City Game & Social Distance

In tempo di “pace cestistica”, ovvero, senza ostilità di alcun genere in corso, ambientiamo questo pezzo un po’ lontano da Charlotte, lasciano al finale un pezzo di storia su Jordan e pensando al futuro della franchigia guardando un po’ all’esperienza di Airness ai tempi della sue permanenza nella città della White House.

Nel 1970 esce un magnifico libro (Libreria dello Sport) scritto da Pete Axthelm chiamato City Game ambientato a New York.

Si parla dei Knicks, freschissimi vincitori del loro primo titolo NBA (60-22 in stagione regolare, 4-3 ai Lakers in gara 7 senza uno dei loro migliori giocatori e un Phil Jackson ai box senza una presenza in tutta l’annata per infortunio) ma soprattutto si parla del basket di strada, dei vari playground che nelle strade newyorchesi creano miti tra chi respira la pallacanestro come lo sport più popolare, come l’anima della città.

Si va dal Garden a quei campetti che un po’ tutti abbiamo visto almeno in foto o video, quelli con le reti metalliche squarciate dai ragazzi dove la retina spesso è una chimera o è stracciata che creano quell’atmosfera popolare vissuta.

Mentre, dice il libro; il baseball è il bucolico passatempo nazionale con le sue pause, le corse di cavalli sono per gli scommettitori, le corse automobilistiche fanno per chi ha soldi o magari piace provare il brivido della velocità che sfida la morte, il football è uno sport dove si può riflettere la tattica militare e quell’atavica violenza che dagli albori della civiltà umana a oggi si è solo modificata in parte, il baseball e il golf sono sport da ricchi, il basket necessita di poco, un pallone, un canestro, si può giocare anche in uno contro uno o da soli, facile si sia affermato come sport popolare, ricco, denso di intensità.

L’intensità può divenir drammaticità in una semplice sfida o per chi non ha soldi e spera di far parte del circuito professionistico per tirarsi fuori dalle polveri della povertà.

Sonny Johnson è una delle testimonianze del libro.

Sonny è un buon giocatore da playground, ha poco più di 20 anni (a inizio anni ’70) ed è ancor riconosciuto come buon giocatore ma qualcuno gli dice, visto l’alto livello di competizione dei pg, che il suo miglior momento è passato.

Sonny replica: “Posso ancor metter insieme i migliori 5 minuti che abbiate mai visto” e qualche volta lo fa mentre in altre il giocatore più giovane ha quel pizzico di velocità in più che serve a batterlo.

Sonny fu il primo nero a far parte del Gardner-Webb Junior College in North Carolina, trasferitosi poi all’University of California in procinto di andare a Berkley dovette abbandonare la scuola due volte per tornare a casa e aiutare economicamente casa.

“Un sacco di buoni giocatori si fanno stender dalle droghe. Per me fu la povertà” dice.

In uno dei tanti tornei che proliferano ad Harlem, Johnson si reca per giocare.

Al Wagner Center insieme a lui ci sono dei discreti giocatori tra cui un tizio di nome Lonnie Robinson.

178 cm di giocatore che la gente definiva il “piccolo Walt Frazier”, Walt all’epoca era una stella dei Knicks.

Robinson si occupava della difesa rubando palla ad avversari imprudenti ed era definito “Il Bandito” per questo motivo mentre Sonny era la conclamata stella offensiva della squadra.

Banks, l’allenatore, durante l’intervallo di una partita comodamente comandata di 20 punti butta lì un: “Sonny ha già 19 punti e ha delle buone possibilità di esser votato come miglior giocatore del torneo. Finché manteniamo questo comodo vantaggio perché non cerchiamo di dargli palla il più possibile?”

“Può andare al diavolo. Lui ha segnato i suoi punti, ora tocca al resto di noi farlo!” rispose Lonnie Robinson.

Allenatore e Sonny (molto amico di Lonnie) pensavano scherzasse ma alla ripresa delle ostilità si accorsero subito che Lonnie non scherzava.

Sonny venne sistematicamente ignorato da tutti e la squadra bruciò tutto il suo vantaggio.

Banks, che aveva pagato 25 dollari per iscriver la squadra diede dei soldi a Johnson per tornare a casa.

Johnson si fermò fuori dalla porta per ascoltare la sfuriata del coach: “Per un ora li insultò in tutte le maniere possibili”.

All’inizio ritenne divertente la cosa ma poi pensò al suo stile di gioco, anche se era la star della squadra avrebbe dovuto esser più altruista e passare qualche volta in più la palla ai compagni per farli contenti, evitare quella reazione e creare il giusto clima nella squadra.

Il giusto clima nella squadra a oggi non so se ci sia in casa Lakers perché Avery Bradley e Dwight Howard insieme a Irving capitano una protesta.

Sono giocatori che non vorrebbero iniziare a giocare a Orlando, per differenti motivi.

Howard pensa che, pur volendo vincer un anello, la cosa più importante oggi sia la protesta sociale che sta sconvolgendo l’America.

Giocare distrarrebbe da questa.

C’è chi sostiene che giocando si potrebbe invece dare più risalto a questa.

Irving, seguendo diversi malcontenti vorrebbe addirittura creare una propria nuova lega portando con sé eventuali ribelli che per vari motivi possano contribuire al successo di questa che a oggi comunque pare improbabile ma mai dire mai…

Non faccio processi alle intenzioni né giudico la bontà di queste dichiarazioni perché è solo attraverso la coerenza che esse poi avranno un riscontro “parzialmente giudicabile”.

Di certo il Covid-19 ci ha messo di fronte a nuove distanze sociali, quelle fisiche ma quelle più preoccupanti rimangono tutte le altre, quelle imposte dalla storia economica del pianeta che diventano culturali, di classe, sessiste che spesso confluiscono e contribuiscono a modelli di società nei quali poi possiamo notare problematiche irrisolte.

Per sapere tutto sulla situazione vi giro l’esaustivo link di Milkshake con Davide Chinellato e Riccardo Pratesi che ci aggiornano sulle ultime news in casa NBA, una situazione fluida, non ancora decisa che potrebbe subire ancora piccoli o grandi scossoni.

Per chiudere il pezzo, passiamo da un Howard a un altro, da Dwight al più vecchio Juwan che parla dell’arrivo di Jordan a Washington.

Il pezzo è di XXL Basketball targato aprile 2000 e dopo 20 anni cerchiamo di capire, guardando il passato, se il futuro di Charlotte sarà simile a quello dei Wizards o vi saranno variabili in gioco a determinare sorti diverse.

Qui Jordan prometteva di non giocare e vi erano grandi speranze per i Wizards.

Le cose per i Maghi non andarono bene nonostante un Jordan che contravvenendo alle sue parole “non giocherò per i Wizards” scese sul parquet per essi, spesso la storia si ripete ma se dagli errori si ha l’umiltà di imparar qualcosa (ciò che manca oggi alla massa della gente), allora il futuro potrebbe esser più radioso.

Trasferimenti

Esce nel 1987 l’allegro (musicalmente) album di Rick Astley “Whenever You Need Somebody”.

I riff dei suoi 4/5 singoli di successo, grazie anche alla sua voce sono riconoscibili e iconici, non fa eccezione quello di: “Don’t say goodbye”, un pezzo dedicato a un amore (forse) finito.

Potremmo riprenderlo e innestarlo tra le storie d’amore tra città e identità, considerando la prima come la comunità, il luogo fisico dove fare basket e la seconda l’incarnazione, lo spirito di quel luogo.

La NBA però come tutti sappiamo è primariamente un business e molte volte le società nate in un luogo hanno dovuto o hanno preferito trasferirsi una o più volte durante il loro ramingo girovagare alla ricerca di migliori fortune.

I Lakers da Minneapolis a Los Angeles (ci si può chiedere se poi i Lacustri avessero un senso anche in California), diverse volte i Kings con l’ultimo passaggio nel 1985 da Kansas City a Sacramento, i Jazz che si originarono naturalmente a New Orleans e nella terra dei mormoni questo nome può suonar male anche se oggi in pochi vi fanno caso…

A inizio nuovo millennio due franchigie, Memphis e Charlotte, per motivi differenti ma con un unico denominatore comune (la dichiarata perdita di guadagni) pensano di trasferirsi altrove.

A Vancouver, città canadese un po’ isolata se non per la vicinanza con l’allora Seattle, ancora in pista in NBA ed eventualmente Portland, pensa di lasciare la terra dalla foglia d’acero con il passaggio alla nuova proprietà mentre la proprietà degli Hornets, in particolare il socio di minoranza minaccia di farlo se non verranno approvate le proprie richieste.

Questa è la storia preventiva raccontata dal numero 14 di Superbasket (3/9 aprile 2001).

Come tutti ormai sappiamo Memphis sarà la casa dei Grizzlies e Vancouver non vedrà più la propria squadra mentre New Orleans ospiterà per un decennio e poco più i Calabroni che torneranno a unirsi, rifondersi alla città madre sotto altra forma nel 2014 dopo una dozzina d’anni passati senza basket o come Bobcats.

Buona lettura.

Tra le altre cose, in aggiornamento la cartella Destini con storie prese dalle varie riviste di basket in momenti della loro carriera (non a Charlotte) su giocatori che sono transitati dagli Hornets, eccone un esempio con Kelly Tripucka, ex Hornets visto al volo anche in Italia benché non se ne trovi traccia su internet.

Per chiudere, tornando all’attualità, aspettando di vedere che ne sarà di questa seconda strana fase con una formula piuttosto machiavellica tra scelta delle squadre, accesso ai playoffs e stessi, ecco il video mancante sull’annata di Terry Rozier.

XXL Phills

Amarcord

Sono passati già più di 20 anni dalla scomparsa di Bobby Phills, guardia, swingman degli Charlotte Hornets.

Forse c’è poco o nulla in chiave ironica nell’articolo come il termine amarcord avrebbe nelle sue corde, preso da un omonimo film di Fellini e dal termine dialettale romagnolo a m’arcord (io mi ricordo), allora aggiungiamo che (scherzando) una volta a un giornalista che gli chiedeva se temesse di affrontare Micheal Jordan rispose: “Michael chi?”

In un articolo di XXL basketball dell’aprile 2000 ricordiamo il giocatore e la persona, anch’essa in formato XXL.

George Floyd, Hornets e altre distorsioni…

Tra le teorie metafisiche o fantasiose più affascinanti c’è sicuramente quella che possano esistere altre dimensioni.

Non sto parlando della cosiddetta Teoria delle Stringhe ma di mondi simili al nostro nei quali esisterebbe un’altra copia di noi stessi alla quale le cose vanno diversamente per come funziona quel mondo e per la differenza della nostra personalità.

Delle tre stagioni della famiglia Mezil (l’ultima è totalmente differente ed è la più divertente), cartone animato ungherese piuttosto datato ma sempre splendido, ve ne è una nella quale Aladar (il ragazzino tecnologico e protagonista), fuggendo dalla sua cameretta visita strani mondi che sfuggono alle regole del nostro. Eccone un esempio.

Vi potreste magari trovare al posto di Michael Jordan, al posto di un capo di qualche nazione, un famoso imprenditore o qualche altro famoso uomo o donna dei nostri tempi.

Magari l’MJ in quest’altra dimensione si è dato fin da subito al baseball, non ha avuto successo, non gli è stato ucciso il padre (sfortunatissima e assurda conseguenza di un benessere sparso per pochi e di un sistema culturale povero) e avrebbe avuto una vita normale ma immaginatevi di esser George Floyd, l’uomo ucciso recentemente dalla polizia a Minneapolis e far parte di una minoranza che incredibilmente ancor oggi non viene tutelata alla luce del sole.

Una minoranza evidentemente in molti casi ancor non ben accetta, trasportata in tempi non poi così remoti come manodopera a costo zero, schiavi…

Oggi, gli eredi di quegli avi ai quali era stato detto che la schiavitù era finita ma che si è ritrovata a battersi per aver semplici diritti fondamentali e uguali come per gli altri cittadini (ricordate Rosa Parks?) fatica a uscire dal ghetto della povertà nella quale è stata relegata, segregata e condannata all’altrui stereotipato giudizio che vede in loro dei potenziali criminali o a causa del cieco odio razziale.

Mii è capitato recentemente di leggere su un social una “strana difesa” asserendo che se la cosa fosse capitata a un bianco non avrebbe fatto notizia, paragoni, una serie di erroneità fino a sostenere ancora che esistano delle razze umane.

Evidentemente, come molti evidentemente non sanno, siamo tutti figli di Homo Sapiens oggi, gli altri ominidi vissuti in passato si sono estinti, compresi i Neanderthal, i veri europei con i quali abbiamo convissuto.

A 1:01:40 Telmo Pievani ricorda, da una posizione scientifica, che non esistono “razze umane” agli ignoranti in materia.

La nostra pelle era scura e probabilmente i fotoni che raggiungono la Terra nel cervello di qualcuno oggi devono aver lasciato tracce disturbanti, strane onde elettromagnetiche che devono aver fatto del colore un principio.

Ossimoricamente si potrebbe facilmente sostenere che la luce porta buio nel cranio di certi personaggi che vedono un uomo nero, logiche confuse e ancestrali tribali, rivalità tra gruppi ed etnie, nazioni sorte in seguito, mentre io vedo una persona, un essere vivente ucciso senza validi motivi.

Oltretutto guardare uno spettacolo come quello della NBA con atleti a maggioranza di colore ed esser razzisti credo che non sia facile da guardare senza che si contorcano le budella ai suddetti ma quello rimarrà sempre un problema loro e non deve essere bello viverla così.

Questa è una prima distorsione, quella sulla quale non avrei voluto scrivere perché non voglio speculare su Floyd (spero ciò che accade serva in futuro ad avere molti meno casi Floyd ma temo non cambierà molto la situazione) più che estrinsecare il mio pensiero vedendo ciò che troppo spesso accade, come cantava Nik Kershaw: “I don’t wanna be here no more” vedendo che nel 2020 si è regrediti a un’impossibile scala di valori nichilista.

La seconda è che incontrare a volte la polizia negli Stati Uniti è una sfortuna colossale, se sei nero, statistiche alla mano, peggio che esser bombardati.

Gente che dovrebbe garantire l’ordine e la sicurezza ha più precedenti rispetto chi ammazza e arresta.

La cosa non mi stupisce, non sono mai stato un fan del brutale sistema americano che sembra a volte rifarsi ancora al Far West ma in un sistema produttivo che è ancor peggior e sacrifica la persona.

La cosa non mi indigna perché sono consapevole che saranno fatti destinati a ripetersi per grave mancanza culturale, lo diceva un soldato, un capo di Stato, tale Thomas Isidore Sankara, ucciso da una congiura internazionale negli anni ’80 (testimonianze di alcuni generali) quando le menti di alcune nazioni che comandavano il mondo (compresi gli Stati Uniti) decisero di toglierlo di mezzo perché era troppo scomodo.

In questo video, Sankara all’inizio (da 1:15 a 2:25) parla di ciò che è o può essere un soldato.

C’è un problema d’identità, su cosa si pensi di essere, l’etnogenesi come modello di riferimento identitario spesso non funziona, prendere come esempio di riferimento il sistema americano come fanno molti diventa pericoloso e nemmeno il modello economico occidentale angolo/americano è qualcosa di cui andar fieri poiché non è sostenibile ecologicamente, si basa solo sulla prestazione non guardando i bisogni delle persone va da sé che si crei un’altra distorsione dove lo sviluppo viene confuso con il progresso.

Pasolini parla della differenza tra sviluppo e progresso. L’implementare qualcosa a scopi personali e il progredire veramente da parte della civiltà umana sono due cose differenti.

Andando a riprendere un intervento di Alessandro Barbero immesso in rete molto recentemente ci sarebbe da chiedersi e riflettere sul se le nostre convinzioni siano sempre esatte.

Dopo aver parlato di altro, torniamo allo sport anche se di fronti a certi fatti questa passione sembra esser quasi marginale.

A che punto è il progresso degli Hornets?

Difficile saperlo oggi poiché avremo come ormai saprete un prologo della stagione regolare e dei playoffs ma solo per 22 squadre mentre lottery e Draft saranno rimandati con il Draft programmato per il 15 ottobre…

https://sport.sky.it/nba/2020/06/04/nba-ripresa-2020-guida

Pare che la voce di Michael Jordan sia stata tra quelle più ascoltate durante la riunione nella quale Silver ha messo sul piatto un poker di ipotesi probabili, tuttavia, Charlotte è rimasta fuori come 23^ squadra (la prima fuori) guardando i record.

Detto che personalmente sono contento che i giocatori del roster non siano costretti a rischiare inutilmente in un format che, anche se fosse stato leggermente modificato, difficilmente avrebbe garantito la nostra partecipazione ai playoffs, l’ennesima distorsione è stata favorire le squadre dell’Ovest anziché rispettare le regole attuali, ovvero la suddivisioni in due conference.

Qualcuno obietterà che l’Ovest mediamene è più forte e attrezzato, le squadre partecipanti hanno record migliori, vero, ma rimane il fatto che vi sia stata un’altra distorsione, trattasi palesemente di violazione delle regole anche se a oggi è un (amaro) unicum.

L’augurio è che MJ, spinto dalle contingenze cambi registro, magari aiutato anche dalla lottery e che finalmente tornino i tempi nei quali gli Hornets pareggiavano o superavano sempre quota .500.

https://www.aroundthegame.com/post/il-fallimento-di-michael-jordan-dietro-la-scrivania?fbclid=IwAR3R9iO7ioFeUl0SfkDQUYQFCQRALRW73tLOWy5ezxgLL5ksJeuRcE6GOqM

Un link da Around the Game che ha tradotto un pezzo del Charlotte Observer su MJ, specialmente come proprietario.

Per il momento, oltre ad aver pubblicato un articolo di Superbasket su Eddie Jones nella cartella Imamginazihornets e uno di Superbasket nella cartella Destini su un Belinelli diciassettenne, accontentatevi di questa manciata di video realizzati da me sui nuovi giocatori che gli Hornets hanno messo sul parquet quest’anno.

Manca ancora Terry “Scary” Rozier ma provvederemo, in fondo è solo un’altra “distorsione”…

Video Top 30 Charlotte Hornets 2019/20

“C’era una volta”… no, non credo iniziasse così la storia…

Un giorno (nemmeno troppo) lontano ho avuto un’idea “strana” all’apparenza, quella di unire i fan degli Hornets presenti sul gruppo FB e le migliori azioni dell’annata di Charlotte.

Per quel che riguarda la concezione di “migliore”, circa 75 video sono stati postati, scelti e votati dai tifosi ed è così, eccezion fatta per i game winner o quasi, che è soerta questa top 30 dove ogni persona che ha voluto partecipare è stata lasciata libera di esprimersi nel presentare o introdurre la/le azioni assegnategli tramite una foto o un video nella maniera nella quale si sentiva di crearle.

Ne è uscito un video interessante e anche divertente in certi frangenti per ripercorrere alcuni dei momenti più emozionanti dell’anno e dare la giusta importanza ai fan, senza i quali la NBA o qualsiasi altro evento simile non avrebbe ragion d’esistere.

Per il resto, se non avevate ancora letto il pezzo su George Shinn, è uscito anche su The-Shot e vi posto il link qui sotto.

Il Punto @ 65

La Teoria delle Catastrofi

La stagione si è interrotta ormai da poco più di due mesi in marzo e la NBA oggi deve ancora prendere una direzione, di sicuro la lega subirà perdite economiche a causa di questa inaspettata pandemia che riporta anche i “marziani” NBA sulla Terra insieme ai comuni mortali.

In biologia, geologia ma anche in economia la morfogenesi è un processo che porta una struttura ad avere determinate caratteristiche.

Se c’è qualcosa di personale che ho appreso in questi anni è che tutto muta, quindi anche i processi che portano allo sviluppo o al crollo di una determinata struttura o sistema, ma anche che, come diceva Socrate: “So di non sapere” nella sua versione meno dotta e più letterale del concetto, specialmente su teorie matematiche come questa sviluppata dal francese René Thom.

Prendo spunto da alcune definizioni generali per creare il mio personale parallelismo tra la Teoria della Catastrofi e la situazione in casa Hornets.

C’è da dire che in casa Charlotte è rimasto tutto fermo per anni ma la scossa tellurica estiva che ha portato all’anno zero ha costretto Kupchak ad adattarsi alla nuova situazione.

La prima era Hornets 2.0 si è chiusa ma per fortuna, quel che metaforicamente dovrebbe essere l’evoluzione “eonica” di Charlotte, prosegue.

Diciamo che tra “una condizione iniziale che porta all’equilibrio 1, e quella che porta all’equilibrio 2, esistono delle condizioni iniziali (instabili), per le quali non è possibile prevedere se il risultato sarà 1 o 2, in questi casi, si dice che il sistema è in condizioni catastrofiche, nel senso che una piccola variazione delle concentrazioni iniziali in una direzione o l’altra, può comportare fortissime differenze sui risultati finali.” e in genere nella NBA queste si chiamano scelte e opportunità, imprevedibili per noi.

Tra gara 45 e gara 66 (lo spettro di partite analizzato) siamo passati a una fase da terza configurazione.

Questa nuova condizione è stata dettata da quattro fattori principali:

1) I tagli di Marvin Williams e di MKG nella finestra di mercato invernale.

Soprattutto la nostra ala grande titolare portava via spazio alla linea verde mentre Kidd-Gilchrist era ormai tristemente relegato in panchina.

2) La scomparsa di Batum dal campo. Batum era rientrato in gioco qualche partita prima della gara a Parigi e nonostante non avesse segnato molto, a livello difensivo e come aiuto alla squadra aveva fornito 2/3 buone prestazioni altalenandole con le solite imbarazzanti uscite.

Partito titolare a Parigi ha finito per giocare una partita indegna e da lì non si è più visto sul parquet, liberando ulteriore spazio.

3) La clamorosa uscita di scena di Malik Monk che si è suicidato su un test “antidroga” (definizione all’inglese generica su vari tipi di sostanze), pena la sospensione decretata dalla NBA.

Malik stava tornando, pur un po’ altalenante, a giocar bene portando punti a Charlotte ma la NBA ha fatto sapere che il nostro numero 1 non ha passato i test richiesti e per questo la nostra SG dalla bench è attualmente out, sospesa a tempo indeterminato in attesa che compili dei moduli per la riammissione anche se quanto starà fuori è impensabile da preconizzare. Se il tempo del passato è quello dei ricordi e della nostalgia, il tempo vissuto dal quale attingere e far tesoro, il presente, specialmente questo è incerto come il tempo futuro che diventa anche una speranza per non precipitare nell’assenza di senso nichilista.

Non importa se sarà utopia non sapendo che riserverà il futuro, di certo la scelta di Borrego, un po’ come sul finire dello scorso anno, di provare le nuove forze provenienti dalla G-League e dar più spazio ai centri come Biyombo e Willy, togliendo qualche minuto magari a Zeller per qualche game è proiettata al domani.

Tornando sulla teoria, Renè Thom praticamente dice che: “I punti di instabilità non sono soggetti a configurazioni caotiche, ma sono soggetti a forme topologicamente stabili e ripetibili, che peraltro, sono anche indipendenti dal substrato, nel senso che le forme di stabilità del caos sono indipendenti dal fenomeno fisico analizzato, sia esso stesso fisico, chimico, biologico, linguistico, storico, psicologico, ecc..”

Da queste considerazioni potrei trarre due considerazioni; la prima è che la sovrastruttura di Charlotte è crollata lasciando intatta la base, come se fosse una piramide, più funzionale e più snella, la seconda è che se i punti di instabilità sono stabili e ripetibili, l’organizzazione oggi deve individuare i punti deboli per far si che la struttura non ceda nuovamente, soprattutto la difesa ha bisogno di esser cementificata alla base (sotto canestro) come si è visto in alcune partite (gara 60 contro i Bucks ad esempio) poiché Borrego ha a disposizione un materiale incompleto.

Biyombo e Hernangomez hanno quasi caratteristiche opposte, il primo è un buon difensore ma è lento, fatica a finalizzare e a costruire, il secondo è abile realizzatore, buon rimbalzista con punte di movenze da ballerino ma difensore di seconda categoria pur avendo migliorato l’abilità di base difensiva.

La seconda è che Charlotte per eliminare questa stabilità verso il basso avrà bisogno di un top scorer ed essendo già proiettati nel futuro in un finale di stagione che difficilmente avrebbe regalato i playoffs ai propri tifosi, oggi si spera in un buon prospetto al Draft, quando questi vi sarà sperando di non vedere gli attuali eroi, detto per iperbole, andare in pensione.

A tal proposito, dovessimo andare su qualche giocatore, ecco un paio di idee:

Se si dovesse orientarsi per un lungo e avessimo la fortuna di poterlo scegliere l’idea (nel video presentato da The Shot) non sarebbe male.

Idea più pazza a quasi km 0 per cercare un giocatore talentuoso che per il momento in casa Charlotte non servirebbe troppo per varie motivazioni di affidabilità, roster, ecc., il classico “rischio”, insomma.

