Calendario Hornets Preseason

E’ stato diramato dalle lega il calendario di questa corta preseason.

Pur essendo compressa in uno spazio temporale molto breve, gli Hornets giocheranno comunque quattro partite contro le cinque standardizzatesi negli ultimi anni.

Gli Hornets avranno a distanza di due giorni una doppia sfida casalinga contro i Toronto Raptors per poi, utilizzando la stessa formula, recarsi a Orlando in un altro double match.

Pur rimanendo, la preseason, inaffidabile in termini di risultati per via delle prove effettuate dagli allenatori per testare anche i ragazzi che sulla carta avranno meno spazio o saranno tagliati e per via del valore inferiore della posta in palio, questi bimatch contro squadre di livello leggermente superiore potrebbero darci le prime indicazioni su come i nuovi elementi risponderanno sul parquet a breve, pronti per l’avvio della Regular Season della quale attendiamo trepidanti il calendario.

Foto estratta dalla pagina Instagram ufficiale degli Charlotte Hornets.

Aggiornamenti Flash

In questa fase un po’ convulsa di mercato e non solo, cerchiamo di dare qualche informazione in più rigardo ai nostri Hornets.

Intanto Bismack Biyombo ha rifirmato con gli Charlotte Hornets per un anno, i più attenti lo sapevano già.

Ciò che non si conosceva era l’entità del suo stipendio, il quale sarà di 2,3 milioni.

In un ambiente piuttosto cheto come quello degli Hornets degli ultimi anni, gettate un sasso di nome LaVar nello stagno e otterrete delle onde di propagazione mediatica non indifferenti.

Il Mr. Satan (ミスター・サタン) del basket continua a dar spettacolo, ahimè, in ambito trash.

Nel 2017, LaVar Ball affermò che avrebbe battuto MJ in qualsiasi circostanza.

L’assurda affermazione gli costò un certo sbeffeggiamento da parte dell’opinione pubblica e anche Jordan finì per rispondere.
Probabilmente LaVar sarà un uomo molto più bravo nel curare il proprio business rispetto al campo, ecco la trovata geniale udita a TMZ Sports:
“Vedrai me e Mike giocare per il piccolo prezzo di $ 200 milioni in pay-per-view. Se manca un dollaro, non giochiamo”, ha detto Ball”.

Ovviamente, LaVar ha detto anche di non aver parlato con Jordan della partita ma quello era il suo prezzo, tuttavia, ha anche ammesso che una partita del genere sarebbe molto improbabile.
“Realisticamente, nessuno di noi lo farà. Abbiamo più di 50 anni!”, Ball ha detto.

Dall’altra parte MJ ha fatto beneficenza ma siccome “la beneficenza si fa ma non si dice” mi limiterò a un: “Bravo MJ” ma cerca di non farla (involontariamente) sponsorizzare troppo”.


Charlotte intanto cerca di lavorare con Boston per una sign and trade su Hayward che, verrebbe rifirmato dai Celtics per 30 milioni e girato agli Hornets, il che, per la trade player exception, permetterebbe a Boston di avere quel benefit per poter andare a spendere quei soldi sul mercato.

Lo scorso anno, dopo la decisione di Kemba di andare ai Celtics, fu Rozier, proprio da Boston, a esser spedito con una sign and trade a Charlotte.

Gli Hornets però devono liberarsi del dead cap di Batum prima.

I suoi nove milioni o poco più (il contratto era di 27 milioni e per le regole NBA si spalma in tre anni perché si moltiplicano gli anni rimanenti, uno, per due e si aggiunge un anno, quindi alla fine fanno tre) pesano sul bilancio di Charlotte che potrebbe tuttavia liberarsene se una delle squadre interessate al galletto fosse disposta ad accoglierlo.

Se con Boston la leva finanziaria però è tutta dalla parte dei Calabroni, qui, non è ancora ben chiaro cosa Charlotte possa permettersi di mettere nel pacchetto poiché, se non in caso di geniale trade win to win, è chiaro che l’interesse maggiore sia quello di Charlotte di liberarsi di un costo improduttivo.

Bucks, Clippers, Jazz, Nets, Raptors e Warriors hanno chiesto notizie su di lui al suo agente ma ieri sono emerse le possibilità sul mercato più realisticamente attinenti ad assorbire il mega-contratto dello swingman francese.

New York e Oklahoma City con il manager dei secondi, Sam Presti, molto attivo sul mercato e la sua franchigia che potrebbe avere le caratteristiche adatte per ammortizzare il contratto del francese che scadrà tra un anno.

Con New York si parla più di giocatori (i soliti nomi caldi: Rozier, Monk, Zeller) ma in realtà sono aperte terze ipotesi, de facto, gli Hornets stanno cercando un team per non aver il contratto del francese a dover pesare a lungo termine.

In ultimo, ecco l’appendice sull’ultimo giocatore rimasto fuori dalle presentazionidei nuovi arrivi che troverete nel pezzo precedente.

Nate Darling, il 19 novembre, ha firmato un contratto two-way con Charlotte.

Dall’account Twitter del giocatore.

196 cm per 91 kg, la shooting guard canadese è nata il 30 agosto 1998.

Un bel tiratore da fuori, indubbiamente, il che avrà ingolosito gli Hornets e un Borrego alla ricerca di un gioco che abbia sfoghi sul perimetro per colpire in pieno stile NBA moderna.

Con 21 punti, 3,9 rimbalzi e 2,8 assist di media a partita, il prodotto di Delaware ha deciso di rendersi eleggibile per il Draft ma anche se è andato undrafted, le sue abilità gli hanno consentito di rientrare dalla porta di servizio.

Certamente, per la particolarità del contratto, se non sarà convertito, Nate, giocherà per la maggior parte del tempo con i Greensboro Swarm, la squadra affiliata a Charlotte nella lega di sviluppo NBA.

Come nota a margine direi di esser abbastanza soddisfatto del mercato degli Hornets ma mancherebbe un centro che sappia fare la differenza e il tempo scorre mentre gli Hornets rimangono impantanati nelle sabbie mobili del contratto di Batum, così i migliori centri disponibili firmano per altri team, l’ultimo è stato Hassan Whiteside che ha trovato un accordo con i Sacramento Kings.

Vedremo se Charlotte riuscirà a completare il capolavoro finale (sul controverso discorso Hayward ne parleremo) portando un centro di valore – magari scambiando Zeller con Richards che probabilmente rimarrà fuori dal roster originale – a completare il roster cercando però di non perdere troppi uomini validi che portino punti dalla panchina.

New players & new hopes

Sconvolgere il panorama in un istante a Charlotte negli ultimi anni si era rivelata un’impresa impossibile.

Il progressivo deterioramento del roster e del talento che è andato in scena aveva semplicemente finito di fare il suo corso azzerando le possibilità di accesso ai Playoffs la scorsa stagione.

L’icona di questo disfacimento è stata senza dubbio Nicolas Batum, che, ossimoricamente, aveva costituito la chiave di volta (in negativo) per mantenere in piedi quella struttura che ha bloccato Charlotte nel limbo per varie annate.

Charlotte, poco attraente agli occhi degli attuali giocatori NBA, ha dovuto spesso pagar di più buoni giocatori per poterli attrarre ma un tetto salariale al limite e il pensiero di Jordan di non superarlo avendo un team che poteva ambire al massimo ad arrivare a un second round, ha fatto sì che ci si trovasse in una situazione pessima.

Kupchak – il GM – però, ha deciso, sfruttando una possibilità che offre la NBA, di tagliarlo a inizio stagione per avere abbastanza spazio e far firmare Gordon Hayward, “la possibilità” della quale parlava lo stesso ex GM dei Lakers.

Indiana Pacers, Atlanta Hawks e New York Knicks seguivano il giocatore ma pare che sia stata decisiva la telefonata di Michael Jordan per portare il vecchio pallino (nel 2014 i Bobcats gli offrirono il massimo ma i Jazz che lo avevano in casa come restricted free agent, pareggiarono l’offerta) del proprietario.

L’accordo è quadriennale e frutterebbe all’ex ala dei Celtics 120 milioni di dollari, 30 all’anno (ne avrebbe percepiti 34 per il suo ultimo anno a Boston).

Così stando le cose Batum guadagnerà comunque i suoi 27 milioni ma spalmati in tre anni ma per gli Hornets quei 9,043.478 milioni all’anno potrebbero essere un dead cap pesante, ecco perché Celtics e Hornets sono in trattativa per trovare eventuali soluzioni che migliorino ulteriormente la posizione di entrambe riferisce Adam Himmelsbach del Boston Globe.

Mentre l’agente di Nicolas Batum (da ricordare che il transalpino aveva deciso di utilizzare la sua player option da 27,13 milioni pur venendo da una stagione con poco minutaggio, 22 partite disputate alla media di 3,6 punti) dice che il suo assistito lavora duramente da due mesi con degli allenatori, tanto da aver perso 10 kg e sei team (Nets, Warriors, Jazz, Clippers, Bucks e Raptors) l’avrebbero contattato mostrando interesse per il francese, Hayward pare deciso a firmare:

“Nella città di Charlotte, non vedo l’ora di iniziare il prossimo capitolo della mia carriera! Sono pronto a giocare per un’altra incredibile organizzazione con gli Hornets”…

La mossa degli Hornets potrebbe rivelarsi un azzardo poiché Hayward negli ultimi anni ha subito una frattura alla gamba sinistra e una distorsione a una caviglia ad agosto che lo tenne fuori un mese.

I miei personali dubbi, come quelli di molti tifosi, sono sul suo reale stato di salute mentre molti lamentano il fatto che sia pagato più del dovuto ma, anche guardando questo video, direi che da molti è sottovalutato.

Probabilmente è vero che il giocatore guadagnerà più di quello che si pensi possa esser un equo stipendio visto il suo status di secondo violino.

Non sarà una superstar ma Gordon va a dare un contributo importante per il gioco degli Hornets come giocatore in grado di mettere punti con discreta facilità (buco evidente degli ultimi Hornets che stagnavano con la palla in mano, bloccandosi per conclusioni improbabili o affidandosi a conclusioni dalla lunga troppo spesso, variando il gioco meno del necessario) con un discreto tiro da fuori, un buon jumper anche in situazioni di uno contro uno potendo andare anche al ferro meglio di Bridges, inoltre è anche un buon passatore secondario.

Kendrik Perkins ha criticato la scelta di MJ ma se l’ex Celtics stesse bene sarebbe un vero upgrade, pagato probabilmente troppo profumatamente, ma la realtà attuale è che se Charlotte vuole attrarre altri free agent di valore e non rimanere nel limbo deve iniziare ad avere un magnetismo più forte.

Bene lo sviluppo dei giovani ma potrebbe non bastare.

Il direttore generale degli Hornets Mitch Kupchak dice spesso che il più grande bisogno di questa squadra non è il ruolo ma il talento collettivo.

Kupchak quindi ha finito, andati i primi due prospetti, per scegliere il giocatore che tutti danno come il più futuribile di questo Draft, il playmaker LaMelo Ball.

Qualcuno, esagerando, l’ha paragonato a Pistol Pete Maravich per l’abilità nel passaggio, altri a D’Angelo Russell, a me i paragoni non fanno impazzire come non fa impazzire suo padre, LaVar, abile però a sponsorizzare i figli e a creare un brand.

Il benvenuto a bordo per LaMelo è d’obbligo, l’ambiente è quello giusto per crescere senza eccessive pressioni potendo tentare di giocare al meglio, ora, accanto a Hayward che gli darà una mano a sentirsi meno solo.

Il roster potrebbe subire ancora scossoni in entrata ma soprattutto in uscita.

Per Rozier si vociferava come nuova casa L.A. sponda Velieri ma al momento sono solo rumor e a Charlotte farebbe comodo un sesto uomo così di lusso.

L’uscita di un giocatore Hornets per mercato o sign and trade con Boston potrebbe verificarsi, dissicile capire esattamente quale sarà il giocatore anche se vi sono degli indiziati principali come Zeller, Monk, Bridges e lo stesso Rozier ma in questo strano e veloce mercato non si può escluder nulla anche se si va rapidamente verso la sua conclusione.

Miles Bridges potrebbe esser panchinato e uscire da ottavo, nono uomo come ala piccola al posto di Hayward, che, se dovesse aver problemi fisici avrebbe comunque un sostituto non indegno anche se non ancora convincente per la verità.
La formazione attuale degli Hornets potrebbe essere verosimilmente la seguente: LaMelo Ball, Devonte’ Graham, Gordon Hayward, P.J. Washington e Cody Zeller al centro.

Il veterano Biyombo ha appena rifirmato un contratto con Charlotte che si immagina sarà al minimo salariale concesso ai veterani secondo John Hollinger di The Athletic.

Willy Hernangomez, pur sentiti anche gli Hornets, ha preferito firmerà con i New Orleans Pelicans, al minimo salariale.
Biyombo ha detto che a marzo avrebbe potuto chiedere un buyout come hanno fatto i compagni di squadra Marvin Williams e Michael Kidd-Gilchrist ma ha dichiarato che sarebbe stato interessante rimanere a Charlotte per vedere come sarebbe andata a finire questo movimento giovanile di ricostruzione post kembiana.
Biz sta facendo anche da mentore a Malik Monk e il suo ruolo di uomo spogliatoio potrebbe essere importante ma i centri attualmente sono quattro e se pur uno tra Richard e Carey Jr. andasse agli Swarm, al momento non avremmo un centro in grado di dare un upgrade immediato alla squadra.

Il taglio di Zeller che guadagna 15,4 milioni sarebbe buono anche per alleviare il peso del cap dopo l’arrivo di Hayward.

In questi giorni sono arrivati oltre a LaMelo e a Hayward (manca ancora la firma) mentre si discute per una sign and trade con Boston che potrebbe coinvolgere una terza squadra, nuove facce a Charlotte, i tre rookie ma anche giocatori che con contratti two-way o da 10 giorni d’esibizione, vanno a riempire il roster oltre l’ultimo slot disponibile.

Vediamoli qui sotto…

Nuovi volti secondari

Vernon Carey Jr.:

Alla posizione numero 32 del recente Draft gli Hornets sono andati su un centro proveniente da Duke.

Nato il 25 febbraio 2001 a Miami, è un lungo di 208 cm per 122 kg.

Vernon Carey Jr. (n° 22) è un centro mancino fisico che è emerso come uno dei giocatori interni più imponenti dell’ACC.

Un atleta imponente che battaglia con energia e fisicità.

La NBA è anche questo e per fare il salto di qualità, l’ex Duke dovrà riuscire a competere con fisici altrettanto massicci.
Se al college, come molti giocatori che si avvantaggiano grazie al fisico, poteva sfruttarlo per uno contro uno, adesso deve dimostrare di poter compiere il salto di qualità anche se il giocatore, sotto l’egida di coach K. Ha mostrato di trovare modalità per metter la palla nel cesto.

Riesce a trovare il contatto finendo per segnare grazie alla sua coordinazione superiore rispetto a un centro normodotato mentre sul tiro da fuori c’è da lavorare ma potrebbe stupire.
Charlotte cercava un difensore fisico e Carey a Duke lo era mentre cercava di fermare i big man avversari che si aggiravano vicino canestro.

Ha concesso 0,672 punti per post sul possesso.
Non veloce nel leggere alcuni situazioni difensive ma ha avuto alcune buone giocate istintive.
Lo scorso anno ha fatto registrare una media di 17,8 punti, 8,8 rimbalzi e 1,58 blocchi.
Ha fatto registrare 10 partite con almeno 20 punti e 10 rimbalzi.
I suoi punti di forza sono: presenza fisicamente imponente in vernice, piuttosto agile per le sue dimensioni, buono skill di mosse in post e potenziale come tiratore perimetrale.
Il padre, Vernon Sr., ha giocato otto stagioni NFL con i Miami Dolphins.

Insomma, per il college un bel giocatore, ora l’attendiamo, spazio concesso da Borrego permettendo, a Charlotte con curiosità per mostrarci di non essere un bluff e darci delle soddisfazioni.

Nick Richards:

Il centro di Kentucky nato il 29/11/1997 è arrivato agli Charlotte Hornets via scambio per una scelta al secondo giro del Draft 2024.
Nato in Giamaica a Kingston, vanta 211 cm per 112 kg ed è stato scelto alla posizione n° 42 del fresco draft.

Richards (n° 14) è emerso avendo anche la fortuna di giocare come matricola sotto la guida dell’allenatore John Calipari.

Ha trascorso la sua seconda stagione uscendo dalla panchina segnando una media di 4 punti e 3,3 rimbalzi a partita.
Fisico poderoso, buona esplosività e mobilità.
Richards ha un discreto gancio, è un rimbalzista di grande impatto e nelle ultime stagioni è riuscito a usare meglio il suo fisico per aumentare le percentuali vicino canestro anche se è un po’ altalenante.
Deve sicuramente migliorare difensivamente ma mostra buone doti nel difender l’anello ed è veloce e mobile nel movimento.
Molto aggressivo nell’inseguire i blocchi, ha mostrato più tempismo e capacità di usare la verticalità durante l’ultima stagione.

Le sue basi sono ancora in work in progress, ma è sorprendente la sua capacità difensiva di scivolare e costringere gli avversari a faticare per batterlo.

