro Chicago, infatti, è stato con il botto e sono piovute triple importantissime dall’ala per vincere il match.

Durante la stagione ha alternato però le classiche prove molto positive ad altre negative.

Questo rollercoaster con picchi altissimi verso l’alto e abissi profondi è dovuto ed è tipico della giovane età.

L’esperienza sarà fondamentale per determinare che tipo di giocatore diverrà in futuro P.J..

Sul lato difensivo non è irreprensibile ma a volte la cosa è anche dovuta a posizioni che flottano dal post basso all’esterno per il sistema di gioco che in quel momento vuole coach Borrego.

Un po’ lento, ingenuo talvolta se non passabile troppo facilmente dall’attaccante quando lo punta, ha bisogno di smaliziarsi e di trovare la sua dimensione in un sistema difensivo che si basa spesso su cambi dovuti ai pick and roll delle altre squadre o su coperture a zona quando si smette, anche momentaneamente, di giocare a uomo ma ha avuto anche momenti di ottima difesa che farebbero vedere delle interessanti possibilità per lui di diventare un buon difensore.

Sul lato offensivo ha più, a 21 anni, “Pistol” mostra una discreta varietà di soluzioni tecniche per colpir in attacco che vanno dal semigancio, all’appoggio, all’entrata molto decisa se ha spazio, iniziando a infilarsi con tempismo sui pick and roll a lui forniti.

L’arma del tiro da fuori è discreta, a volte non gli entra molto ma è capace di mettere due triple nel giro di pochi secondi, un tiratore di striscia o di serata come lo era stato Marvin Williams prima che proprio il ragazzo da Kentucky lo rimpiazzasse.

12,2 punti di media (7 volte con punti pari ai 20 o superiori con il top contro Chicago all’esordio con 27 seguito da una gara contro Detroit il 29 novembre a 26) sono buoni per un rookie che sta avendo spazio per maturare, come vedremo, difetta un po’ come il suo collega Miles a rimbalzo, nelle stoppate e nelle rubate.

La coordinazione c’è, l’agilità e la reattività difensiva dal mio punto di vista debbono sicuramente migliorare per poterne fare un giocatore più completo.

Percentuali troppo basse al tiro libero, strano per un giocatore che fa vedere buone cose tecnicamente con il gioco in movimento ma forse a livello psicologico si perde a gioco fermo.

Beh… considerando che la stagione è stata interrotta qui (peccato per il suo processo di crescita interrotto sul parquet nelle ultime gare) il giudizio è moderatamente positivo tenendo conto del fatto che P.J. è solamente un rookie e non si poteva chiedergli la Luna.

L’ambiente ideale per non bruciarlo era questo, buon minutaggio (30,3 a gara di media) poche aspettative in generale sulla squadra, un in più venuto da molti giocatori che liberi dalla pressione hanno dato spunti interessanti che dovranno migliorare e confermare nella prossima stagione.

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05) Miles Bridges: 6,15

Per me rimane ancor il giocatore più enigmatico degli Hornets.

Indubbiamente il suo percorso di crescita e apprendimento non è completato.

Sarà che agli Hornets il ruolo di ala piccola interpretato ultimamente tra gli altri da MKG, Batum e ora Miles non è stato molto semplice da interpretare ultimamente, sarà che la scelta di Bridges per le sue potenzialità atletiche mi aveva fatto intravedere buone possibilità di affermarsi in una NBA fisica ma a oggi rimane piuttosto ancorato a qualcosa in più di una sufficienza.

Qualche exploit, qualche giocata delle sue di potenza, rare perle che illuminano gli occhi, ma un tiro da tre che non è esattamente in crescendo rossiniano (33,0% con troppi errori nelle ultime uscite) in attacco mentre in difesa avrebbe la fisicità per tenere abbastanza bene l’avversario ma i suoi movimenti quando l’avversario muove palla e uomini talvolta creano buchi in difesa, trascinando qui, per ben due volte, il suo compagno di reparto P.J. in un gioco di spazi mal coperti.

Vediamo qui un caso nel quale Bridges esce sul playmaker degli Heat Nunn tenuto da Graham, questo “show” di Miles costa caro perché innesca una serie di reazioni a catena che creano spazi per gli Heat: Bridges prende un brutto angolo, Zeller non tiene Adebayo che scatta sul pick and roll accennato, a quel punto Miles cercando di seguire il centro nega quasi involontariamente la linea di passaggio a Nunn che è bravo a trovare però in angolo il compagno D. Jones Jr., altrettanto efficace nel segnar la tripla grazie a un altro movimento innescato dalla prima uscita di Miles, ovvero l’aiuto di P.J. Washington in chiusura che oscillando tra l’angolo e il pitturato, sul contemporaneo (al movimento in chiusura) passaggio esterno, non ha più il tempo necessario per contrastare il tiro del suo uomo.

Si ringrazia, riguardo quest’azione coach Erik Chialina per la gentile collaborazione, competenza e confronto.

In quest’altra azione che andremo a vedere tra poco Bridges cerca di marcare, tenendo bene inizialmente S. Hill, il suo uomo, ma poi sulla sinistra si viene a creare un fazzoletto denso di giocatori anche perché Nunn, sfruttando il blocco di Adebayo, esce a ricciolo ricevendo in posizione di ala.

Bridges, seguendo il suo uomo va a cercare di fare un aiuto (piuttosto pigro) mentre Nunn prende d’infilata due giocatori Hornets arrestandosi nel pitturato sulla chiusura di Zeller.

Sulla penetrazione di Nunn, Bridges ha un’incertezza sul fatto di tornar sul suo uomo ma ingolosito dalla palla si schiaccia andando a cercare il raddoppio pur essendo già battuto, a questo punto la palla finisce fuori per Derrick Jones Jr. sul quale si fionda P.J. Washington mentre Miles nel mezzo brancola ancora nel buio.

Contemporaneamente sul lato debole c’è un cambio di marcatura con un blocco flare che rallenta Martin in uscita sull’esterno, il n° 55 Robinson (a dx).

Quando arriva il passaggio orizzontale sul lato sinistro, Hill solissimo, prende vantaggio in partenza mentre Miles, staccato, si fa battere nuovamente e facilmente attirando anche P.J. Washington (uscito in precedenza già a chiudere la PF degli Heat) sulle tracce dell’uomo del numero zero.

La palla viene spostata con l’extra pass finale per D. Jones Jr. che non perdona ma anche in questa azione tatticamente Miles non è sembrato irreprensibile condizionando anche il compagno di reparto P.J. Washington.

Si ringrazia riguardo quest’azione coach Matteo Vezzelli per la gentile collaborazione, competenza e confronto.

Come si può notare, Miles ha qualche svarione in meno rispetto a inizio stagione ma personalmente non mi convince ancora nella metà campo difensiva.

Le sue statistiche nelle rubate e nelle stoppate non sono numericamente piuttosto trascurabili e a rimbalzo potrebbe dare di più (5,6 a partita in poco più di 30 minuti sul parquet) con quel fisico.

Affidabile al tiro libero come da due punti, per fortuna ha affinato un po’ l’appoggio a canestro prendendosi il suo ritmo, cosa che agli esordi non riusciva a fare arrivando a tutta velocità per appoggiar male.

Ottimi, anche se non spesso usati, i movimenti di spin spalle a canestro o 360°, talmente veloci che a volte l’avversario rimane letteralmente sul posto.