Con un cospicuo spazio salariale, avendo liberato il salary cap dai contratti di Williams, MKG e speriamo anche di Biyombo, più quelli minimi di Hernangomez e Bacon si dovrebbero tagliare circa 50-51 milioni avendo a stipendio giocatori per circa 80 milioni e poi ci sarà da vedere se il tetto salariale subirà modifiche in relazione alla recente situazione poiché la NBA dovrà fare il conto con eventuali varie perdite o se sarà tutto confermato.

Su questi 80, comunque, pesano le incognite Monk (5,3 milioni il suo stipendio eventuale per la prossima stagione), con la società che ha detto di non perdonare per l’episodio ma di sostenerlo, almeno a parole, per ora, oltre l’incognita Batum.

Il francese ha una player option da 27 milioni e mancia ma sta stagnando in panchina e ci sarebbero dei prodromi di “mobbing” anche se i tifosi in primis potrebbero sostenere che ha cominciato lui.

“Tagliarlo” in qualche maniera potrebbe essere costoso anche in termini di anni, spalmando su più stagioni il contratto, una uscita volontaria di Batum personalmente mi sembrerebbe al momento utopica per come funziona la NBA, per logica, per i tempi, solo l’etica e una voglia di giocare che pare però esser scomparsa sul volto del transalpino potrebbero cambiare uno scenario che potrebbe essere appesantito ancora per un anno prima di vedere se a Charlotte si riuscirà davvero a tornare a far del buon basket o il target medio-basso dell'”azienda Jordan” sarà riproposto con contratti spropositati per giocatori non eccelsi, in cerca di lancio o veterani, gli unici che troppo spesso in questi anni si sono affacciati sulla Queen City.

Una firma di Batum a quell’assurdo contratto pare più che scontata perché tra la dignità e i soldi di questi tempi è difficile veder qualcuno che scelga la prima, dopo di che penso che il transalpino abbia finito la sua carriera NBA.

Per quel che riguarda nello specifico il gioco della squadra entrerò più nel dettaglio nella classifica dei singoli e nelle parti statistiche successive, intanto qui una carrellata di numeri che descrivono bene problemi e punti di forza della squadra.

Mi piace sottolinear l’aspetto che i minuti presi dalla coppia di guardie di Charlotte abbiano portato a un notevole miglioramento e crescita dei due giocatori di guarda agli Hornets che l’anno scorso uscivano dalla panchina e che Greensboro, nonostante i risultati, sia una fucina interessante attualmente per la prima squadra.

Nella partita contro Miami si possono notare le statistiche di partite giocate da questi giovani e media punti con la seconda squadra, Greensboro.

Da gara 45 a gara 66

Ripercorriamo velocemente in stile nostalgic vintage l’accaduto da gara 45 a gara 66.

Nelle prime 8 partite gli Hornets lasciavano alle avversarie di turno ben 7 vittorie battendo solamente New York.

Ormai si pensava che la squadra di Borrego fosse intenta a tankare ma arrivavano tre vittorie in trasferta in serie sui parquet di Detroit, Minneapolis e Chicago.

Le sconfitte con Nets e Pacers portavano sostanzialmente al rapporto di una vittoria e due sconfitte, un terzo nel bilancio vinte/perse con un 19-38 in classifica.

Vittoria casalinga su New York un po’ sofferta e grandiosa vittoria a Toronto rimanendo aggrappati al match con un FT decisivo di Rozier a :02.1 dalla fine, quindi sconfitta casalinga contro i Bucks pur mostrando una grande difesa.

Le partite con San Antonio e Denver sono state ben giocate ma perse sul filo, lasciando l’amaro in bocca ai fan dello Spectrum Center con il pubblico di Charlotte (un po’ troppo freddo e imborghesito rispetto a quello anni ’90 secondo me) che ha avuto poche soddisfazioni quest’anno tra le mura amiche.

Per chiudere il ciclo del poker casalingo finalmente arrivava una bella e convincente vittoria di prestigio sugli Houston Rockets.

Ad Atlanta un super Scary da 40 punti non bastava e si finiva K.O. dopo due supplementari ma a Miami, nonostante l’assenza di Rozier e di Butler per gli Heat, dopo una partenza orrenda ad handicap arrivava una grande vittoria prima che la NBA, proprio in quella notte sospendesse la stagione per il caso Gobert legato al Covid 19.

Classifica a Est

Prossimi incroci dell’impossibile sliding door

Da qui alla fine gli Hornets avrebbero avuto un calendario molto variegato composto dalle ultime 16 partite che avrebbero visto la squadra di Borrego impegnata in casa nove volte contro sette trasferte.

Charlotte non ha una netta predominanza di vittorie nelle gare casalinghe rispetto a quelle esterne quindi questo fattore potrebbe essere in parte trascurabile mentre il valore delle squadre avversarie incide di più ma anche in questo caso l’8-8 in perfetta parità non dice molto.

Charlotte stava giocandosi ancora le sue partite senza tankare ma a oggi, con la Regular Season sospesa che forse verrà tagliata o non ripartirà, non ci sarà bisogno di tankare per scendere nel gruppo che avrà le maggior percentuali per la lottery per la scelta migliore.

Atlanta, Orlando, Miami e Philadelphia sarebbero state le squadre che avremmo incrociato più volte (8 partite, la metà esatta delle rimanenti) con le prime tre, rivali divisionali ma adesso…

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Confronto e statistiche

Vediamo i confronti tra giocatori e le zone di tiro, da dove la squadra ha saputo sfruttar meglio l’attacco creato.

La classifica dei singoli

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16) Joe Chealey: 5

La vecchia conoscenza Chealey che aveva accarezzato il campo lo scorso anno con gli Hornets e dopo il camp estivo era finito a Greensboro è tornato a giocare in “prima squadra” a causa della richiesta di Bacon di andare a giocare in G-League visto che anche lui stagnava in panchina con Batum formando un B&B con colazione accanto a Borrego.

Oltretutto ha beneficiato anche dell’autoeliminazione di Monk per un paio di 10 day contract.

Chealey però non ha sfruttando al meglio la situazione e il minutaggio è rimasto bassissimo.

Nelle sue prime uscite è stato piuttosto penoso, roba che ad averla vista nel camp, Kupchak avrebbe subito decretato il taglio (Josh Perkins ne sa qualcosa).

La sua fortuna è sì che ci sono i Martin ma con i due menzionati out è riuscito ad ottenere per due volte il contratto da 10 giorni.

La PG di 190 cm nelle prime tre partite ha tirato con uno 0/7 dal campo in 31 minuti riuscendo a segnare solamente due FT.

Interessanti invece i 4 palloni rubati ma la sua permanenza sul parquet è difficoltosa per ritmo e fisico e al momento oggettivamente la sua dimensione reale sembrerebbe esser la G-League, eppure in preseason lo scorso anno aveva dato decisamente un’altra impressione, migliore della sua dimensione attuale.

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15) Dwayne Bacon: 5,44

Hanno distribuito anche il suo bobblehead (il suo viso contornato da una striscia di pancetta) nella partita casalinga contro Milwaukee ma lui nel frattempo, in accordo con la società, aveva già abbandonato il suo posto in panca per scendere in G-League ed esordire segnando 51 punti contro le “Formiche Pazze”.

Non si può certo biasimare Borrego se negli ultimi tempi “Er Pancetta” vedeva poco il parquet, Bacon nelle sue ultime 7 uscite dal campo ha fatto registrare un bassissimo 4/25 dal campo con un -30 di plus/minus nelle partite prese in considerazione.

Sembrato incapace di regolare un tiro, scendendo in G-League, a un livello più basso, ha subito ripreso confidenza con la realizzazione, eppure anche Borrego a inizio anno l’aveva concessa, ovvio che con le prestazioni siderali di Graham a inizio anno, Dwayne sia stato fatto accomodare in panca ma da lì a perdersi completamente ne passa…

Forse il suo problema è più a livello psicologico che tecnico considerando il fatto che Charlotte lanciandolo da titolare stava chiedendogli di trovare una buona dimensione offensiva oltre a quella difensiva per il quale è conosciuto come un discreto difensore.

Scioltosi come neve al sole non trovando più in attacco i canestri in penetrazione che riusciva a realizzare (non sempre e forse questo gli ha tolto un po’ di smalto e fiducia) in precedenza, andrà in scadenza a fine anno, il dilemma è capire se Borrego avrebbe potuto o voluto provarlo ancora qualche partita verso fine regular season per veder se concedergli o no un’altra possibilità oppure lasciarlo partire per altri lidi.

Bacon ad Atlanta nella penultima uscita stagionale ritorna in panca richiamato in prima squadra.

Certamente con l’ascesa dei due Martin e anche di McDaniels, sebbene giochi in un ruolo differente, Bacon avrebbe comunque poco spazio, sebbene ci sia il caso Monk in sospeso che potrebbe pendere a suo favore.

Di contro c’è anche il Draft sul quale però mi aspetto che gli Hornets non peschino un giocatore nel suo ruolo ma soprattutto uno spazio salariale per acquisire un giocatore che faccia meglio di Dwayne.

Un futuro incerto, insomma, ma al momento io direi che le possibilità di Bacon di rimanere a Charlotte sono del 10,0% circa se non inferiori a meno che si voglia riempire il roster non da giro con salari bassi ma a quel punto si potrebbe puntare sul provare una miriade di giocatori esterni alla lega…

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14) Nicolas Batum: 5,72

L’ultima partita di Batum è stata gara 46 contro Milwaukee e prendendo in considerazione le partite dalla 45 alla 66 rimane difficile quindi aggiungere qualcosa di nuovo o di diverso da quel che già sapevamo.

In gara 45 gioca 16:58 contro Orlando segnando 3 punti grazie a una bomba (½ dal campo) mentre la follia del business lo porta a giocare 33:32 nella trasferta parigina ed “ovviamente” essendo transalpino finisce per partire anche come starter, profeta in patria.

Di buono fa registrare 5 assist ma i punti sono i medesimi con un 1/8 dal campo (0/3 da tre punti) e una prestazione globale poco soddisfacente per non dir peggio che lo porta ad avere un plus/minus di -13.

La società, dopo avergli ipocritamente dato spazio fin lì decide che non sia più cosa farlo giocare, anche se qualche discreta prestazione (per i suoi standard) precedentemente l’aveva fornita, di certo la linea verde nella testa di Borrego ora ha la precedenza.

Batum a Parigi. Ultimo scandaloso tango per lui con gli Hornets o ci sarà ancora spazio per il francese?

E’ evidente che non faccia parte del progetto e si sia al limite del mobbing, da parte di chi non è facile capirlo, se dalla società che lo ha accantonato definitivamente nonostante la squalifica di Monk che avrebbe potuto aprirgli spazi o se da lui che sicuramente fornendo prestazioni deludenti ha contribuito, non solo all’insuccesso della franchigia degli ultimi anni ma alla involontaria complicità della partenza dei pezzi migliori.

Batum, insomma, rappresenta la più grossa zavorra per la franchigia che liberandosi di lui potrebbe esser libera di volar nel cielo alla ricerca di avventure differenti.

Il problema per Charlotte e i suoi fan è che Batum il prossimo anno avrà dalla sua una player option da oltre 27 milioni alla quale un uomo moderno e conformista difficilmente rinuncerebbe.

Bisognerebbe fosse un pazzo per scansare quella cifra che non credo altre franchigie vogliano accollarsi se non per qualche insano scambio.

E’ quindi probabile al 90%, se Batum non si stuferà di scaldar la panchina o abbia un moto d’orgoglio in stile rivoluzionario francese, che la sua testa sarà ancora vicina a quella di Borrego la prossima stagione con Charlotte un po’ più limitata nelle scelte di mercato e se abbiamo detto che liberando sui 51 milioni gli Hornets potrebbero prendere due buoni giocatori, liberandone 78 potrebbero anche provare l’assalto a due top player poiché se si deve pagare almeno il 90% del salary cap, varrebbe la pena avere uno spazio di manovra creato in un tempo unico dove non ci sia bisogno di aggiunte l’anno successivo evitando di firmare giocatori per più anni magari con contratti troppo onerosi per il proprio valore ma puntare su top player, pur consci che i top player negli ultimi anni hanno scansato Charlotte ma potendone firmare due, avendo una buona scelta al Draft e con un young core interessante, la situazione potrebbe cambiare.

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13) Willy Hernangomez: 5,90

Ciò che affligge Willy, come Zeller, è la fase difensiva, solito noto tasto dolente.

Il fisico non è malvagio ma essendo slanciato verso l’alto, in difesa a volte subisce i contatti ed essendo troppo pulito l’avversario guadagna quei cm decisivi per batterlo in separazione.

Lo abbiamo visto comunque molto meglio in attacco nelle ultime uscite dove non solo ha buona mano e un buon repertorio di soluzioni vicino a canestro che ne stanno determinando un minutaggio aumentato ma anche tempismo sul rimbalzo.

Nella partita contro Denver mostra le sue doti e i suoi difetti evidenziando un buonissimo tocco con la mano sinistra.

L’indole europea tecnica la si nota a un miglio di distanza ma per fare il salto di qualità deve lavorare sulla fase difensiva.

Borrego lo impiega da secondo alternando Zeller e Biz da titolare mentre lui sta guadagnando minutaggio e sta fuori raramente da una partita ormai.

Certo, lascia il parquet quando i giocatori a cui si affida Borrego vanno a chiudere le partite ma sta riuscendo a dare il suo contributo, lasciando il segno (da gara 45 a gara 62 è andato in doppia cifra 6 volte) con un massimo di 14 punti Vs Denver nelle partite prese in questione sebbene il suo massimo stagionale sia 15 @ Salt Lake City.

Proprio contro Denver l’abbiamo visto chiuder una triangolazione con touch pass di P.J. in maniera imprevedibilmente decisa e potente schiacciando in corsa.

L’iberico se può non si esime nello schiacciare ma solo quando può mentre è stranamente crollato nella percentuale del tiro da tre punti tirando con meno fluidità, uno strano regresso forse per curar più altri aspetti del gioco o una momentanea “casualità”?

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12) Marvin Williams: 5,93

Finisce dopo cinque anni e mezzo l’avventura di Marvin Williams a Charlotte.

Il buyout l’ha portato alla corte di una seria contender, attualmente interrotta, Milwaukee.

Un cambio di prospettiva in meglio per l’ala grande di Charlotte che lascia libero quel numero 2 che fu di Larry Johnson.

Marvin aveva avuto una buona parte di stagione con Charlotte seppur non in primissimo piano ma tra le riserve mentre nelle ultime cinque partite in divisa Hornets ha fatto registrare un 10/25 dal campo.

Probabilmente i 18 punti contro Milwaukee nella trasferta parigina hanno dato un’ulteriore spinta alla franchigia del Wisconsin per sceglierlo, peccato che nelle successive uscite il suo score sia sceso a 2,2, 4 e ancora 2 punti anche se l’impegno difensivo, compreso a rimbalzo non è mancato come la professionalità.

L’ex Jazz chiude la stagione con i Calabroni con 6,7 punti di media con il 44,8% al tiro in 41 partite (1 da starter) giocate con 19,7 minuti di media come impiego sul parquet.

37,6% da tre punti e 66,0% ai liberi, trascurabili i rimbalzi con 2,7 di media, 1 assist, 0,6 steal e 0,5 block.

Buona fortuna a un giocatore che ha fatto dell’etica del lavoro il suo punto di forza pur non eccellendo in nulla ha sempre dimostrato professionalità e un buon adattamento con discrete qualità da sfruttare.

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11) Malik Monk:

Il numero 1 degli Hornets è più sospeso delle attività bloccate per il Coronavirus grazie a una marachella alla Pierino.

Caduto sul test antidroga (se sia una sostanza dopante, oppure uno stupefacente ancora non è dato sapere) oggi è in quel purgatorio NBA dove la NBA manda i giocatori che violano le norme comportamentali.

Il virus arriva nel momento peggiore con lo studente Monk intento ad apprendere come poter migliorare il suo gioco (specialmente quello offensivo).

Ultimamente sembrava essersi rimesso in carreggiata, aveva capito come sfruttare meglio la sua aumentata fisicità, ovvero fiondandosi a canestro dove ha un repertorio di appoggi vasto, elastico con punte di bravura anche temporeggiando in aria o in controtempo, qualità che non molti giocatori hanno.

Notare la qualità in questo appoggio rovesciato.

Limitare la soluzione dalla lunga distanza sembrerebbe essere una buona idea per Monk (anche se abbiamo visto nell’ultima trasferta a Chicago un missile terra-aria infilarsi da centrocampo nella retina) finché non metterà su un tiro più affidabile ma in tema di affidabilità è il cervello che l’ha lasciato a piedi e ora la mano dovrà compilare scartoffie per poter rientrare in gioco.

La franchigia degli Hornets ha detto che non lo scuserà per il suo comportamento ma che comunque lo sosterrà in questo periodo.

Cosa possa succedere è difficile dirlo, la situazione lascia aperte tutte le porte e se Monk non dovesse rientrare in gioco Charlotte potrebbe anche scaricarlo ma per una squadra che al momento ha bisogno di scorer, rinunciare al Monk attuale sarebbe controproducente a meno che in estate non cambino gli scenari e “Kup” punti a uno scorer che sostituisca il non sempre affidabile attuale n° 1 dei Calabroni.

Il talento sembrerebbe finalmente fluire (ricordarsi la gara a Parigi contro i Bucks come esempio), il ragazzo non è cattivo e non è balzano come un Isaiah Rider ma il punto interrogativo è la sua psiche.

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10) Cody Zeller: 5,93

Zeller è stato, nel contesto mediocre quest’anno per gli Hornets, un ottimo pezzo fino a un paio di anni fa dal mio punto di vista ma un po’ al ribasso oggi.

Il fisico più snello e una salute meno minata dagli infortuni ne hanno fatto sì un giocatore molto più utile di quello che le statistiche dicevano ma scelto troppo in alto al Draft e in fase calante oggi. Zeller, giocatore della vecchia guardia, rimane sempre un giocatore che si impegna ma ha molti più limiti in difesa di qualche anno fa.

Non solo raramente riesce ad essere reattivo ed efficiente atleticamente nell’uno contro uno ma soffre anche talvolta i contatti contro i più piccoli che lo possono battere non poi così difficilmente. Sul fronte opposto, se può correre, diventa interessante e difficile da fermare sulle incursioni con spazio o sui tagli con palla dentro (epicamente unstoppable le sue dunk in corsa), assistiti ed è sempre un giocatore che fa dei blocchi precisi con ottimo angolo per i compagni.

L’aspetto che non gli concede però la titolarità certa è quello difensivo.

Se riuscisse a tornare quello di qualche anno fa avremmo avuto qualche vittoria in più ma molte statistiche dicono che è in fase calante.

I problemi sono molteplici; partiamo dal fatto che Cody non sia un centro moderno e abbia un tiro macchinoso da fuori (a bassa percentuale ma migliore comunque di quello dei due compagni di reparto e di altri centri NBA che proprio non ci provano mai), un tipo di soluzione che quest’anno ha preso molto più spesso come richiesto da Borrego.

Dopo la gara con i Nuggets, il nostro centro aveva già tirato 74 volte da oltre l’arco segnando 17 volte (.230).

Il maggior numero di tentativi in una stagione era stato lo scorso anno con 22 e aveva finito con il realizzare 6 dei tentativi provati.

Che non sia l’uomo adatto per questo tipo di gioco ad allargare il campo come vorrebbe Borrego lo si era già evinto a inizio anno e lo hanno capito anche gli avversari che spesso gli lasciano open con metri potendo raddoppiare su altri giocatori.

La poca reattività, stiamo sempre a dopo la partita di Denver, la dimostra con i TO, statistica ferma a 1,3 come lo scorso anno, tuttavia avendo giocato un po’ meno a livello di minuti di media si registra un peggioramento.

Il 68,2% dalla lunetta ai liberi sfiora il suo peggior dato in NBA (67,9% nel 2016/17) mentre è controverso il dato sui rimbalzi.

La media dello scorso anno è aumentata ma grazie agli offensivi.

Libero di andare a rimbalzo invece di ritrarsi come un paio di anni fa voleva Clifford, per evitar transizioni, riesce spesso almeno a deviar palloni e a tapinare qualche volta.

Lì, sotto le plance avversarie sembra aver più confidenza mentre sotto le nostre a volte è meno reattivo.

Le stoppate sono diminuite drasticamente, segno di minor atletismo e probabilmente concause importanti sono un peso non adeguato al suo fisico e gli infortuni passati.

Per certi versi Cody segue le orme di MKG eppure ha dei buoni momenti ma senza continuità Charlotte è costantemente esposta alle scorribande avversarie nel pitturato.

I suoi milioni, non essendo un centro di primo piano, peseranno anche l’anno prossimo (15,4 per il 2020/21) a meno che Kupchak pensi a uno scambio per aver un giocatore più funzionale a Charlotte, ipotesi comunque remota perché i GM di Charlotte non ci hanno abituato negli ultimi anni a grandi sconvolgimenti.

Non ci sarà la coda per prenderlo magari ma sicuramente Zeller con 11,1 punti di media e il 52,4% al tiro avrebbe più mercato rispetto a Batum o ad altri giocatori scomparsi nei meandri delle panchine NBA.

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09) Bismack Biyombo: 5,96

Altro centro che fa da doppione per certi versi ai due già visti in precedenza.

Anche lui è incompleto ma fa della difesa, al contrario degli altri due, l’arma primaria. Il problema è che pure lui non è velocissimo negli spostamenti con i piedi e sul primo passo dell’attaccante ma la fisicità e la lunghezza a volte gli permettono di recuperare e piazzare qualche stoppata in più oltre a quelle che effettua da sentinella nei pressi dell’area.

Con lui teoricamente Borrego potrebbe rinunciare a una zona match-up perché copre meglio la zona dell’anello e non è costretto a uscire sul perimetro dove diventa battibile preso in velocità.

Le stoppate non sono numericamente, dal mio punto di vista, quelle che mi aspettavo però la sua presenza serve un po’ a intorbidire le acque, far girare più alla larga gli incursori e a far modificar qualche tiro al penetratore sino all’anello.

Purtroppo a livello offensivo, salvo qualche episodica azione, non si registrano miglioramenti costanti in ball-handling, due mani come pale da pizza, classico centro di un tempo che deve metter giù palla poco per non farsela scippare, interessato marginalmente in azioni d’attacco che lo interessano come perno o come finalizzatore qualche volta per punti di rottura quando pensa di poter avere un vantaggio che può sfruttare anche con ganci oltre che la fisicità.

Qui sotto vediamo una rara azione nella quale Biz mostra talento offensivo unito a tecnica e coordinazione in campo aperto.

Altruista (dote che piace a Borrego) non eccede nella soluzione personale e il non forzare, insieme al fatto di tirare pressoché sempre vicino al ferro (non ha tiro da fuori) lo fa tenere alte percentuali, il che aiuta Charlotte, squadra che non è tra le più precise di certo al tiro, oggi.

Contratto in scadenza, a questi prezzi sarebbe follia rifirmarlo se vogliamo migliorar qualitativamente, nonostante la simpatia e il lato umano di spessore del personaggio Biz.

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08) Michael Kidd-Gilchrist: 6,00

Non ci sarebbe molto da scrivere su MKG poiché in accordo con la società le parti hanno optato per il buyout con l’ex n° 14 teal and purple subito accasatosi a Dallas.

MKG non farà parte quindi del futuro degli Hornets, salvo imprevedibili accadimenti futuri da cavallo di ritorno (poco probabili all’odierno “prezzo di mercato”).

C’è però una lettera aperta che MKG ha scritto alla gente di Charlotte e ritengo sia meritevole d’esser pubblicata, almeno nelle sue parti più salienti poiché l’ex ala degli Hornets è sempre stato un anti-divo e anche in virtù di ciò, le sue parole al miele sono ritenute più attendibili rispetto a chi ha altri comportamenti e ha girovagato di più.

“Non dimenticherò mai la prima volta che Michael Jordan mi ha chiamato al telefono.
Qualche giorno dopo che Charlotte mi scelse per la seconda volta nel Draft del 2012, io stavo seduto a casa con la mia famiglia.
Il mio telefono inizia a squillare, guardo in basso e noto che è un numero che non avevo mai visto prima quindi, ovviamente non voglio assolutamente rispondere.
Il numero non è nel mio telefono? Non compare alcun nome? Nah.
Di solito non rispondo a chiamate con numeri non in rubrica ma la cosa folle è che in questo caso, per qualche motivo, sembra che il telefono stia suonando da molto tempo senza segreteria telefonica quindi mi stanco di sentirlo, e rispondo.
“Ciao?”
Dopo una breve pausa sento: “Yo!”
Quindi cosa fai quando rispondi a una chiamata da uno strano numero e la persona all’altro capo dice: “Yo” e nient’altro?
“Who dis?”
Poi c’è una risatina e la voce dall’altra parte…
“È Michael Jordan.”
E intendo… nella mia testa penso… Whaaaaaaaaaaaaaat? È vero?
Mi stai prendendo in giro?
Sono un ragazzo di 18 anni e sono al telefono con il più grande giocatore di basket che abbia mai camminato sulla terra.
E non sono solo al telefono con lui … MI CHIAMA!
Michael Jordan. MJ, the goat sta chiamando.”
MKG si rende conto di essere entrato nel mondo della NBA con il benvenuto speciale di MJ.
“Nei prossimi otto anni, MJ e io parleremmo al telefono dozzine di volte, e io adorerò sempre quelle conversazioni – quei legami che abbiamo costruito, l’amicizia, davvero.