Detiene il terzo posto a Kentucky per FG% in carriera: 62,8.
A Charlotte potrebbe far comodo (sempre non passi plausibilmente più tempo in G League per migliorarsi) perché è un lungo alto, atletico e dalla mentalità difensiva, è molto vivace sotto le plance su entrambe le estremità, imposta schermi efficaci e rolla validamente verso l’anello.
Ama il calcio e dice che Cristiano Ronaldo è il suo atleta preferito.
“Ognuno ha la propria storia” è la citazione iniziale di una frase di Richards e allora come si usava dire una volta, auguriamoci che il matrimonio tra lui e Charlotte sia una “bella storia”…

Grant Riller:

Grant Riller (N° 20) è nato il 08/02/1997.

College Basketball returned to Addition Financial Arena on aturday as the College of Charleston Cougars were in town to take on the University of Central Florida Knights and Wright Smith was in Orlando Florida with My4oh7 as the UCF Knights held on to win 72-71. Stay #active with LockedIN Magazine

E’ nato a Orlando ed è fan dei Magic, è alto 191 cm e pesa 86 kg.

Grant è stato scelto al tramonto del Draft, alla posizione numero 56.

La barbuta comboguard ha aiutato negli ultimi anni i Charleston Cougars e con una media di 21,9 punti, 5,3 rimbalzi e 3,9 assist nella sua ultima stagione sotto la guida dell’allenatore Earl Grant è emerso fornendo diverse prestazioni offensive impressionanti contro le difese che cercavano di contenerlo.
Ottimo primo passo, marcatore istintivo con un gioco midrange avanzato e un buonissimo rilascio di tiro, Riller ha portato un pesante fardello offensivo per i Cougars.

Ha svariato su tutto il fronte d’attacco e si è applicato in difesa su giocatori di diversi ruoli. Spingendo la palla in modo aggressivo in transizione e mostrando un po ‘di visione e talento come passatore, ha aiutato la squadra a sviluppare un buon gioco offensivo.

I dubbi sorgono in difesa dove non si è mostrato costante anche se alcune buone giocate atletiche lo hanno messo in luce, sa anticipare o intercettare, subire cariche ma non sempre si è mostrato affidabile mentre va in salto a caccia di palloni vaganti per far partire la transizione e questo fatto gli ha consentito di aver un maggior impatto rispetto alla maggioranza delle guardie a rimbalzo.
Detentore del record del College of Charleston nella sua era NCAA Division I per punti in una singola partita (43).
Secondo miglior marcatore nella storia della scuola (2.474 punti), dietro ad Andrew Goudelock (2.571).
Ha registrato un record di 36 punti contro James Madison, realizzando 6 su 7 da tre punti (30 gennaio).
Le sue migliori armi sono: la versatilità di una comboguard con un impressionante arsenale offensivo, sa gestire la palla bene e crearsi il tiro, esplosività con un primo passo rapido, aggressivo, attacca il canestro e può andare in lunetta.
“Ha sempre avuto la naturale capacità di segnare ma la sua capacità di leggere la partita, la sua regia, la sua capacità di scegliere i suoi punti sono salite di livello”. – Ex assistente allenatore di Charleston Quinton Ferrell.

Se riuscisse a non essere come Troy Daniels, inconsistente in difesa, potrebbe anche ritagliarsi un discreto ruolo come tiratore…

Javin DeLaurier:

L’ala numero 12 ed ex capitano di Duke (4 anni), nato in Virginia, ha firmato un Exhibit 10 day contract con Charlotte.

DeLaurier è alto 208 cm e pesa 107 kg. Ha fatto segnare una media di 3,5 punti e 3,5 rimbalzi in 13,2 minuti durante la sua stagione da senior mentre la media in carriera è di 3,4 punti. Pessimo tiratore di liberi, buone le percentuali dal campo.

Kahlil Whitney:

Ala piccola nata l’08/01/2001 è stato aggiunto momentaneamente al roster dei Calabroni con un Exhibit 10 day contract.

198 cm per 95 kg, il giocatore nato a Chicago ha giocato per i Wildcats prima di dichiararsi eleggibile per il Draft ma le sue speranze sono andate disattese.

A offrirgli una piccola possibilità, rientrando dalla finestra, è stata Charlotte.

Statistiche non eccezionali con 3,3 punti e 1,7 rimbalzi di media per lui lo scorso anno ottenute in 12,8 minuti di media d’impiego.

Keandre Cook:

L’ex guardia di Missouri State, Keandre Cook (196 cm per 84 kg) ha twittato di aver firmato con i Charlotte Hornets.

Il suo sarà un Exhibit 10 day contract. Una delle parti più attraenti del gioco di Cook per gli scout NBA era la sua lunghezza per una guardia e la sua capacità di abbattere i 3 punti.
Cook, alto 195 cm, dice di essere bravo a colpire con i suoi open, mentre il suo allenatore ha elogiato la sua capacità di prendere e tirare.
Ha visto un miglioramento nel suo tiro esterno mentre tirava dal 37,2% nel suo anno da junior a un ottimo 42,3% nell’ultimo anno mentre aumentava anche i tiri presi da fuori.
La migliore prestazione di Cook dall’esterno dell’arco è arrivata durante la seconda partita della stagione 2019-20 quando è andato 6/7 da fuori contro l’Alabama State. Ha concluso la partita con 31 punti, massimo in carriera mentre la sua media è di 13,9 pt.

Xavier Sneed:

Ieri, 23 novembre, Charlotte ha raggiunto un accordo con l’ex ala di Kansas State, Xavier Sneed (fonte: Chris Haynes di Yahoo Sports), free agent, andato undrafted.

Nato in Alabama il 21 dicembre 1997 è alto 196 cm, pesa 97 kg e ha una sorella di nome Ania.

Non ci sono ancora dettagli dell’accordo, si presume che sia uno di quei contratti “esibizione da 10 giorni” per esser mandato eventualmente ai Greensboro Swarm.
Sneed ama tirare, specialmente da fuori ma la sua media è stata soltanto del 33,4%.

10,7 pt. di media in carriera.
La sua forma di tiro è un po’ pittoresca ma è stato uno dei migliori alle Shooting Drills della G League, equivalenti della Combine.

Il giocatore è anche valido sotto l’aspetto difensivo e a rimbalzo.

Alcuni giocatori sono interessanti, magari non completi, i rischi ci sono e si ma abbiamo preso il massimo o quasi di ciò che era alla portata (vedi il rifiuto di Harrell prima di trasferirsi sull’altra sponda di Los Angeles) Charlotte ci sta provando a ritagliarsi un posto tra le squadre dal record vincente in attesa che, dopo l’esplosione della stella Kemba, il magnetismo dell’universo riaggreghi rocce, asteroidi e detriti formando un pianeta vincente.

Com’è andato il Draft NBA

Draft NBA 2020

Ecco le prime 32 pesizioni scelte al Draft NBA 2020:

  1. Anthony Edwards (Minnesota)
  2. James Wiseman (Golden State)
  3. LaMelo Ball (Charlotte)
  4. Patrick Williams (Chicago)
  5. Isaac Okoro (Cleveland)
  6. Onyeka Okongwu (Atlanta)
  7. Killian Hayes (Detroit)
  8. Obi Toppin (New York)
  9. Deni Avdija (Washington)
  10. Jalen Smith (Phoenix)
  11. Devin Vassell (San Antonio)
  12. Tyrese Haliburton (Sacramento)
  13. Kira Lewis Jr (New Orleans)
  14. Aaron Nesmith (Boston)
  15. Cole Anthony (Orlando)
  16. Isaiah Stewart (Detroit)
  17. Aleksej Pokusevski (Minnesota)
  18. Josh Green (Dallas)
  19. Saddiq Bey (Brooklyn)
  20. Precious Achiuwa (Miami)
  21. Tyrese Maxey (Philadelphia)
  22. Zeke Nnaji (Denver)
  23. Leandro Nicolas Bolmaro (Minnesota via New York per la 25 e la 33)
  24. R.J. Hampton (Denver via New Orleans)
  25. Immanuel Quickley (New York)
  26. Payton Pritchard (Boston)
  27. Udoka Azubuike (Utah)
  28. Jaden McDaniels (Minnesota)
  29. Malachi Flynn (Toronto)
  30. Desmond Bane (Memphis via Boston)
  31. Tyrell Terry (Dallas)
  32. Vernon Carey Jr. (Charlotte)

Qui tutte le 60 scelte con gli eventuali scambi effettuati: https://sportando.basketball/tutto-lnba-draft-2020-dalla-scelta-1-alla-60-con-le-trades-ufficiali/

Charlotte oltre al conosciuto LaMelo Ball è andata su due centri, Vernon Carey Jr. da Duke, /centro un po’ leggerino ma talentuoso che dovrà lavorar un po’ e Nick Richards da Kentucky (arrivato da New Orleans per una scelta al secondo giro del Draft 2024), giocatore buono in chiave difensiva, inoltre arriverà anche la combo guard Grant Riller da Charleston, giocatore che ha punti nelle mani.

Interessante notare, a parte il fatto che queste scelte non siano state effettuate “lontanissimo da casa” (LaMelo a parte che giocava in Australia) è che i ruoli bene o male sono stati quelli ricoperti lo scorso anno da Dwayne Bacon (poteva switchare anche da ala eventualmente), Willy Hernangomez e “Biz” Biyombo, i quali penso che a questo punto non verranno ribnnovati anche se l’impatto e l’impiego dei nuovi dopo il primo giro, potrebbe essere sicuramente inferiore ai giocatori menzionati essendo già rodati.

Se LaMelo dovesse essere confermato (Jordan ha un pallino per Westbrook), con un tesoretto maggiore rispetto agli altri team mi aspetto che Charlotte provi a prendere un lungo concreto e solido per migliorarsi visto che al momento un quintetto plausibile potrebbe essere: Graham, L. Ball, Bridges, P.J. Washington e Cody Zeller con Rozier probabile sesto uomo dall’alto minutaggio, quasi uno spreco di lusso per un team che ha problemi in altri reparti.

Draft ma… è gia mercato!

Lo sciabordio incessante delle voci di mercato risuona ammaliante come il canto delle sirene.

Certo, qualche squadra (vedi Houston) è in difficoltà e potrebbe far partire una totale ricostruzione, non servirà a nulla probabilmente legare Harden e Westbrook, i due maggiori scontenti di un gruppo fantasma che, per la maggior parte (anche Gordon e altri role player hanno il “mal di pancia”) il nuovo e “povero” coach Stephen Silas probabilmente non si ritroverà per le mani.

Houston per non schiantarsi sugli scogli dovrà selezionare accuratamente le offerte anche se non ha molto potere contrattuale con due star che battono i piedi per andarsene e gli altri team al corrente.

Westbrook, come detto, è cercato principalmente da Charlotte e New York, in aggiunta Orlando e Washington stanno esplorando la possibilità di giungere alla trentaduenne guardia.

Il mercato, insomma è aperto, per il possibile cercherò di aggiornare quotidianamente questo articolo con i rumor e gli scambi che verranno effettuati.

Prima però, questa notte – giovedì 19 novembre in Italia – alle ore 02:00 AM c’è un Draft che potrebbe determinare le scelte future di alcuni team che in queste ore discutono anche su possibili scambi di posizione.

Gli Hornets, ad esempio, sono innamorati di Wiseman che potrebbe però finire ai Warriors che sceglieranno davanti a noi e mentre si sta scatenando una folle danza da parte di alcune squadre per scambiare le prime posizioni (i Bulls ci provano con i T. Wolves e i Warriors), se dovessero andare evasi Edwards e Wiseman (esattamente i giocatori di cui Charlotte ha bisogno), c’è l’O.K. Di Michael Jordan per prendere LaMelo Ball, il quale però potrebbe durare veramente poco a Charlotte che potrebbe utilizzarlo come pedina di scambio per arrivare a Westbrook cercando di far valere di più il proprio asset rispetto alla concorrenza.

Charlotte ha bidsogno di un nome per vender biglietti, creare interesse e riportarsi sulla mappa delle squadre che contano per aver possibilità di accaparrrarsi anche i big player che al momento storcono il naso a sentir parlare di North Carolina e Buzz City.

LaMelo non è esattamente il giocatore che serve a Charlotte perché Graham e Rozier occupano già il ruolo e una serie di giovani da verificare hanno già minutaggio che LaMelo toglierebbe a meno di voler cedere uno tra Rozier e Monk ad esempio.

Questa notte, guarderò da qui il Draft augurandomi che porti buone nuove:

https://www.youtube.com/c/SpazioNBA

Qui sotto, tenendo conto che il primo dicembre partiranno i camp, troverete anche le date per la nuova stagione regolare NBA composta da 72 partite che la lega ha diramato:

  • Dicembre 11-19, 2020: Amichevoli prestagionali.
  • Dicembre 22, 2020 – Marzo 4, 2021: Prima metà della stagione regolare.
  • Marzo 5-10, 2021: NBA All-Star break
  • Marzo 11 – Maggio 16, 2021: Seconda metà della stagione regolare.
  • Maggio18-21, 2021: Play-In Tournament (Torneo che va dal settimo al decimo posto in entrambe le Conference per decretare quali tra queste squadre quadre accederanno alla post season)
  • Maggio 22 – Luglio 22, 2021: NBA Playoffs

Qui sotto trovate le trade andare in porto o così già dichiarate, salvo altare all’ultimo secondo e più in basso aggiornerò domani i rumor poiché credo sia più sensato rivedere le situazioni post Draft.

Principali Acquisizioni

Atlanta Hawks

Solomon Hill (MIA), Bogdan Bogdanovic (SAC), Onyeka Okongwu (rookie), Danilo Gallinari (OKC), Kris Dunn (CHI), Rajon Rondo (LAL), Skylar Mays (rookie).

Boston Celtics

Tristan Thompson (CLE), Jeff Teague (ATL), Aaron Nesmith (rookie), Yam Madar (rookie), Payton Pritchard (rookie).

Brooklyn Nets

Jeff Green (HOU), Bruce Brown (DET), Landry Shamet (LAC), Reggie Perry (rookie), Saddiq Bey (rookie).

Charlotte Hornets

LaMelo Ball (rookie n° 3), Vernon Carey Jr. (rookie n° 32), Nick Richards (rookie n° 42 via New Orleans), Grant Riller (rookie n° 56), Gordon Hayward (BOS), Khalil Whitney (rookie) two-way contract, Javin Delaurier (rookie) 10 exhibit contract.

Bismack Biyombo, divenuto free agent, ha rifirmato con Charlotte.

Si attendono di conoscere le cifre, probabilmente saranno nettamente più basse rispetto al contratt precedente.

Chicago Bulls

Noah Vonleh (DEN), Patrick Williams (rookie), Marko Simonovic (rookie).

Cleveland Cavaliers

Damyean Dotson (NYK), JaVale McGee (LAL), Isaac Okoro (rookie).

Dallas Mavericks

Wes Iwundu (ORL), Josh Richardson (PHI), Tyrell Terry (rookie), Josh Green (rokie).

Denver Nuggets

Facundo Campazzo (Real Madrid), JaMychal Green (LAC), RJ Hampton (rookie), Zeke Nnaji (rookie).

Detroit Pistons

Wayne Ellington (NYK), Josh Jackson (MEM), Jerami Grant (DEN), Jahlil Okafor (NOP), Mason Plumlee (DET), Dzanan Musa (BRO), Rodney McGruder (LAC), Trevor Ariza (POR), Killian Hayes (rookie), Saber Lee (rookie).

Golden State Warriors

Kent Bazemore (SAC), Brad Wanamaker (BOS), James Wiseman (rookie), Nico Mannion (rookie), Justinian Jessup (rookie).

Houston Rockets

DeMarcus Cousins (LAL), Sterling Brown (MIL), Christian Wood (DET), Isaiah Stewart (rookie).

Indiana Pacers

Kelan Martin (MIN), Jalen Lecque (OKC), Cassius Stanley (rookie).

Los Angeles Clippers

Serge Ibaka (TOR), Luke Kennard (DET), Marcus Morris (NYK), Jay Scrubb (rookie), Justin Patton* (tagliato).

Los Angeles Lakers

Marc Gasol (TOR), Dennis Schröder (OKC), Montrezl Harrell (LAC), Wesley Matthews (MIL), Jayden McDaniels (rookie).

Memphis Grizzlies

Mario Hezonja (POR), Desmond Bane (rookie), Robert Woodard II (rookie).

Miami Heat

Avery Bradley (LAL), Moe Harkless (NYK), Precious Achwwua (rookie).

Milwaukee Bucks

Bryn Forbes (SAS), Bobby Portis (NYK), Jrue Holiday (NOL), DJ Augustin (ORL), Pat Connaughton (POR), Sam Merrill (rookie), Jordan Nwora (rookie).

Minnesota Timberwolves

Ed Davis (NYK), Ricky Rubio (OKC), Daniel Otoru (rookie), Leandro Bolmaro (rookie), Aleksej Pokusevski (rookie).

New Orleans Pelicans

Willy Hernangomez (CHA), Steven Adams (OKC), George Hill (MIL), Eric Bledsoe (MIL), Scelta n° 24 Draft 2020, 2024 (swap), 2025 (unprotected), 2026 (swap), 2027 (unprotected) ottenute da Milwaukee nello scambio per Jrue Holiday, Kira Lewis Jr. (rookie).