Certo… in attacco non è la prima opzione e non gli si chiede di farsi carico del peso offensivo ma di metter punti di rottura e in un certo senso a far questo riesce ma con una squadra con poco tiro da tre nel settore ali/lunghi dovrebbe riuscire a metter su un tiro da fuori almeno leggermente più affidabile sugli scarichi che spesso arrivano negli angoli o a circa sulle due diagonali.

I suoi punti sono aumentati ed è divenuto terzo marcatore della squadra con 13,0 pt. a partita.

Per non affondar nella mediocrità, nonostante numeri in crescita, come altri recenti giocatori scelti al Draft che gli Hornets avevano sperato divenir migliori nei loro anni a Charlotte, dovrà migliorare tatticamente sperando possa acquisire anche più confidenza con l’arte del passaggio dove è passato dall’1,2 nella stagione da rookie a 1,8 in questa da sophemore.

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04) Jalen McDaniels: 6,20

Scelto alla posizione n° 52 la forward di 208 cm per 93 kg non ha avuto spazio nella prima parte di stagione.

Ala molto atletica ed esuberante anche se non dal fisico colossale, è una piacevole e recente scoperta lanciata da Borrego all’interno della sua green line grazie anche alla cessione di Marvin Williams.

Le partite recenti nelle quali è stata impiegata la nostra PF.

Uno dei primi giocatori a uscire dalla panchina di recente ha ottenuto in una partita 10 rimbalzi e in un’altra 5 assist.

Ha sicuramente doti di tempismo ed esplosività (salta piuttosto in alto anche se non è rapido come Miles) come una buona apertura alare, il limite è l’eccesso di agonismo in qualche occasione su close-out e difese che sono utilizzate da qualche volpone della lega per procurarsi il contatto a proprio favore.

Una sua scheda preDraft.

Aveva un 7 sulla scheda Draft per quanto concerne la capacità difensiva ma Kupchak l’ha preso dicendo che da lui si sarebbero aspettati di vederlo crescere, magari prima a Greensboro.

Era partito bene realizzando diverse triple grazie a palloni che sugli scarichi che i compagni cedevano lui specialmente in angolo.

Ultimamente sta segnando un po’ meno in percentuale, compresa qualche tripla mancata ma sembra avere una buona meccanica di tiro ed è uno degli aspetti che Borrego gli chiede quello di colpire sugli scarichi.

E’ abbastanza incosciente anche in attacco ma questo a volte si può trasformare in benefici a rimbalzo o in imprevedibili incursioni per le difese avversarie.

La sua valutazione più bassa al Draft riguardava la resistenza, una sufficienza che non intacca però il suo gioco a Charlotte visto che i minuti a lui concessi non sono tantissimi ma a livello di rimbalzi mostra una buona media.

Un punto a suo favore è la voglia di apprendere.

Borrego non sapeva nulla di McDaniels quando gli Hornets lo arruolarono.
Gli Hornets spedirono McDaniels a Greensboro toccando la prima squadra solo in tre occasioni nelle prime 51 partite ma nella poca interazione che Borrego ebbe, notò una curiosità preziosa.
“Assorbe informazioni e vuole informazioni”, ha detto Borrego. “Non ti sta solo ascoltando, lo sta afferrando. Ci sta pensando. Il più delle volte, non commette più questo errore e se non lo fa (afferrare qualcosa), chiede una seconda volta o una terza volta, inoltre svolge il suo ruolo. Quando dici a un giocatore: “Questo è il tuo ruolo” e lo fa, è accattivante. Non sta cercando di essere qualcosa che non è o qualcosa di cui non abbiamo bisogno in questo momento.”

Questo aspetto avrebbe garantito molto probabilmente a Jalen di chiudere la stagione con buoni minutaggi ma il virus ha interrotto questa crescita e il suo processo d’apprendimento sul parquet di un giocatore pronto ad apprendere spiegazioni e a rubare con gli occhi i segreti del mestiere.

Gli aiuti in raddoppio, gli interventi sulle corsie di passaggio grazie a un fisico slanciato ma non pesante lo rendono agile per dar fastidio sul perimetro ma anche sotto canestro dove non è un muro ma occasionalmente si può unire allo sciame per portar confusione o panico nell’attaccante con la sfera in mano.

Cosa gli riserva il futuro è difficile a dirsi, bisognerà vedere il prossimo mercato in casa Hornets con un paio di centri in scadenza e l’incertezza su Zeller (qualche volta coach Borrego non disdegna quintetti piccoli con un’ala grande come centro) mentre P.J. al momento non sembrerebbe attaccabile come PF.

Potrebbe, per ora, essere un buon comprimario se la testa sarà quella descritta da Borrego (un suo inscusabile comportamento erroneo extra cestistico aveva messo in dubbio la sua capacità di esser utile e costante per il team).

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03) Terry Rozier: 6,31

Terry Rozier è arrivato a Charlotte con l’inevitabile etichetta addosso di sostituto dell’insostituibile Kemba Walker.

Lui sapeva che stavano pensando tutti a Charlotte, quindi lo ha anticipato a settembre.

“Non sono Kemba”, ha affermato Rozier giorni prima del training camp.

Non solo non era un All-Star come Walker ma era anche un panchinaro ai Celtics.

Ad Atlanta, in 2 OT, ha raggiunto il massimo in carriera con un 8/13 da 3 punti che ha contribuito a portarlo a 40 punti.

James Borrego, prima ella partita aveva detto che Rozier è diventato un tiratore d’élite della NBA. Gli Hornets lo stanno pagando circa 19 milioni all’anno, una follia in prospettiva a inizio stagione pensarlo in base al pedigree del giocatore.

Scary però si è messo sotto e il suo spirito guerriero lo sta portando sopra le aspettative dei fan, almeno in attacco, essenziale per restituire qualcosa di ciò che si è perso con Walker.

“Terry è stato fantastico”, ha detto Borrego.

“Ha superato le mie aspettative.”

Rozier avrebbe dovuto giocare da playmaker ma la veloce ascesa di Graham ha fatto si che Terry, pur conservando le proprie caratteristiche diventasse un po’ più guardia tiratrice con diverse caratteristiche dei due sovrapponibili in una fusione che ha portato i “Buzz Brothers” a essere una minaccia nel tiro da fuori l’arco ma non solo, anche con la palla in mano per capacità di distribuire assist, cosa che Terry, anche se in forma minore del compagno, continua a fare come una specie di creatore quasi secondario.

“Ha abbracciato il suo ruolo”, ha detto Biyombo.

Terry si è adattato a un sistema non facile da comprendere immediatamente fidandosi dell’entourage.

Forse Rozier è andato oltre sé stesso prendendosi sicuramente responsabilità importanti in momenti che contavano in tante partite per toglier pressione al giovane Graham.

Un ragazzo che mi piace mentalmente perché cerca di dare il massimo, è duro con sé stesso in quella ricerca di migliorarsi che porta all’impossibile perfezione.

“Ovviamente, non sono soddisfatto per il semplice fatto che posso dare un po’ di più”, ha detto Rozier.

“Questa è la cosa buona di me: cercherò sempre di fare meglio”.

Terry ha alle spalle solo quattro anni con i Leprechaun ma a Charlotte i tanti giovani nuovi giovani giocatori arrivati lo rendono uno nello spogliatoio, se non anziano, di fascia media (consideriamo lo svecchiamento del roster con MKG e Williams).

A Rozier piace essere il ragazzo intermedio: “Mi considero giovane. Ho giocato per quattro anni a Boston e sento di aver imparato molto. Sento che questo è il gioco: impari e poi insegni. Non ho tutte le risposte, ma odio perdere e sento che quello spirito competitivo si lega a tutto.”