Molte volte mi chiamava semplicemente per offrire supporto e incoraggiamento.

Altre volte, avrebbe cercato di spingermi a dare del mio meglio e sarebbe stato davvero diretto e duro con me.”
La prima telefonata di MJ recava i seguenti messaggi: essere pronto per la sfida, cercare di migliorare ogni singolo giorno, lavorare duramente e che questa città ti amerà se lo fai.
“La cosa bella di quest’ultima parte era che sapevo già che sarebbe stato vero.
Avevo sentito la stessa cosa più volte dai charlottean di lunga data durante il mio viaggio in città per quella prima conferenza stampa il giorno dopo il Draft.
Non dimenticherò mai un signore in particolare.
Stavo camminando per la strada a Uptown con i miei genitori e mia sorella, magari cercando un posto dove mangiare o altro e posso ancora ricordarlo. È stato il pomeriggio di sole più bello, uno di quei giorni in cui non riesci a trovare una sola nuvola in cielo.”
Dal nulla, un alto gentiluomo ben vestito si avvicinò a noi.
Era super educato e si scusò per l’intrusione.

Quello che ha detto dopo è rimasto con me da allora.
“Volevo solo darti il ​benvenuto nella nostra città”, ha detto. “E dirti che questa città non vede l’ora di supportarti in tutto ciò che farai. Charlotte ti abbraccerà.”
Ho davvero apprezzato quel gesto.

Quando MJ l’ha detto, certo, ma anche quando quell’uomo gentile mi ha tirato da parte per strada per fornirmi una premurosa parola di incoraggiamento.

Ricordo di aver sentito dire quella cosa e di essermi impegnato con me stesso in quel momento. Decisi che avrei lavorato il più duramente possibile per la gente di Charlotte, che avrei fatto tutto il possibile per portare loro un po ‘di gioia e felicità.
Da lì, una vera storia d’amore si è sviluppata tra me e la città di Charlotte.
Penso che il modo migliore per descriverla sia dire che nel corso degli anni la città è diventata per me come un fratello.
Non solo famiglia.
Era anche più di questo.

Qualcosa di più grande.
In realtà era come se la città fosse diventata per me un fratello maggiore o una sorella maggiore durante il mio soggiorno lì.
Sono uno che è andato al college ai 17, ha giocato un anno al Kentucky e poi è stato subito sbalzato in NBA.
Non solo ero giovane ma ero anche molto timido, inoltre soffrivo di balbuzie e non volevo davvero essere social, fare molti amici ed essere ovunque sui media.

Niente di tutto ciò mi ha attratto. Volevo solo dedicarmi al lavoro e lasciare che le mie azioni parlassero da sole.

È così che sono sempre stato.
In un certo senso è stato terrificante: tutte le attenzioni e le aspettative che hanno accompagnato la miglior scelta. Quella roba… mi ha messo al limite ma poi, appena mi sono presentai in città fu come se l’intera città di Charlotte avesse aperto le sue braccia e mi avesse dato un grande, enorme abbraccio.

Le persone di questa incredibile città, mi hanno subito mostrato così tanto amore e incoraggiamento sin dal primo momento in cui ho messo piede qui che questo mi ha aiutato a sentirmi a mio agio.

Mi ha permesso di sentirmi più sicuro di me, di svilupparmi e di conoscere me stesso nel tempo in un ambiente che non avrebbe potuto essere più favorevole.
Questa città, le persone, l’organizzazione, i miei compagni di squadra, proprio ad ogni livello immaginabile, mi sono sentito supportato e amato e quel supporto, più di ogni altra cosa, mi ha permesso di passare da ragazzo a uomo.
Charlotte mi ha insegnato come diventare più coinvolto e parte integrante di una comunità.

Ho imparato a costruire relazioni, a superare la mia timidezza e ad essere responsabile oltre a un milione di altre cose che sono ora fondamentali per l’uomo di 26 anni che vedi oggi con due figli e una futura moglie.
So che potrebbe sembrare un po’ banale ma sai una cosa?

Dai 18 anni in poi Charlotte mi ha cresciuto.
Questa città. Questo posto. Voi tutti.
Mi hai cresciuto.
Ora, ovviamente, non abbiamo vinto tutte le partite che avremmo voluto vincere negli ultimi otto anni, ma posso onestamente dire che ho dato a questa città tutto ciò che avevo.
Volevo vincere, grintoso, come chiunque altro.

Quindi le sconfitte mi hanno eroso ma, allo stesso tempo, quando ripenso agli ultimi otto anni, il basket era davvero solo un pezzo di ciò che era importante per me della mia esperienza a Charlotte. Quando parlo di questa città, è molto difficile per me limitarmi al lato basket perché per me c’è molto di più nel mio tempo qui rispetto al basket.
Il mio obiettivo principale, ancor più che vincere o aumentare i numeri, era aiutare questa città a crescere e ad avere successo in ogni modo possibile.

Il mio desiderio era di abbracciare questa città con quanta più energia, passione e amore possibile perché Charlotte lo faceva costantemente per me.
Ogni volta che ero giù – che fosse dopo la morte di mia nonna, o mentre mi riprendevo dagli infortuni – questa città era lì per sollevarmi.
E non lo dimenticherò mai, Charlotte.
Significa il mondo per me, voglio dire quanto sia speciale questo posto.
Questa sarà sempre a casa per me.
Io sarò amante di Charlotte per la vita.
Potrei non essere più in giro, ora che il mio tempo con gli Hornet è finito ma ricorderò sempre quanto siete stati buoni con me e spero che continuerete a controllarmi ogni tanto per vedere come sto.
Per quanto sia stato difficile andarmene, devo dire che sono eccitato per questo nuovo capitolo a Dallas e sono pronto a seguirlo.

Stiamo cercando di fare un bel giro nei playoffs e sono pronto a fare tutto il possibile per portare alla mia nuova squadra quel fuoco competitivo per cui tutti voi mi conoscete.
Non sarò fissato sui numeri o preoccupato per le mie statistiche.

Non sono mai stato quel ragazzo.

Sto solo cercando di essere il miglior compagno di squadra che possa essere, incluso essere uno dei più accaniti difensori della lega.
Immagino, anche otto anni dopo che me lo disse per telefono, il consiglio di MJ rimanga fedele fino ai nostri giorni, cioè, cerca di migliorare ogni singolo giorno e lavora sodo.
La città ti amerà se lo fai.”

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07) Cody Martin: 6,12

Tratto da un articolo del Charlotte Observer con una traduzione piuttosto fedele nel senso della frase, liberamente modificata in qualche occasione per rendere più veritiero e meno letterale il significato in quel che arriva da una lingua differente (come diceva De André, meglio una traduzione più artistica che letterale andando a perder di significato):

Jenny Bennett (la madre dei gemelli Martin) aveva tre semplici regole per i suoi tre figli che dovevano essere seguite:
Una volta che inizi qualcosa, devi finire.

Non andare da nessuna parte senza dire dove sarai e con chi sarai.

Proteggi sempre i tuoi fratelli poiché essi ti proteggono.
Questa fu la sopravvivenza a Cooleemee, una città con meno di 1.000 abitanti nella Contea di Davie, 35 miglia a sud-ovest di Winston-Salem.

Come madre single di una famiglia interrazziale, Bennett vide cose terrificanti mentre allevava il figlio maggiore Raheem e i gemelli Cody e Caleb.
Una domenica mattina si svegliò con una croce fumante nel suo cortile.

Non è stato un episodio isolato di odio razziale che ha vissuto negli anni ’90 come madre bianca di tre bambini mulatti nel sud degli Stati Uniti.

Insulti a parte, sguardi, commenti diretti e indiretti, vigliacchi sussurri ma anche una volta in cui le si ruppe la macchina tornando con i figli a casa e qualcuno tentò di investirli.
I gemelli Martin li conosciamo, poi c’è Raheem, il fratello maggiore che fa l’allenatore di basket nel suo alma mater, il Greensboro College.

Cody e Caleb sono rookie per gli Hornet; ognuno si è giocato il suo posto nelle rotazioni di Charlotte prima che la stagione NBA fosse interrotta l’11 marzo.

“Nostra madre era con noi. Aveva tre lavori e trovava ancora il tempo di seguirci” ha detto Caleb Martin.
“È davvero difficile da fare. Avevamo amici ai cui genitori non potevano fregare di meno di quello che i loro figli stavano facendo.

Lei ci ha tenuti in riga e ci è voluto per arrivare a sognare in un posto come questo.
Nic Batum ha notato subito lo scorso autunno che c’era qualcosa di diverso nei gemelli Martin. Erano maturi per essere dei principianti ma c’era qualcosa in più, era come se fossero dei problem solver (risolutori di problemi).
Cody e Caleb hanno detto che è il tratto caratteristico, la cosa migliore che hanno imparato da loro madre durante il loro rapporto.
“È pazzesco come Nic l’abbia notato”, ha detto Caleb.

Ogni volta che le cose andavano male o giù di lì, ha sempre trovato un modo per uscirne, in genere, non finanziariamente.”
Uno dei numerosi lavori di Jenny fu presso un Lion Food.

I gemelli erano troppo giovani per restare a casa da soli e non c’erano soldi per una babysitter quindi con la benedizione del gestore del negozio la madre preparava i pranzi e i film preferiti dei bambini e li sistemava davanti alla TV e al videoregistratore nell’ufficio del negozio.
Cody e Caleb sono oggi con Jenny nella zona di Winston-Salem, non solo per la festa della mamma ma per cercare di affrontare insieme anche la pandemia.

C’è un rapporto vero stretto, un senso di protezione reciproco nelle loro relazioni che le rende durature.

Credono che sia questo che li ha portati prima nello Stato di New York, poi in Nevada e ora negli Hornets.

Vivere in un quartiere pericoloso è diventato una lezione iniziale per credere nel lavoro di squadra.
Caleb per andare a gettar la spazzatura usciva con Cody per assicurarsi che tutto andasse bene.
Essere al verde e scegliere magari di non mangiare per darlo ai figli anche per cercare di non mostrargli il lato brutto della società e il pensiero stressante che da esso ne deriva.

Cody ha detto: “Quando sei più giovane non ci pensi molto ma maturando sempre più capisci cosa sta succedendo. Ha fatto molti sacrifici.”
Jenny non lo considerava un sacrificio, per lei, era amore in azione.
“Se non mangio, non mangio”, ha ricordato Jenny di quei tempi.

“Questo è il tuo lavoro di genitore, con qualsiasi mezzo. Erano la mia prima priorità al 100%.”

Reclutati Eric Musselman per la prima volta i Martin uscirono dallo Stato mentre la madre preoccupandosi andò a parlare con il coach, oltre per assicurarsi che le cose andassero bene, chiedendo se ad esempio se valutavano Cody tanto quanto Caleb che era il marcatore più collaudato.
“Quei ragazzi non avevano bisogno di esser seguiti e non ho mai ricevuto una chiamata da Jenny; nessuna lamentela per nulla.” ha detto Musselman.

Cody e Caleb a casa mostrano il loro lato ironico e umano lanciandosi in discussioni (abbastanza inutili quelle politiche) e la semplicità del loro legame familiare non è cambiato nonostante l’approdo in NBA.
“Sono ancora i miei bambini”, ha detto Jenny, “non importa quanti anni abbiano.”
Veniamo al Caleb giocatore dopo aver spiegato questo tratto del suo carattere che lo rende probabilmente più determinato di altri sul campo.

Giocatore piuttosto sveglio, piuttosto rapido e scattante, ideale per dare spesso più forza a una difesa che in certi frangenti rimane troppo passiva e timida riuscendo a metter pressione sull’attaccante o mostrandosi agile e utile nel recuperar qualche palla vagante.

Giocatore elettrico, buona visione di gioco, talvolta esagera nell’arrischiare il passaggio ma riesce spesso a fornire materiale per i compagni in svariate modalità; semplici scarichi, passaggi sul raddoppio, passaggi sotto canestro, ecc..

In difesa deve ancora assestarsi meglio a livello tattico dal mio punto di vista riguardo a ciò che gli chiede Borrego e a tal proposito prendendo in esame la sua partenza contro Miami nell’ultima uscita stagionale non è stato sicuramente tra i più positivi dopo un inizio nel quale ha tentato di flottare su un paio di giocatori rimanendo troppo distante dal suo uomo facendosi passare, ha perso la posizione o è stato battuto da altri giocatori.

Aldilà degli episodi singoli sembra un giocatore abbastanza solido e resiliente alle avversità.

Anche per lui il percorso di crescita è stato interrotto, un peccato perché avrei voluto vederlo nelle partite di fine stagione per cercare di capire se potesse salire ulteriormente di tono o mantenere un discreto voto ma che è poco più della sufficienza, cosa non da poco comunque per un rookie che a inizio anno, nonostante un roster più modesto rispetto a quello passato, non era certo dato a questi minutaggi e pronto a coglier l’occasione della mancanza di Rozier per saltare direttamente nello starting five.

C’è come un sentore che possa ritagliarsi un ruolo in squadra anche se non sarà magari da protagonista grazie alla sua caparbietà.

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06) P.J. Washington: 6,13

P.J. Washington è lo strano caso di un rookie che si è immediatamente trovato ad aver spazio in quintetto a inizio anno a causa di un reparto molto depotenziato rispetto al passato ma anche per meriti poiché ha mostrato buone doti in preseason.

L’esordio contro Chicago, infatti, è stato con il botto e sono piovute triple importantissime dall’ala per vincere il match.

Durante la stagione ha alternato però le classiche prove molto positive ad altre negative.

Questo rollercoaster con picchi altissimi verso l’alto e abissi profondi è dovuto ed è tipico della giovane età.

L’esperienza sarà fondamentale per determinare che tipo di giocatore diverrà in futuro P.J..

Sul lato difensivo non è irreprensibile ma a volte la cosa è anche dovuta a posizioni che flottano dal post basso all’esterno per il sistema di gioco che in quel momento vuole coach Borrego.

Un po’ lento, ingenuo talvolta se non passabile troppo facilmente dall’attaccante quando lo punta, ha bisogno di smaliziarsi e di trovare la sua dimensione in un sistema difensivo che si basa spesso su cambi dovuti ai pick and roll delle altre squadre o su coperture a zona quando si smette, anche momentaneamente, di giocare a uomo ma ha avuto anche momenti di ottima difesa che farebbero vedere delle interessanti possibilità per lui di diventare un buon difensore.

Sul lato offensivo ha più, a 21 anni, “Pistol” mostra una discreta varietà di soluzioni tecniche per colpir in attacco che vanno dal semigancio, all’appoggio, all’entrata molto decisa se ha spazio, iniziando a infilarsi con tempismo sui pick and roll a lui forniti.

L’arma del tiro da fuori è discreta, a volte non gli entra molto ma è capace di mettere due triple nel giro di pochi secondi, un tiratore di striscia o di serata come lo era stato Marvin Williams prima che proprio il ragazzo da Kentucky lo rimpiazzasse.

12,2 punti di media (7 volte con punti pari ai 20 o superiori con il top contro Chicago all’esordio con 27 seguito da una gara contro Detroit il 29 novembre a 26) sono buoni per un rookie che sta avendo spazio per maturare, come vedremo, difetta un po’ come il suo collega Miles a rimbalzo, nelle stoppate e nelle rubate.

La coordinazione c’è, l’agilità e la reattività difensiva dal mio punto di vista debbono sicuramente migliorare per poterne fare un giocatore più completo.

Percentuali troppo basse al tiro libero, strano per un giocatore che fa vedere buone cose tecnicamente con il gioco in movimento ma forse a livello psicologico si perde a gioco fermo.

Beh… considerando che la stagione è stata interrotta qui (peccato per il suo processo di crescita interrotto sul parquet nelle ultime gare) il giudizio è moderatamente positivo tenendo conto del fatto che P.J. è solamente un rookie e non si poteva chiedergli la Luna.

L’ambiente ideale per non bruciarlo era questo, buon minutaggio (30,3 a gara di media) poche aspettative in generale sulla squadra, un in più venuto da molti giocatori che liberi dalla pressione hanno dato spunti interessanti che dovranno migliorare e confermare nella prossima stagione.

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05) Miles Bridges: 6,15

Per me rimane ancor il giocatore più enigmatico degli Hornets.

Indubbiamente il suo percorso di crescita e apprendimento non è completato.

Sarà che agli Hornets il ruolo di ala piccola interpretato ultimamente tra gli altri da MKG, Batum e ora Miles non è stato molto semplice da interpretare ultimamente, sarà che la scelta di Bridges per le sue potenzialità atletiche mi aveva fatto intravedere buone possibilità di affermarsi in una NBA fisica ma a oggi rimane piuttosto ancorato a qualcosa in più di una sufficienza.

Qualche exploit, qualche giocata delle sue di potenza, rare perle che illuminano gli occhi, ma un tiro da tre che non è esattamente in crescendo rossiniano (33,0% con troppi errori nelle ultime uscite) in attacco mentre in difesa avrebbe la fisicità per tenere abbastanza bene l’avversario ma i suoi movimenti quando l’avversario muove palla e uomini talvolta creano buchi in difesa, trascinando qui, per ben due volte, il suo compagno di reparto P.J. in un gioco di spazi mal coperti.

Vediamo qui un caso nel quale Bridges esce sul playmaker degli Heat Nunn tenuto da Graham, questo “show” di Miles costa caro perché innesca una serie di reazioni a catena che creano spazi per gli Heat: Bridges prende un brutto angolo, Zeller non tiene Adebayo che scatta sul pick and roll accennato, a quel punto Miles cercando di seguire il centro nega quasi involontariamente la linea di passaggio a Nunn che è bravo a trovare però in angolo il compagno D. Jones Jr., altrettanto efficace nel segnar la tripla grazie a un altro movimento innescato dalla prima uscita di Miles, ovvero l’aiuto di P.J. Washington in chiusura che oscillando tra l’angolo e il pitturato, sul contemporaneo (al movimento in chiusura) passaggio esterno, non ha più il tempo necessario per contrastare il tiro del suo uomo.

Si ringrazia, riguardo quest’azione coach Erik Chialina per la gentile collaborazione, competenza e confronto.

In quest’altra azione che andremo a vedere tra poco Bridges cerca di marcare, tenendo bene inizialmente S. Hill, il suo uomo, ma poi sulla sinistra si viene a creare un fazzoletto denso di giocatori anche perché Nunn, sfruttando il blocco di Adebayo, esce a ricciolo ricevendo in posizione di ala.

Bridges, seguendo il suo uomo va a cercare di fare un aiuto (piuttosto pigro) mentre Nunn prende d’infilata due giocatori Hornets arrestandosi nel pitturato sulla chiusura di Zeller.

Sulla penetrazione di Nunn, Bridges ha un’incertezza sul fatto di tornar sul suo uomo ma ingolosito dalla palla si schiaccia andando a cercare il raddoppio pur essendo già battuto, a questo punto la palla finisce fuori per Derrick Jones Jr. sul quale si fionda P.J. Washington mentre Miles nel mezzo brancola ancora nel buio.

Contemporaneamente sul lato debole c’è un cambio di marcatura con un blocco flare che rallenta Martin in uscita sull’esterno, il n° 55 Robinson (a dx).

Quando arriva il passaggio orizzontale sul lato sinistro, Hill solissimo, prende vantaggio in partenza mentre Miles, staccato, si fa battere nuovamente e facilmente attirando anche P.J. Washington (uscito in precedenza già a chiudere la PF degli Heat) sulle tracce dell’uomo del numero zero.

La palla viene spostata con l’extra pass finale per D. Jones Jr. che non perdona ma anche in questa azione tatticamente Miles non è sembrato irreprensibile condizionando anche il compagno di reparto P.J. Washington.

Si ringrazia riguardo quest’azione coach Matteo Vezzelli per la gentile collaborazione, competenza e confronto.

Come si può notare, Miles ha qualche svarione in meno rispetto a inizio stagione ma personalmente non mi convince ancora nella metà campo difensiva.

Le sue statistiche nelle rubate e nelle stoppate non sono numericamente piuttosto trascurabili e a rimbalzo potrebbe dare di più (5,6 a partita in poco più di 30 minuti sul parquet) con quel fisico.

Affidabile al tiro libero come da due punti, per fortuna ha affinato un po’ l’appoggio a canestro prendendosi il suo ritmo, cosa che agli esordi non riusciva a fare arrivando a tutta velocità per appoggiar male.

Ottimi, anche se non spesso usati, i movimenti di spin spalle a canestro o 360°, talmente veloci che a volte l’avversario rimane letteralmente sul posto.

Certo… in attacco non è la prima opzione e non gli si chiede di farsi carico del peso offensivo ma di metter punti di rottura e in un certo senso a far questo riesce ma con una squadra con poco tiro da tre nel settore ali/lunghi dovrebbe riuscire a metter su un tiro da fuori almeno leggermente più affidabile sugli scarichi che spesso arrivano negli angoli o a circa sulle due diagonali.

I suoi punti sono aumentati ed è divenuto terzo marcatore della squadra con 13,0 pt. a partita.

Per non affondar nella mediocrità, nonostante numeri in crescita, come altri recenti giocatori scelti al Draft che gli Hornets avevano sperato divenir migliori nei loro anni a Charlotte, dovrà migliorare tatticamente sperando possa acquisire anche più confidenza con l’arte del passaggio dove è passato dall’1,2 nella stagione da rookie a 1,8 in questa da sophemore.

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04) Jalen McDaniels: 6,20

Scelto alla posizione n° 52 la forward di 208 cm per 93 kg non ha avuto spazio nella prima parte di stagione.

Ala molto atletica ed esuberante anche se non dal fisico colossale, è una piacevole e recente scoperta lanciata da Borrego all’interno della sua green line grazie anche alla cessione di Marvin Williams.

Le partite recenti nelle quali è stata impiegata la nostra PF.

Uno dei primi giocatori a uscire dalla panchina di recente ha ottenuto in una partita 10 rimbalzi e in un’altra 5 assist.

Ha sicuramente doti di tempismo ed esplosività (salta piuttosto in alto anche se non è rapido come Miles) come una buona apertura alare, il limite è l’eccesso di agonismo in qualche occasione su close-out e difese che sono utilizzate da qualche volpone della lega per procurarsi il contatto a proprio favore.

Una sua scheda preDraft.

Aveva un 7 sulla scheda Draft per quanto concerne la capacità difensiva ma Kupchak l’ha preso dicendo che da lui si sarebbero aspettati di vederlo crescere, magari prima a Greensboro.

Era partito bene realizzando diverse triple grazie a palloni che sugli scarichi che i compagni cedevano lui specialmente in angolo.

Ultimamente sta segnando un po’ meno in percentuale, compresa qualche tripla mancata ma sembra avere una buona meccanica di tiro ed è uno degli aspetti che Borrego gli chiede quello di colpire sugli scarichi.

E’ abbastanza incosciente anche in attacco ma questo a volte si può trasformare in benefici a rimbalzo o in imprevedibili incursioni per le difese avversarie.

La sua valutazione più bassa al Draft riguardava la resistenza, una sufficienza che non intacca però il suo gioco a Charlotte visto che i minuti a lui concessi non sono tantissimi ma a livello di rimbalzi mostra una buona media.

Un punto a suo favore è la voglia di apprendere.

Borrego non sapeva nulla di McDaniels quando gli Hornets lo arruolarono.
Gli Hornets spedirono McDaniels a Greensboro toccando la prima squadra solo in tre occasioni nelle prime 51 partite ma nella poca interazione che Borrego ebbe, notò una curiosità preziosa.
“Assorbe informazioni e vuole informazioni”, ha detto Borrego. “Non ti sta solo ascoltando, lo sta afferrando. Ci sta pensando. Il più delle volte, non commette più questo errore e se non lo fa (afferrare qualcosa), chiede una seconda volta o una terza volta, inoltre svolge il suo ruolo. Quando dici a un giocatore: “Questo è il tuo ruolo” e lo fa, è accattivante. Non sta cercando di essere qualcosa che non è o qualcosa di cui non abbiamo bisogno in questo momento.”

Questo aspetto avrebbe garantito molto probabilmente a Jalen di chiudere la stagione con buoni minutaggi ma il virus ha interrotto questa crescita e il suo processo d’apprendimento sul parquet di un giocatore pronto ad apprendere spiegazioni e a rubare con gli occhi i segreti del mestiere.

Gli aiuti in raddoppio, gli interventi sulle corsie di passaggio grazie a un fisico slanciato ma non pesante lo rendono agile per dar fastidio sul perimetro ma anche sotto canestro dove non è un muro ma occasionalmente si può unire allo sciame per portar confusione o panico nell’attaccante con la sfera in mano.