New York Knicks

Austin Rivers (HOU), Omari Spellman (MIN), Jacob Evans (MIN), Nerlens Noel (OKC), Obi Toppin (rookie), Alec Burks (PHI).

Oklahoma City Thunder

TJ Leaf (IND), Al Horford (PHI), Kelly Oubre (PHO), Ty Jerome (PHO), Jalen Lecque (PHO) e la 2022 first-round pick sempre da Phoenix, Vit Crejci (rookie), Immanuel Quickley (rookie).

Orlando Magic

Dwayne Bacon (CHA), Cole Anthony (rookie).

Philadelphia 76ers

Dwight Howard (LAL), Seth Curry (DAL), Danny Green (OKC), Paul Reed (rookie), Isaiah Joe (rookie), Tyler Bey (rookie), Theo Maledon (rookie), Tyrese Maxey (rookie).

Phoenix Suns

Langston Galloway (DET), Damian Jones (ATL), E’Twaun Moore (NOP), Jae Crowder (MIA), Chris Paul (OKC), Abel Nader (OKC), Jalen Smith (rookie).

Portland Trail Blazers

Derrick Jones Jr. (MIA), Robert Covington (HOU), Enes Kanter (BOS), CJ Elleby (rookie).

Sacramento Kings

Hassan Whiteside (POR), Frank Kaminsky (PHO), Donte Divincenzo (MIL). Ersan Ilyasova (MIL), Justin James (MIL) e DJ Wilson (MIL), Tyrese Haliburton (rookie), KJ Martin (rookie), Jahmi’us Ramsey (rookie), Xavier Tillman (rookie).

San Antonio Spurs

Devin Vassell (rookie), Tre Jones (rookie).

Toronto Raptors

Alex Len (SAC), Aron Baynes (PHO), Jalen Harris (rookie), Malachi Flynn (rookie).

Utah Jazz

Derrick Favors (NOP), Tony Bradley (rookie), Elijah Hughes (rookie), Udoka Azubuike (rookie).

Washington Wizards

Raul Neto (PHI), Deni Advija (rookie), Cassius Winston (rookie).

A che gioco giochiamo?

Se in politica interna ed estera e in economia è risaputo che semplici accordi (taciti, legali o illegali, morali o immorali), false piste, intrecci e intrighi siano all’ordine del giorno, forse nella NBA non ci si aspetterebbe che questo aspetto possa far parte di questo mondo sportivo ma come ha detto di recente il “nostro” GM Mitch Kupchak, nel suo lavoro si persegue ogni possibilità ed è in questa ottica che va preso il rumor su Westbrook, come una possibilità, non esattamente una certezza.

In realtà le trattative sotterranee o portate alla luce da qualche insider ci sono sempre state e in NBA a volte è divertente seguirle per vedere come cambieranno le squadre anche se rapporti di forza troppo esacerbati finiscono per rovinare il giochino…

Magari dopo anni si tende a dimenticare di tentativi, win to win esplosi alla base per la non volontà di un GM o proprietario, fallimenti clamorosi e “furbate pazzesche” bruciate all’ultimo (la trattativa di CP3 ai Lakers ai tempi di New Orleans o giocatori soffiati all’ultimo da altre squadre inseritesi nella trattativa) e ci si ricorda quasi soltanto di quelle che hanno portato esiti concreti per la costruzione delle squadre.

“Sic Transit Gloria Mundi”.

Ancora oggi le versioni sulla cessione di Charlotte di Kobe Bryant ai Lakers sono moleplici fino a far passare un GM dell’anno come l'”Ei fu” Bob Bass, duplice GM of The Year (1990-1997) di tutto rispetto come un novellino che non sapeva ciò che stesse facendo in quel momento e non come in una posizione “obbligata” per recuperare il massimo per Charlotte.

Tra l’altro, se siete tifosi di Charlotte da lunga data, di sicuro riconoscerete il signore qui sotto che al Draft 1991 ebbe la fortuna di ritrovarsi tra le mani la prima scelta.

Allan Bristow, iconico allenatore amante del gioco veloce che in alcuni momenti sgranando gli occhi ricordava Totò Schillaci nelle notti spiritate a Italia 90.

Da direttore delle operazioni di basket/GM passò ad allenatore fino al 1996.

Quello che forse molti di voi non sapranno, parto da qui per arrivare a oggi, è che gli Hornets, prima di andare su Larry Johnson mantenendo alla numero 1 la scelta, i Calabroni dapprima sondarono altre possibilità.

Gli Hornets si chiesero quale tipo di giocatore avrebbe fatto comodo e un’idea evidentemente sulla mancanza di un’ala più valida l’avevano perchè proprio per una forward andarono a chiedere ai Lakers.

Obiettivo: James Ager Worthy da Gastonia, l’uomo con gli occhialini dall’incrollabile fede gialloviola.

La trattativa fu timida, non se ne fece nulla e gli Hornets andarono su un’ala grande che si pensava non potesse giocar lì, rendendo 5 cm a Worthy ma che sprigionava un’enorme potenza.

Tuttavia la trattativa con i Lakers probabilmente non fu l’unica, altre piste calde, rumor dell’epoca, ricamavano su uno scambio con i Kings per la loro scelta numero 3 più Carr o Tisdale.

I Kings, invece, avrebbero avuto un disperato bisogno di una PG e Kenny Anderson (a breve pubblicherò nella cartella Destini un articolo di American Superbasket su di lui) avrebbe fatto al caso loro ma sapevano che sia il giocatore che le Retine ambivano a riportarlo a casa essendo di lì.

I Nets però, soddisfatti di Blaylock e George nel ruolo avrebbero ambito a un’ala come Owens o L.J., difficile quindi capire in anticipo per certo le mosse di un team perché un’offerta accetata da qualcuno potrebbe produrre un effetto farfalla e sconvolgere le preordinate scalette delle squadre.

Questi “sondaggi” avvengono ovviamente ancora oggi e in queste ore c’è da capire come si muoveranno i club sul Draft e sul mercato.

Per quel che riguarda il Draft i Magic hanno messo sul piatto Aaron Gordon per risalire la scaletta al Draft mentre pare che Bulls, Pistons e Knicks stiano parlando con i Warriors per uno scambio di posizione sulle scelte (i Warriors detengono la seconda) mentre sul mercato, al raffreddamento della pista Hornets per Westbrook sono spuntati all’orizzonte i Knicks ma il nuovo allenatore dei Rockets Stephen Silas non pare voler cambiare molto l’offensiva della squadra e frena mentre Covington e P.J. Tucker, vista la situazione in casa Razzi, sarebbero voluti dai Bucks.

Dennis Schroeder potrebbe passare ai Lakers per la pick n°28 e Danny Green (forse nel caso del giocatore), il quale se dovesse partire, potrebbe esser sostituito da Wesley Matthews.

In casa Pacers si è parlato di scambiare Myles Turner, in un primo momento pareva gli Hornets fossero interessati, poi è emersa Boston e le trattative sono arrivate a far comprendere tra i nomi di possibili partenti anche Victor Oladipo che non ha nessuna intenzione però di lasciare Indianapolis.

I Mavericks vorrebbero una guardia e tra i nomi fatti vi era anche quello di Oladipo ma le alternative per Dallas non mancano perché sono stati fatti anche i nomi di Spencer Dinwiddie e Zach LaVine.

I Mavs vorrebbero prender l’anno prossimo Giannis Antetokounmpo ma nel frattempo, altro interesse di Cuban è un altro nome alle nostre latitudini si sente spesso pronunciare, ovvero, Danilo Gallinari.

Bucks e 76ers sarebbero interessate a Patty Mills mentre i Celtics starebbero seguendo Jrue Holiday dei Pelicans (i Pels hanno assunto come player development coach Corey Brewer) i quali valutano opportunità per non lasciarlo partire in un prossimo futuro ottenendo magari in cambio un pugno di mosche così sulla guardia di New Orleans si è portata anche Atlanta.

Chris Paul era un vecchio pallino dei Knicks che lo vorrebbero ancora ma sulle sue tracce si sono aggiunti anche i Suns per mirare al vecchio CP3.

A ogni modo non bisognerà aspettare ancora molto per conoscere i primi movimenti di mercato ufficiali: la moratoria sugli scambi della NBA terminerà lunedì 16 novembre a mezzogiorno (ET), secondo Adrian Wojnarowski di ESPN.

Tutti gli accordi commerciali possono essere conclusi ufficialmente quindi a partire da domani, lunedì.
Le restrizioni commerciali del 15 dicembre e del 15 gennaio si applicano ancora ai free agent che firmano in questa offseason, secondo Bobby Marks.

Chissà se avremo ancora il buon Barkley a tagliar con la falce i vari giocatori, anche quando giocava non le mandava a dire (qui in una paginetta di Superbasket del 7/13 gennaio 1992 che parla di un suo libro), non giudizi lusinghieri su tre giocatori passati da Charlotte come David Wingate (confesso mi fosse simpatico ma in NBA si era piuttosto perso tra i rincalzi di Charlotte e non solo), Armon Gilliam e Hersey Hawkins, gran tiratore ma considerato troppo “attendista”.

L’Occhio sulla Trinità

L’Occhio lungo di Charlotte completa la trilogia dei prospetti da visionare andando a dar luce anche a LaMelo Ball che qualche rumor vedrebbe già in pieno nord a Minneapolis a riscaldar mediaticamente quelle fredde zone.

LaMelo Ball aveva sostenuto un allenamento individuale con i Minnesota Timberwolves, che, come ormai saprete, detengono la scelta numero uno assoluta del Draft del 18 novembre.

Ieri, LaMelo ha tenuto un secondo allenamento e gli Hornets erano una delle pochissime squadre presenti insieme ai Golden State Warriors e i Detroit Pistons.

Ciò potrebbe voler dire che i Pistons stiano provando a inserirsi per qualche scambio di posizione per il prodotto della nidiata LaVar, poiché difficilmente Ball cadrà in settima posizione.

I Warriors si sono detti impressionati da Edwards ma potrebbe essere il profilo di giocatore di cui non hanno bisogno attualmente con un Wiseman probabilmente più adatto alle loro esigenze, salvo accordi per scambi di posizioni o andare semplicemente su ciò che ritengono sia il miglior prospetto disponibile.

Con questo allenamento con Ball significa che gli Hornets hanno visionato tutte e tre le migliori prospettive per il prossimo Draft.

Gli allenamenti con Anthony Edwards e James Wiseman sono passati sotto i radar, Wiseman, secondo Rick Bonnell del Charlotte Observer potrebbe essere il primo nome in scaletta sul taccuino (forte interesse per James) ma MJ si è presentato a un allenamento pre-draft ad Atlanta di Edwards, il quale ha detto che non si sarebbe mai aspettato che il proprietario degli Charlotte Hornets, partecipasse a uno dei suoi allenamenti.

La SG della Georgia è rimasto emozionato: “È stato pazzesco che sia venuto in palestra. È stato semplicemente scioccante! Era come se: “È pazzesco, quello è Michael Jordan!”, ha detto Edwards in una conferenza stampa mercoledì.

“Per quanto riguarda altre conversazioni, non ho parlato con gli Hornets da quando sono usciti quel giorno.”

Gli Hornets, oltre che di un centro, avrebbero maggior bisogno in quel ruolo, la situazione è più critica sotto canestro e nella posizione di guardia tiratrice per alzare i punteggi.

Edwards è stato molto diplomatico: “Sarebbe un sogno che si avvera se mi arruolassero”, ha detto Edwards. “Sarebbe un sogno che si avvera, non importa per chi gioco.”

“Qualunque squadra sia disposta a darmi una possibilità, sarò pronto a dare il massimo”, ha detto Edwards, il che fa ben sperare per chi riuscirà a prenderlo visto che l’ordine di scelta non è così delineato ma piuttosto confuso e incerto.

Edwards potrebbe essere la seconda scelta di Charlotte se andasse a un altro team Wiseman,m oltretutto secondo una fonte Rockets, “Il Signorino” Westbrook non gradirebbe Charlotte come destinazione, il che porterebbe in rialzo le quote di Edwards se fosse ancora disponibile.

Per il resto, gli Hornets hanno completato il look con il parquet, con il campo da montare nelle serate City Edition che segue a far da pendant alle nuove uniformi e al concept tricromatico menta/granito e oro.

Dalla pagina ufficiale degli Charlotte Hornets.

https://www.nba.com/hornets/hornets-unveil-city-edition-court-design-2020-21-season

Veramente un bel colpo d’occhio per serate seriamo emozionanti e felici nonostante sia assolutamente il periodo più inadatto.

Scacciapensieri

E’ deciso, la NBA riaprirà i battenti il 22 dicembre.

La data, dopo l’approvazione dei rappresentanti dell’associazione dei giocatori (NBPA) è data per certa, ciò farebbe sì che i numerosi tifosi sparsi per il globo possano ricevere il loro “regalo” di Natale e che i diretti interessati (la NBA inteso come tutto ciò che la compone) perda meno soldi del previsto se, invece, avesse dovuto aprire a gennaio.

Sarà lo scacciapensieri, l’anestetizzante chimico della palla a spicchi che mette più allegria, a molti a tenerci compagnia in tempi non certamente facili (per usare un eufemismo) a cancellare questi tempi limitati e difficili?

Giganti of Usa, foto da Harlem (1991). La semplice felicità che emette il basket in una foto.

Il 18 novembre avremo il Draft, poi sarà uno sforzo di buona volontà da parte delle franchigie e dei giocatori quello da mettere in campo per trovare i numerosi dettagli economici da “settare” anche perché non si tratterà di una normale stagione canonica da 82 partite ma è già stato deciso un taglio di una decina di game, ciò farà sì che si rielabori un calendario differente e che le partite scendano a quota 72.

Fondamentalmente da qui all’apertura vera e propria del primo dicembre con i camp sarà un conto alla rovescia per gli accordi economici, poi si dovranno fare i conti con la fisicità in presenza e vedere di non perder pezzi dovendo aver a che fare con il virus.

La bolla non sembra esser una soluzione presa in considerazione, i campi di casa, vuoti o parzialmente vuoti potrebbero essere probabili ma da qui a dicembre vi è ancora tempo mentre il ranking dei nuovi rookie si muove leggermente ma per il momento sembrerebbero essere stabilmente fluttuanti nell’alveo delle prime tre posizioni; Edwards, Wiseman e LaMelo Ball, giocatore quest’ultimo che forse Jordan non gradirebbe molto per via del padre con i primi due molto appetibili mentre qualcuno parla di una possibile pista Okongwu se sfumassero i primi due.

Il lungo, nato l’11 dicembre del 2000 da Southern California, genitori ugandesi, è paragonato da qualcuno ad Adebayo ed è un po’ in risalita nelle valutazioni tra i novelli.

La sua candidatura ha preso quota negli ultimi giorni e anche se ha da imparare (acerbo ma alcune lacune come quelle fisiche per una certa leggerezza contro i pari ruolo in posizione di centro sono colmabili) ma a Charlotte cercano il giocatore con il maggior talento possibile, sacrificando magari momentaneamente l’aspetto del ruolo, tuttavia se Edwards e Wiseman dovessero esser “presa” dei T.Wolves e dei Warriors, forse un lungo moderno come Onyeka con buone doti difensive nello stoppare e leggere situazioni e un discreto catch n’shoot anche da zone non adiacenti al canestro potrebbe esser gradito…

Bubble Bobble

Graham, Bridges e le bubble…

Senza partite ufficiali degli Hornets da quasi sette mesi inizio a non ricordare più l’emozione di una palla a spicchi.

La stagione NBA più lunga e controversa di sempre sta gettando le sue ultime ombre al di fuori della bubble di Orlando per far scintillare la luce dei Lakers.

Quella che LeBron James prima dell’inizio delle ostilità tra le 22 squadre invitate in Florida chiamava “una prigione” sta consegnando un sogno ai gialloviola, quello di tornare in vetta, sulla cima cestistica del mondo dopo anni non all’altezza della tradizione dei californiani.

Non ci hanno messo poi molto a rialzarsi (in media) comunque i Lacustri che oggi collegano realtà e concretezza alla strada già tracciata verso la favola di un Kobe Bryant che li guida spiritualmente verso un altro anello nel segno della forza mentale.

Il 3-1 nella serie difficilmente lascerà spiragli per un possibile “ribaltone”…

Grazie al loro appeal e alle loro possibilità economiche i Lakers si sono portati a casa Anthony Davis, un predestinato “scippato” a Charlotte ma che giocò il suo primo anno ai New Orleans Hornets dei quali vidi tutte le partite.

Eccolo qui in pochi highlight – nei quali già faceva intravedere il suo potenziale – nelle sue primissime uscite:

Grazie a lui e grazie al fatto che gli Heat (ultima squadra con la quale abbiamo giocato in regular season vincendo a Miami) siano andati alla grandissima oltre le loro aspettative giungendo in finale e con un paio di infortunati pesanti in qualche partita, difficile che il Calore di Miami riesca a ribaltare il pronostico di una stagione che li rilancia comunque tra le grandi, una squadra in netto miglioramento, una outsider con pedigree.

A Charlotte invece è terminata da pochi giorni la locale bolla di allenamento (è un Double Bubble o Bubble Bobble come da titolo in giro) durata due settimane.

McDaniels lanciato a canestro nella bolla.