Così “Scary” ogni tanto spara qualche partitona a livello offensivo ma aldilà dell’apporto determinante che da a livello offensivo in una delle squadre che più fatica a segnare in NBA è un giocatore che può trascinare la squadra a rompere momenti negativi durante la partita come break presi.

Il suo tiro da tre punti è stato spesso un’arma importante, purtroppo qualche volta, con pochi secondi sul cronometro gli è toccata la palla in mano cercando di essere l’eroe da game winner ma gli è sempre andata male.

Non è ancora stato il suo pane luno contro uno da eroe all’ultimo secondo, contro Toronto la difesa stretta ha limitato il suo tiro e a Cleveland la palla in combutta con il ferro gli hanno detto di no dopo una prestazione monstre negli ultimi minuti che aveva riportato Charlotte a una punto a punto dopo una delle prestazioni di squadra più deprimenti dell’anno che avevano scavato un solco importante tra i nostri e la squadra di Gilbert.

Forse la difesa a tratti è un po’ sacrificata, ha tenacia e gioco fisico sulla palla (come ha fatto notare Borrego) ma delle volte sui blocchi non è velocissimo e insieme a Graham sul perimetro forma una coppia alla quale sparano spesso in testa nonostante una media circa di 190 cm.

Tuttavia Terry rimane una piacevole sorpresa e non un altro giocatore strapagato con poca verve o capacità.

Alcune squadre potrebbero essere interessate a lui ma in questo contesto di crescita e di percorso verso i Playoffs, mi auguro possa far parte del progetto a meno di miglioramenti imprevedibilmente clamorosi sul mercato.

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02) Caleb Martin: 6,42

Gli scout dicono che dei due gemelli sia quello con più talento e un po’ a sorpresa, anche per il minor numero di partite giocate con voto valido (se ve ne fossero di più probabilmente con qualche prestazione opaca o sufficiente la media si abbasserebbe un pochino), eccolo qui sul podio con media altissima.

Era quello tirato dentro per miracolo dalla porta di servizio quando gli Hornets scelsero Cody Martin e quello messo in disparte per la prima squadra, eppure mostrava punti nelle mani e discreta difesa.

Ultimamente si sta affermando come buon giocatore dalla panchina perché Borrego vuol provare e lui lo ricompensa con energia, difesa e anche qualcosa in attacco con attacco e difesa invertite rispetto a ciò che avevo visto in lui con Charlotte in preseason poiché non è ovviamente la stella primaria alla quale affidar palla in fase offensiva e deve migliorare sulle penetrazioni mentre l’ho visto compiere tagli molto buoni.

“Sto trovando il modo di dirigere l’attacco trovando canestri qua e là. Non sono statistiche rilevanti perché abbiamo già ragazzi (in squadra) che lo fanno”, ha detto Martin.

Nelle sue ultime due partite, Martin ha realizzato i punteggi più alto della sua carriera con 19 pt. a Miami e 23 punti ad Atlanta.

Atletismo (sottovalutato dai più) e velocità ci sono come la voglia di far bene su ambo i lati del campo.

In genere si mostrano solo le azioni andate a buon fine ma qui, all’inizio, Caleb Martin mostra doti atletiche sopra la media non andando a segno per la schiacciata dell’anno solo per l’opposizione fisica del difensore dei Pistons che limita il range del suo volo. Alla fine della stessa clip, ecco come Martin, senza paura vada a recuperare in velocità negando un canestro a Detroit.

Gli vengono concessi molti più minuti oggi, ha mani sicure anche se non arrischia passaggi come il fratello Cody (più TO e assist per il fratello), nella gara contro gli Hawks ha messo in mostra un buon tiro da fuori con uno strano scatto delle gambe ma funziona e la dimensione perimetrale se dovesse essere confermata con buone percentuali lo porterebbe quasi certamente a ritagliarsi un discreto ruolo dalla panchina anche per l’anno seguente, salvo stravolgimenti.

All’occorrenza non ha paura di buttarsi dentro e l’impegno difensivo c’è, stesso sangue del fratello ma a volte è eccessivo.

Nella gara contro Atlanta (la 64) ha fatto vedere molto del suo potenziale offensivo ma ha commesso almeno due errori che alla fine son costati la partita con difesa troppo aggressiva specialmente per il close-out che ha determinato i FT contro e la differenza finale.

Sa prender lo sfondamento ma la sua gioventù lo porta a eccessi come appunto il fallo su Hunter che ha portato ai liberi che hanno deciso la partita con Atlanta.

I gemelli da “Nevada” sembrano all’apparenza tipi decisi ma non dovrebbero creare problemi nell’ambiente a Charlotte.

Borrego li sta inserendo in un contesto dove possono dare velocità (ideale per la transizione), energia e buone capacità deduttive sull’azione in corso, talvolta eccedendo nel mezzo fisico come si diceva.

Al momento però sembrerebbero essere perfetti dalla panchina per mettere in difficoltà a uomo o con zona match-up sia da portatore di pressing sulla palla che lontani dalla stessa, gli avversari che si alzano dalle panchine.

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01) Devonte’ Graham: 6,50

Graham è il figlio di un’evoluzione che non l’aveva previsto.

Avrebbe dovuto partire dalla panchina ed essere più o meno relegato lì, il minutaggio da stabilire a seconda delle sue prestazioni ma lui è andato oltre le aspettative, ha eclissato un Bacon che si è eclissato mentalmente nell’ambiente di Charlotte lasciando spazio in pianta stabile a un ragazzo che si è trovato nello starting five ma non solo, in assoluto anno di brackout nel suo year da sophemore.

Una media molto alta, impossibile chieder di più a un ragazzo che, se Rozier sulla carta sta sostituendo Kemba, sta andando a cercare di non far rimpiangere Jeremy Lamb, pur con caratteristiche differenti.

Deve un po’ migliorare in penetrazione, probabilmente Borrego chiederà anche questo a un ragazzo che in un anno è passato da elemento quasi sconosciuto a fulcro dell’attacco degli Hornets.

Devonte’ o “Tae”, per gli amici “Gamberone”, non solo, infatti, è un ottimo scorer e buon realizzatore da tre punti (tra i primi della lega per bombe realizzate) ma è anche un ottimo passatore, talvolta anche da drive and kick.

I suoi tiri siderali un po’ alla Curry, alla Lillard o alla Trae Young talvolta, stanno contribuendo ad allungare paurosamente quel range di tiro in NBA che sta diventando sconfinato.

Abbiamo qualche esempio di tiro pesante sganciato da Devonte’ con freddezza in finali nei quali ha risolto una partita in bilico (A Brooklyn, a Cleveland e a Miami per esempio) e questa sua caratteristica lo rende molto pericoloso quando entra nella metà campo avversaria.

Non per questo ostenta sempre il suo tiro ma varia la soluzione con un buon numero di passaggi, spesso illuminanti e smarcanti.

Non sembra essersi montato la testa, viaggia ancora con umiltà e quello spirito agonistico che lo portano ad avere consapevolezza e fiducia nei suoi mezzi.

Qualche schema migliore attorno a lui lo si potrebbe portare, spesso è lui a farli partire ma a oggi va bene così.

A Parigi vediamo come Graham, dopo essersi ricollocato con un veloce spostamento laterale, batta il difensore creandoda sé stesso l’attacco sullo scarico esterno di Rozier.

Un anno di crescita importante sperando che il virus, oltre a rallentare le “umane attività” non faccia altrettanto con il suo sviluppo come giocatore ma non credo vista l’etica del lavoro e la voglia di migliorarsi che ha messo in campo la scorsa estate.