Cosa gli riserva il futuro è difficile a dirsi, bisognerà vedere il prossimo mercato in casa Hornets con un paio di centri in scadenza e l’incertezza su Zeller (qualche volta coach Borrego non disdegna quintetti piccoli con un’ala grande come centro) mentre P.J. al momento non sembrerebbe attaccabile come PF.

Potrebbe, per ora, essere un buon comprimario se la testa sarà quella descritta da Borrego (un suo inscusabile comportamento erroneo extra cestistico aveva messo in dubbio la sua capacità di esser utile e costante per il team).

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03) Terry Rozier: 6,31

Terry Rozier è arrivato a Charlotte con l’inevitabile etichetta addosso di sostituto dell’insostituibile Kemba Walker.

Lui sapeva che stavano pensando tutti a Charlotte, quindi lo ha anticipato a settembre.

“Non sono Kemba”, ha affermato Rozier giorni prima del training camp.

Non solo non era un All-Star come Walker ma era anche un panchinaro ai Celtics.

Ad Atlanta, in 2 OT, ha raggiunto il massimo in carriera con un 8/13 da 3 punti che ha contribuito a portarlo a 40 punti.

James Borrego, prima ella partita aveva detto che Rozier è diventato un tiratore d’élite della NBA. Gli Hornets lo stanno pagando circa 19 milioni all’anno, una follia in prospettiva a inizio stagione pensarlo in base al pedigree del giocatore.

Scary però si è messo sotto e il suo spirito guerriero lo sta portando sopra le aspettative dei fan, almeno in attacco, essenziale per restituire qualcosa di ciò che si è perso con Walker.

“Terry è stato fantastico”, ha detto Borrego.

“Ha superato le mie aspettative.”

Rozier avrebbe dovuto giocare da playmaker ma la veloce ascesa di Graham ha fatto si che Terry, pur conservando le proprie caratteristiche diventasse un po’ più guardia tiratrice con diverse caratteristiche dei due sovrapponibili in una fusione che ha portato i “Buzz Brothers” a essere una minaccia nel tiro da fuori l’arco ma non solo, anche con la palla in mano per capacità di distribuire assist, cosa che Terry, anche se in forma minore del compagno, continua a fare come una specie di creatore quasi secondario.

“Ha abbracciato il suo ruolo”, ha detto Biyombo.

Terry si è adattato a un sistema non facile da comprendere immediatamente fidandosi dell’entourage.

Forse Rozier è andato oltre sé stesso prendendosi sicuramente responsabilità importanti in momenti che contavano in tante partite per toglier pressione al giovane Graham.

Un ragazzo che mi piace mentalmente perché cerca di dare il massimo, è duro con sé stesso in quella ricerca di migliorarsi che porta all’impossibile perfezione.

“Ovviamente, non sono soddisfatto per il semplice fatto che posso dare un po’ di più”, ha detto Rozier.

“Questa è la cosa buona di me: cercherò sempre di fare meglio”.

Terry ha alle spalle solo quattro anni con i Leprechaun ma a Charlotte i tanti giovani nuovi giovani giocatori arrivati lo rendono uno nello spogliatoio, se non anziano, di fascia media (consideriamo lo svecchiamento del roster con MKG e Williams).

A Rozier piace essere il ragazzo intermedio: “Mi considero giovane. Ho giocato per quattro anni a Boston e sento di aver imparato molto. Sento che questo è il gioco: impari e poi insegni. Non ho tutte le risposte, ma odio perdere e sento che quello spirito competitivo si lega a tutto.”

Così “Scary” ogni tanto spara qualche partitona a livello offensivo ma aldilà dell’apporto determinante che da a livello offensivo in una delle squadre che più fatica a segnare in NBA è un giocatore che può trascinare la squadra a rompere momenti negativi durante la partita come break presi.

Il suo tiro da tre punti è stato spesso un’arma importante, purtroppo qualche volta, con pochi secondi sul cronometro gli è toccata la palla in mano cercando di essere l’eroe da game winner ma gli è sempre andata male.

Non è ancora stato il suo pane luno contro uno da eroe all’ultimo secondo, contro Toronto la difesa stretta ha limitato il suo tiro e a Cleveland la palla in combutta con il ferro gli hanno detto di no dopo una prestazione monstre negli ultimi minuti che aveva riportato Charlotte a una punto a punto dopo una delle prestazioni di squadra più deprimenti dell’anno che avevano scavato un solco importante tra i nostri e la squadra di Gilbert.

Forse la difesa a tratti è un po’ sacrificata, ha tenacia e gioco fisico sulla palla (come ha fatto notare Borrego) ma delle volte sui blocchi non è velocissimo e insieme a Graham sul perimetro forma una coppia alla quale sparano spesso in testa nonostante una media circa di 190 cm.

Tuttavia Terry rimane una piacevole sorpresa e non un altro giocatore strapagato con poca verve o capacità.

Alcune squadre potrebbero essere interessate a lui ma in questo contesto di crescita e di percorso verso i Playoffs, mi auguro possa far parte del progetto a meno di miglioramenti imprevedibilmente clamorosi sul mercato.

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02) Caleb Martin: 6,42

Gli scout dicono che dei due gemelli sia quello con più talento e un po’ a sorpresa, anche per il minor numero di partite giocate con voto valido (se ve ne fossero di più probabilmente con qualche prestazione opaca o sufficiente la media si abbasserebbe un pochino), eccolo qui sul podio con media altissima.

Era quello tirato dentro per miracolo dalla porta di servizio quando gli Hornets scelsero Cody Martin e quello messo in disparte per la prima squadra, eppure mostrava punti nelle mani e discreta difesa.

Ultimamente si sta affermando come buon giocatore dalla panchina perché Borrego vuol provare e lui lo ricompensa con energia, difesa e anche qualcosa in attacco con attacco e difesa invertite rispetto a ciò che avevo visto in lui con Charlotte in preseason poiché non è ovviamente la stella primaria alla quale affidar palla in fase offensiva e deve migliorare sulle penetrazioni mentre l’ho visto compiere tagli molto buoni.

“Sto trovando il modo di dirigere l’attacco trovando canestri qua e là. Non sono statistiche rilevanti perché abbiamo già ragazzi (in squadra) che lo fanno”, ha detto Martin.

Nelle sue ultime due partite, Martin ha realizzato i punteggi più alto della sua carriera con 19 pt. a Miami e 23 punti ad Atlanta.

Atletismo (sottovalutato dai più) e velocità ci sono come la voglia di far bene su ambo i lati del campo.

In genere si mostrano solo le azioni andate a buon fine ma qui, all’inizio, Caleb Martin mostra doti atletiche sopra la media non andando a segno per la schiacciata dell’anno solo per l’opposizione fisica del difensore dei Pistons che limita il range del suo volo. Alla fine della stessa clip, ecco come Martin, senza paura vada a recuperare in velocità negando un canestro a Detroit.

Gli vengono concessi molti più minuti oggi, ha mani sicure anche se non arrischia passaggi come il fratello Cody (più TO e assist per il fratello), nella gara contro gli Hawks ha messo in mostra un buon tiro da fuori con uno strano scatto delle gambe ma funziona e la dimensione perimetrale se dovesse essere confermata con buone percentuali lo porterebbe quasi certamente a ritagliarsi un discreto ruolo dalla panchina anche per l’anno seguente, salvo stravolgimenti.

All’occorrenza non ha paura di buttarsi dentro e l’impegno difensivo c’è, stesso sangue del fratello ma a volte è eccessivo.

Nella gara contro Atlanta (la 64) ha fatto vedere molto del suo potenziale offensivo ma ha commesso almeno due errori che alla fine son costati la partita con difesa troppo aggressiva specialmente per il close-out che ha determinato i FT contro e la differenza finale.

Sa prender lo sfondamento ma la sua gioventù lo porta a eccessi come appunto il fallo su Hunter che ha portato ai liberi che hanno deciso la partita con Atlanta.

I gemelli da “Nevada” sembrano all’apparenza tipi decisi ma non dovrebbero creare problemi nell’ambiente a Charlotte.

Borrego li sta inserendo in un contesto dove possono dare velocità (ideale per la transizione), energia e buone capacità deduttive sull’azione in corso, talvolta eccedendo nel mezzo fisico come si diceva.

Al momento però sembrerebbero essere perfetti dalla panchina per mettere in difficoltà a uomo o con zona match-up sia da portatore di pressing sulla palla che lontani dalla stessa, gli avversari che si alzano dalle panchine.

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01) Devonte’ Graham: 6,50

Graham è il figlio di un’evoluzione che non l’aveva previsto.

Avrebbe dovuto partire dalla panchina ed essere più o meno relegato lì, il minutaggio da stabilire a seconda delle sue prestazioni ma lui è andato oltre le aspettative, ha eclissato un Bacon che si è eclissato mentalmente nell’ambiente di Charlotte lasciando spazio in pianta stabile a un ragazzo che si è trovato nello starting five ma non solo, in assoluto anno di brackout nel suo year da sophemore.

Una media molto alta, impossibile chieder di più a un ragazzo che, se Rozier sulla carta sta sostituendo Kemba, sta andando a cercare di non far rimpiangere Jeremy Lamb, pur con caratteristiche differenti.

Deve un po’ migliorare in penetrazione, probabilmente Borrego chiederà anche questo a un ragazzo che in un anno è passato da elemento quasi sconosciuto a fulcro dell’attacco degli Hornets.

Devonte’ o “Tae”, per gli amici “Gamberone”, non solo, infatti, è un ottimo scorer e buon realizzatore da tre punti (tra i primi della lega per bombe realizzate) ma è anche un ottimo passatore, talvolta anche da drive and kick.

I suoi tiri siderali un po’ alla Curry, alla Lillard o alla Trae Young talvolta, stanno contribuendo ad allungare paurosamente quel range di tiro in NBA che sta diventando sconfinato.

Abbiamo qualche esempio di tiro pesante sganciato da Devonte’ con freddezza in finali nei quali ha risolto una partita in bilico (A Brooklyn, a Cleveland e a Miami per esempio) e questa sua caratteristica lo rende molto pericoloso quando entra nella metà campo avversaria.

Non per questo ostenta sempre il suo tiro ma varia la soluzione con un buon numero di passaggi, spesso illuminanti e smarcanti.

Non sembra essersi montato la testa, viaggia ancora con umiltà e quello spirito agonistico che lo portano ad avere consapevolezza e fiducia nei suoi mezzi.

Qualche schema migliore attorno a lui lo si potrebbe portare, spesso è lui a farli partire ma a oggi va bene così.

A Parigi vediamo come Graham, dopo essersi ricollocato con un veloce spostamento laterale, batta il difensore creandoda sé stesso l’attacco sullo scarico esterno di Rozier.

Un anno di crescita importante sperando che il virus, oltre a rallentare le “umane attività” non faccia altrettanto con il suo sviluppo come giocatore ma non credo vista l’etica del lavoro e la voglia di migliorarsi che ha messo in campo la scorsa estate.

Non deve pensare di essere arrivato come fanno alcuni giovani commettendo l’errore più grande della loro carriera ma deve continuare a lavorare seriamente e in questo Devonte’ penso possa darmi garanzie a livello di serietà e leadership nello spogliatoio.

La scorsa estate ha lavorato molto come scrivevo e i numeri in questo caso non mentono anche se vanno presi in considerazione del fatto che nella precedente regular season fosse quasi un signor nessuno con poco minutaggio mentre ora per la situazione venutasi a creare è uno dei pilastri della squadra.

A voler esser pignoli bisognerebbe che raffinasse e ottimizzasse il suo gioco in funzione di aver percentuali migliori al tiro, sovente sono appoggi contrastati, da due punti ma dopo aver rubato qualche movimento all’ex Walker, ultimamente ci ha fatto veder anche qualche movimento alla Parker contro Denver con arresto in corsa e finta aspettando il passaggio in salto a vuoto per depositare da sotto.

L’arma più prolifica degli Hornets, “insidiato” solo da Rozier, aujourd’hui sembrerebbe essere la scoperta più promettente di Kupchak, novello Indiana Jones, anzi no, forse meglio come: giovane “Charlotte Jones” e le sue avventure…

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Nota a margine per Borrego che, nonostante il voto sotto il 6 (per demeriti ma anche risultati) sta facendo un buon lavoro di sviluppo dei giocatori in primis.

E’ riuscito a cambiare qualche partita in corsa con zona o aggiustamenti e ha fatto i suoi errori tattici mentre vorrei vedere qualche gioco più complesso per portare Graham ad avere spazio per andare verso il canestro e alternare il suo gioco di passaggi e triple.

Anche lui sta crescendo con la squadra e ha vinto più partite di quelle che ci aspettavamo, ecco perché nonostante la media voto sotto il 6, per me è promosso e meriterebbe fiducia per la prossima stagione con un nucleo da valorizzare e far ulteriormente crescere.

Per chiudere vediamo le statistiche dei singoli, i voti partita per partita (raccolti) dalla 45 alla 65 e la media classifica se dovesse chiudersi oggi la stagione.

NBA Together

In un periodo triste senza basket da giocare e da osservare, venerdì 17 aprile sono rientrato un po’ in atmosfera cestistica partecipando con piacere e un po’ d’emozione, in qualità di “portavoce” dei fan italiani degli Hornets a una delle puntate di NBA Together che i competenti e simpatici giornalisti della Gazzetta dello Sport, Riccardo Pratesi e Davide Chinellato stanno conducendo per tastare il polso alla fanbase nostrana.

Cercando di far da portavoce del “sentimento” attuale dei fan degli Hornets (al pari dei rappresentanti Hawks, Mavs e Spurs nell’occasione), possiamo tirare alcune somme su una stagione che è rimasta sospesa come il futuro di molte persone e chissà che la riflessione in un mondo che viaggia veloce, non lasciando troppo spesso spazio per noi stessi, sia buona e utile pratica per il futuro.

Vi propongo qui sotto il video andato in onda con la mia parte d’intervista oltre ai saluti finali dei partecipanti.

Come trait d’union al discorso, per curiosità ho scaricato recentemente da una notissima piattaforma on-line, proprio un libro di Riccardo Pratesi intitolato: “30 su 30.”

Riccardo è un giornalista della Gazzetta dello Sport che ha viaggiato per l’America fotografando “lentamente” in questi anni (il contesto spaziotemporale varia leggermente da franchigia a franchigia a seconda della visita) scorci d’America per dipingere un preciso affresco dalle multi-sfaccettate e complicate sfumature che compongono, non solo la realtà delle franchise americane, ma anche il contorno delle città che le ospitano.

Si “parla” di ciò che si respira e ciò che gravita intorno alle varie città per finire nel cuore della squadra NBA e non solo, poiché spesso si parla di NFL e del rapporto tra team nella stessa area, con città che magari sgomitano per trovare consenso e spazio economico in quel contesto urbano.

Ogni capitolo ha un’aura particolare che rende l’idea sul come si viva la pallacanestro e non solo in quello spicchio peculiare d’America.

Mi sono approcciato con spirito neutrale a questo libro, generalmente sono abbastanza scettico su certo giornalismo moderno, su molti autori attuali o pagine che fanno del sensazionalismo per far apparire grandioso ciò che non lo è poiché lo spirito del nostro tempo è ovviamente commerciale.

Pur in corso di lettura, la voglia di scoprire tutte e 30 le squadre da chi le ha toccate con mano da cronista e insider è tanta, perché gli ambienti sono descritti con oggettività, al di fuori dagli stereotipi, alla ricerca della verità in un viaggio vivo dell’autore dentro il cuore dell’America raccontata oggettivamente e crudamente con una breve introduzione scevra da ipocrisia, perbenismo e fanatismo, coerente con i fatti che nel caso dei giocatori citati nel libro va oltre la superficie e la maschera che essi indossano durante le interviste di rito.

Sarà anche a causa del modo coinvolgente e appassionante, che, secondo la mia opinione, questo libro si trasforma in un punto di vista privilegiato e ideale per chi voglia scoprire alcuni aspetti della recente NBA che sta accompagnando la vita di noi appassionati.

Personalmente mi sento di consigliare questo libro (il prezzo della versione on-line è super accessibile e mi sarei perso qualcosa a non leggerlo) a chi è amante del genere e vuole scoprire realmente questo pianeta senza farsi abbagliare dallo scintillio delle stelle NBA.

Giusto per toccar qualcosa di concreto… si parte con l’Atlanta della Coca Cola, delle Olimpiadi e dei bassifondi per passare all’Olimpo dei Warriors con le loro alchimie e i fratelli Curry, ci sono ancora i Bobcats (non ancora Hornets) in un capitolo dove si racconta più di Duke e North Carolina nella “Terra del Basket”, sperando che i nostri Calabroni possano riemergere nell’interesse di un pubblico potenzialmente interessato ma aggiungerei io, imborghesitosi troppo rispetto a quello degli anni ’80 e ’90.

Storie personali, aneddoti, stralci di interviste rendono leggero e piacevole il libro che va a toccare tutte e trenta le squadre NBA e può diventare anche consiglio di viaggio per chi un giorno (free da Covid 19) si vorrà recare negli Stati Uniti.

Entriamo ancora nella tematica guadagno, città, proprietà, fanbase e franchigia per cercar di capire se e come la cosa possa ffunzionare.

Nel video soprastante, se non l’avete ancora guardato, abbiamo toccato tematiche come quella su Michael Jordan e la voglia di portare i Calabroni in alto.

Qui dobbiamo intenderci; per i fan delle varie squadre i risultati sono importanti perché si vorrebbe sempre vedere la propria squadra ad alti livelli vincere qualcosa ma la visione di Riccardo mi ha dato il noumeno nascosto aldilà del fenomeno sportivo che si pone davanti agli occhi di noi tifosi.

Per un fan è ovvio che il franchise cerchi il successo ma proprietario potrebbe non esser fondamentale.

E’ assolutamente vero che si cerchi di lavorare per migliorare la squadra ma fino a che punto un proprietario e/o un entourage vogliono o possono farlo?

I proprietari della NBA sono principalmente uomini d’affari con una visione a stelle e strisce lontana dalla nostra anche se si chiamano MJ e hanno avuto una personale e feroce voglia di vincere sul campo.

Quanto dello spirito di MJ emergerà nei prossimi anni per aiutare Charlotte lo andremo a scoprire, noi fan Hornets abbiamo fiducia ma non incondizionata, in considerazione del fatto che sul Boston Globe è apparso recentemente un articolo che sostanzialmente svelava il fatto che in un incontro nel Principato di Monaco, la scorsa estate, mentre Kemba Walker si trovava lì per un evento Nike insieme alla sorella, avrebbe ricevuto da Jordan una specie di saluto, interpretato da Kemba come quasi un addio.

Fu lì che Kemba (prima del “saluto” di Jordan) iniziò a chiedere qualche informazione a Tatum su Boston, come si fa per possibili viaggi, senza però pensar a nulla di concreto.

Consideriamo che Walker aveva manifestato pubblicamente la frustrazione per non riuscire a raggiungere i playoffs e avrebbe voluto un team all’altezza, cosa che un giocatore come MJ ha capito profondamente ma trovandosi con le mani quasi legate dai contratti come quelli di Batum e le rifirme da player option estive di Williams, Biyombo e MKG non è riuscito a dare, ritenendo probabilmente inutile entrare in luxury tax.

Proprio per la sua attendibilità e oggettività, chiedo a Riccardo se secondo lui Jordan avrebbe potuto tentare di offrire di più a Walker per farlo rimanere o se sia stata la scelta migliore per tutti lasciare che i divergenti interessi si compissero.

La seconda e ultima domanda per lui è, se a Charlotte, secondo lui ci sarà spazio per tornare all’entusiasmo del pubblico più partecipe come quello dei primi Hornets.

C’è spazio per i Calabroni nella Terra promessa del basket per non esser schiacciati tra quello ad alto livello universitario e i Panthers (una “produzione” del successo Hornets) nella NFL?

Serviranno solo i risultati per scaldare il pubblico o questa squadra è destinata magari a emigrare per l’ennesima volta?”

Riccardo Pratesi:

1 – “Purtroppo credo che Jordan abbia perso Walker quando negli anni non è riuscito a costruirgli intorno un cast di supporto adeguato alle ambizioni di Kemba, tra l’altro un vincente naturale, come dimostrato al college, a UConn University.

In questa NBA i mercati più piccoli faticano a veicolare i brand di giocatori anche grandi, ma che rischiano di passare sotto silenzio, rispetto alle loro qualità, se nel contesto “sbagliato.”

Kemba è un naturale secondo violino a livello NBA ma ha dovuto agire da faro spesso solitario, agli Hornets.

Inevitabile che alla fine le sirene di una piazza come Boston, storica e con ambizioni immediate, abbiano avuto il sopravvento.”

2 – “I risultati saranno fondamentali per le prospettive di franchigia..

La realtà è che i rapporti di forza NBA sono molto fluidi, basti pensare al ribaltone dei Warriors che sono passati dall’essere una dinastia tra le più forti e celebrate ogni epoca alla franchigia col peggior record NBA nel corso di 12 mesi o a Memphis che per qualcuno rischiava persino la location e che invece grazie a un Draft sontuoso, con Morant e Clarke come scelte illuminate, vede d’improvviso all’orizzonte un futuro luminoso.

Chiaro che Charlotte debba combattere anche “per il territorio” a differenza di altre franchigie.

Nel senso che il North Carolina è terra di college basket.

Di Tar Heels, di Blue Devils, di Wolfpacks e di Demon Deacons.

Non ha la primogenitura nemmeno nella pallacanestro e deve comunque tener conto dei Panthers ma se Charlotte riuscisse a trovare, magari dal Draft, perché conquistare gli svincolati è impresa improba nonostante Jordan giocatore, per colpa anche del Jordan proprietario, un grande personaggio oltre che un grande giovane talento, ecco che potrebbe cambiare tutto.

Sarebbe il canestro più bello, per gli Hornets.”

Proprio in questo periodo di Covid-19 nel quale alcune persone (per le altre non ci sarà mai speranza) stanno riscoprendo il valore di lavoratori come medici, infermieri e tutti coloro che garantiscono un servizio nel terziario per portare beni essenziali sule proprie tavole, pur permanendo in un contesto “obbligato” di accesso al credito al quale non ho mai creduto, mi preme ringraziare diverse persone partendo da questo presupposto…

Senza i fan la NBA, pur con le loro straordinarie stelle, non sarebbe nulla, in questo caso, parte dell’identità delle star viene dal riconoscimento dei fan.

Se non ci fosse l’interesse della gente qualsiasi macchina da soldi non si muoverebbe, niente business, niente “pari opportunità” di vincere un titolo, concetto che si sta un po’ perdendo anche nel mondo NBA nonostante il tetto salariale, niente di niente.

Ringrazio quindi molto Filippo Barresi per aver girato il mio contatto a Riccardo Pratesi (anche per la disponibilità ulteriore nel rispondere alle domande) e Davide Chinellato (ovviamente ringrazio ancora) , Matteo Vetralla come “first fan” dei miei scritti che mi ha spinto a continuare a lavorare nonostante la fatica del lavoro renda questo hobby non retribuito difficile da continuare come un moderno Sisifo che continua a spinger sulla montagna quel masso che cadrà dalla rupe per andarlo a riprender ancora e ancora ma forse il bello è proprio questo, sta in quella freccia tesa che scagliata continua a viaggiare all’infinito che è tesa al bersaglio ma non l’ha ancora raggiunto, è la passione e la scoperta che sta nel viaggio.

Ringrazio “Max Jordan” che qui sulla piattaforma di Playitusa.com, essendone il Deus ex machina) mi lascia libero di utilizzare il mio stile poco omologato e poi sicuramente mio fratello Daniele che laureatosi in lingue mi da una mano su espressioni particolari o dubbi per le traduzioni in inglese, mia madre il quale lavoro mi permette di aver più tempo per la mia “follia notturna” nel seguir tutte le partite dei Calabroni.

Altresì un “doumou arigatou” o “thank you” va a Fabio Dajocchi, il mio attuale capo reparto, persona stimabile che mi ha permesso il break per poter registrare la puntata, Alberto Figliolia, altra persona intelligente e stimabile che mi fornisce di materiale sul basket in generale, tutti i ragazzi del gruppo FB degli Hornets che sono tanti, per citarne alcuni: Paolo Motta (che ho avuto il piacere di conoscere e vi sono dei live sulla sua esperienza a Charlotte), gli amici Flavio Berra e Guido Zanella, i coach Matteo Vezzelli ed Erik Chialina (con il primo a darmi una mano talvolta su lavagnette tattiche e le nostre follie su possibili declinazioni nello sviluppo dei movimenti segnati da Borrego), Luca Barbieri (uno dei colpevoli della mia passione Hornets), il simpatico Iacopo di Pancrazio, Gastone Dal Molin (frontman principale ai vecchi tempi dei New Orleans Hornets), Daniel Saviola Gasbarrini, Emanuele Paradiso, Luca Giordano, Matteo Spelat from Polska, Michele Conte from Brasil, Francesco Miscio, Gabriel Greotti fan dei Celtics con il quale ogni tanto collaboro, Mario Fammelume e la sua passione al contrario per Batum come tormentone, Matteo France, Simone Bernardi, Riccardo Pozzi, Giovanni Oriolo, Giuliano Marchetti, Riccardo Percuoco, Marco Degli, Gian Luca Cogliati, Jacopo (da Genova), le amiche Giuliana Gasparini, Anita Margetin, Elena Gazzato e diverse colleghe del lavoro per il supporto morale e a tutti i ragazzi del “Campetto di Via Trento” che in questi anni hanno condiviso il gioco e la mia passione, chi ha abbandonato per seguire la sua strada negli studi o lavorativa o chi ancora oggi viene quando possibile nonostante il peso del lavoro come l’amico Andrea Coniglio (cognome uguale a un mitico personaggio interpretato da Paolo Villaggio) che ringrazio anche per la gentilezza della maglia color purple fattami portare da Charlotte.