Dopo sei mesi nei quali la squadra non si era vista finalmente era giunto il tempo di riunirsi anche per fornire allo staff coaching indicazioni sullo stato dei giocatori.

Con la stagione NBA 2020-21 ancora da valutare nella sua organizzazione complessiva, compresa la parte sulla sicurezza, i giocatori torneranno agli allenamenti individuali e se l’iter sarà rispettato, le squadre dovrebbero tornare più avanti a vedersi per i classici allenamenti prestagionali.

“Quando non hai chiarezza è difficile rimanere concentrati in generale”, ha detto il coach James Borrego all’inizio del camp.

“Questa bolla ci ha dato qualcosa a cui guardare, preparare e sviluppare. Questa è stata una bella parte del nostro programma sul quale potevamo crescere e costruire. Dove si va da qui nessuno lo sa. La cosa più importante è che siamo pronti ad adattarci e lo facciamo comunicando tra i nostri giocatori e il nostro staff “.

Borrego ha sperimentato diversi quintetti in vista della prossima stagione provando anche il 4 vs 4 per dare più spazi e possibilità ai giocatori di toccar palla.

Riuscire finalmente a vedersi fisicamente, ad avere una relazione umana non virtuale è sicuramente un aspetto fondamentale di tempi sempre più superficiali e svanenti:

“Basta essere di nuovo insieme e vedersi faccia a faccia, ridere, sorridere, competere l’uno contro l’altro. Non avrei potuto immaginare un’ambientazione migliore per noi in questo momento. Questi ragazzi si amano, amano stare insieme. Si tratta di costruire la nostra cultura e questa è una parte importante della costruzione di quella cultura e dell’unione di cui abbiamo bisogno”.

Con un po’ di entusiasmo dei giovani (che aiutano) degli Swarm ad attenuare qualche mancanza per motivazioni differenti (Chealey infortunato, Biyombo sul piede di partenza?) Charlotte guarda anche al Draft e a come si comporrà il Salary Cap generale della NBA (da decidere) per la prossima stagione.

Con la terza scelta assoluta servirebbe finalmente un centro, un lungo che si faccia rispettare in difesa e sappia giocare un po’ in attacco mentre dal mercato mi aspetterei una SG/Swingman con punti nelle mani, specialmente dalla grande distanza, un’esigenza del gioco moderno.

A tal proposito sono andato a ripescare un pezzo di Superbasket anni settanta nel quale si parlava proprio sui pro e contro riguardo l’introduzione del tiro da fuori.

Tornando ai giocatori, spicca tra questi nomi Ray Phills, figlio del compianto Bobby perso quando aveva solo tre anni.

Ray ha 24 anni, è nato il 25 luglio del 1996 a Charlotte.

Trey Phills al Gatorade camp. Foto tratta dalla pagina ufficiale degli Charlotte Hornets.

188 cm per 84 kg è una guardia tiratrice fondamentalmente, da Yale (79 da titolare in 107 giocate) per passare impalpabilmente ai Wind City Bulls e poi approdare finalmente a “casa” in febbraio con i Grensboro Swarm.

Forse non giocherà con i titolari ma anche il padre fece fatica all’inizio della sua carriera.

Probabilmente a Ray servirebbe più fisicità ma in questo periodo d’incertezza da Covid 19, anche se nella bolla di Orlando sembrerebbe andar tutto piuttosto bene – a parte avvenimenti del mondo esterno che hanno toccato la NBA (vedi lo sciopero con minaccia di bloccare la stagione per l’uomo di colore cui i “soliti poliziotti” spararono alla schiena a bruciapelo, intenzione poi non attuata ma rientrata piuttosto velocemente) e interno (la tristezza di un pubblico finto riprodotto ologrammaticamente che esulta a volte sproporzionato e in prospettive 2D terrificanti come da certe riprese sulla tripla di Davis nel finale contro Denver) – ci sono ancora da capire diverse cose a partire da ciò che sarà l’eventuale organizzazione futura della NBA per poter disputare una nuova stagione in relativa sicurezza in una nazione che ha parecchi problemi con il virus (vedi Trump e i suoi commenti sempre scientificamente inesistenti).

Sicuramente, a confronto con la Lega Calcio nostrana, la NBA ha fatto un figurione nella gestione dei Playoffs, stendiamo un velo pietoso sull’organizzazione calcistica delle nostre parti…

Charlotte comunque dopo sei anni, dalla sua rinascita come Hornets, ha cambiato le proprie prime due uniformi, association e icon, oggi rispettivamente in sfondo bianco e un teal sempre meno teal ma più spostato sull’azzurro.

Le nuove divise richiamano la seconda versione originale dei primi Charlotte Hornets anche se queste divise sono più “pulite”.

La doppia striscia verticale ravvicinata è l’elemento ricollegante con il passato, il gusto è personale, se non le avete ancora viste potrete “giudicarle” da soli…

Le vedremo per la prossima stagione 2020/21 o magari solamente “2021”?

Staremo a guardare cosa escogiterà la NBA…

And the Winner Is…

I vincitori della lottery 2020 sono i Minnesota Timberwolves che potevano contare su un angelo o meglio, un D’Angelo Russell collegato come cherubino portafortuna.

Secondi i Golden State Warriors con Steph Curry, altro giocatore mentre sul podio siamo finiti noi degli Hornets, oserei dire piuttosto a sorpresa visti gli amati risultati degli anni precedenti.

Graham, altro giocatore, ci aveva preso gusto nel video.

Ci siamo fermati alla terza risalendo ben cinque posizioni virtuali, non tutte occupabili.

Ora non rimarrà che cercare di non sprecar la scelta il 16 ottobre.

Qui sotto, l’ordine di partenza con la lista completa:

2020 NBA Draft Lottery Results

1. Minnesota
2. Golden State
3. Charlotte
4. Chicago
5. Cleveland
6. Atlanta
7. Detroit
8. New York
9. Washington
10. Phoenix
11. San Antonio
12. Sacramento
13. New Orleans
14. Boston (from Memphis)

Below is the order for the remainder of the first round and the complete second round for NBA Draft 2020 presented by State Farm:
 
15.       Orlando
16.       Portland
17.       Minnesota (from Brooklyn via Atlanta)
18.       Dallas
19.       Brooklyn (from Philadelphia via LA Clippers)
20.       Miami
21.       Philadelphia (from Oklahoma City via Orlando and Philadelphia)
22.       Denver (from Houston)
23.       Utah
24.       Milwaukee (from Indiana)
25.       Oklahoma City (from Denver)
26.       Boston
27.       New York (from LA Clippers)
28.       Los Angeles Lakers
29.       Toronto
30.       Boston (from Milwaukee via Phoenix)

2020 Second Round Draft Choice Order

31.       Dallas (from Golden State)
32.       Charlotte (from Cleveland via LA Clippers and Orlando)
33.       Minnesota
34.       Philadelphia (from Atlanta)
35.       Sacramento (from Detroit via Phoenix)
36.       Philadelphia (from New York)
37.       Washington (from Chicago)
38.       New York (from Charlotte)
39.       New Orleans (from Washington via Milwaukee)
40.       Memphis (from Phoenix)
41.       San Antonio
42.       New Orleans
43.       Sacramento
44.       Chicago (from Memphis)
45.       Orlando
46.       Portland
47.       Boston (from Brooklyn via Charlotte, Orlando and Philadelphia)
48.       Golden State (from Dallas via Philadelphia)
49.       Philadelphia
50.       Atlanta (from Miami via Sacramento, Cleveland and Boston)
51.       Golden State (from Utah via Dallas, Detroit and Cleveland)
52.       Sacramento (from Houston)
53.       Oklahoma City
54.       Indiana
55.       Brooklyn (from Denver)
56.       Charlotte (from Boston)
57.       LA Clippers
58.       Philadelphia (from Los Angeles Lakers via Orlando)
59.       Toronto
60.       New Orleans (from Milwaukee)

Lottery

Spesso si paragona lo sport alla guerra, per fortuna nel primo caso, senza vittime.

Il destino di una battaglia dipende dalle forze in campo e quando questa sembrerebbe esser persa, per mutar la situazione urgono rinforzi, anche al cinema – come non ricordare la Ghost Army nel finale de Il Signore degli Anelli…

Se nella drammatica epicità delle battaglie di un tempo le forze in gioco avevano bisogno di mezzi e uomini per vincer le loro battaglie, anche oggi nella NBA è così.

La pesca miracolosa del Draft antepone ancor prima a livello procedurale un rito indispensabile prima di giungere alla scelta dei propri uomini.

I Guerrieri dello Stato Dorato hanno abdicato per un anno mentre i principali loro antagonisti per il titolo dei recenti anni, i Cavaliers, dopo aver riperso LBJ, potrebbero tornare a rilanciarsi immediatamente alla grande nonostante la perdita di Durant, pescando un buon giocatore.

Loro hanno ottime percentuali ma lo scorso anno, a sorpresa, vinsero i New Orleans Pelicans, in quel che sembrava esser un risarcimento per la sicura perdita di Anthony Davis finito a LAL.

I Pelicans avevano il 6% di possibilità di “tirar su” la prima scelta, stessa percentuale che avrannoo gli Hornets (ottavi ai nastri di partenza) quest’anno.

Le percentuali che avranno a disposizione le varie squadre sono le seguenti:

Dopo le prime cinque si scende sotto il 10% con Charlotte che inoltre non sembra esser baciata dalla Dea Bendata negli ultimi anni e non ha mai “sbancato” con questi colpi di fortuna, per chi ci crede, perché se in passato vi è capitato di leggere qualche altro mio articolo sulla lottery, tendo a ribadire (visto anche lo scorso anno) che la situazione è abbastanza surreale e imbarazzante a livello percentuale.

Tankathon ci delizia con qualche immaginario nome per darci delle idee anche se noi speriamo di sceglier più in alto al primo giro e personalmente gradirei una buona SG a meno che non arrivi dal mercato.

Probabilmente c’è più interesse a sostenere squadre più abili nei “rapporti sociali”, forse MJ ha un carisma eccessivo che si è riflesso anche nella famosa e recente serie Last Dance che ha fatto storcere il naso anche a qualche amico e compagno.

Comunque sia, alle ore 02:30 – in diretta su Sky Sport – avremo la nostra lottery, l’evento che stabilirà l’ordine di scelta del Draft NBA programmato per il 16 ottobre.

Come si sveglieranno i tifosi degli Hornets è difficile dirlo, la speranza è che il vento stia cambiando e possa arrivare finalmente una buona notizia, di contro non ci sono elementi oggettivi che portino in questa direzione, tanto che i fan locali hanno dedicato un meme a questa situazione che tradotto é: “Mi hai portato via tutto”, “Non so chi tu sia”…

Per evitare l’eventuale “depressione” (a tal proposito, presa letteralmente, un pensiero sincero per tornare a sorridere va a Josip Ilicic sul quale ieri ho letto un bel post dedicatogli da una famsa pagina di basket) post lottery di una stagione già orrendamente mutilata e ripartita con una formula demenziale fino ai Playoffs (vedi i Suns sempre vincenti esclusi o gli spareggi Trail Blazers-Grizzlies con doppia possibilità a favore di Portland, solo per citarne un paio), occorerà tenere un profilo basso pensando che se dovesse arrivar qualcosa in più (sostanzialmente una delle prime quattro scelte poiché non avremo a disposizione le scelte 5, 6, 7, per via del meccanismo NBA che tende a non svantaggiar troppo eventualemente le prime squadre in ordine di partenza, quelle con i record più bassi) rispetto alla posizione iniziale, sarà tutto oro colato.

Il portabandiera per Charlotte sarà Devonte’ Graham, anche altre squadre hanno scelto di inviare giocatori in attività; D’Angelo Russell per Minnesota, Steph Curry per i Warriors, Rui Hachimura per i Wizards, De Aaron Fox per i Wizards mentre tante altre società avranno rappresentanti più formali come il presidente per i Bulls o il GM James Jones per i Suns.

Sperando che “Gamberone” non ci faccia scegliere alla nona…

Numeri

Quando non si è dentro gli eventi, quando non si ha la possibilità di conoscere, quando la memoria si perde nel tempo o per mancanza di curiosità rimarranno solo i freddi numeri a raccontarci parzialmente qualcosa sulle battaglie sportive tra differenti realtà che si contendono la gloria e i giocatori che vogliono primeggiare, essere i migliori nel loro settore.

Ho scritto questo pezzo senza eccessivo entusiasmo perché parliamo solo di numeri che saranno sì il sale per vincere una partita, una serie, un titolo ed essere riconosciuti come una realtà vincente ma da soli e per lo più slegati dal contesto e mal interpretati senza conoscere le differenti realtà diventano faziosità e non oggettività, ecco perché in fondo al pezzo vi è anche un passaggio veloce a volo basso sulla storia delle altre franchigie e su come si leghino a noi a livello storico o semplicemente nelle partite disputate contro.

Per stabilire quali siano i parametri per considerare un team vincente potremmo relazionarci a dati oggettivi come la vittoria di uno o più titoli nella storia della franchigia oppure controllare i record storici delle varie squadre, talune delle quali sono state spesso su livelli importanti grazie alle varie dinastie, all’oculatezza gestionale della società oppure perché storicamente sono riuscite a crearsi un appeal o altre condizioni favorevoli.

Prima di entrare nel vivo del pezzo mi è venuto da chiedermi se poi sia così importante vincere e ne è uscita una risposta articolata, forse un po’ filosofica ma realista.

Ovviamente tutto sta a vedere quanto interesse una persona abbia per la cosa, un fan potrà prenderla in maniera viscerale o come passatempo, un giocatore potrà vederlo solo come un lavoro o essere mosso dal sacro fuoco della passione, quella volontà di potenza nietzschiana che spinge a competere nello sport.

Da una parte direi che se il motto attribuito al padre dei giochi olimpici Pierre de Coubertain, ”L’importante non è vincere ma partecipare” la frenesia della società odierna nella quale conta solo la vittoria, anche quella ottenuta con i mezzi più sleali che fa gioire chi non sa che sia l’etica direi che vincere non sempre lo è, nelle accezioni per le quali nello sport, gioco a somma zero, se qualcuno vince, altri devono necessariamente perdere e in quella dello stereotipato di machismo e della virilità che vorrebbe sempre vedere non un uomo con i suoi limiti in gara ma un essere sovrannaturale, un marziano o un robot, affermarsi immancabilmente sugli altri.

Su questa tipologia di giocatori onnipotenti inesistenti, alcuni si sono avvicinati ad esserlo (i soliti noti per restare in epoca abbastanza moderna: Magic Johnson, Larry Bird, MJ, Bryant, Duncan, James, O’Neal, Curry, Durant e aggiungeteci chi volete, ecc.) e da punti di riferimento per qualcun altro sono diventati oggetto del culto della personalità.

Vincere ad ogni costo nella nostra società occidentale è divenuto l’imperativo, talvolta pretesto per astio e sfottò, abbandonata la sportività, l’incapacità del tifoso medio di fermarsi a ciò che potrebbe essere la faziosità su una decisione arbitrale o magari anche l’oggettività della stessa, oppure di lamentarsi a torto o ragione per la disparità di trattamento tra due squadre ha sconfinato in uno squilibrato e marcio fanatismo aldilà dell’ironia o del piacere di tifare i propri colori.

D’altro canto a nessun fan piace perdere, è irritante a volte o demoralizzante in altri casi ed entrando nel cuore della questione, a nessuno sportivo che si rispetti verrebbe in mente di perdere appositamente, nemmeno ai giocatori più distratti che paiono essere magari i più disinteressati dalla partita perché raggiungendo lo status di professionista sono pagati profumatamente.

D’altra parte e le prestazioni di questi dovessero scendere, sono sempre a rischio taglio, va da sé che il fine ultimo per un atleta e per una società (qui la faccenda si complica nel mondo modero del business) dovrebbe essere quello di protendere alla vittoria.

Molto filosofica è l’interpretazione di Gichin Funakoshi, maestro che ha contribuito a diffondere il karate nel mondo che asseriva che nell’arte della mano vuota l’idea non è quella di vincere ma è necessario non perdere.

Ora, la pur breve e recente storia degli Charlotte Hornets è stata piuttosto travagliata tanto che potremmo scrivere che esistano più identità in circolo dei Calabroni (Charlotte + Hornets).

La franchigia del North Carolina nata nel 1988 ha avuto una storia lineare sino al 2002 poi a causa del trasferimento a New Orleans voluto dalla proprietà ha perso la casa madre ma ha mantenuto in vita lo spirito del Calabrone (solamente un po’ modificato) a NOLA.

Nel 2004 l’identità si è sdoppiata, come promesso dall’allora Commissioner David Stern è risorta una franchigia nella Queen City ma essendo ancora in possesso di loghi e record la vecchia proprietà, quelli della Buzz City si sono dovuti accontentare di avere i Bobcats, l’ultima franchigia di fatto nata nella NBA ormai 16 anni fa.

Nel 2013 arriva il colpo di scena con la nuova proprietà dei New Orleans Hornets (in mano all’oggi defunto Benson) decisa a cambiar nome.

I Pelicans aprono la strada a un gruppo di fan Charlottean che riportano a casa il nome e ufficialmente anche i record della prima gestione a Charlotte.