Non deve pensare di essere arrivato come fanno alcuni giovani commettendo l’errore più grande della loro carriera ma deve continuare a lavorare seriamente e in questo Devonte’ penso possa darmi garanzie a livello di serietà e leadership nello spogliatoio.

La scorsa estate ha lavorato molto come scrivevo e i numeri in questo caso non mentono anche se vanno presi in considerazione del fatto che nella precedente regular season fosse quasi un signor nessuno con poco minutaggio mentre ora per la situazione venutasi a creare è uno dei pilastri della squadra.

A voler esser pignoli bisognerebbe che raffinasse e ottimizzasse il suo gioco in funzione di aver percentuali migliori al tiro, sovente sono appoggi contrastati, da due punti ma dopo aver rubato qualche movimento all’ex Walker, ultimamente ci ha fatto veder anche qualche movimento alla Parker contro Denver con arresto in corsa e finta aspettando il passaggio in salto a vuoto per depositare da sotto.

L’arma più prolifica degli Hornets, “insidiato” solo da Rozier, aujourd’hui sembrerebbe essere la scoperta più promettente di Kupchak, novello Indiana Jones, anzi no, forse meglio come: giovane “Charlotte Jones” e le sue avventure…

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Nota a margine per Borrego che, nonostante il voto sotto il 6 (per demeriti ma anche risultati) sta facendo un buon lavoro di sviluppo dei giocatori in primis.

E’ riuscito a cambiare qualche partita in corsa con zona o aggiustamenti e ha fatto i suoi errori tattici mentre vorrei vedere qualche gioco più complesso per portare Graham ad avere spazio per andare verso il canestro e alternare il suo gioco di passaggi e triple.

Anche lui sta crescendo con la squadra e ha vinto più partite di quelle che ci aspettavamo, ecco perché nonostante la media voto sotto il 6, per me è promosso e meriterebbe fiducia per la prossima stagione con un nucleo da valorizzare e far ulteriormente crescere.

Per chiudere vediamo le statistiche dei singoli, i voti partita per partita (raccolti) dalla 45 alla 65 e la media classifica se dovesse chiudersi oggi la stagione.

NBA Together

In un periodo triste senza basket da giocare e da osservare, venerdì 17 aprile sono rientrato un po’ in atmosfera cestistica partecipando con piacere e un po’ d’emozione, in qualità di “portavoce” dei fan italiani degli Hornets a una delle puntate di NBA Together che i competenti e simpatici giornalisti della Gazzetta dello Sport, Riccardo Pratesi e Davide Chinellato stanno conducendo per tastare il polso alla fanbase nostrana.

Cercando di far da portavoce del “sentimento” attuale dei fan degli Hornets (al pari dei rappresentanti Hawks, Mavs e Spurs nell’occasione), possiamo tirare alcune somme su una stagione che è rimasta sospesa come il futuro di molte persone e chissà che la riflessione in un mondo che viaggia veloce, non lasciando troppo spesso spazio per noi stessi, sia buona e utile pratica per il futuro.

Vi propongo qui sotto il video andato in onda con la mia parte d’intervista oltre ai saluti finali dei partecipanti.

Come trait d’union al discorso, per curiosità ho scaricato recentemente da una notissima piattaforma on-line, proprio un libro di Riccardo Pratesi intitolato: “30 su 30.”

Riccardo è un giornalista della Gazzetta dello Sport che ha viaggiato per l’America fotografando “lentamente” in questi anni (il contesto spaziotemporale varia leggermente da franchigia a franchigia a seconda della visita) scorci d’America per dipingere un preciso affresco dalle multi-sfaccettate e complicate sfumature che compongono, non solo la realtà delle franchise americane, ma anche il contorno delle città che le ospitano.

Si “parla” di ciò che si respira e ciò che gravita intorno alle varie città per finire nel cuore della squadra NBA e non solo, poiché spesso si parla di NFL e del rapporto tra team nella stessa area, con città che magari sgomitano per trovare consenso e spazio economico in quel contesto urbano.

Ogni capitolo ha un’aura particolare che rende l’idea sul come si viva la pallacanestro e non solo in quello spicchio peculiare d’America.

Mi sono approcciato con spirito neutrale a questo libro, generalmente sono abbastanza scettico su certo giornalismo moderno, su molti autori attuali o pagine che fanno del sensazionalismo per far apparire grandioso ciò che non lo è poiché lo spirito del nostro tempo è ovviamente commerciale.

Pur in corso di lettura, la voglia di scoprire tutte e 30 le squadre da chi le ha toccate con mano da cronista e insider è tanta, perché gli ambienti sono descritti con oggettività, al di fuori dagli stereotipi, alla ricerca della verità in un viaggio vivo dell’autore dentro il cuore dell’America raccontata oggettivamente e crudamente con una breve introduzione scevra da ipocrisia, perbenismo e fanatismo, coerente con i fatti che nel caso dei giocatori citati nel libro va oltre la superficie e la maschera che essi indossano durante le interviste di rito.

Sarà anche a causa del modo coinvolgente e appassionante, che, secondo la mia opinione, questo libro si trasforma in un punto di vista privilegiato e ideale per chi voglia scoprire alcuni aspetti della recente NBA che sta accompagnando la vita di noi appassionati.

Personalmente mi sento di consigliare questo libro (il prezzo della versione on-line è super accessibile e mi sarei perso qualcosa a non leggerlo) a chi è amante del genere e vuole scoprire realmente questo pianeta senza farsi abbagliare dallo scintillio delle stelle NBA.

Giusto per toccar qualcosa di concreto… si parte con l’Atlanta della Coca Cola, delle Olimpiadi e dei bassifondi per passare all’Olimpo dei Warriors con le loro alchimie e i fratelli Curry, ci sono ancora i Bobcats (non ancora Hornets) in un capitolo dove si racconta più di Duke e North Carolina nella “Terra del Basket”, sperando che i nostri Calabroni possano riemergere nell’interesse di un pubblico potenzialmente interessato ma aggiungerei io, imborghesitosi troppo rispetto a quello degli anni ’80 e ’90.

Storie personali, aneddoti, stralci di interviste rendono leggero e piacevole il libro che va a toccare tutte e trenta le squadre NBA e può diventare anche consiglio di viaggio per chi un giorno (free da Covid 19) si vorrà recare negli Stati Uniti.

Entriamo ancora nella tematica guadagno, città, proprietà, fanbase e franchigia per cercar di capire se e come la cosa possa ffunzionare.

Nel video soprastante, se non l’avete ancora guardato, abbiamo toccato tematiche come quella su Michael Jordan e la voglia di portare i Calabroni in alto.

Qui dobbiamo intenderci; per i fan delle varie squadre i risultati sono importanti perché si vorrebbe sempre vedere la propria squadra ad alti livelli vincere qualcosa ma la visione di Riccardo mi ha dato il noumeno nascosto aldilà del fenomeno sportivo che si pone davanti agli occhi di noi tifosi.

Per un fan è ovvio che il franchise cerchi il successo ma proprietario potrebbe non esser fondamentale.

E’ assolutamente vero che si cerchi di lavorare per migliorare la squadra ma fino a che punto un proprietario e/o un entourage vogliono o possono farlo?

I proprietari della NBA sono principalmente uomini d’affari con una visione a stelle e strisce lontana dalla nostra anche se si chiamano MJ e hanno avuto una personale e feroce voglia di vincere sul campo.