Speriamo quindi che si possa riuscir a tornare a giocare a ogni livello senza pericoli il prima possibile, dal basket guardato NBA a quello giocato sui campetti dagli appassionati.

Il Shinnprevisto

Premessa

Avrebbe dovuto essere un pezzo scritto per altra sede ma è rimasto lì, dormiente e dato il periodo, se qualcuno volesse leggerlo per ingannare il tempo in giornate pittosto irriconoscibili, è un piccolo contributo.

Il titolo era un calembour tra George Shinn, proprietario degli Hornets e tutti gli imprevisti che hanno caratterizzato la franchigia dalla propria nascita, mai avrei pensato ad un imprecisto così colossale come quello targato Covid 19.

In verità faccio fatica oggi a scrivere (sto comunque lavorando lentamente nel tempo cui dispongo a casa oltre al lavoro che svolgo, per creare una video top 20-30, non so… della prima parte di questa stagione NBA per gli Hornets) , tutto appare più futile di fronte all’emergenza mondiale di un nemico invisibile il quiale si è preso il “rispetto” in maniera aggressiva a dispetto di molti che hanno sottovalutato o ucciso le piccole realtà.

Un pensiero va anche a un amica ed ex collega positiva che sta uscendo pian piano da quello che è stata l’infezione che ha avuto.

Un pensiero va a chi lotta nelle corsie degli ospedali e a chi per questo non c’è più a causa troppo spesso di mancanze strutturali atte a difendere chi è già a rischio.

Non è retorica, nel mio piccolo, immerso in un ambiente a rischio come quello della G.D.O., per fornire un servizio alle persone direi che non va meglio.

Troppa leggerezza nei comportamenti a rischio per sé stessi e per gli altri e ancora qualcuno che non ha capito che solo insieme se ne potrà uscire.

Purtroppo la struttura economica influenza la sovrastruttura culturale e siamo ancora prigionieri di questa economia con visibili limiti e iniquità, in questo posso scorgere un trait d’union con ciò che avevo pensato per l’intro di questo pezzo.

Intro

E’ verosimile che il giudizio non stia nel soggetto giudicato ma nella cultura d’appartenenza.

Ogni persona, in base alla propria cultura, alla società in cui e ad altre variabili (tempo, condizione, ecc.) vive tenderà ad avere un criterio di giudizio differente rispetto al medesimo soggetto giudicato.

Qui sta la verità per Protagora, la verità vista come relativa poiché varia in base all’immersione in una determinata società o alle singole caratteristiche da parte di chi giudica.

Per spiegare il Deus Ex Machina dei Charlotte Hornets, colui che ha dato vita a “questa franchigia” (poi ne parleremo verso la fine), ci vorrebbe un libro ma accontentiamoci di ripercorrere a grandi linee la sua storia, almeno quella che ha a che fare con il basket…

Una storia che per noi, amanti del basket, si intreccia indelebilmente con quella dei Calabroni 1.0.

Proveremo così a toccare qualche aspetto del passato correndo velocemente sulle note del tempo…

Bio & Info

George Shinn nasce a Kannapolis in North Carolina l’ undici maggio 1941.

Attualmente vive a Franklin, vicino Nashville (Tennessee) con la moglie Denise e ha tre figli, Susan, Chris (frontman di una band chiamata Live) e Chad.

Il primo proprietario degli Hornets da giovane fa i lavori più disparati: impiegato in un’industria tessile, lavora in un autolavaggio e fa anche il bidello in una scuola…

Nulla farebbe prevedere un futuro così radioso per George, tuttavia dopo aver frequentato l’Evans Business High School e aver ottenuto la laurea, compra l’Evans stessa e altre scuole con programmi a breve termine (18/24 mesi) mettendole sotto l’insegna “Rutledge Education Systems”.

Ciò che fa per acquistare quella che sarà la ventiquattresima franchigia NBA è semplice dal punto di vista economico, vende le scuole.

Ben più difficile si prospetta far parte della lega di pallacanestro più importante del pianeta, tuttavia la buona stella degli affari di Shinn, splende.

Il sogno americano del self-made man per lui si realizza, anche se in percentuale rimane un miraggio per i più ovviamente.

La NBA a metà anni ’80 è in cerca di nuovi mercati e si dovranno scegliere le città più adatte per espandere il proprio business.

Ah, facendo un passo indietro, a 34 anni, alla Casa Bianca dal presidente Bush riceve anche un American Success Award, uno di quei premi che danno per imprenditoria, patriottismo, ecc., non l’hanno ancora ben capito in America ma a me suona male.

Charlotte nella NBA

George comunque pensa alla Charlotte dell’epoca (una città in espansione con 350.000 abitanti circa contro gli 872,00 attuali), una città che con queste premesse sembrerebbe spacciata ma Shinn ha spiccate doti da self-made man e un destino scritto perché prima di tentare per la nuova franchigia di basket provò a contattare Bobby Brown, presidente dell’American League e Peter Ueberroth (ex commissario della Major League Baseball) per cercare di ottenere una squadra di baseball a Charlotte.

Con il primo non si combinò nulla, il secondo gli rispose che Charlotte era troppo piccola.

Dopo aver lasciato l’ufficio di Ueberroth, Shinn si recò (almeno così dice lui) direttamente alla sede NBA e scoprì che si stavano espandendo.

Shinn con Mulhemann (esperto di marketing) e il governatore Jim Martin si trovano catapultati quindi nell’ufficio di David Stern a New York quando l’ex commissioner, tirando fuori un grosso sigaro lo puntò verso di loro in stile Hannibal Smith, dicendo: “Perché Charlotte?”

Lo stesso Stern, per sua stessa ammissione, nonostante non fosse sicuro dove fosse Charlotte fu colpito di come il “fagiolo saltellante” (così chiamò Shinn in un’intervista successiva) riusciva con enfasi a mostrare le possibilità di un mercato regionale (Carolina, Duke, N.C. State, Wake Forest sono la terra promessa del basket) e non solo cittadino.

Le variabili in gioco però erano tante e le city in lizza per conquistare quattro posti al sole erano ben undici.

20/10/1986: Shinn, insieme ad altri due originari Hornets (Hendrick, Mulheman e Sabates) viaggiano verso Phoenix per presentare il loro piano per portare Charlotte in NBA.

Sabates ricorda che quando arrivarono a Phoenix stavano ridendo di loro come se avessero visto arrivare degli alieni o dei montanari del North Carolina del tutto fuori contesto.

Shinn fece il suo discorso e alla fine concretamente esclamò: “Ho 10.000 prenotazioni per la mia squadra.”

Red Auerbach dei Boston Celtics, fu il primo ad alzarsi e cominciare ad applaudire.

Si avvicinò e abbracciò George.

Il piano di Murdock il pazzo (per tornare al telefilm dell’A-Team) aveva funzionato alla grande.

Una squadra fantasma che ha già venduto tutti quegli abbonamenti…

La mattina seguente il Sacramento Bee, asseriva ironicamente che l’unico franchising che a Charlotte stava per arrivare avesse gli archi dorati, alludendo alla catena McDonald ma Stern chiamò Shinn e gli disse: “George, oggi è il primo di aprile, ma questo non è un pesce d’aprile. Sei stato selezionato come N°1.”

Qui iniziano i problemi per un neofita del settore ma avendo qualche conoscenza, Shinn per le uniformi pesca bene Alexander Julian, famoso stilista di Chapel Hill ma ha in mente di fare le divise bianche, blu Carolina ma soprattutto come colori dominanti un verde che lui definisce teal ma è proprio un verdone chiaro e rosa.

Julian fa slittare il verde in foglia di tè (girandolo un po’ più sull’azzurro) e piazza il viola al posto del rosa che non si combinava.

Il pagamento fu abbastanza strano perché la richiesta di Julian del 5% su eventuali repliche vendute, per via delle entrate condivise sarebbe stata difficile da esaudire, quindi non chiese niente se non una fornitura di Carolina barbecue per due anni…

Julian: “Mi chiesero di riassumere l’intera esperienza. Beh, George è diventato ricco ed io sono divenuto grasso. Ho scambiato 10 milioni di dollari di royalties per ingordigia”.

Spettro

Dopo aver pensato come primo nome a Spirit (certo che con la Sprite avrebbe fatto faville), una votazione tra i fan decise per Hornets, quindi serviva una mascotte e a realizzarla fisicamente poi fu una figlia d’autore: Cheryl Henson, figlia di Jim, il creatore dei Muppets.

Il primo Hugo diverte arbitri e pubblico.

Forse uno stravagante spirit effettivamente nell’arena si aggirava già poiché il nuovissimo megascore, dopo una benedizione, ancor prima dell’apertura, andava frantumandosi sul parquet, fortunatamente non coinvolgendo nessuno, lasciando il danno economico.

Spettro Elettromagnetico

Dell Curry (mio giocatore preferito all-time), papà di Steph è sposato con la splendida Sonya Curry.

Dell and Sonya Curry con le particolari maglie bi-team differenti per i figli che giocavano nei Warriors (Steph ovviamente è ancora lì) e ai Trail Blazers (Seth oggi è ai Dallas Mavericks).

Ora, non si sa bene per quale motivo, il buon George era convinto che la moglie di Dell fosse bianca, allora telefonò a un giocatore bianco del roster dell’epoca dicendogli:

“We drafted you. We know who you like to date. But we just want to tell you to really be careful about letting people see because Dell Curry is married to a white woman and we don’t know how people are going to take them either.”

Che insomma, se non è proprio razzismo, è un bel tentativo di scoraggiare i matrimoni misti…

Dell Curry con il suo futuro ricambio generazionale in NBA.

First Win, 8 Novembre 1988

Charlotte Hornets Vs Los Angeles Clippers 117-105 (3^ stagionale)

Prima della partita ci fu una riunione per cambiare il nome dell’arena che Shinn non voleva cambiare tenendo poi come nome “Charlotte Coliseum”.

Durante la riunione mentre parlava il suo braccio sinistro si contrasse involontariamente più volte.

Si sdraiò sul divano addormentandosi ma un suo collaboratore (Stolpen), lo portò all’ospedale intuendo che qualcosa non andasse.

Aveva avuto un ictus che per due settimane lo cancellarono dalla scena, avvenuto proprio durante la prima vittoria.

Hornetsmania

Il primo dicembre 1988 gli Hornets batterono sul fil di lana i forti Philadelphia 76ers di Sir Charles Barkley ma a far scoppiare la Hornetsmania fu la partita del 23 dicembre 1988 quando tornando in North Carolina un certo Michael Jordan si pensa che i Bulls debbano far un solo boccone di questo expansion team…

A pochi secondi dalla fine però si è sul 101 pari e la spicchiata è nelle mani di Charlotte che sfrutta male il possesso, anyway l’operaio (ex Lakers) Kurt Rambis recuperando la sfera sotto il tabellone convertiva sulla sirena i due punti per la vittoria facendo quasi venir giù il “The Hive” che si gremirà poi con 364 sell-out consecutivi (circa 9 anni) in un’arena da 24.042 posti per il basket (la più grande concepita “solo” per il basket).

I primi anni sul parquet sono comunque di gavetta e sconfitte, come per tutte le squadre recenti NBA, poi con l’acquisizione di Kendall Gill, Larry Johnson e Alonzo Mourning gli Hornets si presenteranno ai playoffs del 1992/93 vincendo la prima serie contro Boston 3-1 grazie a un tiro a fil di sirena di Mourning scioccando l’ambiente NBA.

L’annata successiva il duo Mourning/Johnson ha problemi di infortuni e non basterà il miglior sesto uomo, un gran Dell Curry per portare Charlotte ai playoffs.

Trouble

Nel frattempo Shinn sciocca la NBA firmando un contatto complessivo da quasi 84 milioni di dollari per Larry Johnson, spalmato in 12 anni.

All’epoca era il più ricco contratto complessivo.

Nel 1994/95 gli Hornets vanno alla post season (eliminati dai Bulls con qualche recriminazioni per un paio di falli che avrebbero potuto portare gara 5 a Charlotte) ma il peggio è che l’agente di Mourning, David Falk (lo stesso di MJ) chiede più soldi per il suo assistito in estate.

Zo, ha in atto una tensione nascosta con Grandmama (Johnson) per equipararsi anche monetariamente ed esser riconosciuto come stella della squadra dopo che in passato Shinn aveva definito LJ “leader”.

Hugo, Bogues, Larry Johnson e Alonzo Mourning in stile Willy, Principe di Bel Air davanti a uno dei famosi murales in città.

Shinn decide che la richiesta economica per Mourning sia eccessiva rispetto a ciò che era in grado di offrire e al valore del giocatore, così, alla vigilia della stagione NBA 1995/96 in fretta e furia arriva una multitrade (brutale per i fan) che spedisce Mourning a Miami mentre dalla Florida arriveranno il realizzatore Glen Rice insieme a Matt Geiger, ecc…

Rice si dimostrerà uno dei migliori giocatori mai avuti a Charlotte così come farà anche Anthony Mason arrivato successivamente al posto di Larry Johnson e poi Mashburn, Jones e altri ma di fatto l’anima della squadra è compromessa anche se gli Hornets dei 90s sono una squadra che spessissimo fa i playoffs arrivando magari talvolta al secondo turno nonostante Shinn continui a praticare queste politiche, ma per il nostro “eroe” il peggio deve ancora arrivare…

L’inizio della fine dell’era Charlotte

L’escalation in negativo non si arresta e Shinn viene accusato di molestie sessuali e sequestro di persona da una donna alla quale aveva offerto il suo aiuto per problemi di affidamento del figlio (dopo aver palpeggiato il seno e messo una mano sugli slip della Donna, l’avrebbe condotta a casa sua offrendole dei soldi per del sesso orale)…

Non che Stern dicendo che: “Shinn non sa come prendere un no come risposta” lo abbia aiutato molto…

A ogni modo le due certezze sono che questo è uno dei comportamenti più odiosi e che il suo indice di gradimento, specialmente in un’America puritana (lo stesso Shinn è super religioso) e quasi rurale nel DNA, inizia a cadere pesantemente.

Le accuse di molestie decadranno in seguito (inizialmente un giudice del South Carolina è convinto ci sia stato qualcosa ma non ha prove sufficienti) ma lui ammetterà di aver avuto due storie, una di un paio d’anni con una dance bracket…

La prima moglie Carolyn non prende bene la situazione e chiederà il divorzio.

Carolyn “Shinn” da giovane.

Lo scontro si fa aspro anche con i fan che iniziano a lasciare posti vuoti al Coliseum, sia per lo scandalo che per gli scambi degli iconici giocatori.

Il Diversivo

Shinn, mal consigliato (così asserisce lui) dal socio di minoranza Ray Wooldridge (detentore del 35% delle quote degli Hornets), chiede alla città di Charlotte di contribuire pesantemente alla costruzione di una nuova arena nonostante il Coliseum fosse nuovissimo e avesse la maggior capacità come capienza (come arena specifica per il basket) per ospitare i game dei Calabroni.

La scusa è che non ci siano gli skybox e la franchigia perda moltissimi possibili introiti per questo motivo.

Il 57% dei fan è a sfavore della richiesta dell’owner e glielo fanno sapere con un calo netto dei presenti al Colosium.

Shinn, praticamente “emarginato” decide di trasferire la franchigia a New Orleans (Wooldridge era intenzionato comunque a lasciare Charlotte secondo Shinn) ed è così che i playoffs 2002 si giocheranno in un clima surreale nonostante gli Hornets del Barone Davis al primo turno battano gli Orlando Magic in una memorabile serie.

La sconfitta 1-4 contro i Nets di Jason Kidd è salutata dall’ultimo tiro, una tripla siderale di David Wesley che poi si legherà a New Orleans come giocatore e oggi come commentatore tecnico per NOLA.

Wooldridge e Shinn hanno già una megamaglia ipotetica per i nuovi New Orleans Hornets.

Gli ultimi anni a New Orleans/OKC

Shinn non fa in tempo ad accasarsi a NOLA quasi che dopo un paio d’anni deve ricostruire il roster e vivere la devastazione dell’uragano Katrina a New Orleans, il provvisorio ricollocamento a Oklahoma City (non è che il karma gliel’abbia messa giù facile e favorendo indirettamente anche Oklahoma City fa sparire Seattle, purtroppo), la grande annata di CP3/West, Stojakovic e Chandler prima di ammalarsi di un tumore alla prostata (dal quale poi guarirà).

Shinn ha bisogno di vendere ma non trova acquirenti, la trattativa con il socio di minoranza Gary Chouest stagna, finisce perciò per rivende la squadra alla NBA stessa uscendo di scena dal mondo della grande pallacanestro nonostante poi l’avvento di Tom Benson porti ancora sconvolgimenti d’identità.

Un aereo utilizzato per i trasferimenti dei giocatori dei New Orleans Hornets.

Oltre alla perdita di West/Paul e degli altri Hornets d’oro (famosa la trattativa bloccata per Paul ai Lakers da alcuni proprietari NBA, ricordiamo tutti detentori del team di NOLA, con CP3 che finirà ai Clippers), il rebrand come Pelicans priva di totale identità la consecutio temporum della squadra acquisita successivamente dal proprietario dei New Orleans Saints Tom Benson, mentre in North Carolina Michael Jordan, essendosi liberato il brand per stessa decisione di Benson, sotto la spinta di alcuni tifosi, riacquisiva il marchio oltre alla storia dal 1988 al 2002 restituendo giustamente la storia alla Buzz City (Shinn in un’intervista ha detto di essere felice di questo avvenimento) ma dividendo in maniera inaccettabile il percorso come Hornets, come se ci dicessero che hanno scherzato sulla gestione come Hornets negli anni a New Orleans…

The End

Cosa rimane quindi del modello del cristiano ideale e del filantropo?

Shinn ha anche fatto numerose buone azioni Hoops for Homes è un programma finanziato da Shinn per ricostruire case a New Orleans dopo il passaggio di Katrina, alla Lipscomb University fa piovere aiuti per 15 milioni (nel 2017), l’iniziativa a Haiti per una clinica a tre piani in collaborazione con la Casa della Speranza di Amer-Haitian Bon Zami a Tabarre, un sobborgo situato vicino a Port-au-Prince ha dato aiuto ai bambini poveri e orfani ma oltre ai soliti gala di beneficenza si potrebbe esser retroattivi tornando anche a Charlotte.

Se gli chiedete se gli Hornets avrebbero potuto rimanere a Charlotte, lui dice:

“Non lo so. Gli errori sono stati fatti. Le persone commettono tutti i tipi di errori. Negli affari, commetti errori, gli individui commettono errori, in qualunque cosa. Gran parte della mia vita è guidata dalla mia fede e anche quando le cose accadono, pensi che non siano buone, è perché Dio ha piani più grandi per te. All’epoca avevo un partner (Wooldridge) che era davvero intenzionato a uscire da Charlotte. Venivo trascinato in tutte le diverse direzioni. Era una situazione che, con il senno di poi, se le cose avessero potuto andare meglio”…

L’agatodemone e il cacodemone dormono in noi e anche in Shinn, le condizioni circostanti come la scalata al successo possono aver manipolato i due angeli, di certo il “Rodman dei presidenti NBA” (scusate se ho coniato questa definizione al volo) ha fatto pagare il conto anche a Charlotte per i suoi errori (dai quali mi auguro abbia appreso qualcosa), l’eventuale giudizio se l’avete lo lascio a voi, giudicare è uno sport ipocrita a volte, a me interessava capire e ricordare l’uomo dell’ascesa e della caduta degli Hornets originali, quelli che forse i più giovani non hanno conosciuto ma popolarissimi a metà anni ’90 tanto da vender nel 1995 più merchandise dei Bulls di Jordan che oggi è il proprietario degli Hornets.

Il fondale della piscina di George Shinn in disuso. Sommersi, riaffiorano i ricordi e le passioni in tempi calmi e irrequieti al contempo.

NBA sospesa

Rudy Gobert degli Utah Jazz è risultato poitivo ai test per il Covid – 19 e la partita tra Jazz e OKC ha finito per essere la gara fantasma che ha chiuso di fatto la stagione NBA o almeno “sospesa” per ora anche se non promette nulla di buono il prossimo futuro AMERICANO avevdo già visto in Italia l’accaduto riguardo un virus che non è certamente mortale come l’Ebola ma è molto facilmente trasmissibile e oltre a portare a possibili complicazioni polmonari ha portato a una pandemia che sta stressando il nostro sistema sanitario pubblico (tagliato da più di 30 anni colpevolmente e scientemente in nome del profitto seguendo logiche neoliberiste, quelle imposte oggi sul mercato e sottoforma di controllo del pensiero di massa), figuraiamoci in America dove è pressoché privato…

Ciò che dice Wikipedia sulla malattia:

https://it.wikipedia.org/wiki/Pandemia_di_COVID-19_del_2019-2020

Giusto prendere questa iniziativa nonostante dispiaccia molto non veder più la NBA prossimamente ma necessario sperando che anche negli altri Stati si rendano conto dell’espansione veloche che questa settima forma di virus ha avuto anche in Europa dopo esser partita dalal Cina e più precisamente da Wuhan.

Sulla pagina FB degli Hornets l’annuncio, qui sotto, NEL LINK, lo statement della NBA.

https://www.nba.com/article/2020/03/11/nba-suspend-season-following-wednesdays-games?fbclid=IwAR2MjldJh9V4vCQtyC6hyRa8MXxjiyLYn5GQcHcYaYV_wR1mfbOblvmpShY

Particolare l’assioma sul fatto che Gobert, toccando recentemente i microfoni per dimostrare la non contagiosità del virus, per minimizzarlo o esorcizzarlo, l’abbia contratto da lì.

Personalmente vista l’incubazione media direi che sia difficile che vi siano state le tempistiche giuste in percentuale, anche se possibile.

Rimane una scenrtta fantozziana che mi ricorda questa, molto sfortunata:

Game 65: Charlotte Hornets @ Miami Heat 109-98

Intro

Si apre con la scritta “In the midnight hour” il video del brano Eyes Without a Face di Billy Idol.

Una versione live del pezzo.

Il 3 dicembre 1983 usciva questo pezzo (leggermente distonico dal suo gusto musicale se non per l’assolo di chitarra elettrica) senza tempo che Idol in un primo momento non voleva cantare.

La canzone è scritta dallo stesso Billy Idol e del suo chitarrista Steve Severin con la bella voce femminile di controcanto di Perri Lister, la fidanzata inglese (per nove anni) del cantante inglese.

Il titolo, Les Yeux Sans Visage (Occhi senza volto), si ispira a quello di un film horror piuttosto truce nella storia (1960, regista francese Georges Franju) in una produzione italo-francese.

La percezione di assenza di umanità, la freddezza e l’insensibilità del mondo moderno che c’è nel film viene trasportata anche all’interno del brano che sembra parlar d’amore e di delusione nell’ottica precedentemente descritta.

Gli Hornets, dopo aver vinto la partita casalinga contro i Rockets ed aver ceduto ad Atlanta dopo una bella ma stramba partita condizionata da una terna imbarazzante nel suo operato sul caso Rozier, proveranno a riscaldarsi a South Beach.

Analisi

Dopo la sconfitta patita ad Atlanta con molti problemi perimetrali, per Charlotte in serata era fondamentale mantener le giuste distanze, soprattutto sulla linea dei tre punti, per giocarsi il match.

La partita iniziava malissimo; Miami muovendo benissimo e velocemente palla travolgeva gli Hornets che subivano 15 delle prime conclusioni avversarie comprese 9 bombe a segno. Il terrificante inizio proseguiva per tutto il primo quarto che arrideva ai locali con un incredibile punteggio di 22-40 dopo esser stata sotto di 20 punti.

Mal si combinava però l’attacco degli Heat quando la zona di Charlotte era supportata dai gemelli Martin.

Le carte si invertivano; rapidità, decisione e precisione arrivavano dall’altra parte ora e a 2:47 la seconda tripla di Graham in a row consentiva agli Hornets l’incredibile sorpasso sul 49-47.

Un’inerzia che gli Hornets mantenevano chiudendo sul 59-51 all’intervallo con un parziale di 37-11 come se si fossero giocate due partite separate.

Gli Hornets incrementavano di altri due punti nel terzo quarto dovendo conservare 10 punti di vantaggio dall’arrembaggio della ciurma del capitano Spolestra.