I Bobcats giocano la loro ultima stagione nel 2013/14 e l’anno seguente fanno la ricomparsa gli Hornets nella Fly City.

Certo, lo chassis della squadra è molto simile a quello dei Bobcats, la linea di continuità è innegabile vi sia ma ora Charlotte ha un’altra identità, quella che hanno perso per molti tifosi internazionali i nuovi Pelicans.

C’è chi ha deciso di rimaner con loro legittimamente, io credo che sia più corretto, una volta persa la città d’origine e il logo/spirito del team, visto che sono tornati a esistere, tornare a tifare per loro, oltretutto il colpo di spugna della NBA che ha diviso i record degli Hornets tra quelli tornati a Charlotte e quelli rimasti a New Orleans è una palese decisione presa poiché la nuova proprietà di MJ ha deciso di riprendere i record storici ma per logica tali record non dovrebbero essere divisi.

La NBA, insomma, pare aver scherzato, ci ha detto che chi ha seguito da Charlotte a New Orleans la squadra è come se avesse tifato per due entità differenti ma così non è.

Un pasticcio che nasce dal fatto che la NBA all’epoca diede il permesso alla squadra di continuare a chiamarsi Hornets mentre con i Seattle Supersonics non è successa la medesima cosa avendo avuto un cambio di città e di nome, il che favorirebbe eventualmente, se mai vi riuscissero, a riprendersi i vecchi record i possibili nuovi Sonics.

Ecco perché le statistiche che andremo a vedere sono divise seguendo le logiche sopra descritte che dal mio punto di vista sono quelle più sensate.

Sinceramente, dal mio punto di vista, anche se la franchigia si trova tra i team più in difficoltà e tra quelle squadre che non hanno mai vinto nulla, anche se dovesse scemare la mia passione per il basket NBA per via delle questioni politico-finanziarie poco trasparenti, il mio affetto e il mio tifo finché saranno in vita sarà legato agli Hornets.

Prima di partire con il dettaglio, franchigia per franchigia, ecco alcune tabelle.

In questa possiamo osservare nella colonna W/L against le vittorie e le sconfitte degli Hornets contro ogni singolo team negli ultimi 6 anni (dal rebrand) con il primo numero che si riferisce ovviamente alle vittorie di Charlotte e il secondo a quelle avversarie.

Una tabella a scalare divisa tra Est e Ovest con Magic e Pistons come due squadre contro le quali abbiamo ottenuto migliori percentuali (.681, vedi la seconda colonna) e i Clippers con un 1-10 (.090) come bestia nera del periodo.

Nella terza colonna troverete i record di tutte le franchigie negli ultimi 6 anni in Regular Season contro tutte le altre squadre e relativa percentuale e come si vede i Warriors con il .709 sono in testa a questa statistica, riportata qui sotto anche nella seconda tabella.

In essa, troviamo nella seconda colonna le ultime 5 partite di Charlotte contro i vari team e il relativo record mentre in terza colonna vi sono le apparizioni playoffs dei vari team con l’asterisco sulle squadre invitate a Orlando al di fuori dalle migliori 8, ecco perché quel “+1”.

Nella penultima tabella possiamo notare i testa a testa degli Hornets contro le altre squadre; nella colonna 1 c’è la differenza (vantaggio, parità o svantaggio) nei confronti delle altre squadre che va da quella più alta alla negatività maggiore da recuperare, nella colonna 2 il record all-time tra le due squadre e nella terza colonna il totale delle partite disputate tra i team.

Qui sotto abbiamo i titoli vinti dalle varie squadre e le loro stagioni totali in NBA.

A ben vedere lo spacciato equilibrio della NBA è un’utopia, 33 anelli sono andati nelle mani di due squadre (Lakers e Celtics) e soli altri 39 alle altre squadre.

A guardare queste statistiche Charlotte non è nemmeno la peggior squadra degli ultimi anni come molti pensano (potremmo fare un discorso sui Bobcats e alla seconda partenza a Charlotte se si tenesse in considerazione ciò) ma poi non è nemmeno così importante anche se dal punto di vista sportivo ci si augura di cambiare presto e in meglio questo trend negativo e diventare una contender, se possibile, finalmente.

Le tabelle mostrano come ciò sia possibile ma alle spalle servono delle condizioni base olte alle scelte perché ciò avvenga.

Il divario tra alcune squadre permane aldilà dell’incapacità gestionale di alcuni team perché questioni di tasse o di mercati piccoli meno attraenti non stimolano giocatori top player ad andar lì, così non si formano aggregati di due/tre stelle e se lo fanno durano da Natale a S. Stefano.

Le politiche per combattere il tanking poi potrebbero aver definitivamente affossato anche quelle squadre che il tanking non lo praticano.

Non ho mai nascosto inoltre che le prime due scelte a New Orleans (una come Hornets, all’ultimo anno Anthony Davis) e le tre a Cleveland in quattro anni, siano un po’ sospette a livello di lottery guardando le percentuali possibili in gioco.

Fortuna?

Personalmente non credo.

Tenendo conto che nelle mie statistiche sono incluse quelle sei New Orleans Hornets e non quelle dei Bobcats, partiamo con gli head to head o testa a testa tra gli Hornets e le altre squadre andando a vedere a grandi linee che è successo e che sta accadendo:

1) Philadelphia 76ers

  1. Partiamo con le squadre in ordine alfabetico tenendo fede al “nickname attuale”…

Nati come Syracuse Nationals (vedi lovo soprastante) con la guida di coach Al Cervi partono con un 51-13 nella loro prima stagione perdendo la finale, nella NBA mantengono per 14 anni questa denominazione (dal 1949 al 1963) poi da Syracuse nello stato di New York, in seguito alla cessione del team del vecchio proprietario italo-americano Danny Biasone e all’avvenuta partenza dei Warriors che si trovavano proprio a Philadelphia, la nuova proprietà decide di trasferirsi in Pennsylvania poiché una città media come Syracuse non garantiva buoni profitti.

Cambiato anche il nome di battaglia e con in cassaforte un titolo (1954/55) i 76ers aggiungeranno quelli come Philadelphia 76ers nel 1966/67 e nel 1982/83.

Attualmente il record all-time di Phila/Syracuse è stimabile al .516.

Charlotte nasce nel 1988 e gli scontri con Philadelphia si fanno subito interessanti poiché i nostri avversari hanno in squadra un certo Sir Charles Barkley che per tre anni garantisce ai 76ers un record vincente.

Charlotte però riesce ugualmente a vincere qualche scontro come quello del primo dicembre 1988, poi, spostatosi Barkley a Phoenix, il castello di carte di Phila crolla e gli Hornets iniziano ad avere la meglio spesso dopo i primi anni di sofferenza.

L’arrivo di Iverson nelle fila di Phila mescola le carte con scontri equilibrati in Regular Season mentre i Sixers riusciranno ad avere la meglio sugli Hornets (una volta contro Charlotte e una contro New Orleans) ai playoffs grazie al piccolo play.

Il bilancio è a nostro favore (53-44) ma non vinciamo dal 2 novembre 2016, poi sono arrivate ben 11 sconfitte consecutive, due delle quali all’OT, la più lunga striscia perdente pendente per i nostri colori.

Probabilmente il rilancio di Phila, dopo anni di tanking (cosa che sarà più difficile da fare ora per le altre squadre con la modifica delle percentuali nella lottery), ha coinciso da parte nostra con una mancanza di un centro degno da opporre in molte partite favorendo così il peso maggiore della qualità complessiva di Phila.

L’anno successivo, Covid-19 permettendo, sperando in un implemento della qualità nelle fila teal & purple, sarebbe ora di interrompere questa lunghissima e noiosa striscia negativa poiché, con tutto il rispetto, nel roster dei Sixers non gioca più questo signore qui sotto…

Julius Erving con (di spalle) Dawkins, le due colonne portanti dei Sixers che giunsero in finale nel 1980 perdendo contro i Lakers (foto tratta dalla serie da Giganti del Basket).

2) Charlotte Bobcats

Una specie di Kramer contro Kramer, più che un vero head to head è una statistica in famiglia anche se qualche segnale di inimicizia tra Charlotte e New Orleans da parte dei tifosi locali vi era stato.

Chiaro che per chi è di Charlotte, vedersi “scippare” la squadra (dalla proprietà in accordo con la NBA) non dev’essere stato piacevole come nemmeno lo dev’essere stato per i tifosi a NOLA quando la franchigia si trasferì a fine anni settanta a Salt Lake City.

Il divorzio tra la città di Charlotte e gli Hornets si consuma nel 2002 e i suoi figli sono protagonisti della diaspora.

Nel 2004 torna in scena Charlotte ma come Bobcats, franchigia promessa dalla NBA a Charlotte dopo la partenza dei Calabroni.

Le cose non vanno bene alle Linci tanto che alcune annate sono proprio drammatiche tanto che la percentuale All-Time è di .364 (293 vittorie e 5111 sconfitte).

La Charlotte arancio, proprietà di Robert L. Johnson, prima di passare nelle mani di MJ come socio di maggioranza riesce in totale a partecipare solo due volte ai playoffs venendo eliminata seccamente dalle squadre della Florida (prima i Magic, poi gli Heat) nonostante un giovane Kemba Walker inizi a far coppia con l’ottimo e tecnico centro Al Jefferson nella serie contro James all’ultimo anno da Bobcats.

MJ con uno dei giocatori più rappresentativi dei Bobcats, Gerald Wallace.

Sta di fatto, tornando indietro nel tempo, che la prima partita tra la franchigia nata sulle ceneri degli Charlotte Hornets (due anni più tardi) e i Calabroni eredi di Charlotte la vinsero le Linci arancio all’OT, poi gli allora New Orleans Hornets presero il sopravvento guidate da CP3 portando sul 13-5 un record che sembra ormai esser fossilizzato e storia di un passato intrecciato che ci racconta comunque una linea di continuità tra quei Bobcats e l’attuale roster di Charlotte con la proprietà e ad esempio Zeller a esser rimasto nel roster di quel che furono i felini del North Carolina.

3) Milwaukee Bucks

Buona la settima.

Le prime sei partite della serie le vince Milwaukee (presente in NBA dal 1968/69 come Bucks con una parentesi negli anni cinquanta come Hawks che non fa parte della storia del team ma che invece appartiene ad Atlanta), quando Charlotte però inizia ad acquisire giocatori, spesso vince e Milwaukee finisce sotto nella serie, tanto che a oggi è una delle squadre contro le quali manteniamo un cuscinetto con un buon divario.

Un margine che serve ad avere qualche anno a disposizione per “limitare” i danni adesso che Antetokounmpo gioca nella squadra della città di Fonzie…

Ma… “hey”, nonostante le ultime cinque sfide e una drammatica serie di playoffs vinta dai Cervi a gara 7 (con le due rispettive squadre più forti nel complesso degli ultimi 20 anni avute dalle due franchigie se penso a Ray Allen, Sam Cassell e Glenn Robinson) se Charlotte riuscisse ad aggiungere un paio di giocatori validi da opporre al greco sono certo che qualche W riusciremmo a strapparla visto che nonostante tutto siamo quasi sempre, a parte evidenti tracolli, riusciti a impensierire la squadra del Wisconsin.

Per ora è 59-45 in Regular Season.

Curiosità; Lew Alcindor gioca sei anni con i Bucks poi fa tempo a cambiare nome in Kareem-Abdul Jabbar e sfiderà gli Hornets due volte (avendo la meglio) come parte dei Lakers l’ultimo anno della sua carriera nel 1988-89, stagione inaugurale dei Calabroni.

Proprio lui guidò nel 1971 i Bucks all’unico titolo, dopo soli tre anni dalla nascita (1968 grazie a Wesley Pavalon e Marvin Fishman) della squadra del Wisconsin i Cervi fecero centro.

Il loro record complessivo All-Time contro le altre squadre è di .520.

Glenn Robinson e Vin Baker (a dx con la 42) con una delle più belle divise viste a oggi nella NBA.

4) Chicago Bulls

I Bulls compaiono in NBA nel 1966/67.

Chicago ha dato origine o ha ospitato altri team che adesso sono emigrati altrove (vedi i Wizards in origine furono i Packers/Zephyrs o i Chicago Stags) che non sono però parenti dei Tori.

I Bulls sono la terza squadra di una major league di pallacanestro sorta nella Wind City.

La storia degli scontri tra le due franchigie invece si intreccia con quella dell’attuale proprietario Michael Jordan e naturalmente nasce sul finire degli anni ottanta.

In genere i Bulls si dimostrano dagli albori una buona squadra ma non raggiungono vette eccelse, quindi subiscono un calo e nei primi anni ottanta la franchigia non è proprio tra quelle più gustose da veder giocare.

Le vere fortune della squadra del proprietario Reinsdorf cominciano nel 1984 quando alla terza scelta pescano appunto MJ con i Trail Blazers a scegliere Sam Bowie alla posizione numero due (alla uno un Olajuwon era plausibile)…

Di casa al college a North Carolina, MJ torna all’antivigilia di Natale nel suo Stato dopo il passaggio da professionista nella NBA.

La gente lo attende, il tifo è per gli Hornets ma anche per MJ, quasi un ossimoro perché nessuno si aspetta però che possano prevalere i Calabroni; è un buzzer beater di Kurt Rambis a decider la partita che si trovava in parità.

MJ non la prende bene e grazie alla disparità di forze in campo (senza bisogno di presentazioni i vari Pippen, Kerr, ecc.) trascina i rossi a vincere ben 17 gare di fila.

Charlotte ha a che fare con i Bulls più forti di sempre (aggiunta di Rodman) grazie alla costruzione del vecchio GM Krause oggi tanto discusso e per di più se li ritrovano anche nella stessa Division (la Central) con quattro partite l’anno in Regular Season da giocare.

Charlotte riesce a strapparne qualcuna come alcune gare punto a punto (una nella quale Curry recupera un possibile pallone della vittoria) ma MJ e la terna arbitrale fanno fuori i Calabroni al primo turno Playoffs nel 1994/95 con ben due falli non visti sull’azione decisiva allo scadere che avrebbe portato gara 5 a Charlotte (al meglio delle 3).

Gli Hornets si rifanno l’anno seguente battendo in trasferta 98-97 i Tori rompendo il muro d’imbattibilità casalinga dello United Center, ben 44 partite.

Si continua così, Charlotte vince qualche gara epica al fotofinish (un’altra con un tiro armonico di Curry dalla media) ma i Bulls accumulano vantaggio (più un’altra serie di playoffs vinta nettamente da Chicago) fino all’abbandono di MJ che porta gli Hornets a vincere 17 su una serie di 20 gare.

Il trasferimento a New Orleans rimescola le carte e si assistono a battaglie tra CP3 e Rose mentre oggi, grazie al fatto che le due franchigie negli ultimi anni siano cadute in basso, i Bulls mantengono il vantaggio quasi inalterato nella serie anche se gli Hornets 2.0 hanno un leggero vantaggio (12-10), totalmente insufficiente per recuperare le gare perse a inizio storia, nel 43-62 si paga ancora quella sofferenza che ha prodotto il gap.

MJ e la storia con Utah in gara 5.

L’obiettivo è se possibile ridurre lo scarto contro una squadre che si affronterà, salvo cambi strutturali in NBA, tre o quattro volte all’anno…

5) Cleveland Cavaliers

Cleveland nasce nel 1970/71 come Cavaliers nella NBA e il nome viene dato per onorare i cavalieri settecenteschi.

C’è un precedente come Rebels nel 1946/47 ma nulla ha a che fare con i Cavalieri.

I Ribelli falliranno dopo una sola stagione (1946/47) con un record di 30-30, eliminati 1-2 dai Knicks al primo turno dei playoffs.

Tornando ai Cavaliers, dalla stagione 1988/89 partono gli scontri con Charlotte e Cleveland nei futuri 10 anni sarà per ben nove volte sopra quota .500 a dimostrazione che in quel periodo di tratta di una buona squadra a partire da Daugherty, passando a Price, Ehlo, Phills, ecc. ma a fare la differenza a conti fatti è stato LeBron James, bestia nera degli Hornets con il 13-1 che ha rifilato ai Calabroni negli ultimi anni.

Questo fa pendere decisamente l’ago della bilancia a favore dei Cavs e pensare che da piccolo LeBron giocava con i colori di Charlotte in una squadretta chiamata proprio Hornets.

Destino che MJ e LeBron che hanno queste due particolarità o aneddoti legati ai Calabroni siano proprio coloro i quali stanno decidendo le serie negativamente per Charlotte.

Eliminando virtualmente queste 14 partite saremmo sul 42-45 per Cleveland, molto più vicini ma ovviamente è solo un “pour parler”…

Insomma, diciamo che James, come Jordan è l’ennesima star che sta facendo la differenza nella serie Hornets-Cavaliers sul 44-58 attualmente.

La prima partita in Regular Season degli Hornets in NBA fu una gara casalinga contro i Cavs che batterono facilmente i nostri, restando probabilmente stupiti però della standing ovation che il pubblico riservò alla squadra locale che perse 99-133…

I Cavs sono sul .463 a livello di record All-Time contro le altre squadre.

Mark Price (a sx), icona Cavaliers per anni.

6) Boston Celtics

La squadra che simpatizzavo da piccolo quando non esistevano i Charlotte Hornets gioca dal 1946 nella BAA, considerata l’attuale NBA.