Quanto dello spirito di MJ emergerà nei prossimi anni per aiutare Charlotte lo andremo a scoprire, noi fan Hornets abbiamo fiducia ma non incondizionata, in considerazione del fatto che sul Boston Globe è apparso recentemente un articolo che sostanzialmente svelava il fatto che in un incontro nel Principato di Monaco, la scorsa estate, mentre Kemba Walker si trovava lì per un evento Nike insieme alla sorella, avrebbe ricevuto da Jordan una specie di saluto, interpretato da Kemba come quasi un addio.

Fu lì che Kemba (prima del “saluto” di Jordan) iniziò a chiedere qualche informazione a Tatum su Boston, come si fa per possibili viaggi, senza però pensar a nulla di concreto.

Consideriamo che Walker aveva manifestato pubblicamente la frustrazione per non riuscire a raggiungere i playoffs e avrebbe voluto un team all’altezza, cosa che un giocatore come MJ ha capito profondamente ma trovandosi con le mani quasi legate dai contratti come quelli di Batum e le rifirme da player option estive di Williams, Biyombo e MKG non è riuscito a dare, ritenendo probabilmente inutile entrare in luxury tax.

Proprio per la sua attendibilità e oggettività, chiedo a Riccardo se secondo lui Jordan avrebbe potuto tentare di offrire di più a Walker per farlo rimanere o se sia stata la scelta migliore per tutti lasciare che i divergenti interessi si compissero.

La seconda e ultima domanda per lui è, se a Charlotte, secondo lui ci sarà spazio per tornare all’entusiasmo del pubblico più partecipe come quello dei primi Hornets.

C’è spazio per i Calabroni nella Terra promessa del basket per non esser schiacciati tra quello ad alto livello universitario e i Panthers (una “produzione” del successo Hornets) nella NFL?

Serviranno solo i risultati per scaldare il pubblico o questa squadra è destinata magari a emigrare per l’ennesima volta?”

Riccardo Pratesi:

1 – “Purtroppo credo che Jordan abbia perso Walker quando negli anni non è riuscito a costruirgli intorno un cast di supporto adeguato alle ambizioni di Kemba, tra l’altro un vincente naturale, come dimostrato al college, a UConn University.

In questa NBA i mercati più piccoli faticano a veicolare i brand di giocatori anche grandi, ma che rischiano di passare sotto silenzio, rispetto alle loro qualità, se nel contesto “sbagliato.”

Kemba è un naturale secondo violino a livello NBA ma ha dovuto agire da faro spesso solitario, agli Hornets.

Inevitabile che alla fine le sirene di una piazza come Boston, storica e con ambizioni immediate, abbiano avuto il sopravvento.”

2 – “I risultati saranno fondamentali per le prospettive di franchigia..

La realtà è che i rapporti di forza NBA sono molto fluidi, basti pensare al ribaltone dei Warriors che sono passati dall’essere una dinastia tra le più forti e celebrate ogni epoca alla franchigia col peggior record NBA nel corso di 12 mesi o a Memphis che per qualcuno rischiava persino la location e che invece grazie a un Draft sontuoso, con Morant e Clarke come scelte illuminate, vede d’improvviso all’orizzonte un futuro luminoso.

Chiaro che Charlotte debba combattere anche “per il territorio” a differenza di altre franchigie.

Nel senso che il North Carolina è terra di college basket.

Di Tar Heels, di Blue Devils, di Wolfpacks e di Demon Deacons.

Non ha la primogenitura nemmeno nella pallacanestro e deve comunque tener conto dei Panthers ma se Charlotte riuscisse a trovare, magari dal Draft, perché conquistare gli svincolati è impresa improba nonostante Jordan giocatore, per colpa anche del Jordan proprietario, un grande personaggio oltre che un grande giovane talento, ecco che potrebbe cambiare tutto.

Sarebbe il canestro più bello, per gli Hornets.”

Proprio in questo periodo di Covid-19 nel quale alcune persone (per le altre non ci sarà mai speranza) stanno riscoprendo il valore di lavoratori come medici, infermieri e tutti coloro che garantiscono un servizio nel terziario per portare beni essenziali sule proprie tavole, pur permanendo in un contesto “obbligato” di accesso al credito al quale non ho mai creduto, mi preme ringraziare diverse persone partendo da questo presupposto…

Senza i fan la NBA, pur con le loro straordinarie stelle, non sarebbe nulla, in questo caso, parte dell’identità delle star viene dal riconoscimento dei fan.

Se non ci fosse l’interesse della gente qualsiasi macchina da soldi non si muoverebbe, niente business, niente “pari opportunità” di vincere un titolo, concetto che si sta un po’ perdendo anche nel mondo NBA nonostante il tetto salariale, niente di niente.

Ringrazio quindi molto Filippo Barresi per aver girato il mio contatto a Riccardo Pratesi (anche per la disponibilità ulteriore nel rispondere alle domande) e Davide Chinellato (ovviamente ringrazio ancora) , Matteo Vetralla come “first fan” dei miei scritti che mi ha spinto a continuare a lavorare nonostante la fatica del lavoro renda questo hobby non retribuito difficile da continuare come un moderno Sisifo che continua a spinger sulla montagna quel masso che cadrà dalla rupe per andarlo a riprender ancora e ancora ma forse il bello è proprio questo, sta in quella freccia tesa che scagliata continua a viaggiare all’infinito che è tesa al bersaglio ma non l’ha ancora raggiunto, è la passione e la scoperta che sta nel viaggio.

Ringrazio “Max Jordan” che qui sulla piattaforma di Playitusa.com, essendone il Deus ex machina) mi lascia libero di utilizzare il mio stile poco omologato e poi sicuramente mio fratello Daniele che laureatosi in lingue mi da una mano su espressioni particolari o dubbi per le traduzioni in inglese, mia madre il quale lavoro mi permette di aver più tempo per la mia “follia notturna” nel seguir tutte le partite dei Calabroni.

Altresì un “doumou arigatou” o “thank you” va a Fabio Dajocchi, il mio attuale capo reparto, persona stimabile che mi ha permesso il break per poter registrare la puntata, Alberto Figliolia, altra persona intelligente e stimabile che mi fornisce di materiale sul basket in generale, tutti i ragazzi del gruppo FB degli Hornets che sono tanti, per citarne alcuni: Paolo Motta (che ho avuto il piacere di conoscere e vi sono dei live sulla sua esperienza a Charlotte), gli amici Flavio Berra e Guido Zanella, i coach Matteo Vezzelli ed Erik Chialina (con il primo a darmi una mano talvolta su lavagnette tattiche e le nostre follie su possibili declinazioni nello sviluppo dei movimenti segnati da Borrego), Luca Barbieri (uno dei colpevoli della mia passione Hornets), il simpatico Iacopo di Pancrazio, Gastone Dal Molin (frontman principale ai vecchi tempi dei New Orleans Hornets), Daniel Saviola Gasbarrini, Emanuele Paradiso, Luca Giordano, Matteo Spelat from Polska, Michele Conte from Brasil, Francesco Miscio, Gabriel Greotti fan dei Celtics con il quale ogni tanto collaboro, Mario Fammelume e la sua passione al contrario per Batum come tormentone, Matteo France, Simone Bernardi, Riccardo Pozzi, Giovanni Oriolo, Giuliano Marchetti, Riccardo Percuoco, Marco Degli, Gian Luca Cogliati, Jacopo (da Genova), le amiche Giuliana Gasparini, Anita Margetin, Elena Gazzato e diverse colleghe del lavoro per il supporto morale e a tutti i ragazzi del “Campetto di Via Trento” che in questi anni hanno condiviso il gioco e la mia passione, chi ha abbandonato per seguire la sua strada negli studi o lavorativa o chi ancora oggi viene quando possibile nonostante il peso del lavoro come l’amico Andrea Coniglio (cognome uguale a un mitico personaggio interpretato da Paolo Villaggio) che ringrazio anche per la gentilezza della maglia color purple fattami portare da Charlotte.