Ad uncinar la partita ci provava Nunn che da dietro un blocco approfittava dell’indecisione sul cambio marcatura per oltrepassare Zeller (100-95) ma seguiva uno scriteriato deep 3 di Graham che non zittiva però il pubblico ancora a spingere i propri idoli.

Crowder a 1:40 dalla fine da fuori arrivava a far tornare sul -5 i suoi (103-98) ma Graham forzando l’entrata in corsa alzava dal bordo sinistro dell’area dalla media un pallone al vetro che eludeva la strettissima marcature di D. Jones Jr. che rimaneva di sasso per la stoppata mancata.

Charlotte gestiva il finale riuscendo con un coach’s challenge a farsi toglier due FT contro anche se la rimessa era di Miami ma il tocco di P.J. su Nunn che salvava il possibile canestro e un rimbalzo offensivo con gestione lenta del doppio possesso facevano commetter fallo alla squadra di Spolestra a :29.1 dalla fine.

La clessidra per Miami era impietosa e le sabbie che scendevano da essa erano mobili.

Miles nel finale realizzando 4 FT portava il punteggio finale sul 109-98 per una imprevista meravigliosa vittoria di Charlotte con un comeback da 20 punti.

Le squadre perdevano un numero pari di palloni (14) mentre Miami dimostrava la sua buona vena assist con un 20-32 in questo settore, grazie soprattutto al primo quarto.

Gli Heat rimanevano sopra anche per steal (8-7) e stoppate (5-4) sebbene di poco quindi a far girare a favore di Charlotte la partita nonostante il 45,1% dal campo contro il 46,4% erano proprio le percentuali paradossalmente.

Intanto, quando Charlotte riesce a tenere sotto il 50,0% le squadre avversarie ha molte chance di vittoria, poi il fatto di andar dentro prendendo il mezzo e scaricare ha prodotto ben 17/34 3FG (50,0%) per i Calabroni contro il 34,1% avversario degli Heat raffreddatisi andando avanti nel match.

Hornets puliti in difesa con un 81,8% (18/22) in lunetta a fronte sì di un 83,3%, ottenuto però con un 5/6 dalla linea…

Importantissimo anche il dominio a rimbalzo con un 50-36 sebbene ci siano stati dei momenti nei quali Borrego abbia fatto a meno dei centri reali nel finale.

La partita

Starting five

Fuori Butler, Spolestra metteva sul parquet codesto starting five: K. Nunn (24 pt.), D. Robinson (12 pt.), S. Hill (0 pt.), D. Jones Jr. (23 pt.), B. Adebayo (21 pt. +10 assist).

Dalla panchina Crowder è stato il migliore con 8 pt. e 10 rimbalzi, dagli altri contributi numerici trascurabili con un Dragic a 5 assist e altrettanti rimbalzi ma a 3 pt. con un 1/9 dal campo.

Anche Borrego doveva rinunciare a un pezzo da 90, Rozier, fresco di 40 punti ma con la febbre ed ecco quindi il quintetto con Cody Martin in quintetto schierato nella sua splendida classic livrea viola: Graham, Co. Martin, Miles Bridges, P.J. Washington, C. Zeller.

1° quarto:

Partenza perfetta degli Heat nonostante la palla a due vinta dagli Hornets con Zeller su Adebayo.

Dopo una tripla mancata da P.J. su ottima circolazione di palla, D. Jones Jr. da sx replicava alla stessa maniera trovando il fondo del secchiello, Jones stoppava anche Bridges costringendolo a una palla a due vinta poi dal nostro numero zero che dava vita ai primi due punti di Cody Martin in jumper dalla media approfittando dello scivolamento del difensore sul contatto.

Altri tre punti da Miami erano ottenuti sempre da D. Jones Jr. ma gli Hornets sul raddoppio portato a P.J. in drive trovavano sullo scarico la tripla aperta di Zeller dalla diagonale sinistra per il riavvicinamento (5-6).

Charlotte però cominciava subito a distanziarsi seriamente non riuscendo a fermare nessun attacco Heat; a 9:43 Adebayo in gancetto segnava e anche se Cody Martin agganciava un passaggio sotto mettendo dentro, ecco Nunn arrivar al ferro di fisico e sempre la PG Heat con la tripla aperta (problemi sulle chiusure a causa del gioco rapido della squadra di Spolestra) portava sul 7-15 la gara prima che P.J. con lo scatto in taglio verticale sorprendesse la difesa ricevendo da P.J.

Adebayo a 7:45 da sotto ne metteva due facili non arrestando la corsa degli Heat giunta al 7/7 dal campo con Borrego deciso a fermare il gioco finalmente vedendo una difesa colabrodo.

A 7:22 Graham commetteva il terzo TO Charlotte ma da un entrata di Bridges in qualche maniera arrivavano due punti targati Zeller da sotto.

Robinson replicava da tre e l’alley-oop di Jones Jr. mandava al doppiaggio (11-22) gli uomini della Florida.

Bridges in entrata non trovava lo spazio per l’appoggio mentre sull’altro fronte Nunn era come Flash ad andare in appoggio.

Adebayo in Alley-oop svettava sulla difesa degli Hornets, altra entrata mancata di Miles, dentro Iguodala a 4:51, stoppata di D. Jones Jr. sul gancio di Biz che subiva anche la tripla dello stesso per l’assurdo 11-29…

Secondo time-out degli Hornets a 4:24 con buona partenza di P.J. in jump hook nel cuore dell’area gialla su Robinson.

Nunn continuava a bombardare da tre nonostante l’uscita di Biz in close-out.

Uno skip pass raggiungendo Caleb Martin sul lato debole era sfruttato dallo stesso per la tripla del 16-32 a 3:29, dentro Crowder (panchina lunga per Miami) e tripla di Robinson dall’angolo sinistro dopo la finta su McDaniels.

A 2:51 nonostante la palla toccatagli dal difensore recuperava in aria e correggendo il tiro metteva dentro in qualche maniera ma anche il veterano Iguodala dal corner sinistro metteva la sua mano pesante per trascinare gli Heat sul +20 (18-38).

Con 15/16 dal campo comprese 9 bombe a segno sembrava serata stregata e maledetta per Charlotte che tuttavia a 1:37 si portavano a quota 20 dopo due FT di Caleb Martin su iniziativa in entrata.

Herro da sx sfondava le difese degli Hornets sino ad appoggiare atleticamente vicinissimo al ferro quello che diveniva il 20-40 prima di vedere Caleb Martin nuovamente in lunetta a :52.3 per un 2/2 a chiudere i punti segnati nel primo quarto (22-40).

P.J. Washington in palleggio scruta la situazione mentre Iguodala prova a negargli la via del canestro.

2° quarto:

Borrego provava a incitare i suoi e l’effetto su McDaniels funzionava a 11:04 con il numero 6 a metter dentro da oltre l’arco il 25-40.

La zona degli Hornets dava gli effetti sperati con Miami in tilt e sebbene Charlotte in attacco dovesse ancor prender le misure per aggredire più in velocità gli avversari, ecco arrivare cinque punti di Bridges (prima una tripla a 9:53 e poi dopo la stoppata su Hill la stoppata presa dallo stesso valeva due punti in goaltending) che portavano la situazione sul 30-40.

Cody Martin metteva dentro con lo spin in appoggio subendo fallo, la lamentela del n° 11 però chiudeva il parziale di 12-0 poiché il FT tecnico battuto da Dragic andava a segno a 8:36.

Di fatto gli Heat faticavano a segnare e Dragic insieme ad Adebayo andavano a vuoto sul possesso successivo così su uno scambio con restituzione ai quasi 24 secondi ecco la tripla di P.J. sul raddoppio sull’uomo assist Graham.

Un’ottima steal di Cody Martin continuava a dare agli Hornets quella dinamicità e velocità mancata nel primo quarto mentre Bridges mancava sì ancora il tiro in entrata ma continuando ad aggredir il canestro si auto-correggeva in schiacciata a una mano a 7:14.

Devonte’ da tre punti realizzava il 40-41 ma sul più bello arrivavano le preoccupazioni sul fatto di aver speso troppo perché Miami sii allontanava con i canestri di Jones Jr. (dunk da back-door su assist di Crowder), tripla di Nunn in transizione e Adebayo a 5:03 con un libero (su due) per il 40-47.

Bridges da tre non funzionava e nemmeno Graham da due ma era provvidenziale Zeller in tap-in per far ripartire l’attacco.

Un libero (splittati) di Bridges, una tripla sul lato debole di Graham ed ecco gli Hornets pronti al sorpasso.

Sorpasso che avveniva per mano dello stesso Graham (perso dalla difesa) bravo a colpire ancora da oltre l’arco a 2:47 (drive di Miles che scaricava invece di concludere) per il 49-47 producendo il parziale di 9-0.

Adebayo con un tocco al vetro pareggiava ma gli Hornets andavano ad attaccare nel mezzo come richiesto da Borrego e sul palleggio dietro la schiena di Caleb arrivava un fallo poco furbo di Nunn con il cronometro dei 24 agli sgoccioli.

+2 Hornets che diveniva +5 dopo l’undicesima palla persa da Miami e la tripla di P.J. Washington dall’angolo sinistro con imbeccata di Zeller.

Adebayo con il tiro frontale su Zeller era propellente per i suoi ma l’errore di Zeller era corretto da P.J..

Ottimo finale degli Hornets che grazie a una palla bloccata da Graham su un tentativo di passaggio corto Heat andava dall’altra parte sorprendendo Robinson con un’ottima tripla dal palleggio per il 59-51, finale di primo tempo.

3° quarto:

Il primo canestro della ripresa era targato Nunn da oltre l’arco (frontale), Charlotte andava un po’ in difficoltà non riuscendo a muover palla a livello superiore e Jones Jr. metteva dentro la schiacciata del -3.

Graham si buttava dentro tra esitazioni e finte trovando Cody con il tempo giusto per eludere i difensori e farlo appoggiar comodamente.

Adebayo si lanciava in una dunk a una mano per i fotografi a 9:29 mentre molto meno bello era il tocco in entrata a ricciolo di Zeller ma l’efficacia era la stessa.

Graham da 3 punti (5ì freccia avvelenata della sua gara) provvedeva a 8:47 al 66-58 ma Jones Jr. rimanendo una spina nel fianco, metteva dentro anche in reverse il 66-60.

Bridges sulla linea di fondo sinistra faceva a spallate con Robinson per alzare da vicino il +8.

Gli Hornets andavano sul +11 quando su una palla murata da Zeller arrivava su passaggio dello stesso l’appoggio elegante di Graham per il 73-62 ma Jones Jr. da second chance continuava a esser quasi perfetto riportando il divario alla singola cifra di svantaggio.

Graham a 6:13 era lasciato colpevolmente solo così il tiro scoccato dalla nostra PG finiva ad accarezzar la retina per il 76-64.

Adebayo alzava un affidabile gancio su Biz dal pitturato ma McDaniels in entrata, intuendo le possibilità di floater sul più basso Dragic era arpionato dallo stesso a 5:12.

Due FT concessi e non sbagliati e mentre lo slavo degli Heat andava a vuoto da oltre l’arco, sulla corsa di Graham verso il centro con scarico rapido sul lato destro, Caleb Martin andava a segno con una tripla che spediva sul +15 (81-66) Charlotte.

Adebayo con un’alzata risolveva un’azione alla quale dalla rimessa dal fondo mancavano 5 secondi e Un in coast to coast metteva dentro l’81-70 con Borrego a dichiarare un time-out per riorganizzare le difese.

P.J. con un passaggio interno riusciva a far segnare anche Biyombo, Crowder fucilava da tre, passi di P.J. raddoppiato e Adebayo, spingendo di fisico McDaniels in entrata allontanava il rookie riuscendo comodamente ad alzar la sfera per l’83-75.

Caleb a 1:43 era schiacciato da Crowder e Adebayo su un’entrata super aggressiva così piovevano due FT validi per il nostro numero 10.

A 1:21 un driving floater jump shot di Caleb Martin aumentava ancora il suo bottino personale ma il nostro n° 10 si dannava anche in difesa in tuffo su Crowder ma la palla gettata contro l’avversario finiva in rimessa dal fondo secondo la terna per gli Heat che andranno poi a segnar due punti per il -10 (87-77).

Cody Martin perdeva possesso palla ma suo fratello con il teletrasporto la guadagnava una prima volta intercettando un passaggio lungo per poi ripresentarsi subito sulla palla vagante poco prima della sirena entrando un tiro difficile che non entrava.

Devonte’ Graham si infila tra Derrick Jones Jr. e Kendrick Nunn. Per Tae gran serata con finale vincente.

4° quarto:

Hornets che entrando nel quarto sul +10 (87-77) avevano buone chance di portare a casa il match ma c’erano da considerare la voglia di non perdere di Miami e i parziali nettamente a favore dei due team nel primo quarto, molto contrastanti.

P.J. Washington dall’angolo sinistro metteva fieno in cascina con tre punti (90-77) su assist di Caleb.

Dentro Olynyk che metteva due punti da sotto poi sfondamento di McDaniels su Dragic, “Palo” di P.J. dal corner sinistro e 0/2 di P.J. ai liberi a 8:55.

Alla fine Robinson accorciava da tre punti mentre la paura d Miles, eluso dalla finta dello stesso bianco attaccante lo faceva intervenire in seconda battuta ma con il fallo essendo fuori tempo.

Tre liberi a segno che a /:08 portavano la partita sul 93-87.

Il divario rimaneva costante finché a 5:34 Miles Bridges in entrata con crossover attaccava nel traffico piazzando il suo difficile appoggio (97-89).

A 3:58 uno scarico di McDaniels per Caleb valeva oro per il nostro n° 10 che ci trascinava a +11 (100-89).

Gli Hornets rallentavano un po’ il ritmo e beccavano la tripla da fermo di Nunn dall’angolo destro con Martin attaccato e la tripla di Nunn che dopo lo schermo preso sparava nell’incertezza del cambio difensivo di Charlotte che non consentiva a Zeller di arrivarci.

A salvare Charlotte, ridimensionata sul +5 (100-95) ci pensava Graham (2:25) che con una sconsigliabile zona 3 pericolo, lanciava la sua lancia da guerriero direttamente da Charlotte per un deep 3 incredibile.

Nonostante il poco tempo a disposizione Miami sospinta dal pubblico, non si arrendeva sebbene Jones Jr. arrivasse corto proprio nel momento sbagliato per la sua energica schiacciata abortita.

Miles sbagliava da fuori ma Crowder no e a 1:40 dalla fine ecco gli Heat a riaffacciarsi minacciosamente.

Graham rallentava ma a 1:17 in corsa anticipava l’intervento in stoppata del francobollo Jones Jr. quasi ponendo fine alla contesa con due punti al vetro anche perché successivamente due FT per Adebayo erano revocati dal coach’s challenge di Borrego che vedeva però assegnar comunque il fallo sul pulito intervento a contrasto di Caleb Martin in salto verticale nel semicerchio antisfondamento contro il tiro in corsa di Adebayo.

P.J. a 1:02 stoppava in rincorsa Nunn e sul possesso offensivo di Charlotte nonostante l’errore di Graham ecco il rimbalzo di Cody Martin che chiudeva il match con quelli del Calore poi costretti al fallo.

4/4 di Miles in lunetta e 109-98 finale.

La shot Chart dell’ultimo quarto delle due squadre.

Le pagelle

Devonte’ Graham: 9

30 pt., 1 rimbalzo, 6 assist, 1 rubata. Graham, inizialmente un po’ timido, prende confidenza nel secondo quarto e con due triple consecutive ci porta in vantaggio. Numero limitato di assist ma letali come quello con il passaggio sotto per Zeller o quello scaricando sul lato destro per la tripla di Caleb. Nel finale rallenta e tiene il ritmo della partita. Gli Heat sono costretti a seguire la sua legge fisica. Mette un tiro al vetro off-balance da marcato, realizza una tripla direttamente da Charlotte definibile sconsiderata passando Adebayo e mette anche dentro alzando dalla media al vetro un difficile tentativo con Jones Jr. a francobollarlo. Tre giocate importanti che decidono la gara. Senza Rozier trova più spazio in attacco arrivando a 30 pt. con un 11/19 al tiro e un fantastico 8/11 da fuori per un +3 in plus/minus. Peccato i 5 TO, uno facendosi chiudere sulla linea di fondo sul quale ho qualche dubbio…

Cody Martin: 6,5

6 pt., 8 rimbalzi, 2 assist, 1 rubata, 1 stoppata. 3/5 FG, 2 TO, +8. Promosso titolare per assenza di Rozier. Buona partita con la solita energia a livello fisico anche se come tutti viene travolto all’inizio e il fratello Caleb tende un po’ a oscurarlo ma pur non essendo altissimo è importante a rimbalzo (prende quello finale sull’errore di Graham che poi porterà gli Heat a commetter fallo) e mette su 6 pt. con qualche punto di rottura.

Miles Bridges: 7

16 pt., 8 rimbalzi, 2 assist, 1 stoppata. 5/16 FG, +10. L’inizio è il peggiore della squadra. Sbaglia tanto forzando entrate fisiche e in difesa si allinea ai compagni facendosi devastare poi però, sempre nel primo tempo piazza una bella stoppata su S. Hill andando a metter due punti in goaltending. Ha qualche fiammata offensiva. Una bella dunk a una mano correggendo sé stesso. Discreto finale dove sbaglia solo una chiusura su Robinson che regala tre liberi poi segnati da Robinson. Mette dentro un mezzo circus shot nel traffico dopo un crossover in entrata con palla a girare sul ferro e a entrare. Segna gli ultimi 4 FT senza problemi.

P.J. Washington: 7

17 pt., 7 rimbalzi, 2 assist, 1 rubata, 1 stoppata. 7/17 FG (3/10 FG), 1 TO. Sorregge Charlotte in avvio e in alcuni momenti difficili. Ha un brutto momento a inizio ultimo quarto dopo aver sganciato la bomba del 90-77 con un TO per passi e diversi errori, specialmente da tre dove prende un palo dalla sinistra mancando poi anche due liberi. Borrego lo vede stanco e lo tira fuori. Nel finale si riprende e piazza la stoppata decisiva su Nunn.

Cody Zeller: 7

14 pt., 11 rimbalzi, 3 assist, 1 stoppata. 5/8 FG, +8. Inizio in sordina poi qualche buon difesa, punti piuttosto semplici ma importanti. Va in doppia doppia e non stona.

Jalen McDaniels: 6,5

5 pt., 6 rimbalzi, 2 assist. 3 TO, +17 in 28:56. Partenza difficilissima anche per lui con qualche errore come la tripla concessa a Robinson dall’angolo ma poi piano piano, senza far cose eccezionali lievita sino a far segnare una bomba e 2/2 dalla lunetta attaccando intelligentemente il più basso Dragic. Bell’assist con scarico per Caleb nel finale.

Bismack Biyombo: 5

2 pt., 2 rimbalzi in 11:11. ½ FG, -7. Non tiene il passo degli Heat. Pachidermico, viene battuto su close-out sul tiro ma anche in alley-oop non riuscendo a presidiare lo spazio aereo a difesa del ferro. Sicuramente Borrego se ne accorge e non dura molto preferendogli alla fine i due rookie in PF. In attacco fa da comparsa segnando solo su invito di P.J..

Caleb Martin: 8,5

19 pt., 7 rimbalzi, 3 assist, 4 rubate. 4/12 FG (3/6 FG), 8/8 FT, 1 TO, +15. Tremendo. Questa volta non sbaglia nulla ingenuamente e il plus/minus dice tutto, anzi, è anche ingeneroso. Nel finale contrasta Adebayo saltando all’interno del suo cilindro andando a contatto. Borrego lo salva da due FT anche se il fallo permane ma non è sul tiro. Un’azione difficile da rielaborare che costringe gli arbitri a non chiamar il fallo per la pulizia dell’intervento. Ha il teletrasporto, intercetta palloni e arriva a 4 rubate, all’occorrenza sa fornire assist e si butta anche a rimbalzo o per terra se può cercar di avere anche una piccola chance di recupero. La zona con lui diventa una trappola per Miami. Non supera il suo record in carriera ottenuto ad Atlanta ma mette a segno altri 19 importantissimi punti. Buona mano da fuori, è uno degli interpreti migliori e più aggressivi nel buttarsi dentro per scaricare o ottenere liberi. Mette dentro un perfetto 8/8. Se continua così dovremo incatenarlo per non farcelo rubare.

Joe Chealey: s.v.

0 pt.. In 2:10 sul parquet, niente di niente, tutto a zero. Coinvolto come spettatore sul parquet si ritrova con un -1 in +/- m non è giudicabile.

Coach James Borrego: 7

Ottima idea la zona con la quale vince la partita portando gli Heat dove voleva lui. Alla fine la difesa riesce a tener meglio sulle spaziature e sui giochi Heat sotto canestro. A livello tattico la vince lui. Non si arrende dopo il primo quarto. Attacco bilanciato, strategia giusta, mentalità appropriata e arriva una insperata, inaspettata splendida vittoria a South Beach.

Game 64: Charlotte Hornets @ Atlanta Hawks 138-143 (2OT)

Intro

Gli Charlotte Hornets dopo la serie di partite casalinghe escono dal North Carolina per rotolare verso sud in un mondo alieno.

Due trasferte, destinazione finale Miami, tappa intermedia Atlanta, pianeta Georgia.

Per il fatto di giocar fuori casa e perché i Falchi hanno sempre avuto il rosso come colore simbolo potremmo dire che gli Hornets esploreranno il pineta Marte in cerca di forme di vita proprie per vedere se in un prossimo futuro i giovani giocatori a disposizione di Borrego, avranno ancora vita e un futuro florido.

Alcune nuove teorie dicono che su Marte, dopo un violentissimo impatto con un qualcosa di simile a un pianeta nano si sia formato ciò che viene chiamato “Bacino Boreale”, si sia formata una buca del diametro di 10,400 km, profondità di 8 km che oggi conferisce un aspetto molto meno circolare del pianeta che nella parte australe è più ampio.

Questo impatto avrebbe ucciso le prime potenziali forme di vita, organismi unicellulari che qualcuno pensa si siano formati su Marte per via delle dimensioni ridotte rispetto alla Terra e al suo raffreddamento “precoce” rispetto a quello del nostro pianeta.

Altri ipotizzano abbia ripreso vita con feroce resilienza anche dopo l’impatto grazie al medium acqua ma oggi non ci sono forme di vita; le sonde, i satelliti e i robot che scandagliano “Mars” hanno trovato qualche possibile indizio di vita passata ma nulla oggi, ovviamente.

L’atmosfera è rarefatta come quella surreale che si respira qui in molte parti del Nord Italia in questi giorni da “contagio” in città quasi fantasma che assomigliano al Far West e sembrano entrate in un torpore per nulla atarassico dal quale si riverberano virtuali ondate di gogne mediatiche, varie ed eventuali su qualsiasi tema…

Per ora in America si gioca, gli States non sono ancora al centro dell’emergenza ma la minaccia che la Lega si possa fermare, anche se non manca molto alla fine della Regular Season esiste.

Analisi

Inimmaginabile partita ad Atlanta da commentare su due piani; il primo è squisitamente di gioco, il secondo è su come la NBA gestisca paradossalmente certe situazioni che divengono scabrose alla fine non facendo bene alla propria immagine.

Partiamo dal gioco: Franco Scoglio vi avrebbe, riguardo al calcio che la partita perfetta è quella da 0-0 dove le squadre non sbagliano nulla ma nella NBA, mentalità da spettacolo americana le cose cambiano e queste due squadre in serata sono sembrate spesso due pugili pronte a darsele tenendo la guardia abbassata.

Il ritmo veloce ha favorito questa impressione e anche le numerose triple cadute tra le maglie della retina remano in questa direzione.

La partita è meravigliosa, il risultato no…

E’ successo di tutto dopo cambi di squadra leader gli Hawks hanno preso qualche punto di vantaggio allungando nel finale di quarto quarto quando Hunter da tre punti mandava sul -9 i Calabroni.

A rivitalizzare gli Hornets ci pensava Rozier che sganciando triple in serie riusciva a portar sul 120-119 pro Hornets il match.

Siamo al minuto finale, Cody Martin manca il colpo del K.O. Da tre punti, transizione banale presa da Charlotte che si faceva affondare da Collins in alley-oop.

Poco male perché il piano degli Hornets funzionava; chiusura di Reddish fallosa su Graham e due liberi perfetti del nostro numero 4 che a :05.5 dal termine portava sopra gli Hornets.

Time-out Atlanta, palla a Young con chiusura di Caleb Martin (fino a quel momento gran partita) e partita praticamente persa ma dopo aver infilato il primo libero, il talento degli Hawks mancava il secondo arrivando così miracolosamente al supplementare.

Al primo supplementare non cambiava molto, partita sempre punto a punto con la schiacciata di Biz e Collins al terzo tentativo per il 131 par prima di veder Charlotte in un rarissimo TO, per 24 secondi scaduti, e il floater rimbalzante sul secondo ferro di Young che decideva di non entrare.