Ci vollero cinque anni perché “gli irlandesi” riuscissero ad aver un record positivo ma poi divenirono la squadra più vincente della NBA.

Oggi conta ben 17 titoli vinti e un record All-Time di .591 contro le altre squadre.

Contro i Leprecauni, la prima Charlotte non ha vita facile poiché Bird, McHale e Parish sono ancora dei giocatori di tutto rispetto in NBA mentre la squadra di Shinn deve accontentarsi di migliorare il proprio roster anno dopo anno da matricola.

Charlotte perde le prime dieci sfide, una all’OT, poi il primo febbraio 1991, all’Alveare, vince 92-91 e nei playoffs del 1993 sciocca il mondo tra OT e una vittoria (sarà un vizio?) ancora di un punto con un tiro perfetto e mitico di Mourning a fil di sirena che chiude la serie (una serie che avrà i prodromi della morte di Reggie Lewis, astro nascente dei Trifogli, caduto sul parquet in gara 1) sul 3-1 Hornets.

Caduta la dinastia dei verdi gli Hornets iniziano a prendere il sopravvento e anche il vantaggio nella serie, un vantaggio mantenuto fino alle prime partite del ritorno a Charlotte (2.0), sfumato in questi anni per il divario tra i due team, con Boston tra i team più forti e Charlotte tra quelli di medio-bassa classifica.

Al ritorno da New Orleans si era sul 41-37 (senza considerare i playoffs) ma il 5-16 di questi anni ha rovesciato la situazione portando la serie sul 46-53…

Per tornare a mangiar terreno o almeno a non perderne altro, MJ dovrà a breve portare Charlotte a essere una delle squadre più forti a Est.

Da Blackjesus, ecco Larry Bird.

7) Los Angeles Clippers

Per certi versi la storia della serie contro la franchigia preferita da Federico Buffa è simile a quella contro i 76ers.

I Clippers nascono ed entrano nella NBA nel 1970/71 come team d’espansione denominato Buffalo Braves.

Buffalo, nello Stato di New York, fa si che i Braves giochino nella Atlantic Division.

Nel 1978/79 però la squadra cambia costa e diviene Clippers ma non a Los Angeles, bensì a San Diego (tra l’altro con un logo dal mio punto di vista molto poetico e carino).

Lo stemma dei San Diego Clippers.

A San Diego la società resiste sei anni, il proprietario Levin vende la squadra e tre anni più tardi il nuovo proprietario Sterling se la porta vicino casa mandando su tutte le furie gli appassionati della città del surf.

San Diego è anche la città sulla quale ripiegarono marina americana e marines dopo l’attacco dei Giapponesi a Pearl Harbour il 7 dicembre 1941.

Gli Hornets affondano i Velieri nelle prime due uscite poi la serie inizia ad equilibrarsi ma con l’ascesa degli Hornets la serie prende decisamente il sopravvento a favore della squadra proveniente dalla Queen City, oltretutto i Clippers ormai iniziano a farsi conoscere come “i più grandi perdenti della NBA”.

Ancora alla ricerca di un titolo, beneficiano del trasferimento di Chris Paul nelle loro fila vista la situazione particolare creatasi a New Orleans con gli Hornets nelle mani della NBA (degli altri 29 proprietari) dopo la vendita di Shinn alla stessa non avendo trovato accordi con potenziali acquirenti.

Si aggiungono Griffin, D. Jordan e altri giocatori, i Velieri iniziano a sentire il vento nelle vele e da nove anni i Clippers hanno un record vincente anche se nel complesso il loro dato di sempre è un basso, .410, tuttavia nelle ultime undici sfide tra Charlotte e Los Angeles sponda rossoblu, i secondi hanno avuto la meglio ben 10 volte.

Per Charlotte è stato difficile arginare questa marea che sta riportando sotto i Clippers nelle statistiche All-Time ma al momento i Calabroni rimangono avanti 41-34.

I Clippers nell’estate del 1991 descritti da Superbasket.

8) Memphis Grizzlies

Una squadra che ho visto nascere.

Insieme ai Raptors nel 1995/96 nell’autunno delle canadesi debuttano i Grizzlies, originari di Vancouver.

Il logo di Vancouver.

Pare però che nella città pacifica canadese non ci sia tutto questo entusiasmo, nemmeno per i giocatori ad andar lì e alla fine, tra risultati deludenti, il freddo polare e vari problemi (anche per gli spostamenti) si opta per una ricollocazione a Memphis, dove questi plantigradi probabilmente avranno caldo anche con una parrucca di Elvis e un ghiacciolo in bocca…

La serie parte subito con otto vittorie Hornets e anche dopo il trasferimento dei Calabroni, avvenuto l’anno successivo a quello dei Grizzlies (con la franchigia dai colori simili a quelli dei Calabroni che scippa una papabile città a Shinn per stabilizzarsi), la squadra della Louisiana spesso riesce a vincere la maggior parte delle sfide come le due particolari nel 2007 vinte consecutivamente all’OT, entrambe di due punti.

Particolarità: Cinque le W all’OT e una sconfitta in un doppio OT avvenuta a Memphis come Charlotte Hornets nel 2014.

Inserite in una Divisione di ferro insieme a Mavericks, Rockets e Spurs la vita non è facile e i due team devono alzare il target per sopravvivere fino a divenire per alcune stagioni davvero buoni team con i Grizzlies che vedono i Gasol, Randolph e altre facce passare per Memphis.

Attualmente la serie è sul 40-24 mentre il record complessivo tra Grizzlies e altre squadre ha una percentuale di .415, inoltre vi sono 10 partecipazioni ai playoffs con la stagione 2012/13 a vedere la loro avanzata fino alle finali di Conference, miglior risultato raggiunto a oggi.

9) Atlanta Hawks

Atlanta è un’altra di quelle squadre che non hanno avuto una storia lineare.

Nati come Buffalo Bisons, nel 1946, dopo sole 13 partite si spostano a Moline, nell’Illinosis, alla Wharton Field House rinominati Tri-Cities Blackhawks intendendo comprese anche le città di Rock Island (sempre nell’Illinois) e di Davenport nell’Iowa.

Il logo dei Tri-Cities Blackhawks.

Black-Hawk come il nome di un capo di tre tribù indiane (conosciute come “British Band”) che si opposero all’esercito degli Stati Uniti.

La guerra la vinsero gli immigrati bianchi, più numerosi e meglio armati e organizzati nonostante alcuni raid indiani andassero a segno in forti sguarniti.

Può sembrare un controsenso ma una volta catturati questi capi erano portati a Est, lontani dalle none degli scontri dove godevano di simpatie maggiori e questi giri facevano sentire i bianchi meglio mentre al contempo offrivano il cioccolatino ai vinti che si sarebbero dovuti scoraggiare vedendo il progresso degli avversari.

Di fatto la guerra del falco nero segnò la fine della resistenza armata dei nativi all’espansione degli Stati Uniti nel vecchio nord-ovest così i nativi americani cominciarono a vendere le loro terre ad est del fiume Mississippi e a trasferirsi in occidente.

Entrano a far parte della NBA nel 1949/50 ma sono anni deludenti, pieni di sconfitte nonostante un terzo trasferimento a Milwaukee come Hawks.

Ecco quindi arrivare un altro trasferimento, questa volta a St. Louis nel 1955-56 con un Bob Petitt in più che finalmente da risultati soddisfacenti alla franchigia.

Nel 1968 si trasferiscono ad Atlanta in Georgia e finalmente trovano una casa fissa (nonostante qualche sporadica partita a New Orleans) dove giocherà anche Pete Maravich che era stato già agli Hawks e poi negli anni ottanta Spud Webb, Dominique Wilkins saranno due icone.

Atlanta mantiene un buon livello di squadra anche negli anni novanta con Mutombo, Blaylock e Augmon per crollare verso fine decennio.

I Falchi vantano 46 apparizioni ai playoffs ma il record All-Time è di .492.

Dopo i playoffs del 1998 nei quali Mason e soci spazzano via 3-1 i Falchi gli Hawks chiudono le ali per qualche anno.

Nel 2014/15 toccano quota 60 vittorie con una buona squadra senza stelle di primissimo livello grazie al lavoro di coach Budenholzer e la prima partita tra le due squadre di quella stagione sarà probabilmente l’unico lampo vero di Lance Stephenson in maglia Hornets che allo scadere del secondo supplementare lascia partire una smisurata preghiera che prima si infrange sul plexiglass e poi accarezza la retina per la vittoria dei Calabroni 122-119 in una partita memorabile.

Negli ultimi anni gli Hornets hanno recuperato lo svantaggio e sono passati avanti ma lo 0-2 dell’ultima stagione ha riportato il bilancio in parità (52-52, sempre senza il 3-1 dei Playoffs) con ben due gare mancanti annullate che avrebbero potuto spostare dall’equilibrio la serie.

10) Miami Heat

Miami è la “franchigia gemella” di Charlotte, nel senso che è nata dallo stesso Expansion Draft nel 1988.

E’ l’unica dal biennio 1988/89 che è riuscita a vincere più titoli (Toronto che è del 1995 lo scorso anno ne ha appena vinto uno mentre Hornets, Timberwolves, Magic, Grizzlies e Pelicans sono fermi a quota zero), ben tre.

Franchigia di successo (.522) l’All-Time Vs the other team), forse per la gestione, forse per la placidità e il benessere che si respira dalle parti di Miami Beach (quando non è colpita da tifoni e uragani) o perché è Stato “Free Tax”, sicuramente per essere riuscita a portare un raro, per l’epoca, big 3 (James, Bosh e Wade) in Florida, non ha avuto comunque una partenza così brillante dovendo pagare lo scotto di matricola.

Miami riesce ad approdare ai playoffs un anno prima di Charlotte ma viene eliminata dai Bulls per 3-0 (1991-92).

La storia delle due franchigie si è incrociata, non solo sui parquet, con gli scambi tra Rice e Mourning, l’arrivo di Mashburn a Charlotte, l’approdo di Jones a Miami…

Alla fine dell’epoca di Charlotte, la prima Charlotte, comunque gli Hornets in 49 partite comandavano 25-24 oltre un 3-0 ai playoffs.

Dopo l’esperienza a New Orleans gli Hornets mantenevano un vantaggio di due partite (tra l’altro ottima vittoria in quel di NOLA con una tripla di Ariza decisiva con un Belinelli in maglia NOLA sul parquet quel giorno) ma il 9-13 rimediato dai Calabroni 2.0 ha portato avanti il Calore di Miami per 47-49.

La serie rimane comunque “inspiegabilmente” (visti i giocatori avuti dagli Heat del calibro di O’Neal, Allen e altre stelle magari un po’ in là con gli anni che davano esperienza, vedi Gary Payton) equilibrata (se non si guarda quella Bobcats-Heat fuori discussione qui) nonostante la squadra di Spolestra sia stata nella seconda metà degli anni ’90 e in tempi recenti un’ottima squadra.

Ovviamente è difficile a causa del momento di ricostruzione nel quale si trova Charlotte ma l’obiettivo è limitare i danni nel prossimo futuro e cercar di pareggiare la serie.

Dan Majerle sfida MJ in una partita degli anni novanta tra Heat e Bulls.

11) Utah Jazz

I Jazz sono stati fondati a New Orleans nel 1974, lì dove sono rimasti sino al 1979.

Problemi logistici e finanziari (il campo di gioco era più alto delle prime file degli spalti e l’associazione dei giocatori fece installare una rete intorno al campo per non avere giocatori tumulabili nel fossato intorno al parquet) minarono la stabilità della sede della franchigia nonostante un Pete Maravich acquisito dagli Hawks che divertiva il pubblico ma non riusciva da solo a dare alla squadra un record vincente.

I problemi finanziari perdureranno fino all’arrivo negli anni ’80 di un nuovo socio per il presidente Battistone che con l’arrivo di Malone e Stockton inizierà anche a costruire una squadra da titolo, stoppata in finale due volte (nel 1997 e nel 1998) dai Bulls di Michael Jordan.

La squadra spesso si è espressa anche più tardi a buoni livelli ma non ha mai più toccato quelle vette, quando furono a un passo dal titolo.

.541 il loro All-Time complessivo con 28 partecipazioni ai playoffs.

Per quel che riguarda la serie tra Hornets e Jazz si potrebbe scrivere che il trend ha preso decisamente la via dello Utah negli ultimi 13 anni.

Tante le vittorie Jazz contro i New Orleans Hornets ma anche l’1-11 iniziale contro i primi Charlotte Hornets diventato un 10-20 alla fine della prima esperienza di Charlotte e la striscia attuale di 0-5 aperta pro Jazz fa si che ci sia poca storia.

Anche ad avere una squadra forte, cercare di recuperare con soli due scontri all’anno, sull’attuale 28-51, significherebbe, vincendole tutte, metterci 12 anni…

La particolarità è che Charlotte al secondo anno di vita venne spedita nella Midwest Conference per adattare la NBA alle nuove entrate di Timberwolves e Magic.

Quell’anno vennero disputate ben cinque partite ed andarono tutte nelle mani dei Jazz.

Nel marzo 1999 Charlotte riesce a vincere all’Alveare al supplementare per 83-82 mentre vince 100-75 New Orleans la prima partita della sua storia come Hornets contro i Jazz il 30/10/2002.

Il ragionier Stockton.

12) Sacramento Kings

Il Sacramento Bee, giornale locale, asseriva che, l’unica franchigia che potesse giocare a Charlotte avesse l’arco dorato, alludendo ironicamente al McDonald’s.

Ebbene, si sbagliavano di grosso, la prima versione degli Hornets andò piuttosto bene pur non vincendo nulla.

Anche la storia degli attuali Kings, come quella di altre franchigie, ha inizio nello Stato di New York, precisamente a Rochester nel 1948/49.

Nel 1950/51, i Royals (così erano denominati) centrano il loro unico titolo vinto in NBA, lontano dalla California quindi.

A Cincinnati (trasferimento nel 1957 per questioni legate allo scarso guadagno nonostante il titolo vinto in finale 4-3 sui Knicks) vedono la luce stelle come Oscar Robertson e Jerry Lucas ma c’è poco di splendente nella storia dei Royals che divengono Kings nel 1972 al loro trasferimento a Kansas City quando la squadra di baseball locale era già nominata Royals.

La squadra gioca anche per tre anni in Nebraska a Omaha, ecco perché si può parlare di Kansas City/Omaha ma nel 1985 la cessione della società porta i Kings a Sacramento.

I Re vincono il 60% delle partite casalinghe tra il 1991 e il 1996 ma in trasferta vanno malissimo terminando nel 1990/91 con una stagione da 1 vittoria esterna e 40 sconfitte con un sonoro 101-59 inflittogli da Charlotte che vincerà in trasferta anche per 96-90.

Insomma, a parte alcuni momenti, anche recenti, vedi “White Chocolate” Jayson Williams e i Kings degli ex Divac, Stojakovic più Webber, non se la passano bene tanto che sono 14 anni che terminano con un record inferiore (in genere nettamente inferiore) ai .500 nel ricordo di quella finale di Conference rubata dalla terna arbitrale in gara 6 con l’arbitro Tim Donaghy al centro dello scandalo con ben 27 fischi nell’ultimo quarto a favore dei gialloviola.

Questa non competitività attuale (nonostante avessero avuto per le mani Cousins, ottimo giocatore ma testa da sistemare per non dar problemi nello spogliatoio) più altri problemi hanno portato a paventare un ritorno dei Seattle Supersonics e la morte dei Kings ma i Re non hanno ancora abdicato.

La serie tra Hornets e Kings è sul 41-36 mentre quella tra Charlotte e Sacramento è sul 22-19 mentre i Kings, in generale, hanno un record di .456 e vantano 29 partecipazioni alla post season.

I Kings nel 1991.

13) New York Knicks

New York è praticamente una fondatrice della NBA.

Nasce nel 1946 e gioca nella Basketball Association of America (BAA) che si trasformerà a breve nella NBA. Perse tre finali, il primo titolo arriva nel 1970 ed è un titolo descritto nel libro di Pete Axthelm “City Game”, edito in Italia dalla Libreria dello Sport, non so quanto sia trovabile oggi ma sarebbe un libro da avere per i tifosi dei Knicks che vaga dall’aura dei playground ai racconti personali dei giocatori professionisti di New York che si intrecciano con i momenti della stagione.

New York aggiunge il secondo e ultimo titolo nel 1973 con Willis Reed ancora sugli scudi.

New York vive un ottimo periodo grazie a Patrick Ewing, John Starks, Charles Oakley, Anthony Mason, ecc. negli anni ’90 quando partono le sfide con Charlotte.

Arriva in finale nel 1994 ma esce sconfitta da Houston per 3-4 dopo aver sfiorato la possibile vittoria.

Lo scambio che a metà anni ’90 porta Mason a Charlotte e Johnson a New York è prolifico per entrambe le squadre ma nei playoffs le due formazioni si incontrano e per la seconda volta sono i newyorchesi a prevalere.

Il 14-7 degli Charlotte Hornets contro una New York in crisi profonda da anni che non sembra nemmeno riuscire a mettere insieme un progetto serio, una pista da seguire, ha fatto sì che il riavvicinamento degli Hornets nei testa a testa di ogni tempo in Regular Season sia stato deciso.