Speriamo quindi che si possa riuscir a tornare a giocare a ogni livello senza pericoli il prima possibile, dal basket guardato NBA a quello giocato sui campetti dagli appassionati.

Il Shinnprevisto

Premessa

Avrebbe dovuto essere un pezzo scritto per altra sede ma è rimasto lì, dormiente e dato il periodo, se qualcuno volesse leggerlo per ingannare il tempo in giornate pittosto irriconoscibili, è un piccolo contributo.

Il titolo era un calembour tra George Shinn, proprietario degli Hornets e tutti gli imprevisti che hanno caratterizzato la franchigia dalla propria nascita, mai avrei pensato ad un imprecisto così colossale come quello targato Covid 19.

In verità faccio fatica oggi a scrivere (sto comunque lavorando lentamente nel tempo cui dispongo a casa oltre al lavoro che svolgo, per creare una video top 20-30, non so… della prima parte di questa stagione NBA per gli Hornets) , tutto appare più futile di fronte all’emergenza mondiale di un nemico invisibile il quiale si è preso il “rispetto” in maniera aggressiva a dispetto di molti che hanno sottovalutato o ucciso le piccole realtà.

Un pensiero va anche a un amica ed ex collega positiva che sta uscendo pian piano da quello che è stata l’infezione che ha avuto.

Un pensiero va a chi lotta nelle corsie degli ospedali e a chi per questo non c’è più a causa troppo spesso di mancanze strutturali atte a difendere chi è già a rischio.

Non è retorica, nel mio piccolo, immerso in un ambiente a rischio come quello della G.D.O., per fornire un servizio alle persone direi che non va meglio.

Troppa leggerezza nei comportamenti a rischio per sé stessi e per gli altri e ancora qualcuno che non ha capito che solo insieme se ne potrà uscire.

Purtroppo la struttura economica influenza la sovrastruttura culturale e siamo ancora prigionieri di questa economia con visibili limiti e iniquità, in questo posso scorgere un trait d’union con ciò che avevo pensato per l’intro di questo pezzo.

Intro

E’ verosimile che il giudizio non stia nel soggetto giudicato ma nella cultura d’appartenenza.

Ogni persona, in base alla propria cultura, alla società in cui e ad altre variabili (tempo, condizione, ecc.) vive tenderà ad avere un criterio di giudizio differente rispetto al medesimo soggetto giudicato.

Qui sta la verità per Protagora, la verità vista come relativa poiché varia in base all’immersione in una determinata società o alle singole caratteristiche da parte di chi giudica.

Per spiegare il Deus Ex Machina dei Charlotte Hornets, colui che ha dato vita a “questa franchigia” (poi ne parleremo verso la fine), ci vorrebbe un libro ma accontentiamoci di ripercorrere a grandi linee la sua storia, almeno quella che ha a che fare con il basket…

Una storia che per noi, amanti del basket, si intreccia indelebilmente con quella dei Calabroni 1.0.

Proveremo così a toccare qualche aspetto del passato correndo velocemente sulle note del tempo…

Bio & Info

George Shinn nasce a Kannapolis in North Carolina l’ undici maggio 1941.

Attualmente vive a Franklin, vicino Nashville (Tennessee) con la moglie Denise e ha tre figli, Susan, Chris (frontman di una band chiamata Live) e Chad.

Il primo proprietario degli Hornets da giovane fa i lavori più disparati: impiegato in un’industria tessile, lavora in un autolavaggio e fa anche il bidello in una scuola…

Nulla farebbe prevedere un futuro così radioso per George, tuttavia dopo aver frequentato l’Evans Business High School e aver ottenuto la laurea, compra l’Evans stessa e altre scuole con programmi a breve termine (18/24 mesi) mettendole sotto l’insegna “Rutledge Education Systems”.

Ciò che fa per acquistare quella che sarà la ventiquattresima franchigia NBA è semplice dal punto di vista economico, vende le scuole.

Ben più difficile si prospetta far parte della lega di pallacanestro più importante del pianeta, tuttavia la buona stella degli affari di Shinn, splende.

Il sogno americano del self-made man per lui si realizza, anche se in percentuale rimane un miraggio per i più ovviamente.

La NBA a metà anni ’80 è in cerca di nuovi mercati e si dovranno scegliere le città più adatte per espandere il proprio business.

Ah, facendo un passo indietro, a 34 anni, alla Casa Bianca dal presidente Bush riceve anche un American Success Award, uno di quei premi che danno per imprenditoria, patriottismo, ecc., non l’hanno ancora ben capito in America ma a me suona male.

Charlotte nella NBA

George comunque pensa alla Charlotte dell’epoca (una città in espansione con 350.000 abitanti circa contro gli 872,00 attuali), una città che con queste premesse sembrerebbe spacciata ma Shinn ha spiccate doti da self-made man e un destino scritto perché prima di tentare per la nuova franchigia di basket provò a contattare Bobby Brown, presidente dell’American League e Peter Ueberroth (ex commissario della Major League Baseball) per cercare di ottenere una squadra di baseball a Charlotte.

Con il primo non si combinò nulla, il secondo gli rispose che Charlotte era troppo piccola.

Dopo aver lasciato l’ufficio di Ueberroth, Shinn si recò (almeno così dice lui) direttamente alla sede NBA e scoprì che si stavano espandendo.

Shinn con Mulhemann (esperto di marketing) e il governatore Jim Martin si trovano catapultati quindi nell’ufficio di David Stern a New York quando l’ex commissioner, tirando fuori un grosso sigaro lo puntò verso di loro in stile Hannibal Smith, dicendo: “Perché Charlotte?”

Lo stesso Stern, per sua stessa ammissione, nonostante non fosse sicuro dove fosse Charlotte fu colpito di come il “fagiolo saltellante” (così chiamò Shinn in un’intervista successiva) riusciva con enfasi a mostrare le possibilità di un mercato regionale (Carolina, Duke, N.C. State, Wake Forest sono la terra promessa del basket) e non solo cittadino.

Le variabili in gioco però erano tante e le city in lizza per conquistare quattro posti al sole erano ben undici.

20/10/1986: Shinn, insieme ad altri due originari Hornets (Hendrick, Mulheman e Sabates) viaggiano verso Phoenix per presentare il loro piano per portare Charlotte in NBA.

Sabates ricorda che quando arrivarono a Phoenix stavano ridendo di loro come se avessero visto arrivare degli alieni o dei montanari del North Carolina del tutto fuori contesto.

Shinn fece il suo discorso e alla fine concretamente esclamò: “Ho 10.000 prenotazioni per la mia squadra.”

Red Auerbach dei Boston Celtics, fu il primo ad alzarsi e cominciare ad applaudire.

Si avvicinò e abbracciò George.

Il piano di Murdock il pazzo (per tornare al telefilm dell’A-Team) aveva funzionato alla grande.

Una squadra fantasma che ha già venduto tutti quegli abbonamenti…

La mattina seguente il Sacramento Bee, asseriva ironicamente che l’unico franchising che a Charlotte stava per arrivare avesse gli archi dorati, alludendo alla catena McDonald ma Stern chiamò Shinn e gli disse: “George, oggi è il primo di aprile, ma questo non è un pesce d’aprile. Sei stato selezionato come N°1.”