Biyombo nel traffico agganciava il rimbalzo e dopo il time-out Rozier era servito nell’angolo destro, fronteggiato dall’ex Treveon Graham.

Con pochi secondi da giocare era naturale Rozier provasse a portarsi sulla linea di fondo e provar un tiro sicuro ma sul suo movimento in partenza arrivava la beffa.

Gli arbitri chiamavano fallo contro il Graham avversario, al replay la scelta era confermata ma il colpo di scena era che Pierce giocava il jolly per chiedere un fallo offensivo di Scary che fisiologicamente con il braccio sinistro andava a far quel classico movimento per circumnavigare il difensore prima che Treveon appoggiasse la mano in faccia al nostro numero 3.

Dopo due chiamate pro Hornets la terna si smentiva concedendo il fallo offensivo pro Hawks.

Dinamica di difficile interpretazione, non è uno scandalo la chiamata (probabilmente è corretta per vi del vantaggio che prende Scary ma non si vede spesso fischiar questa cosa) se non per il fatto che spesso si sia vittime di falli a favore non visti e situazioni simili corrette o viste benissimo.

Un secondo da giocare, floater di Young corto dopo essersi liberato di Caleb e secondo OT.

Altro finale tirato con gli Hawks a un passo dalla vittoria a :33.6 dalla fine quando Reddish agganciava e depositata la sfera passata da Young (135-138).

Charlotte non poteva sbagliare e per pareggiare faceva la cosa più difficile con un un contro uno di Rozier che in corsa e in fade-away correggendosi per evitar la stoppata del 22 avversario, mandava a bersaglio un tiro incredibile.

A rovinar tutto il buono fatto in partita da sé stesso c’era il fallo sul tiro da tre in angolo commesso da Caleb Martin su Hunter.

Il young player avversario realizzava i 3 FT a :13.3 mentre Rozier andava in taglio con cambio di direzione repentino ad agganciar il passaggio tentando ancora di pareggiare ma questa volta non funzionava e gli Hornets costretti al fallo regalavano a Reddish i 2 punti finali dalla lunetta per un 138-143 che decideva finalmente il team di serata vincente dopo aver visto le squadre entrambe a un passo dalla vittoria sprecare tante occasioni.

Charlotte ha sfruttato molto di più i punti da TO commettendone pochissimi, 3 contro i 15 Hawks con 9 rubate a una e ha chiuso sopra 6-5 nelle stoppate.

Hornets nettamente migliori dalla lunetta con il 91,3% contro il 59,3% avversario ma negli assist sono andati sotto 31-33.

Molto peggio è stato fatto a rimbalzo con un 35-53 eloquente nonostante in serata Willy sia rimasto out a beneficio di un Biyombo sul parquet 34:26 con 6 rimbalzi totali.

Gli Hornets hanno tirato con il 47,1% dal campo e con il 39,6% da tre punti concedendo troppo però ai Falchi che ne hanno approfittato con il 55,2% FG e il 48,8% da 3 punti.

La partita

Starting five

Pierce provava a mettere in campo il seguente starting five: Young (31 pt. + 16 assist), Huerter (10 pt.), Hunter (13 pt. +11 rimbalzi), Collins (28 pt. + 11 rimbalzi), Dedmond (14 pt. +9 rimbalzi).

Dalla panchina importante per la squadra georgiana Reddish con 22 punti e poi un Carter da 9 punti.

Hornets con i soliti 5: Rozier, Graham, Bridges, P.J. Washington e Zeller.

1° quarto:

Avvio di partita drammatico per gli Hornets che incassavano una tripla siderale di Young nonostante il braccio alzato di P.J. Washington, facevano scadere i 24 secondi in un attacco diviso in due tronchi e subivano un alley-oop da Collins che interveniva su un floater-assist di Young.

Graham mitigava il distacco grazie alla bomba dalla diagonale sinistra a 10:47 ma un altro alley-oop di Collins, una tripla di Dedmond e un two and one con FT mancato di Dedmond a 9:26 (fallo di P.J. in area costretto dall’imbeccata di Young) davano un parziale si 0-7 pro Atlanta.

Borrego notava la mancanza di energia e propendendo per un time-out faceva la cosa giusta scatenando un contro-parziale da 9-0 iniziato da Rozier che con uno step-back da due punti lunghissimo metteva a segno prima di ripetersi dalla diagonale sinistra in transizione da tre punti grazie a una steal con coast to coast fermato con assist di Graham al quale seguiva un altro canestro di Scary che sfuggendo a Hunter metteva dentro un floater con fallo ma non il libero.

A 8:14 P.J. usciva per il secondo fallo ma su una rimessa laterale Hawks, Graham rubava palla e si involava per la bimane del pari (12-12).

Da un passaggio pallottola di Young ecco lo scontro Collins-Bridges.

Contatto e due FT con un ½ per l’attaccante Hawks che rompeva così anche il parziale teal.

Lo step-back di Rozier dalla baseline saltava sui ferri mentre la connessione Young-Collins funzionava ancora son un soft touch volante.

Esagerazione con errore di Young da tre, fing and roll di Zeller, tripla di Hunter e due di Collins da sotto così gli Hawks tentavano di distanziarsi sino ad arrivare al 14-20.

Charlotte salvava una palla con McDaniels sulla sinistra e sviluppando un’azione imprevista arrivava a Graham che dalla corta diagonale destra metteva dentro da oltre l’arco il 17-20.

Un tap-in di Zeller era valutato come interferenza e Young, colpendo da tre, restituiva i sei punti di vantaggio alla squadra locale prima di vedere un wow step back da tre di Rozier che seguiva alla ricollocazione con finta precedente.

Atlanta beneficiava del buon avvio di Young che ne metteva altri due, Rozier teneva botta rispondendo ma Atlanta ne metteva altri due.

A dir la verità le squadre non finivano più di segnare con le difese spesso vanificate, succedeva così anche quando Cody Martin infilando il FT jumper metteva dentro il 24-27.

Una driving dunk di Hunter era mancata per la buona presenza del subentrato Biz, Rozier dava concretezza al buon lavoro del centro pareggiando con una tripla che girava sull’anello come la pallina di una roulette prima di fermarsi sul tre.

Una running hook di P.J. sbancava per il 29-27 mentre Biz perdeva palla, Reddish in transizione trovava un contatto con P.J., il quale sosteneva che l’avversario stesse bluffando ma nonostante ciò arrivavano i due liberi.

Hunter però calando solo una carta portava sul -1 i suoi che si facevano sorprendere da Graham e la sua tripla da ben oltre la top of the key per il 32-28.

Teague un entrata accorciava e sul finire un open jumper di un precisissimo Dedmond impattava il match sul 32 pari, finale di primo quarto.

Graham e Young uno contro l’altro. Devonte’ ha chiuso con 27 punti e 10 assist. Foto tratta dalla pagina ufficiale degli Charlotte Hornets.

2° quarto:

Il punteggio, altissimo, non arrestava a fermarsi; dopo 14 secondi Biyombo schiacciando ci riportava sopra nonostante il FT addizionale fallito che costava però il sorpasso per mano di Teague a mezzo tripla.

Qualche errore per parte ma era ancora Atlanta a spuntarla con l’appoggio da sotto di Fernando che usciva vivo dal pressing dei fratelli Martin.

Elegante reverse layup su assist di Graham per Cody Martin, tripla di Reddish,entrata frontale di Caleb che portato sul lato sinistro del ferro chiudeva con la torsione del braccio destro.

Atlanta però esaltandosi a suon di triple si distanziava, nell’occasione con quella del veterano Carter, Miles affondava l’alley-oop a una mano Reddish con il jumper da due dalla baseline destra era perfetto per il 40-45.

Caleb Martin trovava la mattonella dalla diagonale sinistra per tre punti Huerter no e Cody Martin con il crossover e l’alzata da destra nei pressi del ferro serviva Biz che si sforzava poco per correggere a canestro il 45 pari.

Time-out ATL a 7:29, tripla di Carter a far ripartire la squadra della Georgia ma l’errore di lasciar solo Caleb a 7:00 era pagato caro con il secondo pugno lungo di martin che impattava a quota 48.

Carter-Collins la mano lunga per l’alley-oop ma P.J. in drive da sotto canestro con un pocket pass invitava McDaniels all’appoggio dei 100 punti complessivi passati da Bridges in reverse layup dopo un gioco dentro-fuori con Graham che serviva un bersaglio mobile.

Partita vivace e tripla di Huerter a restituir il vantaggio agli Hawks che incassavano un’altra tripla firmata Caleb Martin prima di riportarsi in vantaggio con la tripla di Dedmond dalla diagonale destra (troppo spazio concesso).

Il time-out di Borrego non fermava il buon momento di Atlanta che allungava con Reddish trovato su una rimessa dal fondo e Dedmond.

A 2:01 un dai e vai con Zeller a servir Graham, con fallo di Dedmond serviva alla nostra PG per portar a casa tre punti (58-60) ma un long 3 di Young e due FT di Huerter (splittati)portavano la situazione ad aggravarsi sul 58-64.

Due FT di Young a :33.7 dall’intervallo appesantivano al situazione sul -8 ma Graham a :30.3 metteva dentro due liberi a sull’ultima azione buona per gli Hornets con poco più di 9 secondi da giocare, ecco McDaniels sorgere con la tripla del -3 a :01.4.

63-66 e squadre negli spogliatoi.

3° quarto:

Sembrava poter partire bene Charlotte con Zeller a ricucire sul -1 ma Young da tre era ormai show, Collins di sinistra batteva Zeller di fisico e Huerter in jumper mandava sul 73 i suoi.

Zeller, triplicato sotto canestro, vorticava lentamente per trovarsi con lo spazio necessario per salir a schiacciare ma gli Hawks pescavano tre FT quando P.J. Washington voltandosi sul close-out finiva per toccare Collins in angolo per il 2/3 ai liberi (67-75).

Il momento di difficoltà si protraeva sino al 69-77 prima che Zeller e Rozier portassero a casa due FT a testa per il 73-77.

Blocking foul di McDaniels confermato anche dopo la chiamata di Borrego ma ai due punti ottenuti dal player dei Falchi non si combinava il libero quindi un bel turnaround del nostro prodotto uscito da San Diego State ripristinava lo svantaggio sul -4 (75-79).

Quarta dunk di Collins (alley-oop) ma Hornets subito in bonus sul fallo su Biz che metteva dentro con concentrazione le occasioni.

Young da tre non la metteva forzando contro Biz ma i due Martin e McDaniels non avevan la meglio sotto sul rimbalzo preso da Collins e trasformato in due punti.

A 5:14 Caleb era spinto in entrata e andando in lunetta aumentava il suo bottino di un paio di unità.

Atlanta sbagliava un attacco 5 vs 4 con Graham a terra dopo essersi agganciato con un lungo la caviglia sinistra per rimaner a terra dovendo uscire poi mentre dall’altra parte Cody Martin otteneva due FT realizzandoli per l’81-83.

Carter bombardava dal lato su Cody Martin ma il fratello lo vendicava con due punti anche se in goaltending.

Su un’azione a vuoto offensiva dei Falchi, la rapida ripartenza di McDaniels in transizione non faceva ragionare Young che commettendo fallo nella nostra metà campo regalava altri due liberi agli Hornets in bonus che approfittavano per risalir sul -1.

Treveon Graham, l’ex, dal corner sinistro metteva la tripla ma Rozier con un lungo due chiedeva ai suoi di non cedere, floater di Teague, McDaniels da due, Reddish da tre seguito e imitato da Cody Martin e l’open a :54.6, gli Hornets resistevano in scia sul 92-94 prima che Reddish riuscisse a realizzare la tripla oltre Rozier.

Gli Hornets segnavano due FT con Cody Martin dopo la stoppata di Dedmond sul nostro gemello più famoso.

La stoppata era buona ma gli arbitri vedevano la mano sul volto di Cody e si andava per i due liberi del nuovo 94-96.

Young comunque metteva gli ultimi due punti per chiudere sul 94-98.

I gemelli Martin impegnati in campo. Qui Cody scarica verso Caleb (n° 10). Foto tratta dalla pagina ufficiale degli Charlotte Hornets.

4° quarto:

Partiva freddo Rozier nell’ultimo quarto ma Caleb Martin in terzo tempo appoggiava gelando Dedmond e il suo tentativo di stoppata.

Dedmond era stoppato da P.J. ma recuperando mandava sui 100 punti gli Hawks.

Hunter spingeva i Falchi sul 96-103 a 7:48 con un macigno da oltre l’arco ma Graham con la quarta tripla personale (open dall’angolo sinistro) accorciava su quello che era divenuto il classico gap a 4 punti.

101-105, 101-107 fino alla sorprendente e rapida tripla no fear di Caleb Martin che a 5:48 realizzava il 104-107.

Altra tripla meteoritica piovuta dal cielo, questa volta di Reddish poi Huerter in correzione volante e Hornets in crisi sul -8 ma un appoggio forzato di Graham restituiva un barlume di luce.

Lo spiragli a 4:25 provava a stuccarlo Huerter che da tre la metteva comodamente con gli Hornets incapaci di andare a contrastarlo.

-9… ma a 4:05 un uno contro uno difficile di Rozier era concluso con il sibilo da oltre l’arco della sfera ad accarezzar la retina e a 3:40 Dedmond finiva fuori per il sesto fallo commesso su Biz in presa su una palla vagante sulla nostra linea di fondo.

Caleb caricava ancora quel suo strano tiro (movimento delle gambe) ma funzionava ancora… altra tripla e Hornets sul -3 (112-115).

Passaggio lollypop rischiato per Collins che agganciava nel cuore dell’area tra Rozier e Martin con il fallo di Caleb che mandava in lunetta Collins, 10/10 dal campo ma al 50% in lunetta.

Anche qui l’uno su due non faceva bene ai suoi perché la drive di Caleb Martin si chiudeva con un pocket pass per la jam aggressiva del -2 di Biyombo.

Hunter provava ancora ad ammazzar la partita per la squadra di Pierce ma non succedeva perché alla sua tripla rispondeva da fuori Rozier (rivista dagli arbitri) per il 117-119.

Young non la metteva da fuori mentre l’extra pass per Rozier sulla circolazione di palla dava buoni frutti con gli Hornets a riaffacciarsi avanti nel momento decisivo.

Quando Reddish mancava la tripla agli Hornets basterebbe poco per vincerla ma sul fallo in anticipo (su Biz) non arrivavano i liberi e Cody Martin dalla destra da fuori mancava il colpo del K.O. Generando una transizione che portava Collins a insaccare in alley-oop.

:20.1 per segnare o morire, Graham lanciatissimo era chiuso da Reddish fallosamente non tenendo il passo.

Due FT a :05.5 a segno e sorpasso sul 122-121.

Ultima possibilità per Atlanta, palla a Young, Caleb Martin commetteva fallo provando a rientrar su di lui e arrivavano due liberi per la stella Hawks.

Primo a segno, secondo inaspettatamente mancato; gli Hornets sopravvivevano al regolamentare.

1° OT:

Teoricamente gli Hornets, sopravvissuti all’ultimo libero avrebbero dovuto entrare nel supplementare con una marcia in più ma nonostante la palla a due guadagnata e la successiva steal di Graham difensiva con appoggio in floater di Rozier a 3:59 (arrivato a 30 punti), ma l’effetto Young si faceva sentire.

Per farsi perdonare dell’errore eccolo a 3:34 sparare un’altra deep tre che finiva dentro.

Banker di Graham (126-125), Young in entrata oltre Rozier per il sorpasso, Terry in corsa otre il blocco e tre punti rapidi a 2:34 metteva dentro il 129-127.

Ancora Young in penetrazione non trovava validi oppositori per fermarlo dal proposito di aggancio.

Graham da tre mancava il tiro, Caleb Martin stoppava il floater di Young ormai destinato alla retina, all’ultimo istante.

Reddish non funzionava e da una drive di Cody Martin ecco la chiusura nel pitturato ma il passaggio verticale filtrando dava modo a Biz (sulla linea di fondo) di schiacciare e agli Hornets di prender vantaggio.

Dall’altra parte Collins al terzo tentativo la metteva dentro grazie alla perdita d’equilibrio della difesa che non teneva sotto.

Charlotte non trovava lo spazio per capitalizzare nei 24 a disposizione ed Atlanta avendo la palla per chiudere il match a pochi secondi dalla fine la vedeva rimbalzare un paio di volte sul secondo ferro ed uscir fuori nonostante l’idea del floater di Young fosse buona.

Biz usciva in mischia con il rimbalzo e Charlotte giocando il time-out andava alla rimessa sulla quale Rozier prendeva palla sul lato destro; movimento per battere Treveon Graham aiutandosi con la mano sinistra di richiamo, una move fisiologica, mano in faccia a Terry, l’azione prosegue con la fuga sulla linea di fondo del numero 3 che cade dopo aver impattato sulla nostra ex ala.

Per la terna sono due tiri liberi.

Due FT che garantirebbero al 99,0% la vittoria con un secondo da giocare sul cronometro e Terry in lunetta.

Decisione delicata su un contatto controverso confermata dopo il primo instant replay e sottolineo primo perché arrivava il colpo di scena con Pierce che chiedendo il fallo offensivo di Rozier ribaltava la situazione.

Arbitri a riveder per la seconda volta la stessa azione che smentivano sé stessi.

Aldilà che si possa ritenere legittima e non scandalosa l’interpretazione arbitraria finale ciò che andava in onda aveva del surreale e si ripercuoteva sul morale della squadra inconsciamente.

Fallo offensivo e ultimo possesso Atlanta con Charlotte che si salvava dal floater di Young (altro errore in crunch time) solo per il tiro andato corto visto che Caleb in marcatura si faceva allegramente seminare dal movimento ella PG avversaria.

2° OT:

Si prolungava quindi al secondo OT; pala a due ancora per Charlotte che la metteva dentro ancora per prima grazie a un rimbalzo offensivo di Rozier e due punti in area.

Young dalla zona logo ricalcava la tripla precedente mandando in onda un surreale lead change che Atlanta provava a rinforzare ma Collins sbattendo addosso a Cody Martin commetteva TO.

Una certa stanchezza consentiva alle difese di resistere ai tentativi meno precisi da fuori ma quando Reddish in area agganciava il passaggio corto da destra di Young mettendo dentro a :33.6 i Calabroni iniziavano a trovarsi in situazione critica.

Ancor più incredibile che Rozier in corsa si arrestasse modificando l tripla dalla diagonale destra in fade-away che passando il n° 22 finiva dentro la retina con l’ex Celtics a toccar quota 40 punti, massimo in carriera.

Charlotte gettava al vento il match quando Hunter, tentando una tripla dall’angolo era toccato da Caleb Martin (anche lui già al suo massimo in carriera), il quale, già graziato due volte sugli errori di Young, cedeva ai tre liberi del giovane dei Falchi, affidandosi ai compagni per il tentativo di disperato pareggio.

Gli Hornets provavano ancora ad affidarsi a Terry ma anche questa volta nonostante il buon movimento con il taglio a L e l’aggancio con giro e tiro da tre punti non funzionava.

Fallo di Charlotte finale che serviva solo a far allungare Atlanta di due punti (Reddish 2 FT) per il 138-143 finale in una partita bella che Atlanta ha meritato di vincere come l’avrebbe meritata Charlotte (visto che non è previsto il pari in NBA) ma che dovrebbe far rifletter sulla coerenza di certe decisioni prese, infatti, nel finale Borrego aveva giustamente da dir qualcosa alla terna.

Le pagelle

Terry Rozier: 8

40 pt., 4 rimbalzi, 3 assist, 1 rubate. 15/26 FG (8/13 3 FG), 1 TO, -2. Quasi eroico. Gli manca sempre “quell’ultimo tiro” anche se questo è un concetto abbastanza astratto, almeno finché gli Hornets non riusciranno a mettere ordine in difesa continuando a conceder canestri nei momenti decisivi. Rozier è sempre alla rincorsa, gioca uno splendido primo quarto e ci trascina nell’ultimo quarto dei regolamentari. Sul finire del primo OT potrebbe aver preso il fallo della vittoria ma gli arbitri dopo due decisioni a favore, arrivano alla Cassazione e danno fallo contro. Tira la carretta anche nel secondo OT agganciando a mezzo tripla dalla diagonale destra il pari con un tiro in fade-away, corretto per evitar la stoppata. Va a sbagliar l’ultimo tentativo per il pari dopo il fallo di Caleb. Non gli riesce il miracolo ma in una serata da 40 punti (massimo in carriera) ha ricordato Kemba e i suoi sforzi per tenere a galla gli Hornets nelle partite difficili.

Devonte’ Graham: 7,5

27 pt., 4 rimbalzi, 10 assist, 4 rubate. 9/26 FG (4/14 3FG), 5/5 FT, 0 TO, -5. Secondo violino in serata, trova il modo per andare a segno diverse volte, si ferma nel finale, soprattutto mancando qualche tripla, forse un po’ stanco o con la caviglia sinistra magari con qualche problema dopo esser uscito dal campo per un contatto con un lungo. Doppia doppia con ben 10 assist.

Miles Bridges: 5

4 pt., 4 rimbalzi, 4 assist, 1 stoppata. 2/10 FG in 26:12. Tradisce un po’ Miles che non sempre è irreprensibile in chiusura ma soprattutto sbaglia tantissimo al tiro in una serata dove quasi tutti in attacco si son ritagliati il loro spazio. Iniziative verso canestro o triple che si trasformano in “stai fermo un giro”. Bella la palal che gli lanciano per affondare l’alley-ooop a una mano e poi una schiacciata a elicottero quasi ma il gioco era già ampiamente fermo per un fallo subito in transizione dai nostri.

P.J. Washington: 4,5

2 pt., 2 rimbalzi, 1 stoppata. 1/6 FG. 1 TO, 4 falli. Gioca poco, 16:27, limitato dai falli e da Borrego che lo vede in una serata nella quale proprio non c’è, di quelle che si dicono: “non esser scesi in campo o sul parquet”. La difesa non mi piace e l’1/6 in attacco parla da solo, manca un paio di triple in avvio di ultimo quarto nei regolamentari che in genere di recente ci aveva abituato a veder trasformare.

Cody Zeller: 5,5

10 pt., 7 rimbalzi, 2 assist. In attacco mette i suoi punti di rottura da sotto ma spesso lascia scoperte le vie aeree e i 22:49 pur partendo da titolare rappresentano l’incapacità di arrivare a difender l’anello in certe circostanze. 3/5 dal campo 4/4 ai liberi ma anche -16 in plus/minus.

Cody Martin: 6

11 pt., 4 rimbalzi, 5 assist. 3/8 dal campo, 4/4 FT. Peccato che non abbia un tiro da tre come quello del fratello e nell’1/5 da fuori è compreso il fatal errore al tiro che avrebbe potuto chiudere il discorso. Alcuni assist veri e solito impegno ottenendo due FT in 4 vs 5 quando Graham rimane a terra e uno sfondamento subito da Collins nei supplementari resistendo senza paura con esultanza da terra.

Bismack Biyombo: 5,5

10 pt., 6 rimbalzi, 2 assist, 2 stoppate. 1 TO ci sarebbe ma non gli è riconosciuto. Per il resto anche lui non è formidabile sotto le plance ma mette due dei tre liberi assegnatigli. Non è lesto nel ripiegare sull’alley-oop di Collins del sorpasso, buono invece il rimbalzo difensivo nel traffico che potrebbe portare Rozier poi in lunetta ma né lui, né Zeller danno l’impressione di dominare almeno la nostra area.

Jalen McDaniels: 5,5

11 pt. 4 rimbalzi, 1 assist, 1 rubata. 4/8 dal campo, -8. Scorci di buona difesa e altri di gravità zero con una certa assenza a livello di distanze. Bene o male se la cava per essere un rookie in 28:12. Tre falli commessi ma a rimbalzo a volte non è stato perfetto come contro Collins che lo ha battuto sul rimbalzo da tripla di Young.

Caleb Martin: 5,5

23 pt., 4 assist, 3 rubate, 2 stoppate. 8/10 FG (5/6 3FG), 0 TO, 6 falli, +2. Gioca come un titolare, 36:31 rimanendo dentro sempre nei due supplementari finché non commette il sesto fallo a pochi secondi dalla fine del secondo OT. Chi avrebbe scommesso che Caleb sarebbe finito sopra i 20 pt. a inizio gara? Nessuno, forse nemmeno lui. Ne fa 23, suo career-high nella sua giovane carriera NBA, gioca una gran partita a livello offensivo ma il voto finale è molto abbassato a causa di tre gravissimi errori a dimostrazione che se anche in attacco sei il fenomeno di serata (Caleb ha buone doti per ripetersi), se non riesci a difendere diventa un gravissimo problema. Il suo problema è l’ossimoro che sprigioni troppa energia senza controllo; a fine primo quarto viene graziato dall’errore di Young in lunetta sul suo fallo, si fa scappare ancora l’avversario a fine 1° quarto ma Young gli vuol bene e manca il floater mentre combina la frittata finale sul close-out su Hunter che varrà i tre pt. vittoria per la squadra rosso-lime. Eppure aveva giocato benissimo non sbagliando quasi nulla in attacco tenendoci in partita ma se la butti via più volte alla fine il voto non può che esser negativo. Dispiace perché avrebbe meritato molto di più ma è inesperto ma migliorerà sicuramente.