48-51 nell’attuale statistica e se i Knicks l’anno prossimo non dovessero fare un colpaccio, probabilmente l’ulteriore avvicinamento tra le due compagini sarebbe possibile.

Il record dei Knicks generale oggi è sceso sotto quota .500, a .484 con ben 42 partecipazioni ai playoffs però.

Da un American Superbasket dell’anno 2000 ecco uno schema che vedeva coinvolto Ewing finchè fu coinvolto come punto di forza al centro del progetto arancioblu.

14) Los Angeles Lakers

I Lacustri come penso quasi tutti sappiano nascono a Minneapolis nel 1948.

Sì… insomma, non proprio… in realtà quando ancora giocavano in NBL una coppia di proprietari li trasferisce nel Minnesota comprando i Detroit Gems.

Nello Stato del nord vincono immediatamente cinque titoli in sei anni…

La culla dove passano l’infanzia è quindi dolce ma la crisi adolescenziale del dodicesimo anno li porta in California nel 1960, tuttavia fino al 1971/72 non riusciranno ad aggiungere il sesto titolo.

Negli anni ottanta i Lakers vanno in finale otto volte vincendone cinque.

Ha inizio lo show-time, giocatori del calibro di Abdul-Jabbar e Magic Johnson vestono la maglia gialloviola rendendola popolarissima tra i possibili fan internazionali.

Dal 2000 al 2010 assistiamo a un’altra dinastia pressoché nello stesso spazio-temporale visto con quella precedente.

Dieci anni, sette finali, cinque vinte con Kobe Bryant e altri giocatori che si alternano, vedi Shaq nel 2000.

.596 il record in percentuale di sempre riguardo le partite vinte contro le altre squadre con 61 annate buone per la partecipazione alla post season.

Gli Hornets nella serie sono ampiamente sotto (un 23-53 virtualmente irrecuperabile) anche se con la crisi recente della squadra della Città degli Angeli prima dell’arrivo di James sono riusciti a portare sul 6-5 il parziale degli Hornets 2.0 contro la L.A. recente.

I Lakers, grazie ai loro cm e a Kobe, vinceranno anche per 4-2 una serie che vedeva gli analisti predire una vittoria agevole sui New Orleans Hornets.

I Calabroni invece, perso David West e con Gray a mezzo servizio, trovarono un super CP3 in due partite che venne coadiuvato decentemente anche da Belinelli come SG nell’ultima stagione a buon livello degli imenotteri in Louisiana.

Tra le innumerevoli stelle dei Lakers ecco Magic Johnson in entrata (foto tratta da Giganti del Basket) durante le finali del 1980 contro i Sixers.

15) Orlando Magic

I Magic nascono l’anno successivo agli Hornets (1989) e nei primi 45 scontri tra franchigie vanno sotto 24-21, oltre a registrare la sconfitta ai playoffs per 3-1 contro Baron Davis.

I Magici legano i loro successi a centri dominanti; prima Shaquille O’Neal prima del suo passaggio ai Lakers, ben coadiuvato da un Penny Hardaway che si perderà troppo presto e poi Dwight Howard.

Un Superman dalla potenza mostruosa che da giovane ricordava un po’ O’Neal.

Nel 1995 i Magic di O’Neal, Hardaway, Bowie, Royal, ecc. perdono 0-4 contro i Rockets le loro prime Finals, nell’estate del 1996, nonostante una campagna da 60 vittorie in Regular Season che sembrava poter portare al titolo la franchigia, i Magic cedono ai Lakers O’Neal quasi disfandosi…

Più avanti arriverà Tracy McGrady ma la maledizione di T-Mac, con qualche problema fisico, lo porterà a non superare mai il primo turno con Orlando.

In una di queste serie saranno proprio gli Hornets a spuntarla (la già citata serie del 3-1) con gara 1 decisa da uno scippo di Davis all’ultimo secondo con T-Mac avente in mano il pallone della vittoria.

In gara 3 a Orlando gli Hornets dovettero ricorrere agli straordinari per un buzzer beater buono annullato a Davis.

La partita fu poi comunque vinta all’OT.

Nel 2009 i Magic con Howard tornano in finale ma l’-4 rifilato dai Lakers è laconico.

Recentemente gli Hornets, sotto la guida del coach Steve Clifford (recentemente passato ai Magic) hanno vinto una striscia di 13 partite consecutive ma nelle ultime quattro sfide, proprio con l’ex coach alla guida della squadra di Disneyland si sono avute 4 affermazioni dei blu gessati.

La serie in Regular Season vede il vantaggio di Charlotte per 53-39.

I Magic hanno un record di .480 globale e una quindicina di apparizioni playoffs.

Horace Grant e Shaquille O’Neal con i Magic che rischiarono di vincere l’anello.

16) Dallas Mavericks

I Calabroni a fine millennio sono avanti nella serie 12-11 ma i Mavericks otterranno quello che era (non so se lo sia ancora, poiché oltre alla possibilità del record superato c’è la divisione degli Hornets che considera staccati per la NBA questi risultati), la più lunga striscia vincente di una squadra contro un’altra quella ottenuta dai Mavs contro gli Hornets a cavallo della partenza dei Calabroni a New Orleans.

Ben 21 vittorie dei texani rotte in extremis da una tripla di Stojakovic che il primo dicembre del 2007 portava la gara al supplementare poi vinto dagli Hornets.

L’attuale squadra di Mark Cuban nasce dalla volontà di Don Carter e Norm Sonju di avere una squadra NBA.

Non riuscendo a comprare un team da Milwaukee o da Kansas City per via del preciso intento di ricollocarlo e anche per via del fatto che gli altri proprietari inizialmente non vogliano altri team in Texas con i Rockets e gli Spurs già presenti vincono le resistenze a suon di dollari.

Nel 1980 quindi possono fare il loro debutto i Dallas Mavericks (nome scelto da una serie TV) che sono la seconda grossa squadra professionistica sorta a Dallas dopo i Chaparrals (squadra della ABA) che divennero gli attuali San Antonio Spurs.

Senza l’assurda serie di 21 sconfitte il totale sarebbe più equilibrato, su un 28-30, invece, così siamo nettamente indietro su un “drammatico” 28-51…

.501 è il record All-Time dei Mavs contro tutti gli altri team più 21 apparizioni ai playoffs.

Il tedesco Dirk Nowitzki, un grande acquisto per i Mavs e un anello per lui.

17) Brooklyn Nets

I New York Americans erano l’idea originale del team ma la difficoltà nel trovare un campo a New York fecero propendere la proprietà per la denominazione in New Jersey Americans con il palazzetto trovato a Teaneck, appunto, nel New Jersey nel 1967.

Nel 1968 si trasferiscono a New York e diventano i New York Nets.

Le Retine fanno parte però del’ABA e dopo una finale persa battono prima i Pacers e poi i Nuggets, altre due squadre che confluiranno nella NBA.

Ovviamente nella NBA i due titoli ABA non contano ma la maggior perdita per la proprietà sarà il “pedaggio” dovuto pagare alla NBA per essere inseriti nel circuito.

Doctor J, grande artefice dei due titoli è ceduto per permettersi l’ingresso.

Julius Erving farà ottime cose con i Sixers vincendo l’anello nel 1983.

I Nets (ormai New Jersey Nets) avranno spesso risultati scadenti fino alla stagione 2001/02 quando Jason Kidd guiderà le Retine in finale (eliminando anche gli Hornets al secondo turno 4-1) ma i Lakers di O’Neal saranno troppo anche per loro.

Nel settembre 2009 il miliardario russo Prokhorov diviene il primo proprietario non statunitense di una franchigia NBA ma la stagione si chiude sul 12-70.

Nel 2012 il cantante Jay-Z, comproprietario della franchigia, decide che sia ora di trasferirsi a New York ed ecco cambiare ancora il nome, da New Jersey si passa a Brooklyn.

Le rivoluzioni attuali non portano buoni risultati anche se negli ultimi due anni Brooklyn a Est diviene una squadra media.

Gli Hornets guidano le statistiche in Regular Season 53-46 dopo aver chiuso in vantaggio l’esperienza degli Charlotte Hornets 1.0 per 29-24 (escluso l’1-4 ai Playoffs).

Drazen Petrovic giocò ai Nets.

18) Denver Nuggets

Denver è una franchigia che nasce nel 1967 e permane per nove anni nella ABA e nel 1976/77 entra nella NBA con il nome di Nuggets da quello di Rockets.

Trindle, il proprietario, cerca una sistemazione consona dalle sue parti a Kansas City ma non la trova quindi pensa di spostare la società a Denver e di chiamarla Larks.

Le Allodole della cordata di Trindle però sono carenti di fondi e tocca cedere i 2/3 delle quote a Bill Ringsby, un facoltoso imprenditore che si occupa di autotrasporti che cancella il nome più naturalistico e piazza il suo Rockets in onore dei suoi camion che evidentemente andavano a razzo nella sua visione egocentrica…

Uno degli stemmi dei Rockets.

Frank Goldberg e Bud Fisher acquistano la squadra nel 1973 e nel 1974 le cambiano nome in Nuggets e con questo nickname nel 1976 entrano in NBA.

Uno degli stemmi dei Nuggets.

Fino al 1989/90 le stagioni non sono malvagie ma purtroppo senza acuti, poi arriva il crollo dal quale si riprendono un po’ con l’acquisizione di Dikembe Mutombo nel 1991 che sfiora il titolo di Rookie Of The Year che andrà invece al nostro Larry Johnson.

Nel 1993/94 la testa di serie numero 1 (Seattle) viene eliminata per la prima volta da una squadra che era arrivata ottava (proprio Denver)…

Le Pepite tornano ben presto nell’anonimato fino al 2003/04 quando Carmelo Anthony e qualche altro giocatore in questi anni riusciranno a metter su una squadra dal record vincente che chiuderà il proprio ciclo nel 2012/13 sotto la guida del coach George Karl, comandante in pectore nella maggior parte di queste annate escluse l’iniziale ma nella quale subentra portando un record di 32-8 alla franchigia.

Dopo 4 anni con un record perdente da tre sono nuovamente sopra e lo scorso anno si fermarono alle semifinale di Conference mentre in passato sotto Karl erano spesso eliminati al primo turno con l’eccezione del 2008/09 dove arrivarono alle Finali di Conference lasciando anche dei New Orleans Hornets, ormai al capolinea al primo turno prima di battere Dallas, sempre 4-1 e di cedere 2-4 ai Lakers.

I nuovi Nuggets sono una squadra di medio alta classifica, dureranno con Jokic e soci?

L’head to head registra il sorpasso dei Nuggets quest’anno in Regular Season.

Le due vittorie della squadra del Colorado portano avanti 38-39 La Mile-High City.

Siamo lì e più che altro patiamo un po’ il bilancio a New Orleans con un 16-13 come Charlotte Hornets 1.0 e un 6-6 degli Charlotte Hornets 2.0…

I Nuggets nel 1991.

19) Indiana Pacers

Altra squadra che proveniente dalla ABA che da essa avrà la gloria di tre titoli in nove anni.

Terra di tradizione cestistica l’Indiana non avrà bisogno di pellegrinaggi vari dovuti a problemi di soldi o altro.

Nel 1976/77 la franchigia di base a Indianapolis fa il suo ingresso nella NBA.

Sempre sotto quota .550 tranne nella stagione 1980-81 devono aspettare il 1989-90 prima di iniziare a essere una squadra medio-forte.

Con Reggie Miller sul parquet i Pacers vivono grandi annate e scontri epici ai playoffs fino ad arrivare nel 1999/00 sotto l’egida del ragazzo di casa, Larry Bird, alla finale dopo aver fatto cadere nell’ordine: Milwaukee, Philadelphia e New York.

Ancora una volta ci sono i Lakers, osso troppo duro e il 2-4 finale rappresenta il massimo che i Pacers potessero realmente fare.

La serie risente un po’ come quella contro i Bulls e altre franchigie della disparità tra le forze in campo ai travagliati albori teal & purple con i gialloblu di Miller, Smits (l’olandese volante) sugli scudi.

Recentemente gli Hornets hanno limitato i danni ma il 45-60 all-time dice che al momento i Pacers possono dormire sonni tranquilli per quel che riguarda la leadership nella serie.

Reggie Miller, giocatore dal fisico esile, un ante-litteram della tripla diffusa che negli anni novanta e a inizio 2000 dava linfa ai Pacers con un tiro pericolosissimo.

20) New Orleans Pelicans

Una serie che comincia dal mio punto di vista nel 2014.

La squadra arriva nel 2002 in Louisiana come Hornets.

Ovviamente posso calcolare gli scontri tra gli attuali Calabroni e i Pellicani dal momento in cui i due team hanno fatto la loro comparsa.

Dopo due anni la serie (una sorta di derby) si trovava sul 2-2 ma gli Hornets non sono più riusciti a vincere in casa e nella Big Easy solo alla quinte partita (l’ultima disputata in trasferta) sono riusciti a ottenere quel successo che ha portato la serie sul 3-8 attuale.

La percentuale di vittorie di New Orleans in questi ultimi anni è “solamente” del .459 contro quella da .452 di Charlotte ma a Ovest la vita è più dura e fino la penultima stagione i Pelicans hanno avuto oltre a Jrue Holiday, ai passaggi di Cousins e Rondo un uomo franchigia come Anthony Davis che ora ha tradito ma i fan si sono rifatti grazie alla scelta numero uno allo scorso Draft e uno Zion Williamson che sperano possa andare a sostituire l’ex idolo monociglio.

La serie è giovane ma la dirigenza di New Orleans, pur criticata e in un piccolo mercato, dal mio punto di vista si è mossa molto meglio di quella atavicamente immobile degli Hornets negli ultimi anni e siccome a Est è più facile oggi, si spera che Kupchak riesca a prendere esempio e a far diventare i Calabroni una buona squadra in grado di andare a rimettere la serie in discussione.

In questi 7 anni i Pelicans sono andati due volte ai playoffs raggiungendo le semifinali di Conference contro i Warriors nel 2017/18 dopo aver eliminato per 4-0 i Trail Blazers al primo turno nella lor miglior stagione da Pellicani (48 vittorie).

L’altra stagione nella quale salgono sopra quota .500 è la 2014/15 quando ottengono 45 vittorie.

L’uomo franchigia, il volto dei Pelicans nei primi anni della società ha preferito accasarsi altrove.

21) Detroit Pistons

Nati a Fort Wayne nell’Indiana per volere di Fred Zollner, un imprenditore che produceva Pistoni per la General Motors.

I Fort Wayne Zollner Pistons sono attivi dal 1941 e anche durante la guerra ma è nel 1948 che entrano nella BAA con risultati altalenanti e due finali perse.

A Detroit si spostano nel 1957 mantenendo (of course) il nome.

Zollner spera di avere più pubblico ma i risultati sul campo e nella vendita dei biglietti sono deludenti per lungo tempo.

Comincia a inizio anni ottanta l’era dei Bad Boys, quelli descritti come sporchi, brutti e cattivi.

Isaiah Thomas e Bill Laimbeer (aggiungiamoci un giovane Rodman) piano piano fanno riemergere dalle paludi Detroit che nel 1989 e nel 1990 va a vincere due titoli.

Maccheronizzandolo un po’, togliendo la prima S i Detroit Pitons avvinghiano i Calabroni nelle proprie spire per ben 13 volte nei primi 14 scontri.

Charlotte ha a che fare con il periodo più felice dei Pistoni, con dei Bad Boys non disposti a regalar nulla.

La serie però prende una piega diversa al tramonto delle stelle della squadra del Michigan.

Dal novembre 1992 al novembre 1995 gli Hornets piazzano un contro-parziale di 14-1.

Detroit si riporta avanti 46-48 ma nelle ultime 10 sfide arriva un parziale, ancora da rompere, di 10-0 a favore di Charlotte che porta attualmente la sfida sul 56-48 con due team che sono stati piuttosto simili in questi anni, per risultati e concezioni di gioco.

Il record All-Time contro le altre squadre è di .485 con 42 apparizioni ai playoffs.

La leggenda di Thomas.

22) Toronto Raptors

I Raptors sono franchigia giovane.

Negli anni novanta pagano dazio come matricola ma piano piano prendono confidenza con la breve era T-Mac & Vince Carter, poi negli ultimi anni stabilizzandosi (dal 2013/14) come squadra di alta classifica.

IL primo logo dei Raptors.

In questi 7 anni i “Predatori” hanno combattuto con i Calabroni avendo ottimi giocatori anche se non sempre pescati al primo giro, tanto da sembrare una squadra operaia con moltissimo talento.

Sfide finite con largo margine a favore della compagine proveniente dalla Terra della foglia d’acero oppure incredibili partite al fotofinish.

L’anno scorso, l’anno della vittoria del titolo per i Raptors con Leonard e Lowry), Jeremy Lamb affondò due volte i Raptors e in un’occasione con un memorabile buzzer beater da oltre metà campo per ripetersi con un tiro da tre più normale durante l’ultima partita in stagione programmata a Charlotte.

Quest’anno un game ci sfugge al supplementare ma a Toronto Rozier subisce un fallo con la palla da rimettere ancora in gioco e va a pochi secondi dalla fine a battere il libero decisivo per un 8-13 che contiene la rimonta All-Time di Toronto.

Gli Hornets nonostante tutto riescono a tenere strenuamente un 38-35 a proprio vantaggio.