Qui iniziano i problemi per un neofita del settore ma avendo qualche conoscenza, Shinn per le uniformi pesca bene Alexander Julian, famoso stilista di Chapel Hill ma ha in mente di fare le divise bianche, blu Carolina ma soprattutto come colori dominanti un verde che lui definisce teal ma è proprio un verdone chiaro e rosa.

Julian fa slittare il verde in foglia di tè (girandolo un po’ più sull’azzurro) e piazza il viola al posto del rosa che non si combinava.

Il pagamento fu abbastanza strano perché la richiesta di Julian del 5% su eventuali repliche vendute, per via delle entrate condivise sarebbe stata difficile da esaudire, quindi non chiese niente se non una fornitura di Carolina barbecue per due anni…

Julian: “Mi chiesero di riassumere l’intera esperienza. Beh, George è diventato ricco ed io sono divenuto grasso. Ho scambiato 10 milioni di dollari di royalties per ingordigia”.

Spettro

Dopo aver pensato come primo nome a Spirit (certo che con la Sprite avrebbe fatto faville), una votazione tra i fan decise per Hornets, quindi serviva una mascotte e a realizzarla fisicamente poi fu una figlia d’autore: Cheryl Henson, figlia di Jim, il creatore dei Muppets.

Il primo Hugo diverte arbitri e pubblico.

Forse uno stravagante spirit effettivamente nell’arena si aggirava già poiché il nuovissimo megascore, dopo una benedizione, ancor prima dell’apertura, andava frantumandosi sul parquet, fortunatamente non coinvolgendo nessuno, lasciando il danno economico.

Spettro Elettromagnetico

Dell Curry (mio giocatore preferito all-time), papà di Steph è sposato con la splendida Sonya Curry.

Dell and Sonya Curry con le particolari maglie bi-team differenti per i figli che giocavano nei Warriors (Steph ovviamente è ancora lì) e ai Trail Blazers (Seth oggi è ai Dallas Mavericks).

Ora, non si sa bene per quale motivo, il buon George era convinto che la moglie di Dell fosse bianca, allora telefonò a un giocatore bianco del roster dell’epoca dicendogli:

“We drafted you. We know who you like to date. But we just want to tell you to really be careful about letting people see because Dell Curry is married to a white woman and we don’t know how people are going to take them either.”

Che insomma, se non è proprio razzismo, è un bel tentativo di scoraggiare i matrimoni misti…

Dell Curry con il suo futuro ricambio generazionale in NBA.

First Win, 8 Novembre 1988

Charlotte Hornets Vs Los Angeles Clippers 117-105 (3^ stagionale)

Prima della partita ci fu una riunione per cambiare il nome dell’arena che Shinn non voleva cambiare tenendo poi come nome “Charlotte Coliseum”.

Durante la riunione mentre parlava il suo braccio sinistro si contrasse involontariamente più volte.

Si sdraiò sul divano addormentandosi ma un suo collaboratore (Stolpen), lo portò all’ospedale intuendo che qualcosa non andasse.

Aveva avuto un ictus che per due settimane lo cancellarono dalla scena, avvenuto proprio durante la prima vittoria.

Hornetsmania

Il primo dicembre 1988 gli Hornets batterono sul fil di lana i forti Philadelphia 76ers di Sir Charles Barkley ma a far scoppiare la Hornetsmania fu la partita del 23 dicembre 1988 quando tornando in North Carolina un certo Michael Jordan si pensa che i Bulls debbano far un solo boccone di questo expansion team…

A pochi secondi dalla fine però si è sul 101 pari e la spicchiata è nelle mani di Charlotte che sfrutta male il possesso, anyway l’operaio (ex Lakers) Kurt Rambis recuperando la sfera sotto il tabellone convertiva sulla sirena i due punti per la vittoria facendo quasi venir giù il “The Hive” che si gremirà poi con 364 sell-out consecutivi (circa 9 anni) in un’arena da 24.042 posti per il basket (la più grande concepita “solo” per il basket).

I primi anni sul parquet sono comunque di gavetta e sconfitte, come per tutte le squadre recenti NBA, poi con l’acquisizione di Kendall Gill, Larry Johnson e Alonzo Mourning gli Hornets si presenteranno ai playoffs del 1992/93 vincendo la prima serie contro Boston 3-1 grazie a un tiro a fil di sirena di Mourning scioccando l’ambiente NBA.

L’annata successiva il duo Mourning/Johnson ha problemi di infortuni e non basterà il miglior sesto uomo, un gran Dell Curry per portare Charlotte ai playoffs.

Trouble

Nel frattempo Shinn sciocca la NBA firmando un contatto complessivo da quasi 84 milioni di dollari per Larry Johnson, spalmato in 12 anni.

All’epoca era il più ricco contratto complessivo.

Nel 1994/95 gli Hornets vanno alla post season (eliminati dai Bulls con qualche recriminazioni per un paio di falli che avrebbero potuto portare gara 5 a Charlotte) ma il peggio è che l’agente di Mourning, David Falk (lo stesso di MJ) chiede più soldi per il suo assistito in estate.

Zo, ha in atto una tensione nascosta con Grandmama (Johnson) per equipararsi anche monetariamente ed esser riconosciuto come stella della squadra dopo che in passato Shinn aveva definito LJ “leader”.

Hugo, Bogues, Larry Johnson e Alonzo Mourning in stile Willy, Principe di Bel Air davanti a uno dei famosi murales in città.

Shinn decide che la richiesta economica per Mourning sia eccessiva rispetto a ciò che era in grado di offrire e al valore del giocatore, così, alla vigilia della stagione NBA 1995/96 in fretta e furia arriva una multitrade (brutale per i fan) che spedisce Mourning a Miami mentre dalla Florida arriveranno il realizzatore Glen Rice insieme a Matt Geiger, ecc…

Rice si dimostrerà uno dei migliori giocatori mai avuti a Charlotte così come farà anche Anthony Mason arrivato successivamente al posto di Larry Johnson e poi Mashburn, Jones e altri ma di fatto l’anima della squadra è compromessa anche se gli Hornets dei 90s sono una squadra che spessissimo fa i playoffs arrivando magari talvolta al secondo turno nonostante Shinn continui a praticare queste politiche, ma per il nostro “eroe” il peggio deve ancora arrivare…

L’inizio della fine dell’era Charlotte

L’escalation in negativo non si arresta e Shinn viene accusato di molestie sessuali e sequestro di persona da una donna alla quale aveva offerto il suo aiuto per problemi di affidamento del figlio (dopo aver palpeggiato il seno e messo una mano sugli slip della Donna, l’avrebbe condotta a casa sua offrendole dei soldi per del sesso orale)…

Non che Stern dicendo che: “Shinn non sa come prendere un no come risposta” lo abbia aiutato molto…

A ogni modo le due certezze sono che questo è uno dei comportamenti più odiosi e che il suo indice di gradimento, specialmente in un’America puritana (lo stesso Shinn è super religioso) e quasi rurale nel DNA, inizia a cadere pesantemente.

Le accuse di molestie decadranno in seguito (inizialmente un giudice del South Carolina è convinto ci sia stato qualcosa ma non ha prove sufficienti) ma lui ammetterà di aver avuto due storie, una di un paio d’anni con una dance bracket…

La prima moglie Carolyn non prende bene la situazione e chiederà il divorzio.

Carolyn “Shinn” da giovane.

Lo scontro si fa aspro anche con i fan che iniziano a lasciare posti vuoti al Coliseum, sia per lo scandalo che per gli scambi degli iconici giocatori.