Coach James Borrego: 5,5

Ha qualcosa da dire giustamente agli arbitri alla fine. Il finale in generale non mi è piaciuto, qualche contato non chiamato e la discussione Rozier. Su quella probabilmente Atlanta ha ragione ma se avessimo giocato in casa scommetto che dopo il fischio iniziale e alla seconda visione, il fallo al difensore sarebbe stato chiamato. La squadra gioca bene in attacco ma in difesa non c’è molto aldilà di un paio di triple da quasi logo di Young, troppi spazi aperti concessi per triple ma anche jumper. Peccato perché si poteva vincere ed episodio a parte il mea cupla per una difesa non all’altzza delle ultime uscite c’è.

Game 63: Charlotte Hornets Vs Houston Rockets 108-99

ParzialHornets

Intro

Per la partita contro i Rockets ho pensato a cosa potessi scrivere come intro e visto che Houston si presta bene a essere il luogo perfetto per esser lanciati nello spazio e nel futuro verso l’ignoto, la fantasia di Isaac Asimov mi pareva l’ambientazione perfetta.

Il problema è che avendo una serie di elementi scollegati tra loro, trovare la giusta mescolanza non era semplice.

Il fatto d’esser a casa in ferie per una settimana (mancavano da giugno) con un tallone dolorante che limita la mia uscita più dell’allarme Coronavirus mi ha fatto entrare un po’ in un discorso entropia/neghentropia, dove per la seconda si intende rimettere in ordine un po’ al caos che domina sull’universo e ora che nelle ultime ore è arrivata la notizia che sarà bloccato più di un sesto del paese a livello numerico ne avrò ancor di più.

Sicuramente gli Hornets rimarranno un amore anche nel momento in cui le condizioni esterne magari non mi permetteranno più di condividere questo lavoro gratuito con voi poiché le variabili economiche e le condizioni circostanti potrebbero cambiare.

Le condizioni mutano ed è bastato un microscopico virus a ricordarcelo anche se per ora sta aggredendo solo la sovrastruttura e non la struttura materiale della società che in parte potrebbe esser corrosa a breve nelle sue forme più “deboli”.

La diminuzione dei contatti fisici mi ha fatto pensare a diverse cose ed essendomi imbattuto in questo scritto di Asimov ho tratto alcune considerazioni su cosa possa esser definito amore.

La storia si chiama Vero Amore ed è del 1977.

Il libro racconta una sorprendente mutazione e parte con le parole di Joe in prima persona ma questo Joe, nonostante il nome non è una forma umano, esso è parte di un colossale computer (apparirà anche in altri racconti) chiamato Multivac.

Joe è un software semi-senziente che tra le molte abilità riesce a parlare.

Elaborato da Milton Davidson, scapolo a quarant’anni, la storia si incentra su questo aspetto.

Milton decide di trovar l’anima gemella grazie a Joe immettendo dei dati nel software che gestisce (operazione illegale fatta a titolo personale).

Joe quindi è costretto a setacciare, in segreto, tutta la popolazione mondiale con dei parametri ben precisi.

“Ovviamente” eliminerà gli uomini, eliminerà le donne sopra i 40 anni o sotto una certa età, quelle con meno di 150 cm o quelle con più di 175 cm o quelle con i capelli rossi ma anche quelle con un quoziente intellettivo a una cifra stabilita dallo stesso Milton (120) passando da 235 a 8 dopo un ulteriore scrematura.

Quello che succede è che tuttavia, pur riuscendo a uscir con queste otto splendide ragazze, Milton non troverà feeling con loro e viceversa.

Milton, pensa allora, dialogando con Joe, di raccontare la sua storia, i suoi pensieri e le sue emozioni al computer per cercar di trovare la figura adatta tra le 228 donne preselezionate.

Joe trova la candidata, tale Charity Jones di Wichita, nel Kansas e decide di spostarla dal posto in cui era stata assegnata, al laboratorio dove si trovava (altra operazione illegale).

Ciò che Milton non calcola è che il programma che sta utilizzando diventi, non solo una serie di dati ma anche una copia di sé stesso a livello emotivo.

Joe non ha un corpo ma ha “un anima”, è un concentrato di emozioni anche se duplicate e la sua umanità lo porta a denunciare Milton per reati che il suo amico umano aveva commesso dieci anni prima.

Milton è arrestato e Joe, alla vigilia di San Valentino gongola perché domani sarà in compagnia della sua amata in arrivo dal Kansas per poterle dire: “quando questa sarebbe arrivata, lui le avrebbe potuto dire: “ Sono Joe e tu sei il mio vero amore.”

Un software che prova amore e necessita del contatto e di affinità elettive, una storia che potrebbe far riflettere sui condizionamenti esterni socio-culturali, una storia che ha tanti lati su cui riflettere ed è un piccolo grande capolavoro di Asimov che anticipa anche i siti di incontri odierni anche se agenzie matrimoniali (Dating agency) varie vi erano anche all’epoca.

Analisi

Charlotte tiene al di sotto dei 100 punti la seconda miglior squadra della lega in attacco.

Il miglior marcatore NBA finirà in quadrupla doppia con 30 punti, 10 rimbalzi e 14 assist ma anche con 10 TO e un 2/11 da tre punti.

Proprio questi saranno fatali a Houston (17-20 alla fine) che ne produce ben sette sotto varie forme a inizio partita.

L’inizio partita è una incredibile sinfonia degli Hornets che concertano tra attacco e difesa un ritmo tambureggiante che rapisce i Razzi in balia di esso.

Il risultato è un assurdo ma meritato 20-0.

I texani si riprendono però e si portano sul -3 a suon di triple, ultima quella di Carroll per il 30-27 nel secondo quarto.

Charlotte non demorde e riprendendo a correre nel finale del secondo tornava avanti di 14 prima di raggiunger gli spogliatoi.

Gli Hornets conservavano sei punti di vantaggio a 12 minuti dalla fine ma poi nell’ultima frazione non avevano particolari problemi a frenare i Rockets che rimanevano sempre a distanza grazie ad abili conclusioni dei vari interpreti con Graham ad ammazzar la partita con un appoggio e una tripla ce davano la sicurezza della vittoria.

Charlotte vinceva meritatamente con lo young core sugli scudi con Graham a 23 punti, Rozier a 24 e P.J. Washington a 22 pt..

Per Houston, già detto di Harden, seguiranno Covington con 25 pt. (7/13 3FG) e il veterano Jeff Green con 20. McLemore, sostituito subito nella ripresa, chiuderà con 2 punti, House Jr. e P.J. Tucker, gli altri due titolari, con 3.

Carroll dalla panchina ne aggiungerà 9, Rivers 7.

Nelle statistiche di squadra a evidenziare un aspetto importante per la vittoria degli Hornets sono le inversioni delle percentuali al tiro delle squadre con la squadra in viola a tirar meglio.

52,9% dal campo con il 46,9% da tre punti e il 76,0% ai liberi contro il 46,1% FG, 33,3%3FG e il 70,0% di Houston.

Meraviglioso anche lo spostamento palla con 29 assist a 22 e poco importa se nelle rubate siamo 7-9 e nelle stoppate 1-3.

Non serve nemmeno il 30-42 a rimbalzo a Houston (6-13 gli offensivi), Charlotte ha più fame e vince.

La partita

L’inno nazionale (statunitense) cantato da una Honey Bees.
Il campo Vintage e le Honey Bees.

Starting five

D’Antoni deve rinunciare a Westbrook ed Eric Gordon mentre gli Hornets sono tutti disponibili eccetto Malik Monk, squalificato.

1° quarto:

Incredibile partenza di Charlotte che forzava subito Houston al primo TO su un cambio lato di P.J. Tucker non tenuto da McLemore, Charlotte passava in vantaggio dopo aver fatto circolar palla sul perimetro con la palla data in mezzo all’area e girata nuovamente sull’esterno con extra-pass per P.J. che sparava a 10:59 il 3-0 seguito dall’appoggio di Bridges per il 5-0.

Graham da tre aggravava la situazione, House commetteva un TO toccando la linea di fondo, Harden si faceva intercettare un passaggio da Graham quindi lo stesso Barba cercando il fallo andava a spostar Cody ma la terna non propendendo per il fallo decretava il sesto TO per Houston che a 8:26 subiva anche l’11-0 di Rozier.

Dalle cellette che costituivano l’area degli Hornets si elevava un floater di Bridges perfetto e lo shot clock violation di Houston dava un’ulteriore occasione a Charlotte che recuperando due FT con Graham a 7:07 si portava sul 15-0.

Un fallo offensivo di Covington su Bridges (sfondamento) e il canestro era annullato.

Con i Razzi ancora a zero, Bridges aggravava la situazione andando in uno contro uno a battere in appoggio il difensore mentre dopo due triple mancate sulla stessa azione (la seconda di Harden), Houston capitolava nuovamente quando Cody Martin trovando luce sul raddoppio passava sotto il canestro a Zeller che metteva dentro indisturbato e dimenticato.

A metter la fragolina sul gelato ci pensava Willy con un ½ dalla lunetta a 5:25 a realizzare un incredibile 20 di partenza.

Pensare di tenere questo vantaggio per una squadra del genere sarebbe impossibile e, infatti, ecco arrivare il 20-3 di Covington anche se solo a 5:04 dalla fine del primo quarto.

McDaniels in corsa evitava un paio di difensori perdendo il ritmo per l’entrata in terzo tempo ma l’arcobaleno alzato era magico per il perfetto 22-3.

A 4:26 Harden infilava i primi due punti del suo match, Bridges dieci secondi più tardi era stoppato ma anche spinto e i suoi due FT soffiavano sul vantaggio di 19 punti per il 24-5.

Green si fiondava dentro non trovando difensori per chiudere in potente bimane ma Cody Martin dal palleggio arrivava dalla media a battere Harden con un banker.

Covington da tre dalla top of the key realizzava il 26-10, P.J. a 2:38 con l’entrata in appoggio il 28-10, ma ancora il mefitico giocatore avversario pensava a metter benzina per i suoi con altri tre punti.

Palla persa da Graham e due FT di Harden a 1:18 ma le parti si invertivano quando da un tiro non realizzato dal Barba, Graham in coast to coast con fatica appoggiava appena oltre l’anello il 30-15.

Green chiudeva il quarto sul 30-7 anche perché sull’ultima azione Graham veniva cancellato da Covington in stoppata.

Terry Rozier, paradenti e lingua spesso fuori al tiro, ottima serata per lui soprattutto da oltre l’arco. Foto tratta dalla pagina ufficiale degli Charlotte Hornets.

2° quarto:

Un TO di McDaniels e una rubata di Rivers a P.J. mandavano il figlio del DOC in lunetta nonostante la stoppata di Caleb Martin, giudicata fallosa.

½, poi due punti di Green e da un close-out con sfioramento di McDaniels su Harden ecco il 2/3 per la guardia Rockets.

House Jr. e Carroll (9:23) mettevano paura agli Hornets con due bombe incendiarie che portavano il parziale a 0-12 ma soprattutto lo score sul 30-27.

Caleb Martin trovava il momento giusto per sganciar la bomba del 33-27 ma Rivers a 8:31 si aggiungeva alla batteria di tiratori di Houston per ripristinar il -3.

Dunk di Zeller a 8:03 E floating jumper di Carroll per il 35-32.

A 6:18 Rozier si esaltava da tre punti ma un assist teso e verticale per McLemore da parte di Harden era materiale per il 38-34.

Un fallo di Rivers su Martin valeva due liberi mancati, ma dopo la tripla a vuoto di McLemore ci pensava Cody a disegnare un giro sul parquet facendo seguire l’alzata che non lasciava scampo a Harden.

Il Barba, forse toccato personalmente, si prodigava in attacco segnando due FT a 4:32 e una tripla dal palleggio ritmata da destra per il 42-39 ma dopo il fallo offensivo di Zeller, proprio Harden con una spinta opinabile alla fine della sua drive (su Zeller) costringeva Houston al TO.

Graham si prendeva la tripla su McLemore realizzandola ma Harden con altri due liberi trascinava sopa la quarantina anche Houston (45-41).

A 2:58 Rozier era provvidenziale scagliando un dardo da tre punti avvelenato perché sull’arciere dei Calabroni incrociava House che secondo la terna commetteva fallo.

Tiro aggiuntivo per la giocata da 4 punti che lanciava il Borrego team sul 49-41.

il quattordicesimo TO dei texani era sfruttato da P.J. con una strong drive e appoggio, Harden con lo step-back da tre su Zeller non funzionava mentre il lob di Cody Martin per Cody Zeller produceva il 54-41.

P.J. si faceva medicare un ginocchio sanguinante ma rientrando in campo andava a piazzarsi un paio di azioni più tardi sulla sinistra, da dove, ricevendo un altro passaggio (scarico) di Cody Martin infilava la tripla che dava il 12-0 di parzialHornets.

Il primo tempo si chiudeva sul 57-43 con gli Hornets ad aver riconquistato un margine di 14 punti di vantaggio nel finale di secondo quarto.

3° quarto:

Buona partenza offensiva dei due team con Rozier in step-back 3 in 1 vs 1 ad aprire la ripresa (60-43) e risposta del solito Covington, più fastidioso del Covid-19 (11:15 60-46).

Green per McLemore era la soluzione di D’Antoni in avvio mentre la soluzione offensiva era Harden che superando Bridges in crossover segnava poi toccato da Zeller in chiusura laterale.

A 10:23 Rozier batteva Harden per il 62-49, errori da fuori di P.J. Tucker e di House Jr. ma Harden arrivava a 20 punti in entrata a 8:32.

Green al terzo tentativo da sotto la metteva dentro (62-53) e con Houston a prender il sopravvento Borrego andava in time-out.

Green in tip layup portava sul -7 i suoi che a 7:10 incassavano tuttavia la tripla di un solido Rozier su assist di Graham.

Green con un layup tagliato tirava su Houston ma Rozier a 6:33 mandava dentro ancora da fuori un’altra sfera pesantissima per vi del fallo di Covington (assist di P.J.).

FT a segno, Hornets sul 69-57 colpiti da una running dunk di Green e da una sua steal per la schiacciata in corsa di Covington del 69-61 ma due liberi di Zeller e un appoggio in corsa di P.J. restituivano il maltolto (73-61 a 5:28).

Caleb Martin stoppava Harden portandolo alla palla a due, la vinceva a il fratello Cody mancava il layup.

Tre punti mancati da Harden e fallo offensivo di Rozier che sbracciando per farsi spazio su Rivers finiva per esagerare e prendersi un flagrant 1.

½ di Rivers dalla lunetta, tre punti mancati da Green mentre Washington non andrà a fallir i due liberi.

Si riscattava il veterano Green con due punti e Rivers a tre minuti dalla fine ne aggiungeva altri tre mandando il megaschermo sul 75-67.

Un paio di triple mancate d Charlotte, una a segno di Carroll ed ecco avvicinarsi sensibilmente sul -5 gli uomini in bianco.

A 1:42 Bridges metteva dentro uno dei pochi tiri riuscitigli in partita e Graham 30 secondi più tardi calava la granata incendiaria da oltre l’arco per l’80-70.

Covington da tre, Bridges con un 2/2 dalla linea della carità e Harden da tre punti a :25.8 chiudevano il quarto sull’82-76.

Cody Martin ha chiuso con un 1/6 al tiro ma ha smazzato ben 9 assist. Foto tratta dalla pagina ufficiale degli Charlotte Hornets.

4° quarto:

Partiva bene Charlotte che su una second chance vedeva arrivare in aiuto l’esercito dei non morti concretizzato dall’appoggio in avvicinamento da McDaniels a 11:10.

Covington mancava una tripla ma Carroll guadagnava il decimo rimbalzo offensivo di Houston (5 quelli di Charlotte) e al contempo due FT poi splittati.

Un fallo offensivo di Tucker non faceva danni ma quello difensivo sull’alzata da sotto di Graham sì perché il nostro numero 4 mandava a segno due FT. Harden con due liberi, Willy con contatti in post basso dx più giro e tiro veloce, elegante e fluido con il centro avversario muovevano il punteggio.

Harden in terzo tempo provava a riportar Houston a contatto ma Graham saltando con maestria Carroll e P.J. Tucker depositava a 8:14 il 91-78 grazie al fallo aggiuntivo.

Per l-H-Town, Green in entrata si elevava per speronare a una mano gli Hornets poi succedeva un po’ di tutto compreso un tecnico a Sefolosha (in panchina) con errore di Rozier in lunetta.

Una tripla mancata da Harden ben difesa da P.J. con Zeller a recuperar il rimbalzo continuava con la perdita della sfera da parte del nostro centro, Cody però, inseguiva Harden che in palleggio la deteneva, tocco doppio per allungarla ai compagni che costruendo la transizione la restituivano al centro che sparava un missile lungo la linea di fondo per evitare il difensore ma Martin non riusciva ad agganciar per la troppa forza.

Il n° 13 di Houston si faceva intercettar un passaggio ma si rifaceva a 3:48 con due FT per il 95-87.

Hornets a segno da tre con P.J. e risposta di Covington sempre da oltre l’arco.

Su un occasione mancata dai texani Rozier prendeva un gran rimbalzo offrendo a Graham la transizione, lancio lungo diagonale per P.J. che sulla sinistra del canestro agganciava ad alta quota per metter dentro l’alley-oop del 100-87.

Altra tripla di Covington mitigata da n FT di Zeller ma Harden con altro passaggio verticale pescava Green in taglio back-door, poi era facile l’appoggio soft.

A 1:10 dl termine la freccia di P.J. da tre colpiva per il 103-95 mentre la arrow successiva di Graham dalla diagonale sinistra a :47.3 abbatteva le ultime resistenze della squadra di D’Antoni crollata sul 106-95.

Harden, Zeller in schiacciata con il punto esclamativo e Covington in appoggio chiudevano il match sul 108-99 con Charlotte finalmente a uscir vincente con la splendida livrea vintage viola indosso.

Le pagelle

Terry Rozier: 8

24 pt., 3 rimbalzi, 6 assist, 1 rubata. 8/15 dal campo con 6/9 da tre punti. 3 TO, +10 in plus/minus. Qualche TO non bello da vedere ma da tanta spinta in attacco a Charlotte. Aveva avuto in passato un breve periodo nel quale era stato on fire da oltre la linea da tre punti, lo ritrova alla grande questa notte con frecce che vanno a colpire i texani con regolarità. Un rimbalzone nel finale dal quale parte l’alley-oop di P.J. sul Graham pass. Un paio di errori per frettolosità verso la fine trascurabili, gestisce bene in generale i possessi pescando anche sei assist. L’impegno difensivo c’è, qualche volta troppo pulito ma la serata è più che positiva.

Devonte’ Graham: 8

23 pt., 6 assist, 1 rubata. 7/12 FG, 4/8 3FG, 5/5 FT. 3 TO, +18. Non è una macchina ma ci si avvicina in serata. Sicuro ai liberi, con il 50% da tre punti e un 7/12 complessivo che prende forma nel finale con un tiro dal centro dell’area in corsa ruotando il busto per appoggiare al vetro e la tripla finale scaccia paura dalla diagonale sinistra. Praticamente abbatte i Razzi nel finale e in difesa spesso fa da scudo su tiri da fuori e altre situazioni. Buona regia anche per lui che sbaglia poco e regala un artistico alley-oop a P.J. Washington ma regala anche un paio di perle in penetrazione in terzo tempo saltando un paio di uomini per volta come birilli e appoggiando con ritmo.

Miles Bridges: 6

10 pt., 3 rimbalzi, 1 assist. Limitato a 27:28 sul parquet, nella parte finale lascia spazio a Cody Martin perché non funziona molto dal punto di vista offensivo. I suo 3/11 comprende lo 0/4 da fuori mentre ai liberi è abile e concentrato. Finisce con un +2 di plus/minus e 0 TO ma sbaglia troppo. Il primo errore della partita per Charlotte è suo così come il secondo canestro ottenuto in penetrazione. Lascia passare troppo facilmente Harden quando Cody in chiusura regala anche il terzo punto. Sussulto offensivo alla fine del terzo con 4 punti.

P.J. Washington: 8

22 pt., 5 rimbalzi, 3 assist. 8/11 dal campo con 3/6 da tre punti. 3/3 dalla lunetta, un solo TO. Ottima partita di P.J. che sbaglia solo la metà delle triple tentate ma per il resto è precisissimo e grazie alle sue abilità e ai suoi cm può attaccare la difesa dei Rockets trovando il ritmo giusto per non farsi mai praticamente fermare dalle parti dell’anello. Ho trovato che anche in difesa abbia fatto una buona prestazione sebbene le statistiche non presentino palloni rubati o stoppate.

Cody Zeller: 7

13 pt., 5 rimbalzi, 1 assist, 3 rubate. 5/6 FG, ¾ FT, +25 con 4 TO. Riesce a perder la palla due volte nel finale sulla stessa azione ma è un record credo perché la stessa palla la recupera praticamente lui toccandola due volte da dietro a Harden, la seconda volta in tuffo. Da qui si evince molto della serata di Zeller che si danna fino a farsi venir i capelli come il povero Keith Flint dei Prodigy. Qualche buona difesa e rimbalzo, ottima conclusione con lo spin e alzata su Harden e punto esclamativo finale con dunk aggressiva quando Houston non difende più. Insieme agli altri regge nel fortino finale quando Houston inizia a sparar da tre per recuperare ma non riesce grazie alle chiusure degli Hornets.

Jalen McDaniels: 5,5

4 pt., 2 rimbalzi. 2/3 FG. 2 TO, 2 falli in 13:17. Regala un fallo a Harden ma lì la terna ci mette del suo come su tanti altri contatti sfiorati tra le due squadre sui tiri. Di certo salta in avanti oltre il suo cilindro e atterra nei pressi del ghigno sotto la barba che aspettava il rookie per farsi fischiar fallo a favore. Un po’ di incertezza difensiva e 2 TO. A inizio ultimo quarto arriva dalle retrovie per agguantare una sfera e metterla dentro dando due punti di vantaggio in più importanti a Charlotte.

Cody Martin: 6,5

3 pt., 1 rimbalzo, 9 assist, 2 rubate, 1/6 dal campo, 1 TO. Il TO è pessimo perché dal palleggio prova ad andar in crossover in verticale e viene scippato come Fantozzi alle poste ma il fratello Caleb lo salva con il fallo a metà campo per quel che riguarda l’azione ma non dalle ire di Borrego che mima evidentemente di scaricar palla. Tira veramente male da due punti ma un paio di steal e soprattutto 9 assist che danno punti pesanti a Charlotte lo riscattano aldilà degli aspetti negativi compreso l’1/4 dalla lunetta. Sull’1/2 che lo porta per la seconda volta lo slalom su Harden e Carroll è celestiale e la dunk che tenta di sparare è un raggio cosmico di rara potenza che si annichilisce sul ferro dopo aver subito fallo, se fosse entrata avremmo la dunk del mese. Scarichi, lob, passaggi rapidi sui raddoppi, ecc… c’è un po’ di tutto nella visione celestiale di Cody Martin che da la solita ottima mano in difesa.

Willy Hernangomez: 6,5

3 pt., 11 rimbalzi, 1 assist. ½ FG, 1 TO, -6 in +/-. Buona partita di Willy che non prova tanto ad andare alla conclusione personale, infatti, anche quando potrebbe tirare, provando a passare orizzontalmente la palla si fa toccare e rubare la sfera. Un bel pallone dato fuori per l’open 3 di Graham per l’80-70. Segna dopo autoscontri con P.J. Tucker con forza e velocità in girata a mostrar coordinazione ma soprattutto 11 rimbalzi dei quali 7 difensivi.

Caleb Martin: 6,5

6 pt., 2 assist, 1 stoppata. 2/4 FG, 2 TO, 3 falli. Realizza due triple in due momenti delicati nei quali risolleva Charlotte un po’ in difficoltà. Si batte aldilà del successo o insuccesso della singola azione, la sua azione difensiva stanca gli avversari. Una bella stoppata su Harden costretto alla palla a due ma la vince ancora lui. Non viene ritenuta buona quella su Rivers nel primo tempo. Partita nella quale rimane 22:07 e termina bene.

Coach James Borrego: 7,5

La squadra lascia sì qualche spazio a volte sulla linea da tre punti ma è molto più presente di altre serate. Il quintetto basso dei Rockets in qualche maniera è quasi speculare a quello degli Hornets talvolta ma i cm in più del reparto lunghi servono, il movimento palla serve e in alcuni frangenti è spettacolare anche se almeno in tre azioni il tiro finale non sublima come meriterebbe le azioni dinamiche e armoniche corali della squadra . Harden è il miglior marcatore della lega e finisce con il segnar 30 punti ma lui da scacco subito a D’Antoni con una difesa aggressiva che porta al 20-0 di parziale. A livello tattico la vince lui. D’Antoni si lamenta un po’ in tutta la partita ma non ci capisce molto e i suoi sono in balia di TO da subito.