Il record All-Time contro altre squadre è di .478 più 12 apparizioni ai Playoffs.

Damon Stoudamire in maglia Raptors.

23) Houston Rockets

Robert Breitbard fa sorgere i San Diego Rockets nel 1967 ma nel 1971 la squadra è già a Houston dopo 4 stagioni perdenti.

E’ solo nel 1976/77 che i Rockets, nome preso dai missili intercontinentali Atlas del programma aerospaziale.

Nel 1981 arrivano le prime finali con i Celtics che escono vincitori per 4-2.

Dopo un’altra finale persa contro la medesima squadra e con lo stesso risultato, i Rockets devono rimandare i loro titoli negli anni nei quali MJ lascia un vuoto atto a diventare disponibilità di vittoria per gli altri team.

Nel 1994 rimontano il 2-3 contro i Knicks vincendo il titolo con Olajuwon MVP e l’anno seguente battono i Magic di O’Neal in finale per 4-0.

Gara uno è vinta clamorosamente con i Rockets sotto di 3 e Nick Anderson a diventare “The Brick” per aver sbagliato, se non erro, 4 tiri liberi decisivi.

Al supplementare la spuntano i Rockets che con Drexler e Horry oltre a The Dream hanno la meglio su O’Neal.

La botta presa dai Magic a livello psicologico c’è e Houston si gode secondo titolo e MVP per Hakeem.

.529 è la percentuale All-Time contro le altre squadre (parliamo sempre di Regular Season) e 33 sono le incursioni ai playoffs.

Per quel che riguarda la serie con gli Hornets, nonostante i Rockets in questi anni siano stati spesso una buona squadra alla ricerca dell’anello con Harden ma non siano mai riusciti a vincere un titolo, va da sé che il 2-10 rimediato nelle ultime 12 gare e l’accumulo iniziale abbia portato la serie largamente a favore dei Razzi.

Un 29-51 che pone i Rockets tra le squadre virtualmente in orbita e irraggiungibili in tempi brevi dai Calabroni.

L’ultima sfida almeno è andata nelle mani di Rozier e soci che hanno disputato una bella partita con un inizio sfolgorante.

Olajuwon, il totem dei Rockets.

24) San Antonio Spurs

Gli Speroni nel 1967/68 sono i Dallas Chaparrals e giocano nella ABA così come nel 1973 quando cambiano nome in San Antonio Spurs.

Nel 1976 si uniscono alla NBA partendo con una stagione da 44-38.

12-17 è il record recuperabile finché la franchigia permane a Charlotte nei primi 14 anni di vita dei Calabroni nonostante San Antonio sia già un team affermato con David Robinson, “l’Ammiraglio”, in squadra.

Il divario viene creato con lo spostamento a Ovest di New Orleans e l’ascesa di San Antonio avendo in squadra Tim Duncan, Tony Parker, Manu Ginobili, ecc..

Gli Hornets sono anche sul punto si eliminare gli Spurs in un secondo turno playoffs ma l’inesperienza e il braccino corto giocheranno un brutto scherzo, gli Speroni in gara 7 passeranno sul campo di NOLA che aveva sempre vinto in casa.

24-57 è distanza notevole, oltretutto gli Hornets continuano ad avere parecchie difficoltà con la squadra di Pop, battuta nella stessa stagione per due volte il penultimo anno, quello del ritorno di Parker da avversario nella città che gli ha regalato tanto e viceversa.

Nel 1998/99 vincono il loro primo titolo, nel 2013/14 finisce la vera dinastia con il quinto e ultimo titolo, sparpagliato in 16 stagioni.

Da 22 consecutive raggiungono i playoffs anche se quest’anno rischiano seriamente di non giocarli, partendo da posizione svantaggiata, pur invitati a Orlando.

George Gervin in maglia Spurs da Blackjesus.

25) Phoenix Suns

I Soli dell’Arizona vedono la luce nel 1968.

Il nome “Suns” fu scelto tra altri 28.000 name proposti in un concorso indetto dallo Stato dell’Arizona.

Suns vinse su Scorpions, Rattlers, Thunderbirds, Cougars, Mavericks e altri.

Arrivano a giungere in finale nel 1992/93 quando Barkley è in preda a un delirio di onnipotenza cestistica e si crede il miglior giocatore al mondo.

Dopo una stagione da 62 vittorie ed esser riusciti nell’impresa di ribaltare al primo turno dei playoffs uno 0-2 con i Lakers vincendo 3-2, aver eliminato successivamente anche San Antonio e Seattle ed aver vinto gara 3 delle Finals contro i Bulls dopo 3 OT era anche legittimo ma alla fine saranno i soliti Tori a vincere la serie per 4-2.

Dopo qualche anno mediocre l’arrivo di Steve Nash e altri giocatori riportò molto in alto i Soli che al massimo però giunsero alle finali di Conference a Ovest senza più riuscire a giungere alla vera finale.

Il tramonto nella stagione 2014/15 ha oscurato in questi 6 anni i Soli anche se il loro record all-time di .527 contro tutte le altre squadre NBA rimane positivo.

Nella serie All-Time comandano i Suns nella serie per 36-42 con le due vittorie dell’annata appena passata decisive per staccarsi dalla nostra rimonta.

Non siamo distantissimi ma con sole due partite a disposizione all’anno e i Suns perennemente sul fondo della classifica si sarebbe potuto avvicinarsi ulteriormente quest’anno.

Personalmente dispiace vedere Phoenix da anni ormai arrabattarsi sul fondo della classifiche della NBA, pur essendo solamente un fan degli Hornets, i Suns mi sono simpatici, sarà per i colori o quella città in mezzo al deserto dove Senna vinse un Gran Premio.

Oliver Miller nel 200, nonostante la voluminosità, torna a essere una delle buone seconde linee dei Suns, scalcinate con Todd Day e Randy Livingston ma utili. Foto tratta da American Superbasket.

26) Oklahoma City Thunder

Oklahoma City esiste dal 2008, erede dei Seattle Supersonics, nella NBA dal 1967.

Nel 2006 Clay Bennett compra la squadra e riesce a portarla a casa sua, OKC dopo un contenzioso in tribunale nel quale dovette pagare alla città di Seattle un rimborso di 45 milioni di dollari per pagare l’affitto della Key Arena, contratto che sarebbe scaduto nel 2010, inoltre per un accordo stipulato precedentemente dovette sborsare altri 30 milioni visto che nessun team professionistico prese il posto dei Supersonics a Seattle.

I Supersonics (nome preso in onore del progetto della locale compagnia aerea per un Boeing che non fu mai poi portato a termine) andarono su e giù a livello di risultati raggiungendo il massimo, dopo il titolo nel 1978/79 con Gus Williams e Paul Silas in squadra, a metà anni novanta con Gary Payton, Hersey Hawkins, Detlef Schrempf e Shawn Kemp.

Stagioni da 63 e 64 vittorie in Regular Season, stoppati nel 1993/94 clamorosamente al primo turno da Denver e nel 1995/96 dai Bulls di Jordan in finale.

La tragedia si compie nel 2008 come detto e il vuoto lasciato a nord-ovest da Vancouver e Seattle è riempito solo dai Trail Blazers con i quali Seattle aveva una rivalità.

Dopo una prima stagione brutta con nuovi talenti pronti a emergere i Thunder si stabilizzano come squadra vincente avendo a disposizione Westbrook, Durant, Ibaka e altri buoni giocatori intorno.

Da ben 11 stagioni sono ben al di sopra del 50% di vittorie anche se in finale NBA vanno solo nel 2011/12 quando in squadra c’è anche un tale di nome James Harden.

Dopo aver eliminato Mavericks, Lakers e Spurs si ritrovano in finale con gli Heat.

Vincono la prima partita ma perdono le altre 4.

Contro i Calabroni di Charlotte i Sonics rimangono avanti 10-18, poi la storia si sposta a New Orleans e ai giorni nostri con i Thunder ad avere la supremazia anche se gli Hornets riescono a inanellare tre vittorie consecutive.

Mitica la vittoria a Seattle a inizio anni novanta con un tiro di LJ allo scadere che ballonzola sul ferro prima di entrare.

Gary Payton in azione con i Supersonics tratto da American Superbasket.

27) Minnesota Timberwolves

Minneapolis ci riprova nel 1989 dopo i fasti dei Minneapolis Lakers (dei Minnesota Muslies e dei Pipers nella Aba inutile parlarne avendo cambiato diverse città) ormai scippati da Los Angeles.

La franchigia del Minnesota però dalle origini non è solo polare nel bell’aspetto estetico dei loghi ma lo è anche a livello di risultati.

Il record attuale in poco più di 30 anni è di .396.

Per sei stagioni, tra il 1999 e il 2005, Kevin Garnett la stabilizza su record vincenti, ottimo quel 58-24 del 2003/04.

E’ in quella stagione che raggiungono le finals di Conference dopo aver eliminato Nuggets e Kings ed aver abdicato alle finali per mano dei Lakers.

Nel 2005 torna nell’oblio collezionando solo record perdenti, eccetto la stagione 2017/18 quando raggiunge le 47 vittorie sotto coach Tom Thibodeau e con un Jimmy Butler in squadra.

Nonostante i numerosi prospetti acquisiti al Draft, i Timberwolves sembrano atavicamente destinati a rimanere nelle zone basse della classifica, aspettando il prossimo Messia dopo Garnett.

Gli Hornets 1.0 comandavano la serie 16-10 mentre a oggi il 43-31 propende più nettamente a favore di Charlotte.

Un articolo su Kevin Garnett da Blackjesus, qui riportata solo pagina 1.

28) Portland Trail Blazers

I Tracciatori di Sentieri nascono ufficialmente il 6 febbraio 1970, quando il consiglio dei governatori della NBA concede i diritti di un franchising a Portland.

Per raccogliere fondi per la tassa di ammissione (3,7 milioni) il patron Glickman si associa ai magnati immobiliari Robert Schmertz, Larry Weinberg e Herman Sarkowsky.

Due settimane più tardi organizzano un concorso per scegliere il nome, vince Pionieri ma avendolo già in dotazione le squadre sportive del Lewis & Clark College di Portland decidono di escluderlo. Trail Blazers poteva: “Riflettere sia la robustezza del nord-ovest del Pacifico che l’inizio di un’era della grande lega nel nostro stato”.

L’inizio però è duro come addentrarsi in una foresta vergine, per 6 anni hanno record perdenti e non partecipano ai playoffs, poi nel 1977, alla prima apparizione alla post season (vantano 35 apparizioni ai Playoffs), fanno subito centro vincendo clamorosamente il titolo eliminando Bulls, Nuggets, Lakers e battendo 4-2 i Sixers in finale dopo esser stati sotto 2-0…

Lucas, Walton e Hollins sono i tre giocatori che guidano i Trail Blazers al titolo mentre in gara 6 spuntano 24 punti di Gross che aiutano a vincere il titolo (108-107 sui Sixers).

Nel 1990 perdono una finale bissando l’insuccesso nel 1992 con una squadra di rispetto con Clyde Drexler, Terry Porter, Jerome Kersey e Clifford Robinson.

Sulla loro strada prima trovarono Detroit e poi Chicago.

E’ nella stagione intermedia che conquistano il loro massimo di vittorie in regular season: 63 ma niente finale, dopo essersi liberati di Supersonics e Jazz i Lakers sbarrano loro la strada.

La squadra è spesso competitiva e agli Hornets servono 11 partite prima di avere la meglio sui Trail Blazers battuti in Oregon 94-92.

8-21 è il bilancio prima dello stacco.

Il 28-48 attuale è figlio anche della striscia aperta di 6 vittorie dei Trail Blazers nonostante in un paio di gare gli Hornets siano andati vicini alla vittoria il Rose Garden sembra esser parquet stregato, gli Hornets non vincono dal 2010 ai tempi di New Orleans, poi tutte le restanti vittorie arrivate più tardi (5) sono arrivate in casa.

Insomma, anche qui il distacco è sotto forma di anni luce ma invertire il trend contro squadre con questo divario sarebbe “carino” per evitare una noiosa ripetitività.

Clyde Drexler, il veleggiatore… Da slamonline.com
Clifford Robinson, buon giocatore negli anni novanta.

29) Golden State Warriors

I Warriors furono fondati nel 1946 come Philadelphia Warriors, membri fondatori della Basketball Association of America.

Erano di proprietà di Peter A. Tyrrell, che possedeva anche i Philadelphia Rockets della American Hockey League.

Warriors come una vecchia squadra di basket che giocò nella American Basketball League nel 1925. Guidata dal primo gol di Joe Fulks, la squadra vinse il campionato nella stagione inaugurale 1946–47 del campionato sconfiggendo i Chicago Stags per 4-1.

La NBA (creata da una fusione nel 1949), nonostante fosse BAA, riconosce ufficialmente come il suo primo campionatola stagione 1946/47 della BAA.
I Warriors vinsero ancora il titolo a Philadelphia nella stagione 1955–56 sconfiggendo i Fort Wayne Pistons ancora 4-1.

Nel 1962, Franklin Mieuli acquista le quote di maggioranza della squadra e trasferisce il franchise nella Bay Area di San Francisco, ribattezzandola come San Francisco Warriors.

Nel 1971/72 finalmente ecco arrivare l’attuale denominazione di Golden State Warriors.

Due finali perse prima di vincere il titolo nel 1974/75, l’ultimo prima dell’era Curry.

La squadra va un po’ in maniera altalenante nell’era Mullin ma insieme a Webber e Sprewell nell’era Don Nelson nel 1993/94 riesce a vincere 50 partite ma si ferma al primo turno.

Ben 12 gli anni di regular season senza playoffs, poi nel 2006/07 arrivano al secondo turno fermati dai Jazz dopo aver battuto i Mavericks.

Di quella squadra ricordiamo l’ex Baron Davis che con 20,1 punti trascinerà i suoi fino ai Jazz.

Gli scontri diretti tra Calabroni e Guerrieri 1.0 terminano sul 17-12, poi si passa a New Orleans ma è il 3-9 dell’era jordaniana a far propendere ora il risultato a favore dei Warriors per 38-39 anche se, grazie alla sciagurata stagione di infortuni in casa Warriors, quest’anno ci siamo riavvicinati a -1 con due vittorie.

Serie equilibrata, storica la vittoria con tripla dall’angolo di Dell Curry agli albori ma ora suo figlio sta facendo propendere la serie a favore dei gialloblu, quelli delle 73 vittorie del 2015/16 e incredibilmente sconfitti in finale (arrivati esauriti) in mezzo a tre vittorie finali che portano a 6 i titoli dei californiani.

Il loro record totale è leggermente perdente, .482 ma in questi anni gli Splash Brothers, Durant e Green più il vario centro di turno hanno ridato sostanza ai record per portarsi intorno a quota .500, chissà se i Warriors riusciranno ancora per un po’ a mantenere il loro predominio nonostante la perdita di Durant.

Chris Mullin in maglia Wariors.

30) Washington Wizards

La storia dei Maghi è ricca di trasformazioni, in un certo senso, da questo punto di vista, magica.

Una delle squadre più trasformiste della NBA; nel 1961/62 sono i Chicago Packers, l’anno successivo sono gli Zephyrs (sempre a Chicago), l’annata successiva (1963/64) diventano i Baltimore Bullets, nel 1973/74 i Capital Bullets e l’anno successivo i Washington Bullets fino a quando nel 1997/98 la società decide di smarcarsi dal nome “Pallottole” perché ritenuto troppo violento in una città tra le prime in America per tasso di criminalità.

I Bullets o Wizards, sono detentori di un titolo, quello del 1977/78 con un Wes Unseld (forse il miglior giocatore in maglia Wizards) in fase calante ma con Hayes, Dandridge e l’attuale GM degli Hornets Kupchak che diedero una buona mano a farlo vincere ai Bullets che superarono: Hawks, Spurs e 76ers prima di presentarsi in finale andando sotto 1-2 contro i Supersonics.

Vincendo gara 4 al supplementare e tornando sotto nella serie 2-3, ma a un passo dalla sconfitta arrivarono due nette affermazioni che portarono le Pallottole al loro primo titolo.

L’anno seguente saranno i Supersonics a rifarsi abbastanza facilmente, almeno nel 4-1, non tanto nelle partite.

Washington rimane franchigia mediocre negli anni ottanta e novanta con qualche buona stagione ma al massimo si giunge a 44 vittorie in quel ventennio e a 49 in quello successivo (stagione 206/17).

Il record è di 60 vittorie nella stagione 1974/75 e la percentuale all-time è del .452.

Gli Hornets hanno quasi subito facilità nella serie, nonostante il 2-9 rimediato nelle prime 11 partite, chiuderanno avanti l’esperienza dei Calabroni 1.0 32-22 mentre la serie attuale è sul 57-44 con alcuni scontri duri in recente epoca che hanno causato qualche infortunio (vedi Zeller) e problemi agli Hornets nella rincorsa dei vari playoffs mentre comunque il 12-11 degli Hornets 2.0 dice che riusciamo ancora a tener testa ai capitolini numericamente.

Nell’ultima annata siamo andati sotto 1-2 nonostante l’assenza di Wall, la super annata di Beal (30,5 pt. di media) ha portato, pur con speranze prossime allo zero, i Wizards a Orlando.

I Bullets, attuali Wizards, nel 1991.