Il Diversivo

Shinn, mal consigliato (così asserisce lui) dal socio di minoranza Ray Wooldridge (detentore del 35% delle quote degli Hornets), chiede alla città di Charlotte di contribuire pesantemente alla costruzione di una nuova arena nonostante il Coliseum fosse nuovissimo e avesse la maggior capacità come capienza (come arena specifica per il basket) per ospitare i game dei Calabroni.

La scusa è che non ci siano gli skybox e la franchigia perda moltissimi possibili introiti per questo motivo.

Il 57% dei fan è a sfavore della richiesta dell’owner e glielo fanno sapere con un calo netto dei presenti al Colosium.

Shinn, praticamente “emarginato” decide di trasferire la franchigia a New Orleans (Wooldridge era intenzionato comunque a lasciare Charlotte secondo Shinn) ed è così che i playoffs 2002 si giocheranno in un clima surreale nonostante gli Hornets del Barone Davis al primo turno battano gli Orlando Magic in una memorabile serie.

La sconfitta 1-4 contro i Nets di Jason Kidd è salutata dall’ultimo tiro, una tripla siderale di David Wesley che poi si legherà a New Orleans come giocatore e oggi come commentatore tecnico per NOLA.

Wooldridge e Shinn hanno già una megamaglia ipotetica per i nuovi New Orleans Hornets.

Gli ultimi anni a New Orleans/OKC

Shinn non fa in tempo ad accasarsi a NOLA quasi che dopo un paio d’anni deve ricostruire il roster e vivere la devastazione dell’uragano Katrina a New Orleans, il provvisorio ricollocamento a Oklahoma City (non è che il karma gliel’abbia messa giù facile e favorendo indirettamente anche Oklahoma City fa sparire Seattle, purtroppo), la grande annata di CP3/West, Stojakovic e Chandler prima di ammalarsi di un tumore alla prostata (dal quale poi guarirà).

Shinn ha bisogno di vendere ma non trova acquirenti, la trattativa con il socio di minoranza Gary Chouest stagna, finisce perciò per rivende la squadra alla NBA stessa uscendo di scena dal mondo della grande pallacanestro nonostante poi l’avvento di Tom Benson porti ancora sconvolgimenti d’identità.

Un aereo utilizzato per i trasferimenti dei giocatori dei New Orleans Hornets.

Oltre alla perdita di West/Paul e degli altri Hornets d’oro (famosa la trattativa bloccata per Paul ai Lakers da alcuni proprietari NBA, ricordiamo tutti detentori del team di NOLA, con CP3 che finirà ai Clippers), il rebrand come Pelicans priva di totale identità la consecutio temporum della squadra acquisita successivamente dal proprietario dei New Orleans Saints Tom Benson, mentre in North Carolina Michael Jordan, essendosi liberato il brand per stessa decisione di Benson, sotto la spinta di alcuni tifosi, riacquisiva il marchio oltre alla storia dal 1988 al 2002 restituendo giustamente la storia alla Buzz City (Shinn in un’intervista ha detto di essere felice di questo avvenimento) ma dividendo in maniera inaccettabile il percorso come Hornets, come se ci dicessero che hanno scherzato sulla gestione come Hornets negli anni a New Orleans…

The End

Cosa rimane quindi del modello del cristiano ideale e del filantropo?

Shinn ha anche fatto numerose buone azioni Hoops for Homes è un programma finanziato da Shinn per ricostruire case a New Orleans dopo il passaggio di Katrina, alla Lipscomb University fa piovere aiuti per 15 milioni (nel 2017), l’iniziativa a Haiti per una clinica a tre piani in collaborazione con la Casa della Speranza di Amer-Haitian Bon Zami a Tabarre, un sobborgo situato vicino a Port-au-Prince ha dato aiuto ai bambini poveri e orfani ma oltre ai soliti gala di beneficenza si potrebbe esser retroattivi tornando anche a Charlotte.

Se gli chiedete se gli Hornets avrebbero potuto rimanere a Charlotte, lui dice:

“Non lo so. Gli errori sono stati fatti. Le persone commettono tutti i tipi di errori. Negli affari, commetti errori, gli individui commettono errori, in qualunque cosa. Gran parte della mia vita è guidata dalla mia fede e anche quando le cose accadono, pensi che non siano buone, è perché Dio ha piani più grandi per te. All’epoca avevo un partner (Wooldridge) che era davvero intenzionato a uscire da Charlotte. Venivo trascinato in tutte le diverse direzioni. Era una situazione che, con il senno di poi, se le cose avessero potuto andare meglio”…

L’agatodemone e il cacodemone dormono in noi e anche in Shinn, le condizioni circostanti come la scalata al successo possono aver manipolato i due angeli, di certo il “Rodman dei presidenti NBA” (scusate se ho coniato questa definizione al volo) ha fatto pagare il conto anche a Charlotte per i suoi errori (dai quali mi auguro abbia appreso qualcosa), l’eventuale giudizio se l’avete lo lascio a voi, giudicare è uno sport ipocrita a volte, a me interessava capire e ricordare l’uomo dell’ascesa e della caduta degli Hornets originali, quelli che forse i più giovani non hanno conosciuto ma popolarissimi a metà anni ’90 tanto da vender nel 1995 più merchandise dei Bulls di Jordan che oggi è il proprietario degli Hornets.

Il fondale della piscina di George Shinn in disuso. Sommersi, riaffiorano i ricordi e le passioni in tempi calmi e irrequieti al contempo.

NBA sospesa

Rudy Gobert degli Utah Jazz è risultato poitivo ai test per il Covid – 19 e la partita tra Jazz e OKC ha finito per essere la gara fantasma che ha chiuso di fatto la stagione NBA o almeno “sospesa” per ora anche se non promette nulla di buono il prossimo futuro AMERICANO avevdo già visto in Italia l’accaduto riguardo un virus che non è certamente mortale come l’Ebola ma è molto facilmente trasmissibile e oltre a portare a possibili complicazioni polmonari ha portato a una pandemia che sta stressando il nostro sistema sanitario pubblico (tagliato da più di 30 anni colpevolmente e scientemente in nome del profitto seguendo logiche neoliberiste, quelle imposte oggi sul mercato e sottoforma di controllo del pensiero di massa), figuraiamoci in America dove è pressoché privato…

Ciò che dice Wikipedia sulla malattia:

https://it.wikipedia.org/wiki/Pandemia_di_COVID-19_del_2019-2020

Giusto prendere questa iniziativa nonostante dispiaccia molto non veder più la NBA prossimamente ma necessario sperando che anche negli altri Stati si rendano conto dell’espansione veloche che questa settima forma di virus ha avuto anche in Europa dopo esser partita dalal Cina e più precisamente da Wuhan.

Sulla pagina FB degli Hornets l’annuncio, qui sotto, NEL LINK, lo statement della NBA.

https://www.nba.com/article/2020/03/11/nba-suspend-season-following-wednesdays-games?fbclid=IwAR2MjldJh9V4vCQtyC6hyRa8MXxjiyLYn5GQcHcYaYV_wR1mfbOblvmpShY

Particolare l’assioma sul fatto che Gobert, toccando recentemente i microfoni per dimostrare la non contagiosità del virus, per minimizzarlo o esorcizzarlo, l’abbia contratto da lì.

Personalmente vista l’incubazione media direi che sia difficile che vi siano state le tempistiche giuste in percentuale, anche se possibile.

Rimane una scenrtta fantozziana che mi ricorda questa, molto sfortunata: